Archivi del mese: febbraio 2009

Correte ai ripari… prima che sia troppo tardi!

Nuova darsena

Nuova darsena

Tratto da Cubia n° 59 – Febbraio 2006

Anni fa ho ereditato da mio padre marinaio una casetta vicino a via Marconi a Cattolica. I due modesti appartamenti che compongono la casa non sono continuamente occupati, soprattutto in bassa stagione. Per questo li propongo spesso in offerta a degli amici francesi. Per la maggior parte mi dicono sì con entusiasmo, fino al momento in cui devo mostrare loro qualche fotografia della città, mare e spiaggia compresi, con le trenta file di ombrelloni. Qualche tempo dopo arrivano le scuse: qualcuno della famiglia ammalato, un contrattempo imprevisto, ecc… mille ringraziamenti, ma non sono mai riuscito a portare a Cattolica un francese, neanche gratis. Considero che la situazione è grave: i francesi non ne vogliono sapere di Cattolica, e l’espressione sul loro volto, nel guardare le cartoline, è eloquente e senza ambiguità.
La nostra, come tutta l’Italia, è una zona contaminata dal turismo di massa. Tra tutte le nazioni turistiche, nello scorso anno, l’Italia è la sola ad avere avuto una percentuale negativa: – 6%. Le cose cominciano a diventare serie. Dove sono i rimedi? Negli anni ’70, Federico Fellini, a proposito della riviera romagnola, scriveva sui giornali: “E sono fieri del disastro che hanno fatto”. Dal canto mio l’avevo capito sin dagli anni ’60.
Consideriamo le spiagge. In Francia, una recente legge impedisce di affittare un appartamento singolo che abbia a disposizione una superficie di spiaggia inferiore a 9,00 metri-quadrati, perché considerato appartamento indecente. La superficie di spiaggia messa a disposizione dei bagnanti nella nostra Riviera è in media per ogni ombrellone, cioè per 3 persone, di 9,00 metri-quadrati, cioè di 3 metri-quadrati a persona: il criterio di “indecenza” è ampiamente superato. E in futuro il mare crescerà inevitabilmente, e avrete sempre meno spiaggia. Allora le alternative sono due: o inventate le sdraio verticali, o prendete coscienza ragionevolmente del problema. Infatti, degli studi scientifici, in seguito a prelevamenti dal fondo marino del mare Adriatico, hanno rivelato la presenza di strati di sale. Ciò significa che questo mare, a più riprese, si è seccato e riempito di nuovo. Mi ricordo che negli anni ’40 e ’50, in via Belvedere a Cattolica, praticamente ogni inverno, in occasione di burrasche importanti, la strada veniva inondata. Per impedire che l’acqua del mare entrasse nelle case, gli abitanti mettevano alla base delle porte d’ingresso delle tavole di legno. Dunque, il fatto che il mare Adriatico cresca è un fenomeno naturale, amplificato dall’effetto serra dovuto alle emanazioni di CO2 provocate dall’uomo.
Ho letto sul n. 51 di Cubia che il signor Pietro Pazzaglini, sindaco di Cattolica, avrebbe l’intenzione di lanciare un concorso di architetti per un progetto futuro sul lungomare che va dal Kursaal al Porto. A questo punto mi sento obbligato a sottolineare la frase di Fellini riportata in precedenza. Per lo sviluppo di Cattolica è tempo di mettere il motore a folle, poi di andare tutta a marcia indietro se possibile, avendo nel mirino la città com’era negli anni ’40 e ’50. A Cattolica, la vista a ponente della spiaggia è inquinata da masse imponenti di cemento armato. Si dovrebbe usare la dinamite per sradicare quella cancrena dalle fondamenta e sostituirla con villette e giardini pubblici o privati.
Ho poi sentito che la costruzione di un’altra darsena è cominciata e che sarebbe destinata a ricevere imbarcazioni da diporto anche nuove. Gli sbagli sono innumerevoli e imperdonabili. Ne citerò soltanto due.
Primo. I fondali della nostra riviera sono troppo bassi per permettere alla pratica del yachting di prosperare e svilupparsi.
Secondo. E’ ormai tempo, al posto di spendere in opere irrisorie e frivole, di risparmiare. E se volete che Cattolica non faccia la stessa fine di New Orleans, inondata a causa delle dighe di protezione troppo basse e fragili, fate preparare dei progetti dai migliori ingegneri olandesi al mondo, specializzati in dighe, e sbrigatevi perché tra breve tempo saranno molto richiesti.
In conclusione. Che nella Riviera Romagnola, e soprattutto a Cattolica, le cose vadano bene è una pura illusione. Secondo il mio parere, site nel pantano. Se continuate come avete cominciato, allora addirittura sarete nelle sabbie mobili: più farete e più affonderete, e se, malgrado tutto, insisterete sulla via tracciata, non dimenticate di lasciare alle generazioni future quantità importante di dinamite.

di Alvio Cervella

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L’adorazione di Erode

Fra Alberto Maggi

Fra Alberto Maggi

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

“Gesù il Messia nacque così: Maria sua madre era promessa sposa di Giuseppe, e prima che cominciassero a vivere insieme si trova in attesa di un figlio per opera dello Spirito Santo” (Matteo 1,18)

La nascita di Gesù, con l’accettazione da parte di Giuseppe del suo concepimento per opera dello Spirito Santo, non ha segnato la fine della turbolenza nella vita di Maria e Giuseppe.
Chi mi ascolta vivrà tranquillo, senza paura di nessun male“, aveva sentenziato il grande re Salomone (Pr 1,1.32), ma a Giuseppe e Maria l’aver ascoltato il loro Signore non ha portato tranquillità.

