Archivi del mese: gennaio 2009

Conoscere e rispettare l’inganno del nucleare

cartina delle centrali nucleari

cartina delle centrali nucleari

Tratto da Cubia n° 75 – Ottobre 2007

“Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma…” (Genesi cap, 2 vv. 15-16).

Riprendendo il brano della Genesi io aggiungerei: “potrai mangiare di tutti gli alberi, ma….ma con discrezione, rispettando tutta la Creazione; ma….ma dell’albero della “conoscenza”…stai attento, Uomo!

Conoscere non vuol dire fare quello che si vuole. Conoscere vuol dire soprattutto rispettare: rispettare l’altro, rispettare l’animale e la pianta, rispettare quelle forme ancora poco conosciute, vedi il nucleare, sulle quali il potere economico vuole prevaricare senza attendere i tempi della conoscenza. L’uomo non sa ancora controllare la grande capacità distruttivo-creativa dell’atomo, quindi è più che mai assurdo volerlo sfruttare, utilizzare sperimentandolo a scapito della vita del nostro pianeta. Presunzione? Arroganza economica? Non abbiamo ancora compreso che dobbiamo iniziare a ridurre i nostri consumi-sprechi, perché le risorse della Terra non sono illimitate (nucleare o non): ci vorrebbero almeno altre cinque Terra nel sistema solare per accontentare equamente tutte le esigenze dei suoi quasi sette miliardi di abitanti!

Tornando al grave problema del nucleare, mi ha molto meravigliato anche la posizione del Vaticano, che ha accusato chi è contro il nucleare di pregiudizio ideologico. E’ assurdo! “Per la Chiesa il nucleare non è un male in quanto tale, ma anzi, come tutte le opere dell’ingegno umano, va posto al servizio dell’umanità. Escludere l’energia nucleare per una petizione di principio, oppure per la paura dei disastri potrebbe essere un errore”. (Da Jesus, intervento del card. Renato Raffaele Martino, presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace).

Non si tratta di escludere, si tratta di “conoscere” bene e meglio. Una Chiesa schierata a favore della vita dà queste indicazioni sull’uso di una forza che la scienza non sa ancora controllare? Pensiamo a Chernobyl! Pensiamo all’incidente nucleare in Giappone di alcuni mesi fa! Senza contare che l’industria del nucleare non sa cosa fare con le scorie radioattive! Le porterà ancora nei paesi poveri che, presi con l’acqua alla gola o per la cupidigia dei potenti, li accetteranno, tanto….morire di fame e malattie o morire di radiazioni, in fondo, che differenza fa? Quale cinico ragionamento?!?

Già viviamo all’ombra di 20.000 ordigni nucleari che possono far saltare per aria il mondo 4 volte, ma incredibilmente si insiste:

– a riprendere l’idea di una industria del nucleare (ancora senza garanzie di sicurezza);

– ad aderire allo Scudo Antimissile;

– a tenere nel nostro territorio almeno 90 bombe atomiche, con sottomarini atomici che attraccano nei nostri porti (a Pozzuoli ne passano centinaia all’anno!).

Queste informazioni non ce le danno al Telegiornale e raramente appaiono sulla stampa ufficiale:le apprendiamo dal sito di Alex Zanotelli.

L’ ex arcivescovo di Seattle USA, Hunthousen, afferma: ”Le bombe nucleari sono un peccato”.

Grande responsabilità ricade su chi governa ed altrettanto grave mi sembra la scelta dell’ENEL che, per far funzionare più economicamente le proprie centrali, sta ritornando al vecchio carbone: altamente inquinante, ma ora poco costoso!

Nessuno invita al risparmio, a nuovi stili di vita, più sobri e meno consumistici; nessuno lo fa, perché politicamente e partiticamente è molto impopolare sostenere questo. Non si può essere invisi alle masse….ci sono sempre le elezioni future!

di Magda Gaetani

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Il Vino

Vino rosso e vino bianco

Vino rosso e vino bianco

Tratto da Cubia n° 75 – Ottobre 2007

La vite appartiene botanicamente alla famiglia delle “Vitacee”: ad essa appartengono numerose specie tra cui la “Vitis vinifera”. Il frutto di tale pianta è detto uva, un’infruttescenza i cui singoli frutti sono chiamati acini, la cui polpa è ricca di zuccheri, e dalla loro spremitura si ottiene un succo chiamato “mosto”. La fermentazione di questi zuccheri dà luogo all’alcool, e il mosto si trasforma in vino.

