L’osteria da Zizì

Piano a Cilindro

Piano a Cilindro

Tratto da Cubia n° 84 – Settembre 2008

I problemi della sopravvivenza, nei primi anni del Novecento, non lasciavano troppo spazio al divertimento, indispensabile per distaccarsi almeno per un po’ dalle tante difficoltà della vita. Si cercava comunque qualche piccola distrazione dai problemi di tutti i giorni, causati soprattutto dalla dilagante povertà, e il luogo ideale –almeno per gli uomini- era l’osteria, con un bicchiere di vino, un troccolo di pane, una partita a carte e magari ogni tanto, quando ci si ritrovava in tasca qualche soldino in più, si poteva anche fare qualche merenda con un piatto di fagioli, o di trippa, piatti tipici delle osterie.
Erano luoghi miseri, che servivano anche come stalle per animali, in genere: cavalli da lavoro e buoi. Erano arredati con qualche tavolone, con qualche panca e poche misere sedie impagliate e sfilacciate. I banchi di mescita erano ottenuti da: tavolacci ricoperti con carta gialla dei fornai, una bacinella (un caden, smalted, e scruc-lèd) piena di acqua fredda per sciacquare i quattro bicchieri disponibili. Durante l’estate non mancava la famosa cartuccia di carta moschicida, “Acchiappa mosche”, che pendeva dal soffitto… altrochè i veleni di oggi!-
Entrando, ti assaliva un buon odore di vino, pipa, sigari, e tabacco che al vniva cianc-ghèd, in mancanza del quale: i fumeva, la stopa(canapa), la foja d’ furmanton (frumento). Nonostante la presenza dei cartelli che vietavano di bestemmiare e di sputare in terra, gli avventori non osservavano tali regole: ogni tent i treva quelch mocle, e i spuda-cc inscunteva. Poichè “da cosa nasce cosa”, la famiglia Gaudenzi, che gestiva l’osteria da “Zizì”, aveva intuito che, in mancanza di altri divertimenti, lo strumento adatto per allietare gli avventori era la musica: iniziò così a Cattolica l’era dei dancing.
E’ sorprendente l’aver pensato di produrre la musica con un curioso e originale strumento meccanico, chiamato piano a cilindro, parente stretto di quello strumento munito di ruote che accompagnava, fin dalla notte dei tempi, i cantastorie ambulanti di ogni parte d’ Europa: si può definire l’antenato del juke-box. Questo particolare strumento, che esiste ancora oggi ed appartiene agli eredi Gaudenzi, era stato costruito da un artigiano di Bologna, e precisamente dalla Ditta Gaetano Simoni, che aveva la bottega in via Cairoli 14, ex Orti Garagnani, nel lontano 1849.
La caratteristica del piano a rullo era la seguente: girando la manovella all’esterno del mobile (foto), si azionava all’interno un meccanismo che trasmetteva il movimento rotatorio al rullo a cilindro. Questo era munito di tanti chiodini in acciaio sporgenti, per quante erano le note che componevano le sette canzoni, che trasmettevano il movimento ai martelletti, che a loro volta, picchiando sulle corde corrispondenti alle note musicali, creavano le canzoni. Ogni canzone era numerata dal n.1 al n.7, per cambiare la canzone bastava girare una manopola (selettore) sul numero della canzone che si voleva suonare. Da notare che la persona addetta a girare il rullo durante tutta la notte, invece che a monete, andava a… bottiglioni di vino! Dopo anni che venivano suonate le stesse canzoni, il sig. Gaudenzi (proprietario dell’osteria) caricava il rullo sul biroccio trainato dal somaro e si dirigeva a Bologna, dall’artigiano costruttore di piani, per ritirare un nuovo rullo e così suonare nuove canzoni. Lungo il tragitto era necessaria almeno una sosta in qualche caravanserraglio (zona di sosta, per viaggiatori e animali da traino).
L’osteria da “Zizì” faceva parte del ghetto ad “Figudindie”, padre di “Zizì”. L’insieme di questo ghetto era composto da diverse famiglie: famiglia “Figudindie” (Gaudenzi), famiglia “Maria ad Tinen”, famiglia Gianetto, famiglia ”La Pierina ad Pipoza”, famiglia “Stifanel”, famiglia ”Al Panarer”, famiglia Facondini, famiglia ”La Palmena”, famiglia Baraciani, famiglia ”La Ciafrela”. In totale erano 36 persone, per le quali era disponibile una sola latrina, situata dietro una pianta, composta da una buca ed una copertura alla buona, ed un solo pozzo per attingere l’acqua non potabile; insomma, com’è il detto, “La fema, la staieva, sal curtel”. Secondo i racconti di alcuni testimoni, si vedevano persone, all’avvicinarsi di mezzogiorno, passare con in mano dei barattoli con il manico in fildiferro, diretti verso il Comune, che allora assisteva, tramite l’ente “ECA”, tante famiglie bisognose con buoni pasti. Nel periodo di Natale, poi, l’ECA assumeva per 15 giorni (una quindicina) alcuni capofamiglia (tra i più bisognosi), impegnandoli in lavori, a volte di nessuna utilità, al solo scopo di dare loro un contributo economico salvaguardandone la dignità. Con l’avvento del fascismo, insediatosi a Cattolica nel maggio del 23, la nuova amministrazione dovette risolvere grandi problemi di pubblica utilità che riguardavano in particolare la necessità di aprire nuove strade. In quegli anni fu costruito l’attuale mercato coperto, il Kursaal, il prolungamento del porto canale. Nel 1924 poi fu realizzato un radicale cambiamento alla struttura del Kursaal, che divenne nel giugno del 1925 Grand Hotel, ampliandone la capacità di ospitare il numero dei turisti. In occasione di questo cambiamento si pensò di costruire un ampio terrazzo a ridosso della spiaggia, dove si ballava con musica dal vivo per il piacere dei clienti dell’Hotel. Si organizzavano sfarzose serate di gala, con la partecipazione di alti ufficiali e innumerevoli personalità del partito fascista, e con la comparsa delle prime orchestre. Fu l’occasione per la nascita di nuovi locali da ballo: i primi veri dancing estivi, dove operavano diverse orchestre, locali e non. Nacquero così l’albergo Nettuno (1928) con il giardino all’interno per cene e feste da ballo, il dancing “Internazionale” sul terrazzo dell’albergo omonimo, il dancing “Astoria”, il “Fulgida” dove si danzava nel giardino dell’albergo.Si aprivano così nuovi scenari per un turismo d’elite, per quei villeggianti che soggiornavano nelle numerose e bellissime ville al mare: un nuovo volto per Cattolica, con il divertimento che da allora in poi avrebbe sempre caratterizzato la nostra meravigliosa città.

Di Roberto Bozza

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