“Così nacque a Betlemme di Giudea ai tempi di Erode. Allora alcuni magi giunti da oriente si presentarono a Gerusalemme domandando: Dov’è quel re dei giudei che è nato? (…). Saputo questo il Re Erode si spaventò, e con lui tutta Gerusalemme; convocò tutti i sommi sacerdoti ed i dottori del popolo, e chiese loro informazioni circa il luogo in cui doveva nascere il messia. (…)
Allora Erode chiamò in segreto i magi, perché gli dicessero con precisione quando era apparsa la stella; poi li mandò a Betlemme con questo incarico: Informatevi esattamente del bambino, e quando l’avrete trovato avvisatemi, perché vada anch’io a rendergli omaggio”.
(Matteo 2, 1-8)

Maria e Giuseppe si trovano a Betlemme, dove Gesù è nato. I sommi sacerdoti e gli scribi della vicina Gerusalemme hanno già informato Erode, che ha espresso il desiderio di adorare “il re dei Giudei” nel luogo dove questi è nato: “A Betlemme di Giudea” (Mt 2,5) da dove, secondo il profeta Michea, “uscirà il Messia” (TgMic 5,4). Ma da Gerusalemme nessuno si è dato la pena di verificare se nella piccola Betlemme si fosse realizzata la profezia di Michea.
L’atteso Messia è li a due passi e nessuno si muove.
Veramente una visita c’è, ma non è quella attesa. I personaggi che si sono presentati da Maria e Giuseppe hanno sconcertato i genitori di Gesù. Infatti, gli unici che si recano nella casa di Betlemme sono “alcuni maghi giunti da oriente“. (Mt 2,1)
Per comprendere la presenza dei maghi a Betlemme, è necessaria un’opera di restauro. Occorre ripulire la figura di questi personaggi dalle incrostazioni accumulate nel tempo da tradizioni che hanno ridotto i maghi ad elemento di folclore.
Lo sconcerto che dei maghi fossero stati i primi ad adorare Gesù ha portato i primi cristiani a cercare di nobilitare tali personaggi, elevandoli a dignità regale. In seguito si è provveduto a trasformare l’imbarazzante termine maghi, che era adoperato nella lingua greca per indicare i ciarlatani e gli imbroglioni, nel più innocuo magi (unica volta che il greco màgoi-maghi è tradotto così).
In base ai doni portati si stabilì il loro numero in tre e si trovarono persino i nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Infine, nella tradizione i maghi vennero rappresentati uno bianco, uno nero e l’altro meticcio… e i personaggi per il presepio sono pronti.
Con la presenza dei maghi, l’evangelista intende affermare che i primi (e gli unici) a rendere omaggio al re dei Giudei sono stati i pagani (giunti da oriente). Constatando l’assenza dei sommi sacerdoti e la presenza dei maghi a Betlemme, Matteo anticipa e realizza la profezia di Gesù:
“Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori”. (Matteo 21,43)

L’estensione del regno di Dio ai pagani viene raffigurata nei doni che i maghi offrono:
ORO – Omaggio regale: i pagani riconoscono Gesù come loro sovrano (1 Re 9,11.28). Il regno di Dio si estende a tutta l’umanità, pagani e peccatori compresi, perché tutti sono oggetto dell’amore di Dio, qualunque sia la loro religione o la loro condotta. (Matteo 5.45)
INCENSO – Una caratteristica esclusiva del popolo d’Israele era quella di essere un “regno di sacerdoti” (Es 19,6), e l’incenso era l’elemento specifico del servizio sacerdotale (Lv 2,1-2). L’offerta dell’incenso a Gesù significa che il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più riservato ad Israele, ma viene esteso a tutti i popoli. (1 Pt 2,9; Ap 5,10)
MIRRA – Nei profeti, il rapporto tra Dio ed il suo popolo era raffigurato con l’immagine del matrimonio, nel quale Dio era lo sposo ed Israele la sposa (Is 62,5; Os 2). La mirra, simbolo dell’amore della sposa per lo sposo, è il profumo con il quale l’amante seduce il suo amato: “Ho profumato il mio giaciglio di Mirra” (Pr.7,17;Ct 5,5). Il dono a Gesù è segno che l’onore di essere il popolo sposo del Signore non è più solo di Israele ma, attraverso i maghi, viene esteso a tutte le nazioni pagane.

“Non appena quelli se ne furono andati, l’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, resta lì fino a nuovo avviso, perché Erode cercherà il bambino per ucciderlo”. (Matteo 2,13)

Il potere è sempre “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44). Erode aveva espresso il desiderio di adorare il re dei Giudei. In realtà voleva ucciderlo.
Erode è il re che era stato capace di uccidere i propri figli per paura che gli togliessero il potere e, giocando sull’assonanza, nella lingua greca, tra la parola porco (hys) e figlio (hyòs), circolava il detto che era “meglio essere un porco che figlio di Erode” (Saturnalia II,IV, 11).
Il re, per dimostrare al popolo che rispettava la Legge ebraica, non mangiava il maiale (Lv 11,7), ma per mantenere il trono uccideva i propri figli.
Giuseppe, preso il bambino e sua madre, scappa in Egitto.
Si ripete al contrario la storia del popolo d’Israele. Questo era fuggito dall’Egitto, “dalla casa di schiavitù” (Dt 5,6), e aveva trovato rifugio nella terra promessa.
Ora la terra della libertà si è trasformata in terra di morte dalla quale occorre fuggire e trovare rifugio proprio in Egitto. Si corre meno pericolo in Egitto, tra i pagani idolatri, che a Betlemme, nelle vicinanze di Gerusalemme, la città santa che pullula di sacerdoti e persone devote.
Sinagoga e Tempio, religiosi e persone pi, saranno per il Figlio di Dio un pericolo mortale dal quale dovrà costantemente fuggire. In terra pagana, tra peccatori e miscredenti, troverà sempre rifugio, accoglienza e fede.

“Erode, vedendosi beffato dai maghi, si adirò moltissimo e mandò ad uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù”. (Matteo 2,16)

Questa strage è un duro colpo alle certezze di Maria e di Giuseppe.
Essi credono nel Dio di Israele, in colui che per liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana non esitò a sterminare “ogni primogenito nel paese d’Egitto” (Es 12,29), e nella preghiera benedicono “Colui che percosse gli Egiziani nei loro primogeniti, perché la sua bontà dura in eterno” (Sal 136,10).
Ora è Erode a sterminare i bambini di Betlemme, per cercare di uccidere il figlio di Dio.
Perché questa volta il Dio, a cui tutto è possibile, non agisce, perché non colpisce Erode, così come ha percosso il faraone?
Maria e Giuseppe avranno tempo per riflettere, per scoprire che il Dio che si manifesterà nel loro figliolo è diverso da quello che essi hanno conosciuto: non ucciderà i nemici, ma darà anche a loro la vita (Mt 9,23-25).