Il responsabile della fermentazione è un lievito, un fungo unicellulare che, per sua fisiologia, tende a moltiplicare se stesso in presenza di molto ossigeno, mentre quando c’è n’è carenza fermenta lo zucchero e lo trasforma in alcool. Il processo avviene anche grazie alla presenza di calore e, se questo viene a mancare, i lieviti svolgono male il loro compito, la fermentazione si blocca e l’anidride carbonica rimane nel vino, rendendolo frizzante. Ma non solo: i lieviti sono anche responsabili dell’aroma fruttato che hanno molti vini.

La fermentazione può essere completa, ed otterremo un vino secco, oppure incompleta, ed avremo un vino amabile o dolce. Da qualunque tipo di uva si possono ottenere vini secchi o dolci, mossi o fermi, tutto dipende da come viene condotta la fermentazione del mosto.

Ma come si fa ad ottenere vini rossi, rosè, bianchi, fermi, frizzanti? Il segreto sta nella buccia degli acini: in essa sono contenuti i polifenoli nobili, sostanze responsabili del colore e della struttura del vino.

Se durante la fermentazione del mosto lasciamo le bucce in macerazione, esse rilasceranno nel liquido gli antociani, responsabili del colore rosso che il vino assumerà a fine fermentazione. Da qui si deduce che i vini rossi si ottengono dalle uve scure, i vini rosè sempre da uve rosse, le cui bucce però ad un certo momento della fermentazione vengono tolte dal mosto. I vini bianchi, per logica, dalla fermentazione del mosto di uve bianche. Ma ogni regola ha la sua eccezione: lo champagne, vino bianco che tutti conoscono, è in realtà ottenuto da uve nere, con la tecnica della fermentazione “in bianco”, ovvero togliendo le bucce quando il mosto è pronto per il processo di fermentazione.

Dal vino si ottengono molte varianti particolari: i vini liquorosi come il Marsala, le cui uve sono raccolte a seconda del grado di maturità e la vinificazione viene fatta in bianco. L’aroma particolare di questo vino viene conferito miscelando vini di diverse annate, in modo da ottenere combinazioni estremamente ricche di aromi e profumi. Il Vermouth è un vino aromatizzato, ottenuto aggiungendo al vino dell’assenzio, pianta erbacea amara e odorosa, da cui prende il nome (in tedesco la parola assenzio si traduce in wermut). I vini passiti, come il Porto e il Madera, si ottengono da uve avvizzite per appassimento naturale o forzato, in modo che gli acini si arricchiscano di zuccheri.

Infine, una domanda: perché il vino a volte sa di tappo? La colpa è di un fungo, che “attacca” le fibre del sughero con cui è fatto il tappo. Non dipende affatto dalla posizione in cui è stata conservata la bottiglia, cioè se il vino è stato a contatto con il sughero: se nel tappo è presente il fungo, esso impregnerà con il caratteristico “aroma di tappo” tutto il liquido contenuto nella bottiglia. Oggi vi sono in commercio tappi di fibre sintetiche che pongono fine al problema, ma stappare una bottiglia di buon vino e trovarsi tra le mano un pezzo di plastica toglie un po’ di storia e di atmosfera al momento.

