Il Nero col nome che suona

5 Novembre 2008, Italia

Barack Obama

Barack Obama

Tratto da Cubia n° 86 – Novembre 2008

(brevi considerazioni a margine di una vittoria)

Barack Obama ha vinto le elezioni presidenziali negli States. Non so se gli si permetterà di lavorare, né in che misura. So che una ventata di aria fresca ha preso il posto della plumbea, pesante cappa decennale dell’era bushiana. Sentire parlare di Pace, di Ambiente, di ritiro delle truppe dall’Iraq, di finanziamenti all’Istruzione, di aiuto alle classi povere, fa bene al cuore e alla testa di milioni di cittadini del mondo che nel mondo sono costretti troppo spesso a subire impotenti la piaggeria, a volte imbarazzante, dei propri governanti nei confronti di impresentabili amministrazioni nord-americane (l’ultimo incontro Berlusconi-Bush, a tal proposito, è da annali: il primo completamente sdraiato di fronte al collega d’oltreoceano, più disorientato del solito per tanta grazia ricevuta in un momento in cui persino i suoi amici repubblicani l’avevano scaricato; si veda al proposito proprio le ultime elezioni durante le quali un sudato McCaine si sfiniva nel prendere le distanze dall’attuale Presidente).

Quel Yes, We can, dunque, risuonato così forte e a lungo, ha pagato: un afro-americano, novello Poitier, “andrà a cena” nella Casa più bianca che ci sia. Non so se gli si permetterà di lavorare, né in che misura, ma non si può che gioire. Lo dico da comunista che non ama particolarmente un Paese costruito sulla competitività, sull’individualismo esasperato, sulla falsa credenza che “uno se non ce la fa è perché non ne ha le capacità”, che “scoppia” di armi, che si considera incommensurabilmente superiore ad ogni altro, che tante volte esporta guerra laddove dice di portare pace.

La realtà nord-americana non può essere letta con gli occhiali di noi europei, lo so: troppo diversa la mentalità; molto più breve la storia; diversa la nascita; differenti gli spazi… eppure non si può rimanere indifferenti di fronte alla vittoria di Obama perché ci si sente fratelli dei ghetti, dei diseredati, di chi viene nascosto se gli occhi del mondo guardano. Si respira la loro speranza e, per una volta, la parte impaurita, chiusa, retriva, rozza, la parte che tiene perennemente “il fucile puntato” sembra essere all’angolo, spazzata dal vento che pare di quelli buoni. Io sono con i palestinesi che hanno ballato, con chi nel mondo ha brindato e, negli USA, con tutte quelle minoranze, spesso emarginate, tornate a votare nella consapevolezza che il we can riguardasse anche loro.

Alla fine, diciamocelo: è quasi certo che tenteranno di non farlo governare. Le potenti lobbies economiche che votano, brigano, governano il mondo e le banche complici di brutture enormi e i fondi monetari abituati a muoversi indisturbati, sono sempre pronti a colpire qualsiasi embrione possa anche solo scalfire lo status quo a loro tanto caro e a far succedere qualcosa che impedisca un vero riscatto non solo della parte più debole della popolazione nordamericana, oggi strangolata e tenuta a bada dal cattivo cibo, da un’ interminabile sequela di debiti e dal terrore dell’Islam (comodo demone creato ad hoc per compattare sotto un’unica bandiera), ma, direi, anche della parte più debole della popolazione mondiale.

Sarà allora che Obama dovrà dimostrare, se veramente c’è, la sua diversità. Che sarà direttamente proporzionale ai no che dirà e a chi li dirà. E dovrà dirli, questo è certo. E le sue spalle, se quei no li dirà, dovranno farsi larghissime per reggere le pressioni enormi che gli si scaricheranno addosso da ogni dove.

Se il suo essere nero, la sua storia personale, la sua vita, insieme a tutto ciò che ha promesso in questi interminabili mesi, non gli consegneranno una marca del tutto diversa rispetto al suo disastroso predecessore, credo che si ritroverà come lo Stregatto della fiaba di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che se ne va scoppiando come una bolla, ma dimenticando di portarsi dietro il suo stesso sorriso che rimane nell’aria e nell’occhio di chi aveva creduto di vedere in lui qualcosa che non c’era.

Articolo di Daniela Franchini

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