Di Alberto Maggi

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Cosa significa “Ignorare”

Giorgio Pierani

Giorgio Pierani

Tratto da Cubia n° 59 – Febbraio 2006

Ignorare vuol dire non sapere.
Ignorare vuol dire far finta di niente.
Prendo spunto da questa parola per raccontare una situazione che mi è capitata pochi giorni fa in montagna e la conseguente risposta di un mio amico ad una mia precisa richiesta di ignorare.
Il fatto. Nell’albergo dove ero alloggiato per la classica settimana bianca, con la mia famiglia e un gruppo di amici di Cattolica, c’era un gruppo di romani.
Una sera, dopo cena, nell’uscire per una passeggiata rilassante, vedevamo, di fronte all’albergo, uno di quei signori romani che con una bomboletta nera scriveva sulla neve quelle classiche frasi che inneggiano ad un certo periodo della nostra storia: per essere più precisi, l’epoca fascista. Un paio di miei amici volevano intervenire con frasi che si ascoltano allo stadio quando si incontrano due opposte tifoserie. Per non creare situazioni spiacevoli ho chiesto loro di ignorare ciò che vedevamo e andarcene per la nostra strada. E infatti, da persone intelligenti i miei amici si sono limitati ad alcune battute proseguendo per la strada che ci eravamo prefissi.
Un mio amico mi ha fatto notare che ignorare ciò a cui avevamo assistito senza intervenire era quasi come consentire loro una legittimazione, come era avvenuto oltre settant’anni fa, quando quella ideologia aveva preso il governo italiano, con tutto quello che ne è derivato.
Molto probabilmente, i primi focolai di quelle persone arroganti e prepotenti erano cominciati così, nel disinteresse delle persone.
Poi, piano piano, hanno governato l’Italia.
Perché ho fatto questa premessa? Perché voglio stimolare l’attenzione di chi, come me, segue la vita amministrativa di Cattolica.
Preciso subito una cosa: chi ci amministra a Cattolica, oggi come ieri, non ha niente a che fare con i personaggi che ho incontrato in montagna, il paragone non è con le persone che ci governano, ma è nella parola “ignorare” e nell’atteggiamento quotidiano che consegue.
“Ignorare”, nel significato di “non sapere”, è quello che accade alla stragrande maggioranza dei cittadini.
Su 16.000 abitanti, in quanti sanno perché al posto di un bene storico oggi c’è un condominio? Perché mancano i parcheggi? Perché manca il verde? Perché si continua a vendere beni pubblici? Perché si pagano tasse più alte di quelle che in realtà si dovrebbero pagare?
Sino a qualche anno fa anche io ignoravo tutto questo. Non sapevo chi era il vicesindaco, cosa facevano gli assessori, che esistevano i consiglieri; andavo in Comune solo per richiedere un certificato di residenza o di famiglia che serviva per il mio lavoro.
Pensavo che, se l’ufficio tecnico concedeva il permesso per costruire un condominio, il piano regolatore lo permetteva, e quindi, se ricorrevano le stesse condizioni, chiunque poteva costruire un condominio in quanto il piano regolatore lo consentiva.
Ignoravo, come la stragrande maggioranza dei cittadini, qual è la triste realtà della vita amministrativa a Cattolica.
“Ignorare”, nel significato di “lasciare perdere”, in effetti, così come mi ha fatto notare il mio amico, forse è la cosa peggiore.
Da quando ho cominciato ad informarmi sulla vita amministrativa di Cattolica, sono venuto a conoscenza di molti, e dico troppi, casi “strani”, ho cercato di non “ignorare” tutto questo rappresentando la situazione ai soggetti competenti, ma ho constatato che c’è troppa gente che fa “spallucce”.
In realtà, mi sono accorto che c’è molta gente che sa e potrebbe fare, ma fa finta di ignorare. Le persone che sanno, ma ignorano, sono coloro che leggono i giornali, hanno la possibilità di accedere ai documenti per verificare se certe cose sono veritiere, ma lasciano le cose come stanno: per inerzia, per codardia, per “quieto vivere”?
Non lo so e non mi ergo a giudice del comportamento altrui, ma questo silenzio contrasta col fatto che poi ci si lamenta perché non ci sono i parcheggi, perché le tasse sono alte, perché mancano i soldi per i servizi utili alla collettività, perché mancano strutture sociali.
Se le persone che hanno creato questo sono ancora ai loro posti, percepiscono lauti stipendi, si sentono sicuri di sé perché stanno nella “stanza dei bottoni”, a forza di “ignorare” cosa possono fare in futuro?

di Giorgio Pierani

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Non congelate la memoria

Ilan Pappe ad Al Jazeera

Ilan Pappe ad Al Jazeera

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico)”. (legge 211/2000)

