Gli “attimi” di Giulia Bernardi

 

Giulia Bernardi

Giulia Bernardi

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Freschezza, Eterogeneità, Sguardo poliforme.

Se dovessi scegliere tra le infinite varianti che la lingua italiana ci offre questi sono gli aggettivi che maggiormente descrivono il lavoro di Giulia.

Dal 2 Febbraio al 2 Marzo, il Municipio di Cattolica ha ospitato una mostra di fotografie di una giovane e coraggiosa artista cattolichina: Giulia Bernardi per l’appunto.

Giovane solo anagraficamente, perché a mio avviso ha già ben chiaro quale sarà il suo percorso creativo.

Coraggiosa, perché ha osato esporre in un luogo di transito (le scale del Municipio) la propria visione del mondo, di un mondo visto attraverso un occhio che, affamato, vuole cristallizzare tutto ciò che incontra.

Nelle sue foto si passa dai tetti ai fiori, da scorci di città a scatti autobiografici. Ed è proprio su questi ultimi che il mio , di occhio, si è posato con maggiore forza perché, a mio avviso, è proprio quando soffermiamo lo sguardo sulla nostra confusione che nascono le cose più meravigliosamente autentiche, le stesse cose che ci fanno immediatamente riconoscere di appartenere allo stesso genere: quello più o meno umano.

Sono sicura che tanta, tanta gente, salendo le scale del Municipio, avrà soffermato lo sguardo su quegli “attimi” in bianco e nero e sarà rimasta piacevolmente sorpresa nell’apprendere che sono i primi frutti di una giovane donna.

Giulia, quali sono i fotografi o artisti in genere ai quali ti sei ispirata e perché?

Nella mostra esposta ho dato un ordine a scatti risalenti circa ad un paio di anni fa, catturati in momenti piuttosto diversi e talvolta senza un intento preciso. Un paio di anni fa, quando ho incontrato questa passione, ho iniziato a scattare principalmente per il gusto di farlo, per cercare di assecondare un gusto mio estetico, ma di lì a poco ho avvertito come un movimento interiore, che è diventato una vera e propria esigenza da asservire, al di sopra di me. Per la mia ancora esile conoscenza della fotografia d’autore tradizionale (quanto moderna), posso dirti quali autori trovo davvero interessanti e più o meno conformi alle mie vedute e aspirazioni. Trovo eccezionale la fotografia “diversa e deforme” (Freak) di Diane Arbus, che ritengo essere una fotografia autentica e di altissima espressività che mette quasi a disagio lo spettatore di fronte a soggetti che preferirebbe evitare. Mi piace pensare alla sua fotografia come un riscatto, un ribaltamento dei ruoli, quindi con una funzione anche sociale.

Perché hai scelto la macchina fotografico come mezzo espressivo e da quale tipo di percorso sei arrivata alla fotografia?

La macchina fotografica perché le immagini non hanno difficoltà a fuggire, perché è un metodo immediato, e perché il linguaggio della luce è secondo me tra i più affascinanti e stimolanti che esistano, con le sue chiavi di lettura innumerevoli. Per quanto riguarda il mio percorso non c’è molto da dire, ho iniziato fotografando un paio di scarpe, tutt’ora capita che le mie foto non nascano con un intento preciso ma trovino poi sistemazione in modo più o meno organico con altre (almeno nella mia testa), non hanno sempre storie autonome. Comunque, tornando al percorso, se così si può chiamare, mi sono buttata in un paio di progetti all’interno della scuola, ma la ricerca mia personale è avvenuta (e continua…) sempre al di fuori, in modo semplice e soprattutto spontaneo, nel continuo esercitare i miei occhi a vedere quanto più possibile, negli oggetti, nei paesaggi e nei volti ed in ogni cosa.

Fin dove pensi si possa osare con questo mezzo e fin dove vuoi osare tu?

La fotografia è colore, strumento innato e non razionale dell’uomo, ci porta a contatto diretto con la nostra anima. Ogni cosa che tocca l’anima porta le persone ad una maggiore conoscenza di sé. Ogni forzatura sarebbe inopportuna e inutile. E’ questo il potere del colore e della luce, ottengono attenzione senza richiederla e per questo credo la fotografia possa osare in ogni modo e ambito, senza che nulla le si possa recriminare. L’osare è già di per sé intrinseco nel tentativo di esprimersi, almeno per me. L’esprimere è poi gratificazione e utilità, appagamento. Non escludo in futuro la possibilità di avvicinarmi ad una fotografia sociale o di reportage.

Crei un’ambientazione ideale per le tue opere (luci, set, ecc..) o ti aiuti anche con la post produzione?

La prima tappa del mio lavoro avviene a livello mentale/emozionale. Cerco di usufruire poi di mezzi che si dispongono da sé e che i miei occhi semplicemente riconoscono (questo per la fotografia all’esterno soprattutto). Negli interni (devo ancora prendere confidenza con diverse tecniche per un uso sapiente della luce ed attrezzature varie), preferisco evitare ambientazioni complesse per focalizzare l’attenzione su ciò che ritengo potenzialmente interessante. Ricorro comunque alla rielaborazione in post produzione, ma mai per stravolgere la composizione. Di solito ne faccio uso per regolare i contrasti o per questioni di taglio.

di Francesca Lolli

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