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Il ritorno di Babele

Babele

Babele

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

C’era una volta un tempo in cui il Fato specchiandosi nell’arcobaleno si accorse di essere invecchiato. Davvero. Non era solo un’impressione. Occuparsi senza sosta di tutte le faccende che accadevano sulla terra aveva lasciato tracce inconfondibili sul suo viso e soprattutto ne stava spegnendo quel vigore dello sguardo che, osservato nel riflesso, gli dava garanzia d’esistere. E’ vero, da quando si era liberato di gran parte delle sue mansioni affidandole a sua figlia Casualità aveva ridotto la mole di stress che doveva sopportare. Ma c’era pur sempre la questione umana, fonte continua di preoccupazione. Prima di tutto aveva di frequente tra i piedi l’altra figlia, Libertà, che fin da acerba adolescente, aveva preteso di mettere becco nelle sue decisioni. Non voleva accettare, l’ingenua, di essere stata concepita come un placebo senza sostanza, con l’unico scopo di sedare le proteste dei malcapitati che si accorgevano sgomenti di non essere al timone della propria vita. Soprattutto, non comprendeva la fatica che faceva lui, il Fato, a tenere i fili delle vicende umane e tesserne le trame senza prendere posizione per nessuno, senza un’ideologia che ne anticipasse le mosse, o inutili gerarchie di valori che ne vincolassero l’operato ma aggiustando la storia e riempiendo e limando in modo che scorresse senza rilievi e senza abissi, confidando che sullo schermo dell’assoluta mancanza di senso avrebbe potuto un giorno apparire, trionfale, la sua sovranità. Ma tale epifania tardava a venire.Le umane e gli umani non lo capivano né dimostravano la benché minima simpatia nei suoi confronti, anzi, faticavano a riconoscerlo. Qualcuno si ostinava a chiamarlo “Provvidenza”, sempre pronto a scorgere segni di presunti miracoli ossequiando mummie dal volto siliconato e a nulla servivano le sciagure che lui provocava, invero in eccesso, per pareggiare i conti: venivano interpretate come giusto castigo celeste. Altri lo adoravano come “Progresso” e marciavano uniti, o così ritenevano, verso la stessa meta. Per far loro capire che una direzione non esisteva, ogni volta che si illudevano di esseri giunti a destinazione cambiava i fondali della scenografia, ma essi badavano a dirsi che il loro obiettivo era Utopia e che l’importante non era arrivare ma marciare. C’era poi la moltitudine dei diseredati, quelli che, piegando il capo e la schiena, dovevano far fronte ogni giorno ad una dose crescente di sofferenza. Costoro erano, sì, disposti a riconoscere il suo potere, ma in modo rassegnato, non certo con quell’enfasi celebrativa che il Fato pensava di meritare. Ciò che lo indisponeva maggiormente, però, era la grande massa di coloro che non lo chiamavano in alcun modo, neanche storpiandone il nome. Erano i gaudenti indifferenti. Prolassati sui comfort di vite servoassistite da tecnologie antropofaghe, immersi nel rumore di fondo di un chiacchericcio gossipato, impegnati da digestioni sempre più critiche e relative evacuazioni, stavano progressivamente perdendo, causa inutilizzo, quelle facoltà mentali di riflessione lucida e disincantata su cui solo poteva contare per vincere la sua battaglia identitaria. Mai lo avrebbero riconosciuto signore della storia, tantomeno come colui in grado di cancellarne per sempre l’idea stessa. Perchè costoro, ah i vanagloriosi, avevano finito per convincersi di avere qualità intrinseche esclusive o vantavano speciali intraprendenze soggettive sulla cui base rivendicare la posizione di privilegio che ritenevano di meritare pienamente. Ecco la parola chiave, merito. Italiani, dicevano, andiamo ad inaugurare la nuova era del Merito. Poichè dove c’è merito c’è gerarchia e dove c’è gerarchia c’è ordine e dove c’è ordine c’è sicurezza. Finalmente. Orbene, come condurre questa marea montante, ben protetta dai media e da pattuglioni di divise obbedienti, ad arrendersi all’evidenza che se era lì, sopra a spadroneggiare e sollazzarsi piuttosto che sotto a stramazzare, lo doveva solo a lui, dispensatore degl’infiniti incroci fortuiti di occasioni e seminatore casuale di cromosomi spermici distribuiti a pioggia? Forse che qualcuno tra loro aveva potuto scegliere la caratura del proprio genoma o prenotare su internet madre, padre o insegnanti capaci di svilupparne appieno le potenzialità? Chi era riuscito a visionare in anteprima il campionario di opportunità che lo attendeva insieme ad eredità pecuniarie o immobiliari più o meno consistenti? E quelli che blateravano di self-made-man, come se la volontà e la determinazione fossero qualità ascrivibili ad una qualche forma di io personale e non emergessero, invece, automaticamente, date certe condizioni? Ma per piacere! No, questa gente non avrebbe mai ammesso che senza di lui sarebbero stati Niente. Decise che fosse giunta l’ora di rimescolare le carte, di passare al tritacarne i cumuli di pregiudizi e di luoghi comuni talmente incancreniti nel linguaggio e avviluppati alle pratiche quotidiane da diventare invisibili. Avrebbe provocato una nuova Babele, ma in direzione contraria. Invece di complicare la comunicazione confondendo le lingue l’avrebbe liberalizzata, un’operazione a loro cara, rimuovendo ogni ostacolo alla sua piena circolazione.Rese trasparenti le loro menti. Immagini, pensieri, emozioni e sentimenti, tutto il prodotto di ogni cervello, era lì accessibile a chiunque in tempo reale. Bastava interagire con una persona o pensare a lei e si veniva invasi dal flusso della sua coscienza, nel mentre non si poteva impedire alla propria di manifestarsi allo stesso modo. La botta fu devastante. I rapporti economici, politici e sociali, crollate le fondamenta di menzogne su cui poggiavano, furono travolti. Gli ambiti di convivenza, dalla glorificata famiglia in su, si evidenziarono per quel che erano, luoghi di reciproco sfruttamento strumentali alla soddisfazione di bisogni e interessi egoistici. Le parole, quei suoni magici capaci di dare corpo a significati solenni per la misera teatralità umana, restarono sospese nelle laringi spiazzate e dei volti non sopravvissero che gli occhi attoniti. Aggirandosi tra le macerie della meritocrazia perduta il Fato continua ad attendere la sua investitura.