Memoria, biologicamente è la funzione che permette il ricordo, psicologicamente e culturalmente è molto di più: ciò che consente la costruzione e l’evoluzione nel tempo della nostra identità, personale e collettiva. Lo smemorato totale sarebbe un alieno a se stesso, né potrebbe riconoscere alcunché negli altri e nelle situazioni. Condannato a vivere una somma di momenti smembrati.
Tutti abbiamo uno sfondo interiore, una scenografia rappresentativa della realtà fuori di noi che mantiene una sua continuità grazie alla memoria. In questo ambiente ricostruito collochiamo i nostri pensieri, le nostre azioni e relazioni e cerchiamo di dar loro un senso. In apparenza ci muoviamo nello spazio fisico comune che condividiamo esternamente, effettivamente agiamo e reagiamo nella solitudine del nostro contesto interno. Questo affresco che tappezza la stanza della nostra psiche è composto da immagini, sensazioni, convinzioni che si sono sedimentate durante le irriducibili storie personali: inevitabile che gli uomini fatichino ad intendersi a un livello profondo. Anzi, se potessimo esporre pubblicamente tali scenografie mentali, saremmo sorpresi di come sia possibile comunicare a partire da prigioni singolari così differenti. Quando succede è perché riusciamo a sovrapporre frammenti di storia condivisi alle biografie individuali, integrandoli deliberatamente nel nostro quadro interno che, per lo più, si autogenera in modo incontrollato. Le “giornate della memoria” rispondono proprio al tentativo cosciente di catalizzare in ciascuno elementi di storia collettiva tanto densi di significato radicale da poter superare i differenti filtri interpretativi soggettivi e produrre così discorsi comuni per valori partecipati. Ma non illudiamoci che sia un processo immediato. Occorre tempo perché accadimenti ad alto contenuto di materiale fecondo per la maturazione dell’etica umana sprigionino tutta la loro potenzialità. Un tempo durante il quale la ricostruzione storiografica deve procedere di pari passo alla comprensione profonda dei diversi fattori che hanno reso possibile gli eventi. Ed è anche un processo dinamico mai definitivo: emerge in modo evidente proprio in riferimento alla memoria della Shoah. Ogni rito o gesto simbolico che ne riattualizzi la tragedia contiene un’invocazione: mai più! Come è possibile allora che i rappresentanti di quello stesso popolo che ne è stato vittima, si siano tramutati in carnefici spietati nei confronti dei palestinesi? Forse perché in troppi hanno congelato la memoria dello sterminio è l’hanno resa impenetrabile al confronto con la prosecuzione della storia. Come se l’Olocausto fosse divenuto un assoluto del male così potente da rendere la gente che lo aveva subito immune da ogni ulteriore chiamata a rispondere di efferatezze inflitte in proprio.
Ma il fare memoria non sopporta di essere confinato nel passato. Chiede di rigenerare continuamente i nostri sfondi interiori perché non sclerotizzino e trova il suo senso pieno nella luce che proietta per generare un futuro di maggior giustizia. E può realizzare ciò solo rimanendo aperto alle richieste di inclusione che nuovi conflitti etici reclamano. Ecco perchè oggi non è più possibile fare memoria della Shoah senza connetterla con la realtà storica delle vicende che riguardano la nascita violenta dello stato di Israele, dai suoi prodromi, anteriori alla vicenda nazifascista, fino all’ultimo eccidio dei palestinesi a Gaza di questi giorni, asetticamente definito piombo fuso. Ha ragione Ilan Pappe* quando dice: “Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi dalla fondazione dello stato di Israele. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza”. Per questo, chi pretendesse di liquidare piombo fuso come legittima risposta ai lanci di razzi da parte dei combattenti di Hamas o chi si preoccupa più per qualche pezzo di tela bruciata, detta bandiera, che delle vite dei bambini seppelliti sotto le macerie di Rafha, ha l’obbligo morale di documentarsi prima di sproloquiare. A meno che non intenda diventare contraltare del presidente iraniano Ahmadinejad che, sul fronte opposto, rifiuta di riconoscere lo sterminio degli ebrei. I fatti storici sono portatori di una verità indipendente dall’ideologia di chi li ricostruisce, verità che chiede onestà intellettuale. Ce lo testimonia Asher Ginsberg**, un ebreo russo che si recò in Palestina già nel 1891 per valutare la fattibilità del disegno sionista. Nonostante il suo schieramento esplicito scrisse un articolo premonitore intitolato “Verità della terra d’Israele”: “Abbiamo l’abitudine di credere, fuori da Israele che la Terra di Israele sia oggi quasi del tutto deserta, arida e incolta e che chiunque voglia comprare terreni possa farlo senza intralci. Ma la verità è completamente diversa. In tutto il paese è difficile trovare campi coltivabili che non siano coltivati. Abbiamo l’abitudine di credere, fuori da Israele che gli arabi siano tutti selvaggi del deserto, un popolo che somiglia agli asini; che non vedano e non capiscono quello che accade intorno a loro. Ma questo è un grande errore. L’arabo, come tutti i figli di Sem, ha un’intelligenza acuta e scaltra. Se verrà il giorno in cui la vita del nostro popolo (gli ebrei) nel paese di Israele si svilupperà al punto da spingere in là, anche solo di un poco la popolazione locale, quest’ultima non abbandonerà mai il suo posto facilmente”. Se solo ne avessimo fatto memoria.

* studioso israeliano, docente universitario di storia, autore di “Storia della Palestina moderna”- Einaudi

** in A.Gresh – Israele, Palestina- Einaudi

di Amedeo Olivieri

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Michele Luppi insegna una musica da Alternoteca

