Bota via cla rubacia

Al spranghin

Al spranghin

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Quando rimane qualche avanzo dopo un pranzo o una cena e penso di metterlo da parte per consumarlo la volta dopo, a volte mia figlia mi dice: “Butta via quella robaccia”.

E penso ai tempi della mia infanzia e adolescenza, negli anni ’30, quando questa frase “bota via cla rubacia” non veniva mai usata nella mia famiglia ed anche in altre di mia conoscenza perché allora non c’era proprio niente da buttare.
Terminato il mesto desinare, i piatti erano pulitissimi, come pure i tegami perché li passavamo e ripassavamo con un pezzo di pane; il frigorifero non esisteva ed anche se ci fosse stato non c’era niente da mettere dentro. Un pezzettino di burro lo si teneva “fora dla fnestra d’inverno o drenta ‘na taza d’aqua d’instè” per non farlo sciogliere. Si faceva la spesa giornalmente e si comprava lo stretto necessario.
“Al spazen l’era Tambur cal steva dla dal port” e passava una volta alla settimana con un carrettino a mano e una trombetta che suonava ad ogni angolo di strada, ma da buttare c’era proprio poco.
Era un problema anche trovare dei pezzetti di carta da usare quando si andava in bagno; altro che carta igienica e rotoloni che non finiscono mai…
Quando si mangiava si apparecchiava sulla tavola nuda, senza tovaglia.
Si usava la tovaglia per Natale, Pasqua o altre occasioni come Comunioni e Cresime.
Dei piatti, terrine, tegami, calder e scalden ce n’era sempre qualcuno rotto. E allora si aspettava l’arrivo dello spranghin, dal rudaden (arrotino) che rattoppavano tutti questi attrezzi. Passavano una volta al mese e avevano il loro modo di farsi sentire con delle cantilene urlate: “l’é arvat al rudaden…”, “Cumdè al calder donie…”, “iè al spranghin…”.
A volte non si riusciva ad accomodare tutto quello che serviva e bisognava aspettare il mese successivo, ma non si diceva “a bot via cla rubacia” anche se era proprio da buttare.
(continua)

Dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

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