Atei per un giorno

Alfredo Rampi

Alfredo Rampi

Tratto da Cubia n° 63 – giugno 2006

Quanto si tira in ballo dio oggi. Fondamentalismi, radici e valori cristiani, Allah, Geova porta-a-porta, terrorismo, guerre di religione che coprono quelle per le risorse, creazione, bioetica. Non abbiamo davvero seguito il consiglio di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. E di frequente diamo per scontato che dio esista davvero. Potrebbe aiutarci a ritrovare un po’di pudica verginità spirituale un anniversario che cade nel mese di giugno: il 25esimo della morte di Alfredo Rampi. Il bimbo, sei anni, era andato con i genitori nella casa di campagna a Vermicino. Rincasando il padre non lo trova. Scattano le ricerche. I lamenti provenienti da un pozzo artesiano di appena 30 cm di diametro lasciato incustodito portano alla tragica scoperta: Alfredo è finito laggiù. Parte l’evento televisivo in tempo reale. Non si trattava ancora della squallida spettacolarizzazione del dolore praticata oggi in nome dell’audience. Sentimento dominante era lo sgomento per la sofferenza gratuita dell’innocente. Tre giorni di agonia, peggio del Gòlgota, ma questa volta niente resurrezione. Nessuna Madonna nè Padri Pio ad intercedere per un miracolo. Ne sarebbe bastato uno di quelli più ordinari, in verità: vegliare dall’Alto sui soccorsi umani, impedire alla malasorte di accanirsi, giacchè ogni volta che sembrava di poter salvare il piccolo, qualcosa andava storto. Eppure il testo della concordanza biblica che analizza i passi di Antico e Nuovo Testamento individua ben sette dimensioni relative al concetto cristiano di provvidenza: Dio veglia, protegge, guarda; Dio, padre che provvede, nutre e sa di cosa abbiamo bisogno; Dio guida l’uomo; Dio prevede e dirige gli avvenimenti; nelle mani di Dio è il governo del mondo; Dio ha un disegno sul mondo; tutto sussiste per opera di Dio. La voce soffocata di Alfredo che sale da quel buco nero profondo 60 m per invocare la sua mamma ha raso al suolo queste immagini rassicuranti, un’implosione capace di abbattere gli abusi ideologici di ogni teodicea facendone saltare la struttura portante. Chi ha udito quello strazio non è stato più la stessa persona. Né ha più alzato lo sguardo al cielo con la stessa disponibilità. Siamo di fronte ad un evento che nella sua apparente ordinarietà ha la forza dirompente capace di spalancare le porte alla negazione di Dio-Amore. Perché qui, a differenza di altre grandi tragedie, Lui non può scaricare responsabilità sulla umana efferatezza. E non si dica che lo ha voluto con Sé e che ora è un piccolo angelo che ci sorride da lassù. Il 13 giugno, data della morte di Alfredo, potrebbe diventare la giornata dell’ateismo. Una giornata in cui lasciarsi attraversare da un brivido: Dio non esiste, nessuna difesa appassionata, nessuna arrampicata sul crinale speculativo delle teologie del dopo-Auschwitz. Una giornata in cui dare aria, nel centro di noi stessi, ad una stanza dove non accediamo volentieri: quella completamente spoglia dedicata al nulla che ci precede e che ci seguirà, niente simboli ai muri, libri sacri sui leggii, riti esausti da celebrare. Una stanza dove, credenti o meno, non possiamo distogliere lo sguardo dalla radicalità della nostra solitudine e dove la domanda Dio mio perché mi hai abbandonato? non ha più senso poichè manca l’ interlocutore a cui rivolgerla.Come manifesto di tale giornata proporrei le ultime parole di un morente Andreas Pum, il protagonista del romanzo di J.Roth “La ribellione”. Dopo aver subito in vita ogni genere di prevaricazione senza protestare, in ossequio a quello che lui riteneva essere un ordine voluto dalla Provvidenza divina e dalle umane gerarchie, Andreas comprende di essere stato raggirato: “Un’ira tremenda nacque nel suo petto, il suo volto si infiammò e l’anima sua concepì parole di collera purpurea, mille , diecimila, milioni di parole. Dall’umiltà più devota mi sono destato alla sfida, rossa e ribelle. Dio, se io fossi vivo e non qui al Tuo cospetto, vorrei rinnegarTi. Ma giacchè Ti vedo con i miei occhi e Ti sento con le mie orecchie dovrò fare di peggio che rinnegarTi: dovrò ingiuriarTi. Milioni di esseri come me, metti al mondo, Dio, nella tua fecondissima insensatezza, ed essi crescono creduli e codardi, e nel Tuo nome sopportano le bastonate, nel Tuo nome salutano gli imperatori, i monarchi, i governi, nel Tuo nome si fanno bucare dalle pallottole, infliggere ferite purulente, trafiggere il cuore da baionette a tre spigoli, oppure strisciano sotto il giogo delle Tue giornate lavorative, e le amare domeniche coronano di uno squallido smalto le loro atroci settimane, e hanno fame ma tacciono, e i loro figli avvizziscono, e le loro donne diventano brutte e false. Le leggi proliferano sul loro cammino come perfida gramigna, e i loro piedi si confondono nel garbuglio inestricabile dei Tuoi comandamenti, sicchè cadono e Ti implorano ma Tu non li sollevi. […] Ad altri uomini che Tu ami e nutri, è lecito castigare noi senza l’obbligo di cantare le Tue lodi. A costoro Tu condoni preghiere e sacrifici, equità e umiltà, in modo che essi ci possano ingannare. Noi trasciniamo il peso delle loro ricchezze e dei loro corpi, dei loro peccati e dei loro castighi, noi li sgraviamo dei dolori e dell’obbligo di espiare, delle colpe e dei crimini, e purchè essi lo vogliano, noi ci ammazziamo.[…] Ma Tu che ci sei perché non ti muovi? Contro Te mi ribello, non contro quelli. Tu sei il colpevole, non i tuoi scherani. Possiedi milioni di mondi e non sai cosa fare? Com’è impotente la tua onnipotenza! Hai da sbrigare milioni di cose e alcune le sbagli? Ma che Dio sei allora! Se la Tua crudeltà è una saggezza che noi non comprendiamo, allora sì che ci hai fatti imperfetti! Se siamo condannati a soffrire, perché non soffriamo tutti in eguale misura? Dato che la Tue benedizioni non bastano per tutti, distribuiscile almeno con equità! […] Ahimè, volevo rinnegarTi e potrei ancora farlo. Ma Tu sei qui, unico, onnipotente, inesorabile, l’istanza suprema, eterna …e non si può sperare che il castigo Ti colga, che la morte Ti svapori in una nuvola e neppure che il Tuo Cuore si desti. La Tua grazia non la voglio! Mandami all’inferno!

Se volete, un ateismo che non nega la presenza di Dio, ma che non sa cosa farsene. Sostare almeno una volta all’anno nella nostra condizione di esseri del disincanto e del finito non potrà che giovare al nostro rapporto con il Mistero.

di Amedeo Olivieri

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