Michele Luppi

Michele Luppi

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Si, vogliamo divertirci, e divertire, regalare qualcosa di davvero speciale al nostro pubblico, qualcosa di altamente istruttivo, interessante e ricco di un bagaglio culturale enorme.
Questo è il presupposto da cui parte l’associazione Alternoteca nel presentare il seguito del progetto didattico-musicale inaugurato nel dicembre 2007 con lo stesso artista, proposto per la seconda volta lo scorso 8 dicembre: Michele Luppi.
Il successo della prima edizione s’è ripetuto nuovamente con più di 60 partecipanti, che hanno dimostrato grande interesse ed entusiasmo. Questo secondo workshop è stato più lungo ed approfondito del precedente, prova dell’enorme esperienza e loquacità dell’artista emiliano, che ha descritto in maniera chiara ed impeccabile il suo personale metodo di canto ed il proprio approccio alla musica, toccando anche argomenti più precisi e complessi quali psicoacustica, percezione del suono, struttura e funzionalità dei microfoni da studio e da live, e anche preziosi accenni sul suo personale metodo di registrazione.
Michele Luppi, cantante, tastierista e produttore, nato a Reggio Emilia nel 1974, diplomato al VIT di Los Angeles, oggi celebre in tutta Italia e nel mondo per le sue collaborazioni con artisti internazionali di altissimo livello, autore di uno splendido disco solista (“Strive”, 2005), voce di altri innumerevoli album in campo Rock/AOR/Metal e partecipe di due tournè mondiali con Umberto Tozzi e una con i Vision Divine, ha dimostrato una grande sensibilità ed emozione verso il proprio pubblico, rendendolo partecipe ed attivo alla lezione.
Perché la meravigliosa voce del cantante italiano, stimato dai maggior media come uno dei migliori singer del momento, non è solo un dono di natura o il merito di uno studio incessante e di tanta devozione alla musica, ma è anche il risultato di un continuo confronto con il proprio pubblico, con gli allievi e i musicisti di tutte le culture e ogni dove.
Oltre al corso della lezione, durata quasi 7 ore (!), Michele ha inoltre riservato un enorme spazio agli approfondimenti individuali, alle domande collettive, alle fotografie, dediche ed autografi.
Insomma, Michele Luppi è un musicista vicinissimo al profilo pubblico, una persona umile, gentile, disponibile e con uno spiccato senso dell’umorismo, una star con i piedi per terra, come lui stesso si definisce nella sua canzone “I don’t wanna be a star“.
Prima di concludere l’articolo con le parole dello stesso Michele, vorrei ringraziare, per conto dell’Associazione Alternoteca, il Comune di Cattolica – nell’assessorato alle politiche giovanili -, la BCC di Gradara, la Nuova TCM srl, l’associazione Zavatta, Stefano Giuliani.
Questa disciplina dev’essere alimentata non solo dalle singole giornate ma stimolando lo studio individuale, fondamentale per una qualsiasi riuscita.
Sono felice ed onorato di aver fatto parte di un progetto che ha per fine dei valori importanti come la musica, la disciplina ed il condividere esperienze.

Di Daniela Badioli

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Aldebaran Cattolica Nuoto presenta la squadra agonistica 2009

Logo Cattolica Nuoto

Logo Cattolica Nuoto

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Il 29 Novembre 2008 presso la piscina Comunale di Cattolica, si è svolta alla presenza del Vicesindaco Assessore allo Sport Giuseppe Prioli, la presentazione ufficiale della nuova squadra agonistica Aldebaran-Cattolica Nuoto.
Nata a Settembre 2008 dalla fusione della ASD Cattolica Nuoto, una realtà consolidata nel panorama agonistico della nostra Provincia, con la ASD Aldebaran, organizzatrice di tutti i Corsi Nuoto, Acquagym, Hidrobyke e gestore della Piscina Comunale di Cattolica.
Ai vertici della Aldebaran-Cattolica Nuoto il Presidente Marco Berlini, il Vicepresidente Eros Montemaggi, mentre l’ex Presidente della Cattolica Nuoto Luigi Semprini, è ora direttore responsabile del settore agonistico, supportato dai dirigenti Alessandro Fuzzi, Lorenzo Masini e dalla Direttrice di Vasca Mariangela Mancini.
Cambiamenti anche dal punto di vista tecnico, dove troviamo un nuovo allenatore per la squadra dei Ragazzi Juniores e Assoluti, il giovane e promettente Marco Magnani, che sostituisce il tecnico dimissionario Guido Muccioli, mentre l’allenatore delle squadre esordienti, Massimiliano Benvenuti, quest’anno allenerà anche la squadra Master, oltre ad avere avuto l’incarico di Direttore Tecnico Responsabile dell’attività agonistica di tutte le squadre dell’Aldebaran-Cattolica Nuoto.

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Candidato sindaco di Cattolica per il centro destra

Stemma UDC

Stemma UDC

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Cono Cimino di nomi non vuol farne. “Dobbiamo prima confrontarci”, chiosa, e si concentra piuttosto sul metodo con cui il centro-destra individuerà il proprio candidato a sindaco di Cattolica per le prossime amministrative.
Ma sentendo un pò in giro, qualche nome trapela. Il suo, a onor del vero, è uno dei primi. Cimino ha alle spalle una lunga attività politica sui banchi dell’opposizione, dove si è fatto apprezzare, per correttezza e lealtà, anche al di fuori del proprio schieramento. E poi la candidatura del segretario del PDL non può certo non essere presa in considerazione.
Se prevalesse comunque la linea della candidatura d’appartenenza, altri nomi spendibili potrebbero essere quelli di Mario Pagnini e Maurizio Carli, o, se si deciderà di optare per gli alleati, ci potrebbe essere Pierangelo Del Corso (Udc), che ha militato sugli scranni di maggioranza ai tempi del sindaco Gianfranco Micucci.
Qualora invece dovesse prevalere l’ipotesi di una candidatura del tutto presa dalla società civile, il nome “principe” resta quello di Gianfranco Vanzini, anche se si dice che ci sarebbero pure altri imprenditori, per ora ignoti, pronti a cimentarsi.

di Francesco Pagnini

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Intervista a Cono Cimino: “Primarie nel PDL?”

PDL

PDL

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Anche il centro-destra a Cattolica potrebbe fare le sue primarie. Ma non sarebbero “assembleari” come quelle del Pd, bensì aperte solo ad iscritti e tesserati, e interne ai circoli. Questo perché, spiega Cono Cimino, segretario e cittadino del PDL (e, secondo qualche ambiente, candidato in pectore per il centrodestra), “mi pare che questo strumento, che va benissimo in America dove è connaturato nella tradizione di quel sistema elettorale, nella nostra realtà rappresenti una forzatura, oltre ad un grande dispendio di energie e di risorse”.

Ma in questo modo, Cimino, non si presta alle critiche di coloro che vi accusano di voler decidere nelle segrete stanze, e con metodi vecchi, invece di dar voce alla gente?

