Archivi del mese: marzo 2009

Bar Caffè Concerto: Haiti e Roma

Tratto da Cubia n° 77 – Dicembre 2007

Chi almeno una volta non ha assistito agli spettacoli di questi locali? Nella centralissima piazza 1° Maggio sorgeva il bar caffe’ concerto Roma, nato negli anni 50 (tuttora esistente), mentre il bar caffè concerto Haiti si trovava nella centralissima via Curiel angolo giardini De Amicis. Due nomi diversi, con molte cose in comune. Nati nel medesimo periodo e gestiti dalla stessa compagine, l’ Haiti per oltre trent’anni, mentre il Roma solo per qualche anno, e poi dato in gestione a nuovi soci. Enzo Magi, un esperto in attività alberghiere e turistiche, persona molto arguta, sapeva sempre scegliere il meglio, nell’assumere gli artisti ed il personale, per il buon andamento dei due locali, creando così sempre un clima di simpatia, affabilità e amabilità. Amalia Lanzini, chi non ha conosciuto la signora Fiorati? -per moltissimi anni ha gestito la famosa pasticceria bar Mazzini-, lavoratrice insostituibile, una signora generosissima, aiutava tante persone meno abbienti, aveva sempre un sorriso e una parola buona per tutti. Nonchè una pasta, un cappuccino, e a volte anche qualche lira, spesso non vedeva quando gli portavano via i panettoni e le colombe, durante le festività. Una particolare attenzione e un affetto materno nei confronti di Lino Porti (baratle).

I due bar caffè concerto erano il centro del divertimento: l’Haiti quest’ultimo era anche un luogo d’incontro pomeridiano, dove si ritrovavano artisti e cantanti, sorseggiando un aperitivo: si ricordano Pierfilippi, Iva Zanicchi, Hengel Gualdi, Piergiorgio Farina, Corrado, Silvio Noto, e tanti altri. Puntualmente ogni sera un centinaio di persone prendeva posto all’esterno dei due locali, ammassandosi nella strada e nella grande piazza, godendosi un genuino divertimento fatto di musica, attrazioni, e grandi risate. Anche gli spettatori all’esterno erano protagonisti. Si vedevano persone di ogni genere: madri con in braccio bimbi che piangevano perchè volevano rimanere fino alla fine della serata, e le madri che si arrabbiavano urlando e a volte facendo volare anche qualche sculacciata; turisti di ogni genere; donne che, terminato il loro turno di lavoro negli alberghi (sempre col vestito divisa azzurro, oppure rosato), si rilassavano divertendosi; ragazzi che discutevano a volte animosamente giungendo anche a litigi, infastidendo la musica, oppure che si facevano i dispetti di vario genere, o che tentavano gli approcci con le ragazze, sforzandosi comicamente di parlare lingue straniere che non conoscevano; persone che, eccitate dall’atmosfera, cantavano unendosi alla musica; gente che ballava in mezzo alla strada, o si affollava con bici, motorini, ostruendo anche il passeggio; persone con al guinzaglio cani che, infastiditi dai suoni acuti di qualche strumento, iniziavano ad abbaiare (Un si pudeva di che un fussa gnenca un chen) e a volte alzavano la gamba per mollare la pipì tra i piedi delle persone scambiandole per piante: famiglie intere che con un gelato trascorrevano la serata, mentre tanti clienti si sedevano all’ interno consumando. Tutto era uno spasso, un grande divertimento gratuito. Succedeva anche che i cavalli, mentre passeggiavano trainando la romantica carrozzella, spaventati dai rumori (musica, confusione ecc.) si imbizzarrivano, seminavano il panico. Ma tutto si risolveva per il meglio, grazie all’intervento dei cocchieri, che riuscivano in ogni situazione a calmare i loro amici.

I musicisti sudavano quattro camicie per far divertire gli spettatori, rimanendo così nei ricordi di tante persone. Ancora oggi, passeggiando per le strade del centro, ritorna in mente quel passato.

