La Butega

 

nizio anni'20, la famiglia Tirincanti: da sinistra: Margherita, Giovanni, Giuseppe Tirincanti, Antonio, Serafina Ercoles (fondatrice nel 1904 del forno Tirincanti), Rosa, Bruno

inizio anni'20, la famiglia Tirincanti: da sinistra: Margherita, Giovanni, Giuseppe Tirincanti, Antonio, Serafina Ercoles (fondatrice nel 1904 del forno Tirincanti), Rosa, Bruno

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

La bottega di generi alimentari dove noi ci rifornivamo del magro necessario era situata in Via del Porto (io abitavo in Via Lungo Tavollo) e il proprietario era Rico d’Bulen, uomo bravo e onesto. Quando non ci bastavano i soldi si andava con un librettino dove veniva elencata giornalmente la magra spesa e a fine mese si andava a saldare il conto. Ma a volte non c’era abbastanza denaro per il saldo e allora la mia mamma mi diceva: “Va te Pina, me am vargogn; dì che apena a pos ai port al rest”.

Quando si andava a fare la spesa si portava una bottiglia per comprare un quarto di olio, si prendeva inoltre mezzo etto di zucchero, mezzo chilo di farina, due etti pasta o riso, mezzo etto di mortadella, ecc. tutto accartocciato nella carta gialla che noi tenevamo a parte come fosse una reliquia. Farina, fagioli, polenta, riso, ed altro stavano in dei sacchi di iuta. “A dmandemie sti sac ma Bulen” perché venivano poi utilizzati per trattenere la cenere quando si faceva “al ran per la bugheda” (il ranno per il bucato) e a volte si confezionavano anche vestitini per i bambini.

Ho un ricordo di questa bottega, dopo 60 anni, e vedo con lucidità e un pò di nostalgia una vetrinetta di legno scuro (reparto profumeria) dove erano esposte con grazia bottigline, scatolette di latta o di cartone, saponettine rosa profumate, borotalco con qualche piumino. Quello che mi attirava di più era una scatolina bianca con la cipria: si chiamava “Mignon” e profumava di vaniglia. Mi dava il senso della bontà e di qualcosa di buono da mangiare. “Um pareva ad magnè i zucaren”.

Il pane invece si faceva in casa ogni settimana. Mi piaceva tanto setacciare la farina e cantavo continuamente le canzoni di Beniamino Gigli e Del Monaco: partirono le rondini, da mio paese… Mi è sempre piaciuto cantare; “a so neda cantand”. Il pane si faceva in casa ma si portava a cuocere al forno. Io ero sempre l’ultima a portare l’impasto al forno e trovavo sempre sulla porta la Sarafena (Serafina Ercoles Tirincanti, bisnonna degli attuali proprietari del panificio Tirincanti di Via del Porto) che mi urlava: “Pinen fa svelt che sinò un s’levda piò” (Pina sbrigati altrimenti l’impasto non lievita in tempo). Il pane lo facevo io perché mia mamma lavorava. Ne facevo 20 o 21 pezzi, durava tutta la settimana e proprio non si buttava via niente.

dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

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