“Guardi, nessuno dice che vogliamo decidere in pochi. Dico solo che, se le primarie devono portare allo spettacolo che ha dato il Pd cattolichino, con accuse, controaccuse tra persone che in consiglio hanno sempre votato nello stesso modo, veleni, manifesti, promesse per carpire facile consenso, ne facciamo volentieri a meno. Quelle del Pd dovevano essere primarie di coalizione e lo sono state solo per finta. E poi si sono prestate ad intromissioni, anche se noi, da galantuomini, non le abbiamo fatte, nonostante tutte le parti in causa ci avessero cercato facendoci promesse. Svolte così, le primarie sono anacronistiche. Noi, invece, analizzeremo la situazione all’interno del nostro direttivo, in cui nella massima serenità emergeranno le varie posizioni. E queste saranno poi le posizioni sulle quali ci andremo a confrontare con la nostra base, nei circoli, anche, non lo escludo, chiedendo formalmente il parere dei tesserati non dell’ultima ora e degli iscritti. Non certo in pochi dunque, come vede. D’altra parte, il fatto di saper stare in mezzo alla gente l’abbiamo dimostrato in ogni occasione. Basti pensare all’affluenza ai gazebo per mandar via il Governo Prodi. La gente vuole concretezza, e noi faremo proposte concrete. Tra l’altro, ultimamente sto vedendo crescere, attorno al nostro schieramento, molto interesse da parte dei giovani. E, in conclusione, non credo proprio che ci si possa accusare di usare metodi vecchi. Direi invece che proprio il centro-destra, a Cattolica, ha sempre proposto progetti politici avanzati. Forse troppo avanzati, tanto che l’elettorato non sempre li ha capiti appieno”.

A cosa si riferisce di preciso?

“Siamo stati i primi, storicamente, a proporre candidati della società civile. A partire dal dottor Maurizio Lugli, quindi Giovanna Gaudenzi, un’albergatrice e soprattutto, 5 anni fa, il dottor Carlo Bulletti. Quest’ultimo è stato l’esempio più evidente di un progetto politico civico. Mirato cioè a proporre una forza di governo e degli amministratori presi dalla società civile, prescindendo dall’appartenenza politica o partitica. La riprova è che poi Bulletti è approdato al Pd. Ma, come ripeto, forse era troppo presto”.

E adesso? Quale ritenete sia il modo migliore per presentarvi agli elettori cattolichini tra qualche mese?

“Certo, la vittoria di Marco Tamanti alle primarie del Pd era tutt’altro che scontata, e apre scenari diversi. Dal punto di vista politico estremizzerà il confronto, specie se Tamanti cercherà l’accordo con la lista Arcobaleno di Alessandro Bondi e con Sinistra Critica. Il Pdl diventa, in quest’ottica, davvero la casa dei moderati, ma anche di quei moderati che ora sono nel centro-sinistra e che in una coalizione di quel tipo si sentirebbero a disagio. Di conseguenza, anche alcune persone della società civile che fino ad ora non se l’erano sentita di scendere in campo, in questa situazione caratterizzata ideologicamente, ma aperta, potrebbero dare la loro disponibilità. E d’altra parte non possiamo però trascurare che il centro-destra a Cattolica, in questi anni, si è messo nelle condizioni di esprimere una classe dirigente credibile ed in grado di guidare la nostra città con tutte le carte in regola. Ne discuteremo, come dicevo”.

I vostri alleati di coalizione condividono questa sua idea su come fare il confronto?

“Sono molto felice di dire che la nostra coalizione, a Cattolica, è molto unita. E devo dire che lo è ormai da tempo. I rapporti interni sono molto buoni. Tanto con l’Udc quanto con An. Ripeto: discuteremo”.

Se, per ipotesi, il sindaco uscente Pietro Pazzaglini e la “Lista Micucci” chiedessero a voi di andare assieme alle urne, magari creando un’unica lista civica mirata a contrastare lo spostamento a sinistra del Pd che lei ipotizzava, sareste disponibili?

“Una premessa: noi non facciamo, e non faremo, politica contro qualcuno o demonizzando qualcuno. Le dico anzi che nel corso della legislatura che volge al termine vicine all’Arcobaleno, e anche alla fronda che Tamanti e Antonio Gabellini rappresentavano, avendo comunque, a mio avviso, un disegno di città più condivisibile. Ad ogni modo, qualora qualche scontento del Pd venisse da noi, credo sia opportuno chiedergli intanto di uscire dal partito, poi di costituire una lista civica con la quale presentarsi alle elezioni, per poi tornare a discutere dopo il primo turno: credo sarebbe più corretto discutere avendo sotto mano il risultato che ognuno ha ottenuto”.