Oltre alle capacità musicali, era indispensabile possedere una buona dose di spirito e di simpatia.Tonino Canducci e Athos Mancini sono stati un grande esempio poichè riuscivano a tenere per le tre ore di spettacolo i clienti sempre attenti su tutto ciò che si avvicendava sul palco.

Personaggi d’ogni sorta hanno calcato il palco sia del bar concerto Roma che del bar concerto Haiti.

Luciano Gennari con la sua fisarmonica interpretava i migliori brani classici sfoggiando tutta la sua musicalità e bravura riscuotendo ogni volta un grande successo. Aratari Guerrino Gherry, con la sua la sua prestanza fisica e con grande simpatia, e con l’aiuto musicale del fratello Mario, quando si esibiva nelle imitazioni di Celentano mandava in visibilio il pubblico. Quando al caffè Roma cantava “Stasera mi butto”, spiccava una folle corsa e, togliendosi la camicia, con grande sorpresa e divertimento del pubblico si tuffava nella fontana del piazzale 1° Maggio. Nel bar caffè Haiti i paladini dello spettacolo sono stati “I Romagnoli”, capeggiati da Luigi Serafini (Gig ad Serafen), che con la sua simpatia e allegria riusciva ogni volta a far divertire il pubblico Ricordo altri musicisti al suo fianco: Nicola (Nicolino), il batterista, che interpretava in maniera eccellente le più belle melodie francesi; Paolo Del Maestro, chitarrista cantante e il più giovane del gruppo, che interpretava le canzoni più moderne in maniera impeccabile; Vincenzino, provenienza Monte Carpegna, che ha suonato per un breve periodo alle tastiere e che era una catastrofe con le femmine; Benito, che sostituì Vincenzino, divenendo il cervello musicale del gruppo; Rita Glori, cantante molto sensibile, dalla voce commovente, di una femminilità ed eleganza non comuni. Prima di loro tanti altri artisti hanno contribuito al buon andamento del locale ma, per ragioni di spazio, non riesco a nominarli. C’erano poi gli artisti che ogni sera si esibivano con le loro attrazioni: Antonio “brillali”, cameriere e cantante, che durante il giorno vendeva gli occhiali sulla spiaggia; Giovanni Borsellino (trombetta), che con i suoi numeri faceva sbellicare il pubblico di risate; Vittorio il tenore; Lino Porti (baratle), che con la sua voce stonata ma con un impegno incredibile riusciva a rallegrare per oltre trenta minuti il pubblico, sia all’interno che all’esterno del locale. Infine, tutto lo staff del personale, dai camerieri: Peppino Zambuto, Elio Paoloucci, Lino Tonini, il grande barmann Veniero Cervella (coi suoi cocktail fuori di cervello), alle ragazze: Mirna Lanzini (nipote della sig. Fiorati), Pasqualina Masi moglie di Enzo Magi, Luisa Magi sorella di Enzo.

Rivolgo un ringraziamento ad Enzo Magi per la sua collaborazione e per

tutto il materiale donato alla Biblioteca Comunale di Cattolica.

di Roberto Bozza

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Tempo di bilanci agonistici per ASD Aldebaran Cattolica Nuoto

 