di Amedeo Olivieri

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Le monete antiche del Museo della Regina

Imperatore Augusto

Imperatore Augusto

Tratto da Cubia n° 50 – Marzo 2005

Il Museo della Regina inaugura una nuova sezione dedicata alle monete antiche, dove espone la propria collezione recentemente acquisita dal Comune di Cattolica. Sono circa novanta gli esemplari che si è scelto di esporre, per gran parte in argento, prodotti da zecche greche e romane tra il IV sec. a.C. ed il III d.C.
Un nuovo mobile espositore, appositamente progettato, permette al visitatore di osservare i pezzi in ogni piccolo dettaglio, grazie ad una specifica illuminazione. Le vetrine sono affiancate da un apparato didattico che introduce ad alcuni temi storici connessi alle monete:
– La nascita e la diffusione delle monete nel mondo greco;
– I modi della produzione della moneta nel mondo antico;
– Quali sono le caratteristiche della moneta in età romana.
Attraverso questa esposizione, il visitatore può ripercorrere i momenti significativi della storia della moneta, uno strumento economico utilizzato nel mondo occidentale da più di 2500 anni; infatti le prime monete vennero prodotte in Asia Minore negli anni compresi tra la fine del VII sec. a.C. e l’inizio del VI secolo ed ebbero un immediato successo presso tutte le città del Mediterraneo. Nella parte dedicata al mondo greco si possono ammirare alcuni pregevoli esemplari battuti fra il IV ed il III sec. a.C. da importanti colonie magno-greche dell’Italia Meridionale quali Taranto, Napoli e Siracusa. La sezione dedicata alla moneta romana repubblicana conserva numerosi denari, cioè monete in argento che Roma iniziò a battere nel corso del III sec. a.C. e che costituirono la principale moneta dell’epoca. I denari repubblicani della raccolta sono databili fra il II ed il I sec. a.C. e ci tramandano un ricchissimo patrimonio di immagini; su di essi sono rappresentati numerosissimi aspetti del mondo romano – storici, mitologici, politici e religiosi. La moneta imperiale è, invece, caratterizzata dalla presenza del ritratto dell’imperatore che da Augusto in poi figurerà sul diritto di ogni moneta. Nella collezione vi sono denari e Antoniniani databili fra il I ed il III sec. a.C.
L’inaugurazione avverrà domenica 20 marzo alle ore 17 presso il Museo della Regina, via Pascoli 23. Alla presentazione interverranno Emanuela Ercolani Cocchi, titolare della cattedra di Numismatica dell’Università di Bologna che terrà una breve conferenza dal titolo Storia e monete nel mondo antico, e Carlo Poggi, collaboratore del Museo e curatore della nuova sezione, di cui illustrerà caratteristiche e composizione.
L’esposizione resterà aperta permanente negli orari di apertura del Museo.

