… Gli Anni Difficili del “Cervesi”

Conferenza stampa al Cervesi

Conferenza stampa al Cervesi

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Terminati i lavori di ristrutturazione, ripercorriamo la storia dei 12 anni che hanno cambiato il nostro ospedale: il possibile ridimensionamento, lo spettro della chiusura, la nascita della Fondazione, il ritorno al pubblico, il rilancio…

Anno 1996. All’Ospedale di Cattolica si nasce, ci si opera e ci si cura per varie malattie. Ma lungo le scrivanie di via Ducale a Rimini (dove allora si trovava la sede amministrativa e direttiva dell’Ausl), iniziava già a girare un documento dal titolo “Piano di rimodulazione ospedaliera della provincia di Rimini”.

C’era da poco stata l’aziendalizzazione di quelle che erano le Usl (unità sanitarie locali), trasformate in Asl (aziende sanitarie locali), nelle quali i politici avevano dovuto lasciar posto ai tecnici, e i presidenti ai direttori generali.

E a Rimini era arrivato, da Bologna, Walter Domeniconi, il primo direttore generale, con un input preciso dalla Regione: nella provincia dell’estremo sud c’erano troppi posti letto ospedalieri, sia privati che pubblici. Bisognava tagliare. O, con termine più tecnico, rimodulare, appunto.

E tra i quattro ospedali presenti sul territorio fu valutato che quello che più degli altri poteva essere ridimensionato era il “Cervesi”. Sul fronte del privato, invece, “nel mirino” finì la clinica “Montanari” di Morciano.

L’idea era la seguente: a Cattolica si chiude l’Ostetricia e si concentrano tutte le relative risorse sull’ospedale “Infermi” di Rimini, dove verrà creato un punto nascita di altissimo livello in grado di fermare l’esodo delle partorienti riminesi, e anzi di attirare puerpere anche da fuori confine provinciale. Questo, grazie anche alla creazione di un reparto di Fisiopatologia della Riproduzione, da affidare al dottor Carlo Flamigni (il luminare bolognese della fecondazione in vitro) e al dottor Carlo Bulletti: cattolichino (ironia della sorte) allora il più promettente allievo di Flamigni e oggi uno dei professionisti più affermati sul piano nazionale (e non solo) in questa branca sanitaria.

Inoltre il piano di Domeniconi prevedeva la chiusura del reparto di Chirurgia in favore di una Medicina con lungodegenza, che sarebbe stata data da gestire, in convenzione, ai titolari della clinica “Montanari” di Morciano, a fronte della chiusura della stessa.

Così facendo, i vertici dell’Asl di allora avevano centrato vari risultati: tagliato il numero dei posti letto, che, grazie ad ulteriori “alleggerimenti” fatti qua e là in vari nosocomi provinciali, tornava in linea coi parametri regionali; razionalizzato l’esistente; tagliato anche il numero di posti letto privati convenzionati ma tutelando l’esperienza dei Montanari.

Quel piano però non piacque.

Non piacque ai cattolichini, che si sentirono scippati del “loro” ospedale.

Non piacque ai morcianesi, per lo stesso motivo: non volevano perdere la clinica del “dottor Pippo”.

Non piacque ai Montanari, titolari della clinica omonima.

Non piacque ai dipendenti del “Cervesi”.

E non piacque neppure ai politici. Su questi però va fatto un discorso a parte.

Domeniconi, come ovvio, iniziò a sottoporre il suo piano di rimodulazione agli amministratori pubblici, ai sindacati e alle parti sociali in sedute private. O meglio, che private dovevano restare, poiché invece il piano trapelò e fu riportato sulla stampa.

E anche quei politici e pubblici amministratori che in un primo momento avevano più o meno a malincuore accettato il “progetto”, pian piano, e pressati dall’opinione pubblica, cominciarono a cambiare idea.

Sindaco di Cattolica allora era Gianfranco Micucci, da poco riconfermato nel secondo mandato (il primo ad elezione diretta), che stava riscuotendo molti e forti consensi per il suo modo di amministrare concreto e deciso. Certo qualcuna delle sue idee inizialmente poteva non piacere, come il progetto per piazza Primo Maggio, ma a cose fatte il consenso arrivava sempre.

L’ospedale ruppe il coro. In un primo momento Micucci cercò di far passare la linea secondo cui contro l’Asl, o meglio contro la Regione, era impossibile andare.

Che il Comune, in merito, aveva ben poco voce in capitolo, e che alla fine il ridimensionamento dell’ospedale non sarebbe stato poi così drammatico.

Ma i cattolichini non si acquietarono.