Don Serafino benedice la squadra

Don Serafino benedice la squadra

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Dopo i primi 4 mesi di attività agonistica, è ora di bilanci per l’ASD Aldebaran Cattolica Nuoto, guidata magistralmente dai tecnici Massimiliano Benvenuti e Marco Magnani. Dopo il Meeting del Titano, gara d’inizio stagione per le categorie dai Ragazzi agli Assoluti, dove i nostri hanno ottenuto buone prestazioni individuali nonostante una condizione atletica segnata dal fermo estivo, il 21 dicembre si è disputato a Cattolica il Trofeo Babbo Natale, prova valida per il titolo di Campione Provinciale FIN per le categorie Esordienti: grazie alle ottime prestazioni individuali degli atleti cattolichini, guidati da Max Benvenuti, che hanno portato al medagliere ben 9 ori, 16 argenti e 11 bronzi, l’Aldebaran Cattolica ha ottenuto il 2° posto assoluto di squadra. In contemporanea i Ragazzi di Marco Magnani hanno disputato la Coppa Brema, gara importante a livello Nazionale, ed anche in questa manifestazione ci sono stati risultati cronometrici di rilievo. I Ragazzi di Marco hanno partecipato per la prima volta ai Campionati Regionali FIN (C.R.C.P.), cogliendo la favolosa qualificazione alle Finali di Riccardo Semprini nei 100 FA e nei 200 FA, e con Claudia Serafini che solo per un decimo di secondo con il 9° posto non ha ottenuto il pass per la finale. Gli Esordienti hanno disputato anche il Torneo Esordienti Sprint, in cui hanno conquistato la finale: Munaretti Ruben, Cardellini Giovanna, Nussbauner Asia, Severi Nicola, Conti Tommaso, Silvestri Alessandro, De Rosa Maicol, Dessena Marco, Cardellini Lorenzo; nella finale la splendida affermazione di Giovanna Cardellini, prima nei 50 RN, ha portato il primo oro FIN all’Aldebaran Cattolica. Sempre i giovani di Max hanno ottenuto la classificazione per la finale a squadre Cat. Es. B Maschi con Silvagni, Silvestri, Conti, Nardini, Severi e Munaretti: in questa gara Alessandro Silvestri ha colto una bellissima vittoria nei 50 SL e un ottimo 3° posto nei 200 SL, mentre la squadra si è classificata al 7° posto regionale. Da tutto ciò si può dedurre l’ottimo stato della squadra Aldebaran Cattolica, nella quale gli allenatori Massimiliano Benvenuti e Magnani Marco, oltre puntare ai risultati agonistici, continuano nell’opera di fare amare ai giovani questo sport con spirito di squadra e aggregazione sociale.

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Sei veramente sicuro?