di Francesco Pagnini

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L’osteria da Zizì

Piano a Cilindro

Piano a Cilindro

Tratto da Cubia n° 84 – Settembre 2008

I problemi della sopravvivenza, nei primi anni del Novecento, non lasciavano troppo spazio al divertimento, indispensabile per distaccarsi almeno per un po’ dalle tante difficoltà della vita. Si cercava comunque qualche piccola distrazione dai problemi di tutti i giorni, causati soprattutto dalla dilagante povertà, e il luogo ideale –almeno per gli uomini- era l’osteria, con un bicchiere di vino, un troccolo di pane, una partita a carte e magari ogni tanto, quando ci si ritrovava in tasca qualche soldino in più, si poteva anche fare qualche merenda con un piatto di fagioli, o di trippa, piatti tipici delle osterie.
Erano luoghi miseri, che servivano anche come stalle per animali, in genere: cavalli da lavoro e buoi. Erano arredati con qualche tavolone, con qualche panca e poche misere sedie impagliate e sfilacciate. I banchi di mescita erano ottenuti da: tavolacci ricoperti con carta gialla dei fornai, una bacinella (un caden, smalted, e scruc-lèd) piena di acqua fredda per sciacquare i quattro bicchieri disponibili. Durante l’estate non mancava la famosa cartuccia di carta moschicida, “Acchiappa mosche”, che pendeva dal soffitto… altrochè i veleni di oggi!-
Entrando, ti assaliva un buon odore di vino, pipa, sigari, e tabacco che al vniva cianc-ghèd, in mancanza del quale: i fumeva, la stopa(canapa), la foja d’ furmanton (frumento). Nonostante la presenza dei cartelli che vietavano di bestemmiare e di sputare in terra, gli avventori non osservavano tali regole: ogni tent i treva quelch mocle, e i spuda-cc inscunteva. Poichè “da cosa nasce cosa”, la famiglia Gaudenzi, che gestiva l’osteria da “Zizì”, aveva intuito che, in mancanza di altri divertimenti, lo strumento adatto per allietare gli avventori era la musica: iniziò così a Cattolica l’era dei dancing.
E’ sorprendente l’aver pensato di produrre la musica con un curioso e originale strumento meccanico, chiamato piano a cilindro, parente stretto di quello strumento munito di ruote che accompagnava, fin dalla notte dei tempi, i cantastorie ambulanti di ogni parte d’ Europa: si può definire l’antenato del juke-box. Questo particolare strumento, che esiste ancora oggi ed appartiene agli eredi Gaudenzi, era stato costruito da un artigiano di Bologna, e precisamente dalla Ditta Gaetano Simoni, che aveva la bottega in via Cairoli 14, ex Orti Garagnani, nel lontano 1849.
La caratteristica del piano a rullo era la seguente: girando la manovella all’esterno del mobile (foto), si azionava all’interno un meccanismo che trasmetteva il movimento rotatorio al rullo a cilindro. Questo era munito di tanti chiodini in acciaio sporgenti, per quante erano le note che componevano le sette canzoni, che trasmettevano il movimento ai martelletti, che a loro volta, picchiando sulle corde corrispondenti alle note musicali, creavano le canzoni. Ogni canzone era numerata dal n.1 al n.7, per cambiare la canzone bastava girare una manopola (selettore) sul numero della canzone che si voleva suonare. Da notare che la persona addetta a girare il rullo durante tutta la notte, invece che a monete, andava a… bottiglioni di vino! Dopo anni che venivano suonate le stesse canzoni, il sig. Gaudenzi (proprietario dell’osteria) caricava il rullo sul biroccio trainato dal somaro e si dirigeva a Bologna, dall’artigiano costruttore di piani, per ritirare un nuovo rullo e così suonare nuove canzoni. Lungo il tragitto era necessaria almeno una sosta in qualche caravanserraglio (zona di sosta, per viaggiatori e animali da traino).
L’osteria da “Zizì” faceva parte del ghetto ad “Figudindie”, padre di “Zizì”. L’insieme di questo ghetto era composto da diverse famiglie: famiglia “Figudindie” (Gaudenzi), famiglia “Maria ad Tinen”, famiglia Gianetto, famiglia ”La Pierina ad Pipoza”, famiglia “Stifanel”, famiglia ”Al Panarer”, famiglia Facondini, famiglia ”La Palmena”, famiglia Baraciani, famiglia ”La Ciafrela”. In totale erano 36 persone, per le quali era disponibile una sola latrina, situata dietro una pianta, composta da una buca ed una copertura alla buona, ed un solo pozzo per attingere l’acqua non potabile; insomma, com’è il detto, “La fema, la staieva, sal curtel”. Secondo i racconti di alcuni testimoni, si vedevano persone, all’avvicinarsi di mezzogiorno, passare con in mano dei barattoli con il manico in fildiferro, diretti verso il Comune, che allora assisteva, tramite l’ente “ECA”, tante famiglie bisognose con buoni pasti. Nel periodo di Natale, poi, l’ECA assumeva per 15 giorni (una quindicina) alcuni capofamiglia (tra i più bisognosi), impegnandoli in lavori, a volte di nessuna utilità, al solo scopo di dare loro un contributo economico salvaguardandone la dignità. Con l’avvento del fascismo, insediatosi a Cattolica nel maggio del 23, la nuova amministrazione dovette risolvere grandi problemi di pubblica utilità che riguardavano in particolare la necessità di aprire nuove strade. In quegli anni fu costruito l’attuale mercato coperto, il Kursaal, il prolungamento del porto canale. Nel 1924 poi fu realizzato un radicale cambiamento alla struttura del Kursaal, che divenne nel giugno del 1925 Grand Hotel, ampliandone la capacità di ospitare il numero dei turisti. In occasione di questo cambiamento si pensò di costruire un ampio terrazzo a ridosso della spiaggia, dove si ballava con musica dal vivo per il piacere dei clienti dell’Hotel. Si organizzavano sfarzose serate di gala, con la partecipazione di alti ufficiali e innumerevoli personalità del partito fascista, e con la comparsa delle prime orchestre. Fu l’occasione per la nascita di nuovi locali da ballo: i primi veri dancing estivi, dove operavano diverse orchestre, locali e non. Nacquero così l’albergo Nettuno (1928) con il giardino all’interno per cene e feste da ballo, il dancing “Internazionale” sul terrazzo dell’albergo omonimo, il dancing “Astoria”, il “Fulgida” dove si danzava nel giardino dell’albergo.Si aprivano così nuovi scenari per un turismo d’elite, per quei villeggianti che soggiornavano nelle numerose e bellissime ville al mare: un nuovo volto per Cattolica, con il divertimento che da allora in poi avrebbe sempre caratterizzato la nostra meravigliosa città.