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Sicurezza, sicurezza

I 10 comandamenti

I 10 comandamenti

Tratto da Cubia n° 73- Giugno 2007

“E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Così recitava l’art. 7 del Manifesto degli scienziati razzisti del 14

luglio 1938 poco prima delle leggi razziali italiane contro gli ebrei. Si intendeva individuare nel concetto di razza superiore un fondamento a base biologica (toh, chi si rivede, la vecchia, cara Natura come fonte di eticità!) che potesse legittimare forme persecutorie e di esclusione contro bersagli umani indicati come minacciosi. Il manifesto concludeva: “Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.” Chi ritenesse che queste parole rappresentino oggi solo un valore documentario di un passato liquidato, si faccia sorgere qualche dubbio. E’ vero che gli antropologi, con le scoperte della genetica, hanno abbandonato le distinzioni razziali dell’unica specie umana, ma nuove bandiere sventolano orgogliose a presidiare i territori del razzista-pensiero. Su una in particolare vorrei soffermarmi: quella che nei confronti dei migranti contemporanei ostenta il vessillo della “sicurezza”. Primadonna di quotidiani e telegiornali, le hanno dedicato una marcia in marzo a Milano e secondo dati del Viminale appena pubblicati un italiano su quattro si sente insicuro. Qualsiasi politicante che promette sicurezza trova tutte le porte aperte, del resto lo ha fatto anche Veltroni nel suo discorso di investitura alla guida del nascente PD. “Sicurezza” è un approccio interpretativo al fenomeno migratorio che raccoglie adesioni a destra e sinistra, cosa che ne rende più capillare la penetrazione nel senso comune ma aumenta il rischio di perdita di difese critico-immunitarie individuali. “Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista” è il titolo di una lettera pubblicata di recente su Repubblica che ha fatto discutere sui Media. L’autore è un cinquantenne entrato in crisi identitaria nel momento in cui i suoi teorici principi di non violenza e tolleranza sono entrati in rotta di collisione con la corporeità degli extracomunitari incontrata sulle strade di Roma. Dice:“non c’è stata una molla scatenante ma un continuo stillicidio di fatti letti, di violenza vista, di sicumera da impunità, di moralità calpestata…” E cita come esempi gli insulti di una ragazza slava ad una anziana che tossiva in metrò, quelli di una ragazza di colore ad una vecchietta che in tram le chiedeva di cederle il posto o l’abile borseggio a Fontana di Trevi effettuato dalle immancabili zingarelle. Né ci viene risparmiata la domanda di fallaciana memoria: “e se io stuprassi una giovane araba alla Mecca a cosa andrei incontro?”o quella di sapore leghista: “perché devo essere buono e accogliente con i nomadi, quando questi rubano, si ubriacano, violano la mia casa e la mia intimità, quando mendicano con cattiveria, quando bastonano le immigrate che non vogliono prostituirsi, quando sbattono i bambini in strada?” Dopo la constatazione che “sta montando ogni giorno di più l’odio per lo straniero e nessuno fa nulla”, l’autore così conclude la sua lettera: “So benissimo che in Italia ogni giorno mille e più reati vengono compiuti da miei connazionali, nessuno