Il tradimento

sì viaggiare

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Tratto da Cubia n° 50 – Marzo 2005

Non si tradisce impunemente la Vita.Per quanto ci possa sembrare difficile da decifrare, complesso comprenderne gli ingredienti e le istruzioni per l’uso, non ci è lecito interrompere la ricerca di ciò che aiuta a farla fiorire una volta espulsi dall’utero. Se stacchiamo i cavi che ci connettono al vivente dentro e fuori di noi e cominciamo a cestinarne parti ritenute superflue perché sostituibili dalle offerte 3X2 in bella mostra al supermarket dei surrogati della felicità, arriva il momento in cui scopriamo il vero prezzo da pagare. Le nuove generazioni hanno antenne speciali per captare l’inganno e, meno assefuatte a subirlo, ne segnalano la presenza in forme diverse che, controllate dal potere dell’adulto nell’infanzia, diventano dirompenti nell’età adolescenziale. Ritenere che il rifiuto o la messa in discussione da parte di ragazze e ragazzi dei valori-modelli-norme preesistenti sia solo un fatto fisiologico connaturato all’adolescenza, periodo dell’esistenza in cui necessariamente si ridefinisce la propria identità attraverso la presa di distanza e la contrapposizione, sarebbe un grave errore. Errore che noi “grandi” abbiamo già commesso fin dagli anni sessanta quando, impegnati nella corsa all’oro, di fronte al dilagare della contestazione giovanile e all’apparire sulla scena della tossicodipendenza, abbiamo distrattamente emesso una comoda sentenza: si trattava di de-vianza. Che la diritta via, quella stabilita dalla cultura dominante, era smarrita. E di fronte a chi infrange le proibizioni codificate dalla società, non resta che la repressione. Normalizzare, per poter eludere la richiesta di cambiamento e continuare come se niente fosse. Avevano un bel cantare i Rokes “Che colpa abbiamo noi” o i Nomadi “Come potete giudicar”: la possibilità di guardarsi negli occhi tra generazioni, se mai c’era stata, si era persa. Mi direte che nel 2005 siamo lontani anni luce da simili parametri culturali dell’universo giovanile, considerato che oggi trasgredire fa tendenza e l’adolescenza è diventata lo stadio psicologico definitivo per tanti adulti cronologici. Non c’è dubbio che la nostra sensibilità sia cambiata e, inforcate nuove lenti interpretative, preferiamo parlare di dis-agio giovanile, collocandoci così in una prospettiva più feconda per comprenderne ragioni ed eventuali vie d’uscita. Ci siamo resi conto, ad esempio, che l’uso delle sostanze stupefacenti è un modo per stimolare i nostri recettori cerebrali a generare effetti psichici che saremmo in grado di esperire naturalmente in condizioni adeguate di vita autentica. “Le cosiddette droghe non possono inventare nulla di nuovo: ogni individuo possiede le strutture neuronali adatte, i recettori, i trasmettitori, le “droghe” che già produce da sé e che vengono messe in circolo, modulate, consumate in parallelo agli eventi di vita reale”. Lo sostiene Mariano Loiacono, coordinatore del progetto “Comunità globale”che riunisce diverse università italiane sul tema del disagio diffuso. E aggiunge che la vita di ogni individuo si articola in tre “esperienze base”, cioè irrinunciabili, che la colorano, la diversificano, la movimentano, la rigenerano. Stati di coscienza fondamentali che le sostanze psichedeliche cercano di riprodurre e intensificare in modo virtuale. Ascoltiamo Loiacono: “La prima “esperienza base”(“sballo”) è una sensazione di piacevole torpore e gradevole rallentamento, spesso preludio del sonno-sogno. Lì tace l’esterno, la sua consistenza e capacità di stimolarci-attivarci; lì tacciono anche i messaggi e le pulsioni provenienti dai bisogni; lì sentiamo vivere dentro di noi solo quell’intero che di niente ha bisogno e tutto tollera con superiore distacco e inintaccabile atarassia. Niente è paragonabile a questo paradiso che in genere sopravviene dopo aver saziato la fame, goduto nel fare all’amore, ascoltato il silenzio, affogato la frenesia di movimenti in lavori manuali, concluso con successo una prova, un esame di identità…La seconda “esperienza base” ( “frenesie lucide”) ci prende quando inesorabili insorgono i bisogni, ci svegliano dal sonno o dal torpido sballo e stimolano prepotentemente la nostra attenzione, mettono in allerta il nostro sguardo, i nostri muscoli, la soglia di ascolto, la capacità di percepire lucidamente le sensazioni, elaborare, discernere, selezionare con precisione, agire, tollerare la fatica, debordare oltre il consentito, fuggire, scampare al pericolo, colpire, distruggere, concludere missioni, segnare vittoria. Soddisfare un bisogno o scampare un pericolo richiede, infatti, complesse operazioni che coinvolgono aspetti ampi e diversi di realtà attorno a noi, di memoria storica, di organizzazioni, di conflitti, di competizioni, di prevaricazioni, di fatiche e strategie… La terza “esperienza base”(“trip”) è quella che ci fa sognare nella realtà, cogliere l’immenso in un sassolino, ammirare l’arcobaleno dove tutto è incolore, parlare con la luna compagna di strada, fare viaggi (trip) in spazi siderali e in caverne mostruose, vivere di poesia e di allucinazioni, scorgere l’inedito nel quotidiano e nell’abituale, fantasticare la libertà nella reclusione, sognare futuri magici mentre si sta nel letame, sentirsi principessa quando tutto è cenerentola, giocare con le parti quando l’io è senza identità, inventare novità dove regna la ripetizione, vivere il divino nelle sembianze dell’umano. Senza questo motore mancherebbe la creatività, l’intuizione dell’invisibile, l’esperienza del non razionale (non misurabile), l’utopia, la rigenerazione che dal letame fa nascere i fior. Ogni individuo per essere e sentirsi intero deve poter sperimentare ordinariamente questi tre stati di coscienza. Diversamente-conclude Loiacono- non potremmo colorare la nostra esistenza con gli eventi di vita, viaggiare nel tempo-spazio in maniera specifica, nutrirci di relazioni-ruoli-impegni-progettualità-emozioni-creatività, avere un “fondo comune” di vita con gli altri uomini vicini e lontani.”

Nella attuale civiltà economico-tecnologica siamo abbastanza disincantati o forse solo più tristi e delusi per poterci finalmente interrogare: gli eventi reali che abbiamo a disposizione in questa vita “a incastro” ci permettono l’abbandono e la sospensione dello sballo, l’immersione delle frenesie lucide, il distanziamento e il sogno del trip? O, insieme ai nostri figli, ce li dobbiamo procurare, bypassando la miseria dell’offerta reale, con ogni tipo di fiction, virtualità e sostanze psicoattive?

di Amedeo Olivieri

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