Tratto da Cubia n° 67 – Dicembre 2007

Un microchip di nome Euty. Grande come una capocchia di chiodo, installato alla base del cranio con tecnica non invasiva in day-hospital. Le sue biofibre si interfacciano con il tronco cerebrale, coinvolto nel mantenimento delle funzioni vitali e nella regolazione del livello di coscienza. Da lì si connettono con l’ipotalamo e altri centri dell’encefalo preposti alla gestione del dolore. Obiettivo: rendere possibile ad un soggetto umano di procurarsi in modo intenzionale morte cerebrale e arresto cardiaco attraverso le scariche elettro-chimiche del proprio pensiero. Il tutto senza sofferenza: auto-eutanasia, dolce morte fai da te. E’ sufficiente rilassarsi e pronunciare mentalmente per almeno 30 secondi, onde evitare inneschi accidentali, la password “moo-rii-ree”. Il nanocomputer dapprima ti disattiva il sistema sensoriale in modo che tu, completamente isolato dall’esterno, sia solo di fronte a te stesso in questa delicatissima fase della procedura. Poi comanda alla corteccia uditiva la produzione di una richiesta: sei veramente sicuro di volerti eliminare? Contemporaneamente nei tuoi occhi sbarrati l’iride si accende di una luce giallo fluorescente ad indicare allerta per il tuo stato e una memoria da 10Gb inizia a registrare il flusso del tuo discorso interiore per eventuali messaggi ai posteri. Nemmeno il più accorato dei salvatori ha possibilità di intervento. A quel punto hai ancora 15 minuti per decidere se pensare intensamente “annulla” o “invio”. Nel secondo caso, il colore dell’iride si trasforma in verde prato, segnale per gli astanti del via libera che hai concesso al viaggio definitivo. Per te un’ultima informazione: è in corso il tuo trasferimento da questo mondo a….prima che tu possa completarne l’ascolto, è già il buio. Euty, mutuabile e impiantabile senza prescrizione medica dai 12 anni in su, sarà disponibile entro il 2013. E finalmente la decisione più umana e personale che si possa concepire sarà restituita all’unico soggetto avente diritto a gestirla. I casi “Welby” diventeranno da preistoria bioetica. Per inciso, quante contraddizioni tra i nostri politici sulla questione. La sedicente Casa delle libertà, a dispetto del suo nome, vuole impedirne l’esercizio a coloro che, perfettamente coscienti, dichiarano di non ritenere più vita quella che incatena ad un letto prigionieri delle macchine, mentre i partiti di ispirazione cattolica dimenticano che il loro dio già 2000 anni fa ha staccato la spina al proprio figlio inviandolo sulla terra a morire di croce. Oltretutto senza il suo pieno consenso (Padre mio, se è possibile passi da me questo calice ) e senza anestesia. In compenso mandano soldati in giro ad uccidere gente che non l’ha chiesto. Ma torniamo al nostro dispositivo. Ritenere che sia solo un salvagente per malati terminali è oltremodo riduttivo. Siamo in presenza di un enorme salto evolutivo per la dignità della specie umana che, senza dover attendere la casualità di una mutazione genetica ad hoc, si ritroverà ad avere per la prima volta nella sua storia il pieno controllo sulla via d’uscita dalla vita in modo accessibile e indolore. Finalmente una tecnologia che responsabilizza piuttosto che rimbecillire. Chi non ha almeno una volta provato a intrattenersi con il pensiero del suicidio? Ma immaginare di gettarsi sotto un treno o da un ponte significa inquinare l’idea pura di chiudere l’esistenza con il panico per il dolore da sostenere nell’agirla. Presto, invece, potremo concentrarci sul fine senza essere condizionati dai mezzi e la volontà di morire dovrà fare i conti solo con un bilancio spassionato su attivi e passivi della nostra permanenza quaggiù. Il che ci risarcirà in parte per l’indisponibilità di controllo delle variabili che riguardano il nostro ingresso sulla scena del mondo e ci consentirà, inoltre, di andare al cuore delle esperienze senza fingere. Scavare, guardare dentro se stessi non sarà più una scelta elitaria in stile new-age ma diventerà l’essenza della nostra quotidianità, anche nei rapporti con gli altri. Niente più scuse, niente surrogati di vita con cui scendere a patti con l’alibi che the show must go on: la porta della gabbia sarà sempre aperta e lo show potrà concludersi in ogni momento se lo desideriamo davvero. Potremo attivare la procedura di Euty in una qualsiasi serata quando, dopo aver fatto l’amore, all’improvviso realizziamo che a muoverci sono rimasti soltanto gli ormoni. Oppure mentre stiamo spaziando con lo sguardo oltre l’orizzonte del mare in burrasca e ci sentiamo invadere da un senso di completezza seguendo le circonvoluzioni dei gabbiani controvento. Ci sarà pure la possibilità di dar luogo ad inedite conversazioni con familiari e amici : “sento che sono appagato dalla mia esperienza terrena e avrei deciso di concluderla, voi siete grandi abbastanza per cavarvela anche senza di me, cosa ne dite?” Chissà, magari emergerebbero convinzioni e sentimenti che di solito rimangono impliciti, scopriremmo che valga la pena restare perché qualcuno grazie a noi è più felice, oppure potrebbe nascerne una dipartita di gruppo. Sarà possibile predisporre il tutto in modo che non comporti oneri burocratici per chi resta e organizzare la giornata del commiato: immaginate l’intensità espressiva di ogni singolo gesto o parola, il valore inestimabile di un addio consapevole, con i tempi appropriati per scambiarsi gli ultimi sguardi, sfilarsi dal volto le maschere di sempre. Euty ci costringerebbe anche ad essere meno distratti sui bisogni del prossimo. Quale genitore, conoscendo la facilità con cui il proprio figlio adolescente potrebbe autoeliminarsi non sarebbe più attento alla qualità della relazione con lui? Che succederebbe se lo scoprisse un giorno in camera sua con la cuffia dell’i-pod nelle orecchie e gli occhi gialli fluorescenti e dopo aver scongiurato tra sé che annullasse la procedura di suicidio lo potesse di nuovo stringere vivo tra le braccia? Sarebbe tutto come prima?Lo stesso varrà per la cura nelle carceri, negli ospizi, negli ospedali, nella scuola, in ogni struttura dove è facile che la sofferenza prenda il sopravvento sulla gioia di vivere.
Iannacci cantava al suo amico che voleva farla finita: Mario, lascia fare alla vita questa vecchia fatica / siamo feriti quanto basta. Dal 2013 sarà una voce sintetica a parlare per dire soltanto: sei veramente sicuro?