crede che la sicurezza venga messa a repentaglio solo dagli immigrati…. Ma voglio legalità, voglio la cultura della legalità, voglio che chi sbaglia paghi.” Chi non sottoscriverebbe? Eppure, attenzione. Qui si annida il germe del neorazzismo subdolo che, aggrappato al vello di affermazioni che paiono insindacabili approfitta di noi, ciclopi accecati dal falso splendore di una mezza verità, per penetrare nell’antro della nostra visione del mondo e rubarci la saggezza dello sguardo. E potremmo finire senza rendercene conto a congratularci con i curatori dell’inserto della “Voce di Romagna” di maggio titolato Immigrazione selvaggia. In copertina, sulla foto a tutta pagina di un nero che sbarca, dichiarano: LA MISERIA A CASA VOSTRA NON È COLPA NOSTRA E NON VI DOBBIAMO NIENTE – L’ITALIA È CASA NOSTRA E TOCCA A VOI, NON A NOI ADATTARSI – SE NON VI VA TORNATE A CASA VOSTRA. Sì, potremmo ridurci come questi paladini del pensiero imbecille, nel senso etimologico di senza bastone, cioè senza appoggio argomentativo. Come evitarlo? 1) Frequentare le vie del pensiero complesso, l’unico adatto a porre i problemi della umana condizione in modo corretto e di generare teste ben fatte (Morin) capaci di: a)comprendere i molteplici fattori che hanno condotto le gloriose civiltà occidentali a produrre benessere solo per una minoranza dell’umanità (noi) sfruttando risorse, devastando culture e territori in tutto il globo e provocando una enorme massa di vite di scarto (loro) come le chiama Bauman mentre sottolinea che oggi dagli immigrati si pretende che “cerchino soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”; b) rendersi conto che “La situazione economica dei cittadini di uno stato nazionale è sfuggita al controllo delle leggi dello Stato. Adesso abbiamo una super classe globale che prende tutte le decisioni economiche, le prende in assoluta indipendenza dalle legislature di qualsiasi paese e dalla volontà degli elettori. L’assenza di una comunità politica globale significa che i super-ricchi possono operare senza curarsi di altri interessi che non siano i loro”(Rorty). Il ruolo dei politici da produttori di regole è diventato quello di controllori che le regole decise negli ambiti economico-finanziari vengano rispettate, ecco perché non possono far altro che occuparsi di sicurezza se vogliono mostrare che servono ancora a qualcosa.
2. Frequentare le vie della conoscenza di se stessi. Cosa si nasconde dietro alla nostra voglia di sicurezza quando chiediamo che la fortezza-Europa o la spiaggia locale renda i propri confini sempre più impenetrabili agli immigrati? Non sarà che vogliamo impedire al conflitto tra noi e loro di poter esplodere e rendere evidenti le ingiustizie globali che aumentano ogni giorno? Non sarà che difendere coi denti la sicurezza di poter continuare a consumare al ritmo a cui abbiamo preso gusto ci serve a rimuovere l’incapacità a sopportare un’altra insicurezza, ben più profonda, quella esistenziale che ci proviene dall’essere il nostro rapporto con la vita un contratto a termine?
In alternativa a queste due vie potremmo sempre intonare: sicurezza, sicurezza, parafrasando le parole dell’inno trionfale del partito nazionale fascista. Ma quella era un’altra storia. O no?