Di Roberto Bozza

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Atei per un giorno

Alfredo Rampi

Alfredo Rampi

Tratto da Cubia n° 63 – giugno 2006

Quanto si tira in ballo dio oggi. Fondamentalismi, radici e valori cristiani, Allah, Geova porta-a-porta, terrorismo, guerre di religione che coprono quelle per le risorse, creazione, bioetica. Non abbiamo davvero seguito il consiglio di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. E di frequente diamo per scontato che dio esista davvero. Potrebbe aiutarci a ritrovare un po’di pudica verginità spirituale un anniversario che cade nel mese di giugno: il 25esimo della morte di Alfredo Rampi. Il bimbo, sei anni, era andato con i genitori nella casa di campagna a Vermicino. Rincasando il padre non lo trova. Scattano le ricerche. I lamenti provenienti da un pozzo artesiano di appena 30 cm di diametro lasciato incustodito portano alla tragica scoperta: Alfredo è finito laggiù. Parte l’evento televisivo in tempo reale. Non si trattava ancora della squallida spettacolarizzazione del dolore praticata oggi in nome dell’audience. Sentimento dominante era lo sgomento per la sofferenza gratuita dell’innocente. Tre giorni di agonia, peggio del Gòlgota, ma questa volta niente resurrezione. Nessuna Madonna nè Padri Pio ad intercedere per un miracolo. Ne sarebbe bastato uno di quelli più ordinari, in verità: vegliare dall’Alto sui soccorsi umani, impedire alla malasorte di accanirsi, giacchè ogni volta che sembrava di poter salvare il piccolo, qualcosa andava storto. Eppure il testo della concordanza biblica che analizza i passi di Antico e Nuovo Testamento individua ben sette dimensioni relative al concetto cristiano di provvidenza: Dio veglia, protegge, guarda; Dio, padre che provvede, nutre e sa di cosa abbiamo bisogno; Dio guida l’uomo; Dio prevede e dirige gli avvenimenti; nelle mani di Dio è il governo del mondo; Dio ha un disegno sul mondo; tutto sussiste per opera di Dio. La voce soffocata di Alfredo che sale da quel buco nero profondo 60 m per invocare la sua mamma ha raso al suolo queste immagini rassicuranti, un’implosione capace di abbattere gli abusi ideologici di ogni teodicea facendone saltare la struttura portante. Chi ha udito quello strazio non è stato più la stessa persona. Né ha più alzato lo sguardo al cielo con la stessa disponibilità. Siamo di fronte ad un evento che nella sua apparente ordinarietà ha la forza dirompente capace di spalancare le porte alla negazione di Dio-Amore. Perché qui, a differenza di altre grandi tragedie, Lui non può scaricare responsabilità sulla umana efferatezza. E non si dica che lo ha voluto con Sé e che ora è un piccolo angelo che ci sorride da lassù. Il 13 giugno, data della morte di Alfredo, potrebbe diventare la giornata dell’ateismo. Una giornata in cui lasciarsi attraversare da un brivido: Dio non esiste, nessuna difesa appassionata, nessuna arrampicata sul crinale speculativo delle teologie del dopo-Auschwitz. Una giornata in cui dare aria, nel centro di noi stessi, ad una stanza dove non accediamo volentieri: quella completamente spoglia dedicata al nulla che ci precede e che ci seguirà, niente simboli ai muri, libri sacri sui leggii, riti esausti da celebrare. Una stanza dove, credenti o meno, non possiamo distogliere lo sguardo dalla radicalità della nostra solitudine e dove la domanda Dio mio perché mi hai abbandonato? non ha più senso poichè manca l’ interlocutore a cui rivolgerla.Come manifesto di tale giornata proporrei le ultime parole di un morente Andreas Pum, il protagonista del romanzo di J.Roth “La ribellione”. Dopo aver subito in vita ogni genere di prevaricazione senza protestare, in ossequio a quello che lui riteneva essere un ordine voluto dalla Provvidenza divina e dalle umane gerarchie, Andreas comprende di essere stato raggirato: “Un’ira tremenda nacque nel suo petto, il suo volto si infiammò e l’anima sua concepì parole di collera purpurea, mille , diecimila, milioni di parole. Dall’umiltà più devota mi sono destato alla sfida, rossa e ribelle. Dio, se io fossi vivo e non qui al Tuo cospetto, vorrei rinnegarTi. Ma giacchè Ti vedo con i miei occhi e Ti sento con le mie orecchie dovrò fare di peggio che rinnegarTi: dovrò ingiuriarTi. Milioni di esseri come me, metti al mondo, Dio, nella tua fecondissima insensatezza, ed essi crescono creduli e codardi, e nel Tuo nome sopportano le bastonate, nel Tuo nome salutano gli imperatori, i monarchi, i governi, nel Tuo nome si fanno bucare dalle pallottole, infliggere ferite purulente, trafiggere il cuore da baionette a tre spigoli, oppure strisciano sotto il giogo delle Tue giornate lavorative, e le amare domeniche coronano di uno squallido smalto le loro atroci settimane, e hanno fame ma tacciono, e i loro figli avvizziscono, e le loro donne diventano brutte e false. Le leggi proliferano sul loro cammino come perfida gramigna, e i loro piedi si confondono nel garbuglio inestricabile dei Tuoi comandamenti, sicchè cadono e Ti implorano ma Tu non li sollevi. […] Ad altri uomini che Tu ami e nutri, è lecito castigare noi senza l’obbligo di cantare le Tue lodi. A costoro Tu condoni preghiere e sacrifici, equità e umiltà, in modo che essi ci possano ingannare. Noi trasciniamo il peso delle loro ricchezze e dei loro corpi, dei loro peccati e dei loro castighi, noi li sgraviamo dei dolori e dell’obbligo di espiare, delle colpe e dei crimini, e purchè essi lo vogliano, noi ci ammazziamo.[…] Ma Tu che ci sei perché non ti muovi? Contro Te mi ribello, non contro quelli. Tu sei il colpevole, non i tuoi scherani. Possiedi milioni di mondi e non sai cosa fare? Com’è impotente la tua onnipotenza! Hai da sbrigare milioni di cose e alcune le sbagli? Ma che Dio sei allora! Se la Tua crudeltà è una saggezza che noi non comprendiamo, allora sì che ci hai fatti imperfetti! Se siamo condannati a soffrire, perché non soffriamo tutti in eguale misura? Dato che la Tue benedizioni non bastano per tutti, distribuiscile almeno con equità! […] Ahimè, volevo rinnegarTi e potrei ancora farlo. Ma Tu sei qui, unico, onnipotente, inesorabile, l’istanza suprema, eterna …e non si può sperare che il castigo Ti colga, che la morte Ti svapori in una nuvola e neppure che il Tuo Cuore si desti. La Tua grazia non la voglio! Mandami all’inferno!

Se volete, un ateismo che non nega la presenza di Dio, ma che non sa cosa farsene. Sostare almeno una volta all’anno nella nostra condizione di esseri del disincanto e del finito non potrà che giovare al nostro rapporto con il Mistero.

di Amedeo Olivieri

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