di Amedeo Olivieri

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L’importante è avere molti amici

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Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Dieci anni. Tanti ne sono trascorsi da quel 1 febbraio del 1999 in cui le parrocchie di Cattolica, su input di Don Biagio, decisero di dare un senso diverso alle giornate, in particolare ai pomeriggi, di tanti ragazzi che, per difficoltà psicologiche o altri deficit, trascorrevano gran parte del loro tempo isolati davanti alla Tv.
Nacque così “Il Pellicano”, con l’imprimatur del Vescovo De Nicolò, per “accogliere e seguire – uso le parole dello Statuto – ragazzi con problemi relazionali e di inserimento sociale”.
Cubia ha dedicato al Pellicano tre delle dodici pagine del suo primo numero, pubblicato ad aprile del 2000, parlando dei ragazzi e ragazze che lo frequentavano (alcuni di loro lo frequentano tuttora), della loro voglia di stare insieme, del loro sorriso; riportando le loro impressioni; chiedendo a Maria, la volontaria-mamma, vero punto di riferimento per tutti, il senso e le sensazioni della sua esperienza “impegnativa ma gratificante – come ci disse – da cui ricevo affetto e simpatia, che loro sanno dare con una spontaneità e una disponibilità che ti fanno riflettere da Giona, il responsabile di allora e di ora, le motivazioni, le attività, le prospettive di quella nuova (per l’epoca) realtà associativa del nostro territorio.
Una realtà che è via via cresciuta negli anni, attraverso la pratica quotidiana di quelle cose normali che a molti di quei ragazzi mancavano. Ed ecco, allora, l’andare insieme al bar, il prendere il treno per Pesaro, il recarsi alla Fiera di Morciano, il frequentare la biblioteca, l’andare in farmacia, il leggere assieme i giornali, il fare giochi di società, il cucinare e fare merenda in gruppo, il modellare la creta, il disegnare, l’usare il computer, il fare gite in montagna, il partecipare a campeggi estivi, l’andare a Lourdes, a Roma per il Giubileo, dove “ho visto il Papa in carne ed ossa”, il fare ginnastica, il giocare a biliardino, a calcetto, a bocce presso il Bocciodromo, il disputare il campionato di basket per disabili, il conversare assieme, l’innamorarsi tra di loro, per un mese anche il distribuire Cubia agli abbonati, ecc.
Insomma, tante esperienze, che hanno consentito di migliorare le condizioni di vita di ragazzi e ragazze che venivano da situazioni di sofferenza ed emarginazione e che hanno trovato in quelle stanze della Domus qualcuno che li amava, e li ama, per quelli che sono, e hanno potuto gustare il senso dell’amicizia reciproca, secondo lo spirito di fratellanza e solidarietà che è nel DNA del Pellicano.
Con il tempo, l’Associazione ha in parte cambiato quella sua caratteristica di spensierata spontaneità che la rendeva un po’ “naif”, strutturandosi meglio, dando maggiore assiduità alla presenza dei ragazzi, continuando a curare l’aspetto del gioco, dello stare insieme, dell’aprirsi alla società cattolichina, ma con in più una particolare attenzione all’aspetto terapeutico, di assistenza e cura, anche attraverso colloqui personalizzati e di gruppo.
A questo “salto di qualità” hanno concorso molto la figura di Sandro, fino a poco tempo fa il Presidente dell’Associazione, ma soprattutto la guida, qualificata e appassionata del dr. Giona Semprucci, vero motore del gruppo, cha ha messo le sue competenze di psicologo al servizio di queste persone.
Ed è con lui che facciamo il punto della situazione.
Cosa è cambiato in questi 10 anni?