di Amedeo Olivieri

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27 Gennaio – GIORNO DELLA MEMORIA

Per non dimenticare

Per non dimenticare

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la Legge 20 luglio 2000 n. 211 dal Parlamento Italiano, che in tal modo ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come una giornata per commemorare le vittime del nazismo e dell’Olocausto.
Serve a ricordare anche tutti coloro che, a rischio della propria, hanno salvato altre vite.
La scelta della data è dovuta al fatto che il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, durante la loro avanzata verso Berlino, arrivarono nella cittadina polacca di Auschwitz e si trovarono di fronte al suo tristemente famoso campo di sterminio, liberandone i pochi superstiti e rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista.

a cura della Redazione

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In occasione della visita di Bush

Bush con il Papa

Bush con il Papa

Tratto da Cubia n° 83 – Giugno 2008

In occasione della visita di Bush

Questi più che mai sono i tempi dell’utopia profetica. Sono rimasta male dagli ultimi “passaggi”

teocratico-politici che qui in Italia stanno avvenendo, ma forse non solo in Italia…

Un amico mi chiede: come fai a credere ancora in certi valori, come fai a portare avanti la tua fede e le tue scelte di vita?!? Rispondo: è dura, ma io sono una tignaccia e penso che in epoche di chiusura sociale, di potere assoluto, di assoluta cecità mentale e culturale si fa più dura e forte la “resistenza” di chi crede e confida nell’Uomo; sia di chi crede in un ideale umanitario sia, e soprattutto, di chi “cerca” di credere in Cristo, sommo ispiratore-generatore della nuova umanità. Lui artefice della resurrezione umana, da Lui partita, e che continua nei poveri, nei derelitti, negli emarginati, negli “inutili” della nostra società. Il suo cammino è un sentiero ben segnato e chiaro a vedersi, ma difficile da percorrersi. Il senso della Sua Parola è pregnante e impregnato di Amore e di Vita. Forse qui ci può essere d’aiuto l’importanza che alla parola-significato viene data dalla cultura orientale.

La civiltà cinese (altri figli di Dio presso i quali Lui già dalla creazione dimora) dà grande importanza e valore al segno-senso della parola. La parola in sé è l’unica cosa dell’umanità che deve essere perpetuata, in relazione anche al culto degli antenati, cioè di coloro che ci hanno generati (a loro somiglianza). Edifici, opere antiche, palazzi e templi sono ricostruibili e imitabili, la parola NO, è quella, solo quella, nel segno e nel suo significato.

Questo ci viene dalla cultura e dalla vita di un popolo asiatico. Incontrare civiltà, stili di vita diversi, sapienze altre vuol dire crescere in umanità e amore verso Dio, Padre di tutti!

La Parola va valorizzata e ripensata nel suo senso originario e vero (non addomesticata a seconda della convenienza epocale e storica) perché siamo in gran confusione e rischiamo di perdere quella Profezia universale e aperta che Gesù ha risvegliato e vissuto nel suo tempo, andando contro l’Impero del potere. Profezia e Utopia si abbracciano nel nostro tempo per sostenere e vitalizzare la Speranza. Parola che deve diventare Vita!

Speranza per i Rom che possano sentirsi a “casa”.

Speranza per gli immigrati perché possano sentirsi accolti.

Speranza per gli esclusi perché possano sentirsi valorizzati.

Speranza per il mondo ricco e opulento perché impari a condividere e non ad accumulare.

Speranza per la mia persona perché possa riuscire ad essere coerente in ciò che dico e faccio.

Speranza per il Vaticano perché si renda conto dell’importanza del ruolo che svolge e, di conseguenza, non tradisca le aspettative.
Qui mi soffermo su un aspetto che fatico ad accettare, come membro della comunità cristiana.

Penso alla visita di Bush al Papa. Penso al Papa che riceve Bush e lo conduce in giro per il Vaticano ricambiando la visita di cortesia a suo tempo ricevuta in America. Va bene lo scambio di cortesie, va bene accogliere l’uomo Bush, ma accogliere il Presidente Bush mi fa male.

Il presidente Bush: sostenitore di una guerra preventiva! sostenitore di una politica imperialista che affama mezzo mondo! che ancora accetta nei suoi Stati la pena di morte! che giustifica un’economia distruttiva dell’ambiente! …

Tutto questo nella “casa” della Chiesa cattolica (universale) cristiana che ha scelto l’impegno nel mondo alla sequela di Cristo. Un impegno che la vede vicina ai violentati, ai sofferenti, agli emarginati, a quella bellissima Terra che ci ha dato perché ne fossimo tutori responsabili e non fruitori dissennati. Un impegno che coinvolge uomini e donne felici della scelta della non violenza, della condivisione e della testimonianza-martirio, proprio perché tutti vivano la giustizia e la vita piena.

Ora questa casa si apre a Bush, che ufficialmente rappresenta il potere dominante, e rimane chiusa agli immigrati non in regola (quindi che non servono), agli zingari cacciati dai loro campi (perché violentatori e rapitori), per i quali si lanciano appelli di accettazione e convivenza , ma … per loro la casa è chiusa, come purtroppo lo sono le nostre singole case!

di Magda Gaetani

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