Nacque, anzi, un Comitato in difesa dell’ospedale di Cattolica, ampio quanto composito. Ne facevano parte membri delle associazioni di volontariato sanitario, dipendenti dell’ospedale, ex pazienti, semplici cittadini, e vi si avvicinarono presto alcuni partiti dell’opposizione.

Le divisioni erano sopite dal comune intento: la parla d’ordine di salvare l’ospedale di Cattolica. Anche perché il ridimensionamento da molti fu vissuto, chissà se a torto o a ragione, come l’anticamera di una successiva chiusura.

Per molti mesi si susseguirono le assemblee pubbliche con i vertici dell’Asl e del Comune, e i cortei e le manifestazioni “pro ospedale” del Comitato. I giornali scrissero fiumi di inchiostro.

E il Comune cambiò prospettiva e ruolo. Svestì i panni di difensore del piano dell’Asl, per vestire quelli del mediatore. Di chi può trovare una via d’uscita. Che, giocoforza, avrebbe dovuto soddisfare anche la Regione.

Certo non era facile. Le variabili da far quadrare erano tante. Bisognava comunque tagliare il numero complessivo di posti letto a gestione pubblica o convenzionata e conseguentemente chiudere una clinica privata.

La quadratura del cerchio arrivò da Milano, grazie ai contatti dell’allora assessore alla Cultura Mauro Conti con l’istituto di cura privato San Raffaele.

La proposta fu: il Comune crea una fondazione no profit (formula allora innovativa), la Regina Maris, che prende in gestione l’ospedale di Cattolica, con tutti i dipendenti che ci stanno, attrezzature, mobili e arredi. Il tutto sarebbe stato gestito in collaborazione con il San Raffaele. La Fondazione si impegnava a fare investimenti per vari miliardi di lire sulla struttura, e ad acquistare una clinica privata, ovviamente per chiuderla. E si individuò non la Montanari di Morciano (che quindi è sopravvissuta e si è anche ingrandita), bensì Villa Assunta di Rimini. Si sarebbe comunque sacrificato il punto nascita di Cattolica (che infatti pochi mesi dopo fu chiuso).

L’idea fu accettata da tutti, Regione compresa, e salì agli onori della stampa nazionale come uno degli esempi di proficua collaborazione tra pubblico e privato.

Si procedette dunque, e la Fondazione cattolichina, per tener fede al patto, acquistò la Villa Assunta per poi cederla all’Asl (che poi anni dopo l’ha rivenduta).

La fondazione, negli anni successivi, realizzò una nuova ala dell’ospedale con sale operatorie all’avanguardia. Il “matrimonio” con San Raffaele, però, presentò presto le prime crepe, e non durò molto.

Dopo pochi anni i milanesi si sfilarono, e la Regina Maris continuò da sola.

Ma la sanità fa presto a diventare un pozzo di San Patrizio. Con costi che le fragili casse della Fondazione fecero sempre più fatica a contenere.

La questione precipitò nel 2001. Saltò fuori che la Fondazione aveva già sei miliardi di lire di debiti, e che non avrebbe potuto continuare per molto ad andare avanti.

Si fece la cosa più logica da fare: si chiese l’intervento del pubblico. Della Regione attraverso l’Asl. D’altra parte le cose erano cambiate. Gli scenari sanitari provinciali non richiedevano più il “sacrificio” del “Cervesi”. E l’Asl, al cui vertice nel frattempo era arrivato Tiziano Carradori, al posto di Domeniconi, accettò di rientrare a pieno titolo nella gestione dell’ospedale cattolichino.

La Fondazione chiuse.

Il sindaco Micucci, in un’intervista, sostenne, in pratica, che soldi pubblici erano sì stati spesi, ma avevano consentito di salvare l’ospedale. Come dire, un sacrificio indispensabile per i cattolichini.

Ora, nelle sale operatorie realizzate ai tempi della Fondazione si praticano la Chirurgia ortopedica della Spalla e del Gomito, e gli interventi ginecologici, molti dei quali funzionali all’attività del reparto di Fisiopatologia della Riproduzione di Bulletti, che (ancora ironia della sorte) nel 2005 è stato spostato da Rimini (dove resta l’Ostetricia) a Cattolica. Branche ed interventi che altrimenti i cattolichini, e i riminesi, dovrebbero andare a cercarsi fuori. Ma dei quali fruiscono anche tanti pazienti che giungono da altre parti d’Italia.

Ciò che resta da chiedersi è: se avesse prevalso il piano di Domeniconi, l’ospedale di Cattolica avrebbe davvero chiuso, o, passati i tempi duri, avrebbe comunque potenziato nuovamente come ha fatto trasformandolo in un gioiellino?

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