In dieci anni sono passati dal Pellicano tanti ragazzi e ragazze e sono cambiate alcune cose. La struttura operativa dell’associazione si è consolidata e, con l’esperienza accumulata, è certamente cresciuta. Inoltre, dal 2003 è iscritta al registro provinciale delle associazioni no profit.
Una cosa importante che credo vada rimarcata è che, tenendo fede ai valori e alle finalità iniziali, il Pellicano è cresciuto in modo esponenziale, come cresce una famiglia che basa i suoi valori sull’amore di Dio. Infatti, se capitate al Pellicano in “Domus” o parlate con i ragazzi, capirete che il nostro gruppo è diventato un punto di riferimento imprescindibile della loro vita, anche per quei ragazzi che inizialmente facevano fatica a rimanerci, ad accettare una situazione di condivisione, di confronto di crescita, e che ora, invece, si sentono profondamente parte di questa realtà.

Una realtà in continuo movimento, quella del Pellicano, a cui le persone possono accedere su loro richiesta, o delle famiglie, o su indicazione delle parrocchie, dei servizi sociali, della stessa AUSL.
Ma i nuovi ingressi vi hanno mai creato problemi interni?

No, e questa è la prova di quella crescita di cui parlavo prima. Quando c’è stato un nuovo inserimento, non è mai successo che il problema del ragazzo inserito disgregasse l’equilibrio del gruppo, ma, al contrario, è sempre stato l’equilibrio del gruppo a favorire la nuova integrazione. Tenendo conto che attualmente ci sono circa 20 ragazzi di sesso diverso, di età diverse (dai 18 ai 53 anni) e con problematiche molto differenziate (problemi psichici in persone normalmente intelligenti, sindromi di Down, lievi ritardi mentali, ecc.), questa è una grande cosa.


Si potrebbe pensare al Pellicano come ad un posto idilliaco, quasi irreale, dove tutto procede perfettamente…


Ovviamente non è così. Come dicevo prima, ci sono persone diversissime per età, patologie e caratteri, quindi, come e più che in qualsiasi nucleo sociale, anche qui ci sono battibecchi, confronti accesi, ecc., che muovono forti emozioni, ma la grande forza del Pellicano è che i ragazzi, ovviamente aiutati dagli operatori, sono sempre messi in condizione di sentirsi amati ed accettati, e ciò consente un confronto aperto, anche se non sempre facile, che non fa altro che aumentare l’accettazione di sé, dell’altro e cementa sempre più la forza del gruppo.
Spente le prime 10 candeline, al secondo piano della Domus, di fronte alla chiesa di San Pio, la vita continua… per Giona, per Claudia (che ha preso il posto di Maria), per Gianfranco (che ha sostituito Sandro come presidente), per gli altri volontari che dedicano una parte del loro tempo a questo prossimo, e per i ragazzi e le ragazze, che sono la vera anima del Pellicano.
Se volete saperne di più, potete visitarne il sito internet 
Se poi volete andarli a trovare, per toccare con mano questa bella realtà, ricordatevi qual’è il loro motto: “L’importante è avere molti amici“.

di Paolo Saracino

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Intervista a 2 giovani promesse del Taekwondo OIimpic Cattolica

autodifesa

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Questo mese facciamo parlare direttamente due ragazzi che frequentano la nostra società, attraverso questa breve intervista doppia a: Villa Alida, 8 anni cintura gialla, e De La Rua Alessandro, 12 anni cintura verde-blu.

