Il ritorno di Babele

Babele

Babele

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

C’era una volta un tempo in cui il Fato specchiandosi nell’arcobaleno si accorse di essere invecchiato. Davvero. Non era solo un’impressione. Occuparsi senza sosta di tutte le faccende che accadevano sulla terra aveva lasciato tracce inconfondibili sul suo viso e soprattutto ne stava spegnendo quel vigore dello sguardo che, osservato nel riflesso, gli dava garanzia d’esistere. E’ vero, da quando si era liberato di gran parte delle sue mansioni affidandole a sua figlia Casualità aveva ridotto la mole di stress che doveva sopportare. Ma c’era pur sempre la questione umana, fonte continua di preoccupazione. Prima di tutto aveva di frequente tra i piedi l’altra figlia, Libertà, che fin da acerba adolescente, aveva preteso di mettere becco nelle sue decisioni. Non voleva accettare, l’ingenua, di essere stata concepita come un placebo senza sostanza, con l’unico scopo di sedare le proteste dei malcapitati che si accorgevano sgomenti di non essere al timone della propria vita. Soprattutto, non comprendeva la fatica che faceva lui, il Fato, a tenere i fili delle vicende umane e tesserne le trame senza prendere posizione per nessuno, senza un’ideologia che ne anticipasse le mosse, o inutili gerarchie di valori che ne vincolassero l’operato ma aggiustando la storia e riempiendo e limando in modo che scorresse senza rilievi e senza abissi, confidando che sullo schermo dell’assoluta mancanza di senso avrebbe potuto un giorno apparire, trionfale, la sua sovranità. Ma tale epifania tardava a venire.Le umane e gli umani non lo capivano né dimostravano la benché minima simpatia nei suoi confronti, anzi, faticavano a riconoscerlo. Qualcuno si ostinava a chiamarlo “Provvidenza”, sempre pronto a scorgere segni di presunti miracoli ossequiando mummie dal volto siliconato e a nulla servivano le sciagure che lui provocava, invero in eccesso, per pareggiare i conti: venivano interpretate come giusto castigo celeste. Altri lo adoravano come “Progresso” e marciavano uniti, o così ritenevano, verso la stessa meta. Per far loro capire che una direzione non esisteva, ogni volta che si illudevano di esseri giunti a destinazione cambiava i fondali della scenografia, ma essi badavano a dirsi che il loro obiettivo era Utopia e che l’importante non era arrivare ma marciare. C’era poi la moltitudine dei diseredati, quelli che, piegando il capo e la schiena, dovevano far fronte ogni giorno ad una dose crescente di sofferenza. Costoro erano, sì, disposti a riconoscere il suo potere, ma in modo rassegnato, non certo con quell’enfasi celebrativa che il Fato pensava di meritare. Ciò che lo indisponeva maggiormente, però, era la grande massa di coloro che non lo chiamavano in alcun modo, neanche storpiandone il nome. Erano i gaudenti indifferenti. Prolassati sui comfort di vite servoassistite da tecnologie antropofaghe, immersi nel rumore di fondo di un chiacchericcio gossipato, impegnati da digestioni sempre più critiche e relative evacuazioni, stavano progressivamente perdendo, causa inutilizzo, quelle facoltà mentali di riflessione lucida e disincantata su cui solo poteva contare per vincere la sua battaglia identitaria. Mai lo avrebbero riconosciuto signore della storia, tantomeno come colui in grado di cancellarne per sempre l’idea stessa. Perchè costoro, ah i vanagloriosi, avevano finito per convincersi di avere qualità intrinseche esclusive o vantavano speciali intraprendenze soggettive sulla cui base rivendicare la posizione di privilegio che ritenevano di meritare pienamente. Ecco la parola chiave, merito. Italiani, dicevano, andiamo ad inaugurare la nuova era del Merito. Poichè dove c’è merito c’è gerarchia e dove c’è gerarchia c’è ordine e dove c’è ordine c’è sicurezza. Finalmente. Orbene, come condurre questa marea montante, ben protetta dai media e da pattuglioni di divise obbedienti, ad arrendersi all’evidenza che se era lì, sopra a spadroneggiare e sollazzarsi piuttosto che sotto a stramazzare, lo doveva solo a lui, dispensatore degl’infiniti incroci fortuiti di occasioni e seminatore casuale di cromosomi spermici distribuiti a pioggia? Forse che qualcuno tra loro aveva potuto scegliere la caratura del proprio genoma o prenotare su internet madre, padre o insegnanti capaci di svilupparne appieno le potenzialità? Chi era riuscito a visionare in anteprima il campionario di opportunità che lo attendeva insieme ad eredità pecuniarie o immobiliari più o meno consistenti? E quelli che blateravano di self-made-man, come se la volontà e la determinazione fossero qualità ascrivibili ad una qualche forma di io personale e non emergessero, invece, automaticamente, date certe condizioni? Ma per piacere! No, questa gente non avrebbe mai ammesso che senza di lui sarebbero stati Niente. Decise che fosse giunta l’ora di rimescolare le carte, di passare al tritacarne i cumuli di pregiudizi e di luoghi comuni talmente incancreniti nel linguaggio e avviluppati alle pratiche quotidiane da diventare invisibili. Avrebbe provocato una nuova Babele, ma in direzione contraria. Invece di complicare la comunicazione confondendo le lingue l’avrebbe liberalizzata, un’operazione a loro cara, rimuovendo ogni ostacolo alla sua piena circolazione.Rese trasparenti le loro menti. Immagini, pensieri, emozioni e sentimenti, tutto il prodotto di ogni cervello, era lì accessibile a chiunque in tempo reale. Bastava interagire con una persona o pensare a lei e si veniva invasi dal flusso della sua coscienza, nel mentre non si poteva impedire alla propria di manifestarsi allo stesso modo. La botta fu devastante. I rapporti economici, politici e sociali, crollate le fondamenta di menzogne su cui poggiavano, furono travolti. Gli ambiti di convivenza, dalla glorificata famiglia in su, si evidenziarono per quel che erano, luoghi di reciproco sfruttamento strumentali alla soddisfazione di bisogni e interessi egoistici. Le parole, quei suoni magici capaci di dare corpo a significati solenni per la misera teatralità umana, restarono sospese nelle laringi spiazzate e dei volti non sopravvissero che gli occhi attoniti. Aggirandosi tra le macerie della meritocrazia perduta il Fato continua ad attendere la sua investitura.

di Amedeo Olivieri

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