Per Amore

Scott Momaday

Scott Momaday

Tratto da Cubia n° 66 – Novembre 2006

A Nairobi i rapporti sullo stato di salute di nostra madre Terra si affastellano sulle scrivanie dei partecipanti alla 12ma conferenza mondiale sui cambiamenti climatici. Sulla diagnosi non ci sono più margini di errore, l’eziologia ci inchioda a responsabilità indicibili, la terapia, se esiste, pochi hanno interesse a prescriverla. L’avvio di interventi radicali che sostituiscano i placebo finora somministrati viene procrastinato ad oltranza. Il coro funesto degli scienziati è monocorde e anche gli sparuti scettici hanno ammesso che il catastrofismo delle previsioni aveva giocato al ribasso. Entro il 2050 ci servirà un altro pianeta, all’attuale ritmo di consumo avremo esaurito le risorse di acqua, suolo fertile e foreste. E sappiamo bene, la crescita esponenziale dell’inquinamento prodotto da India e Cina a rammentarcelo, che lo scempio potrà solo aumentare con l’accesso dei paesi in via di “sviluppo” al modello economico occidentale. E noi? Questi scenari entrano di traverso nelle nostre giornate, intralciano i nostri vissuti, producono emozioni ondivaghe che oscillano dalla nostalgia del paradiso perduto all’angoscia da apocalisse imminente. La spunta una overdose di rimozione, si trascina un senso di fastidio sordo capace di farci tirare avanti nel nostro tran tran senza troppi intoppi ma senza l’affondo degli entusiasmi. Ci traghettiamo verso il futuro saltando sui massi affioranti dalla insignificanza stressante della nostra quotidianità: un natale, un weekend fuori porta, uno fuori continente, i jet a depositare la loro scia di morte nella troposfera, uno shopping rigenerante, una cena slow-food con tagliere misto… Che ci importa della biodiversità nell’epoca della omogeneizzazione multinazionale di pensieri e immaginazione? Si alza di due gradi la temperatura del pianeta? Risparmieremo nel riscaldamento. Siamo vicini alla fine del petrolio? Torniamo al nucleare e se occorrono 2 milioni di anni per eliminarne le scorie, le sotterreremo nel cuore dell’Africa: due piccioni con una fava. Si alza di un metro il livello del mare e si prevedono 150 milioni di profughi ambientali entro la fine del secolo? Armeremo meglio i confini, rimpolperemo il mercatino etnico sulla sponda del Ventena. Lo strumento della percezione razionale del pericolo, che potrebbe salvarci, da quando è comparso in homo sapiens ha fatto poca strada. E’ ancora troppo reattivo alla stimolazione dei sensi e in un mondo in cui la tecnologia ha fatto evaporare la materialità delle minacce a cui eravamo abituati come cacciatori-raccoglitori, non è più funzionale. Aspettiamo l’evento clamoroso contro cui sbattere la testa e continuiamo a chiudere recinti dopo che le bestie sono scappate. Vediamo questi limiti all’opera anche nella cecità dei folli che governano e continuano a ripetere come un mantra infinito la loro ricetta per la crisi: crescita, crescita, crescita. Oppure nelle discussioni infinite sulle radici della nostra identità. Una radice certa abbiamo: la terra. Da lei veniamo, a lei torneremo. E’ l’unica progenitura che valga la pena di riconoscere in modo assoluto. Constatata la insufficienza della razionalità non avremo miglior fortuna cercando scampo nell’istinto di sopravvivenza: è biologicamente egoista, tarato in chiave individuale o del gruppo di appartenza, la sua logica mors tua- vita mea. Ci forza alla mobilitazione solo quando siamo direttamente coinvolti. Un esempio ne sono i comitati di zona contro antenne o inceneritori. Ben vengano i comitati, ma difficile che portino lontano. Continuiamo a cambiare cellulari anche se nel mondo si producono dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di immondizia elettronica all’anno. Basta che la discarica non sia nel nostro giardino. Not in my garden, dicono quei capiscuola degli americani. E allora? Non sono accreditato a dispensare ricette. Però ritengo che dietro ogni decisione di cambiamento del nostro agire in favore dell’ambiente, che si tratti di adottare energie alternative, stili di vita più sobri o economie ecocompatibili non possiamo più ripetere l’errore che ci ha condotto fin qui: cosificare la natura, farne terreno di conquista per gli appetiti della nostra specie piuttosto che sentirla come un’entità meritevole di devozione. Non sarà la tecnologia a preservarci dalla distruzione anche quando ci indicasse la strada. Ci potrà salvare solo un atto d’amore. Amore per tutto ciò che ha permesso alla vita di evolvere e di far esistere ciò che esiste, noi compresi. Ma come dare spessore e consistenza a questa parola? Non è per un semplice atto della volontà né su invito di altri che decidiamo di amare. Una vera storia d’amore nasce per aver condiviso momenti indimenticabili, fusioni da estasi. Esperienze sempre meno praticate e, quel che è tragico, rese inaccessibili ai nostri bambini svezzati nella realtà virtuale di videogame e tv, incastrati tra i banchi della scuola e costretti a trascorrere le domeniche nei centri commerciali. E dire che i primi anni di vita sono quelli privilegiati, forse l’unica vera occasione in cui possa scattare la scintilla per un innamoramento autentico. Impermeabilizzate nella bara di cemento delle nostre belle cittadine, con una agenda di impegni da manager, alle nuove generazioni non è data la possibilità di un contatto immediato e frequente con il linguaggio della natura nè ascolteranno mai quella verità su se stessi svelata dai fragili messaggi della biosfera. Verità di cui abbiamo tutti bisogno. Altre civiltà ce lo ricordano. Come testimonia questa poesia dell’indiano Kiowa, Scott Momaday: Io sono una piuma nel chiaro cielo/ io sono il cavallo azzurro che galoppa nella pianura/ io sono il pesce che brilla e guizza nell’acqua/ io sono l’ombra che segue un bambino/ io sono la luce della sera, la gioia dei prati/ io sono un’aquila che scherza col vento/ io sono un’uva dalle gocce radiose/ io sono la stella più remota/ io sono la frescura del mattino/ io sono lo scroscio della pioggia/ io sono il luccichio sulla neve ghiacciata/ io sono la lunga traccia della luna sul lago/ io sono una fiamma di quattro colori/ io sono il capriolo la cui immagine si perde nel crepuscolo della sera/ io sono lo stormo delle anatre in volo nel cielo invernale/ io sono la fame del giovane lupo / io sono il grande sogno di tutte queste cose.Capisci? Io vivo, io vivo / io sono in buoni rapporti con la terra io sono in buoni rapporti con gli dei io sono in buoni rapporti con tutto ciò che è bello. Capisci? Io vivo.

Possiamo dire altrettanto?

di Amedeo Olivieri

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