La porta è aperta

eutanasia

eutanasia

Tratto da Cubia n° 86 – Novembre 2008

Dove sta la dignità di un individuo? Cos’è che conferisce valore aggiunto (se c’è) ad un esemplare della specie homosapiens rispetto ai suoi predecessori australopitechi o neandertaleniani? Forse il fatto che siamo fatti ad immagine di Dio? Ma in quale momento del percorso evolutivo, peraltro non lineare, Dio avrebbe deciso di metterci la faccia? In attesa di scoprirlo abbiamo bisogno di fondare su altro le nostre risposte. Risposte che urgono, a giudicare dai casi, sempre più numerosi con il progredire della tecnica, di persone che si trovano in stato vegetativo permanente. Utilizzare questa definizione già significa che, implicitamente, abbiamo deciso che esiste una differenza tra la vita umana e quella delle piante, e che essa non consiste solo nel patrimonio genetico, considerato che Eluana non ha il dna di una begonia. Cosa ci fa dunque diventare “vegetali”? La linea di pensiero più produttiva per un’analisi efficace è quella che indaga la differenza tra essere vivi ed avere una vita da vivere. Lo diceva già Seneca: “Non abbandonerò la vecchiaia se mi lascerà intatte le parti migliori. Ma se comincerà ad alterarmi la mente, se distruggerà le mie facoltà ad una ad una, se non mi lascerà di vita altro che il respiro, mi dipartirò dal putridume e dall’edificio marcio. Se saprò di dover soffrire senza speranza di miglioramento, mi dipartirò non per paura del dolore, ma perché esso mi inibirebbe tutto ciò per cui vivere”. In tempi più recenti, chi è rimasto indifferente di fronte alle motivazioni scandite dalla voce artificiale di Piergiorgio Welby per invocare l’eutanasia: “Io amo la vita: vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude… Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. E’ solo insensato e testardo accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio”.
Non si tratta di mettere in discussione il fatto che siamo un corpo prima ancora di avere un corpo. Ma il corpo, a partire dal cervello, garantisce alla vita di essere degna quando la sua integrità psico-fisica consente la coscienza e il senso di identità personale, dimensioni che sono più della somma di qualche organo ancora funzionante. Qui emerge una prima idea forte per orientarsi in ambito bioetico: “Essere vivi, in senso biologico è relativamente poco importante. La nostra vita biografica, al contrario, è immensamente importante; è la somma delle nostre aspirazioni, decisioni , attività, progetti e relazioni umane. La sacralità della vita dovrebbe essere interpretata come protezione delle vite in senso biografico, e non puramente in senso biologico” (1). La morte non è negativa in sé poichè è parte costitutiva dell’esistenza e contribuisce a definirla. Da punto di vista biologico morire è naturale quanto il nascere e un sano senso di caducità non può che giovarci. La morte diventa male per la persona che muore perché le preclude la possibilità di continuare a vivere la sua storia, le sue relazioni con il mondo. E’ un cambiamento di prospettiva non di poco conto che ci inchioda ad una tutela della vita più impegnativa di quanto comporti la sola prescrizione “Non uccidere”. Pensiamo alla responsabilità che ne deriva verso tutti coloro che per motivi sociali, economici o culturali non riescono ad avere una vita biografica decente, dai derelitti di ogni tipo ai carcerati. Tradurre nel concreto dei singoli casi la praticabilità di un tale principio universale ne chiama poi in causa un altro complementare: l’auto-nomia di giudizio. La linea di confine che indica quanto biologico basti per un biografico dignitoso è individuale. Perché ciò che può far optare ad uno di chiudere il conto, può risultare sufficiente ad un altro per voler continuare su questa terra. Il testamento biologico, se diventerà legge, dovrebbe far sì che ciascuno possa dare indicazioni chiare in merito quando è ancora ben cosciente. A questo punto non avrebbe più molto valore nemmeno il dibattito sull’eutanasia attiva o passiva, quei distinguo circa la diversa responsabilità morale del medico che procura una dipartita serena o che si astiene dal fornire assistenza artificiale poiché l’onere etico su quando e cosa salvare spetterebbe solo al titolare della vita. Tale margine di soggettività terrorizza tutti i cultori della morale su basi religiose che proclamano l’indisponibilità della vita in assoluto. Ma un dialogo di tipo razionale con costoro è quasi impraticabile. Cosa rispondi a chi dice che l’uomo non può decidere della cosa più importante della propria esistenza solo perché questa è voluta da Dio? Ma se proprio Dio, nel caso ci fosse, sarebbe il primo imputato per la violazione sistematica della vita biologica già a partire dal concepimento, considerato che la maggioranza degli ovuli fecondati vengono eliminati spontaneamente! Questo ipotetico Dio fa del male a qualcuno continuamente (ad es malattie genetiche) e noi, nel difendere la dignità della vita, siamo addirittura costretti a muoverci contro il suo stesso modus operandi. Mancando argomenti intellegibili, ci si può sempre rifugiare, con Tertulliano, nel “Credo perché è assurdo”. Rispettabile sul piano personale ma non buono per costruirci sopra le leggi dello Stato di tutti. Ritroviamo un esempio di questa posizione anche in un recente volantino di Comunione e Liberazione: Il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama..Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Comodo rifarsi all’evidenza per dimostrare l’indimostrabile e bollare come folle chi non la riconosce. Il problema di questo genere di fondamentalismo non è la radicalità che, in presenza di argomenti validi avrebbe una sua legittimità, ma la banalità. Banale in senso etimologico deriva da ban, il proclama del signore feudale a cui si doveva obbedienza senza porsi troppi perché. Invece “l’etica- più in generale la ragion pratica- è laica o non è, nell’esatto senso che si definisce come campo di ricerca per la conoscenza morale, e non come luogo di passiva riproduzione del sapere tradizionale, religioso, mitologico ecc..”(2) Concludo con Epitteto: Se la stanza è piena solo moderatamente di fumo, resterò, se c’è troppo fumo me ne andrò. Ricordate questo, tenetelo sempre presente, la porta è sempre aperta. A noi valutare quando uscire.

di Amedeo Olivieri

(1) J. Rachels- Quando la vita finisce- Ed Sonda; (2) R. De Monticelli- Micromega 3/131

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