La generazione frustrata dei giovani adulti: Caos Amore Caos

Copertina Caos Amore Caos

Copertina Caos Amore Caos

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno 2007

La generazione dei giovani cresciuta negli anni ’80 era stata ribattezzata in contemporanea, da un illuminato scrittore americano del periodo, Generazione X. Dove la X sta a significare la mancanza di ideali e di valori morali che distinguevano la beat generation e gli hippy dagli ormai imperanti yuppies. Poi negli anni ’90 si è cominciato a parlare di adultescenza: quel periodo di transizione tra l’adolescenza e l’età adulta, ormai infinito nella nostra società, in questo mondo dove anche un uomo di mezza età come Briatore può affermare senza suscitare scandalo che non si sente ancora pronto per sposarsi e “mettere la testa a posto”.

Di questa generazione parla Giuseppe Ricci, scrittore già noto per aver “sbugiardato” la Cattolica-bene svelandone, sotto le menite spoglie di nomi fittizi comunque identificabili per chi bazzica il giro, vizi (molti) e virtù (scarsissime), senza alcuna pietà, col suo primo romanzo “Amarkord”.

Con “Caos Amore Caos”, Ricci cerca di farci addentrare in un universo di giovani/adulti, che solo i tranta-quarantenni conoscono bene, le cui dinamiche perlopiù sfuggono al resto della popolazione: una generazione frustrata per la mancanza di un lavoro vero (come quello dei propri genitori), disorientata per la totale mancanza di meritocrazia e quindi dell’amoralità imperversante nella civiltà seguita al ’68 e al ’77, insensibile, ma soprattutto anestetizzata dalla pseudo-cultura dominante. Insomma l’altra faccia, rispetto ad “Amarkord”, di questa “generazione” di cui anche lo scrittore, anagraficamente, fa parte.

Un cenno alla trama (il tono ironico scaturisce qua e là a volte spontaneamente). Il protagonista è dunque un uomo (o comunque lo si voglia definire) sui trent’anni con un lavoro precario e una vita sovvenzionata dal padre ex-contestatore ora divenuto dirigente bancario e giunto così a più miti consigli rispetto alla politica e alla società.

Senza affetti fissi (si viene a sapere solo dopo diversi capitoli che il suo migliore amico si è tolto la vita), egli gravita attorno ad un gruppo (che l’autore ama definire con un0intuizione brillante il mio intorno): un insieme eterogeneo di più o meno coetanei. Questi ultimi hanno il loro punto di aggregazione in feste e festini vari, il loro unico interesse è ubriacarsi o abusare di sostanze stupefacenti; solo un ristrettissimo numero di maschi “impegnati” quando si incontrano parlano, persino di fatti di politica, esprimendo addirittura pareri o manifestando intenzioni di interventi attivi nella realtà.

Gli approcci con le ragazze (definite femmine in caso di avvenenza accertata) sono deludenti, non ceto per mancate possibilità (il protagonista non sembra avere “tempi di magra”) quanto a causa della costante e sconfortante stupidità dell’altro sesso, finto debole… tutto è inappagante. Il lettore capisce già dalle prime parole che il protagonista scrive in testimonianza di qualcosa accaduto come reazione a questo desolante quadro. Una risposta giunta dopo un cammino personale di riflessione (fin troppo breve?) che ha comportato gravi ripercussioni. Ripercussioni che, però, non saranno chiare se non alla fine della lettura. Stanco di droghe pesanti e vuoto spirituale, decide di riflettere sulle cause che hanno portato ad un tale deserto dell’anima, cerca in tutti i modi di liberarsi dagli oggetti che lo rendono schiavo di ritmi e desideri che non sono autenticamente suoi, sovverte il suo stile di vita fino a sconvolgere il suo equilibrio, anche mentale.

Ciò che ogni giorno inculcano spot televisivi e mass media in genere si insinua senza che ne abbiamo consapevolezza nelle nostre menti fino a cambiare il nostro modo di veder le cose: la superficialità imperante, l’estrema attenzione all’esteriorità e la povertà interiore ne sono una testimonianza quotidiana. Chi giunge ad aver tale coscienza sa a che prezzo si fanno queste conquiste individuali: la libertà è fatica, umiltà, solitudine.

Forse questo in particolare manca al protagonista: l’aver capito alcune cose importanti della vita non porta necessariamente a compiere gesti estremi (come quello esageratamente “francescano” del dono e del lancio nel vuoto degli oggetti tecnologici) o sconsiderati (la violenza, che ricorda tanto il terrorismo e sta sullo stesso piano, ma all’opposto, dell’esaltata munificenza).

Rivoluzione significa anche cercare di cambiare la società il più possibile dal suo interno, provando a forzare le regole e sfruttarle fino al loro limite senza necessariamente infrangerle. Non tutte le giovani donne carine sono stupide, non tutti i matrimoni sono la tomba dell’amore, non tutti i lavori onesti alienano e non tutti gli adulti sono vecchi; per accorgersi di ciò basterebbe uscire dal solito giro di conoscenti e tenere le pupille, le orecchie e la “testa” aperte.

Servirebbero meno grida e più azioni responsabili e volontà di realizzare costruttivamente qualcosa di nuovo. E c’è questa varia (o, per meglio dire, avariata) umanità che genericamente potremmo definire “under50”, perennemente alla ricerca della felicità materiale e carnale, della giovinezza come valore assoluto e imprescindibile, che non vuole conoscere null’altro che se stessa, è molto conosciuta ormai per chi, pur avendo messo su famiglia, non necessariamente si è rintanata in casa.

Appena una nota sullo stile: in certi punti l’anonimo personaggio principale di “Caos Amore Caos” somiglia maledettamente al Riccardo Spadavecchia di “Amarkord”, anche se dovrebbe esserne molto diverso. La caratterizzazione dei personaggi è la croce e delizia della letteratura italiana, ma forse in questo contesto un po’ di più non avrebbe gustato.
Giuseppe Ricci, Caos Amore Caos, pp. 185, Fratelli Frilli Editore, Genova.

a cura di Laura Giambartolomei

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