Quando hai iniziato a praticare Taekwondo e perché? Villa: Ho iniziato da 2 anni, anche mio babbo lo praticava. De La Rua: Ho iniziato 3 anni fa dopo avere visto un gruppo di ragazzi che si stava allenando al parco della pace.

E’ vero che il taekwondo è uno sport che trasmette disciplina e controllo? V. A me ha aiutato a concentrarmi meglio a scuola. D: Io ora posso controllare meglio le mie emozioni.

Secondo te il Taekwondo è accessibile a tutti? V. Io penso proprio di sì. D: Per quello che riguarda l’allenamento sì, ma per le gare di combattimento bisogna essere molto determinati, comunque non è obbligatorio parteciparvi.

Tu pratichi altri sport oltre il taekwondo? V: La danza. D: Il calcio: d’altronde anche Ibrahimovic è cintura nera di taekwondo.

Hai mai partecipato a competizioni agonistiche? V: No. D: Sì, sono campione interregionale 2008 a Forlì, medaglia d’oro al campionato internazionale di Cattolica 2008 e primo al campionato interregionale Veneto 2007.

Il tuo sogno? V: Diventare cintura nera. D: Diventare un campione olimpico come Mauro Sarmiento, che ho potuto conoscere a Forlì.

Un termine per il taekwondo… V: Leggerezza. D: Entusiasmante.

Per info: 329/2286086 – Corsi: Sede via del Porto e Sede palestra scuola Repubblica.

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Toglietemi la bellezza d’addosso

 

Rinascita (2006)

Rinascita (2006)

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

L’originalità artistica della pittrice cattolichina Annalisa D’Annibale, che si firma con lo pseudonimo Nicola Pepe

Il 13 febbraio si è conclusa con successo presso l’Ora di luce di Cattolica l’ultima personale di Nicola Pepe: “Toglietemi la bellezza d’addosso”.

Dietro questo pseudonimo si nasconde una cattolichina D.O.C. trapiantata a Milano: Annalisa D’Annibale.

Vissuta a Cattolica fin dalla nascita (il 2.4.1983) si è trasferita a Milano dopo le scuole superiori per frequentare lo IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) e, da laureata, lavorare presso Microsoft. 

Nel 2008, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla pittura, si è iscritta all’Accademia di Brera, per ampliare la sua esperienza artistica e le sue conoscenze tecniche.

La sua prima produzione è concentrata sulla figura umana, in particolare quella femminile, lo stile è astratto e lineare dominato dal bianco e dal nero.

Nonostante la sua carriera artistica sia piuttosto breve, può vantare un “curriculum” di tutto rispetto.

Tra il materiale dell’ultima mostra è possibile leggere una dichiarazione (l’unica) dell’artista riguardo i nuovi lavori (ancora inediti), che lascia intuire una ulteriore evoluzione nello stile e contenuti:

“Il lavoro qui [all’accademia n.d.] procede a gonfie vele… mi manca solo lo spazio, ma è tutto dentro la mia testa e dentro dei fogli 70×100. Troppo piccoli. 

Sta cambiando lentamente il mio modo di vedere le cose, gli oggetti, le ombre, i volti e soprattutto i miei lavori! Se li vuoi, sono tuoi, tutti quanti! Per me non esistono più, non mi rappresentano. Me ne sono resa conto da sola e questo è magnifico! Impagabile! Storico!! Pensavo di non aver più niente da scoprire, che tutto fosse rivelato e poi ho scoperto. Potrei paragonarlo all’amore per l’emozione che mi provoca! L’obiettivo ora è tradurre quello che la mia mente riesce a vedere. Tradurlo in pasta di colore e tela. Questa è la parte più difficile, la cosa più frustrante, temere che la mia mente ha così chiaro!

Molti non noteranno forse la differenza come molti non hanno saputo vedere l’errore che ci vedo io ora! Che barbarie! […]

E ora che io lo so è come se stessi dietro alle quinte di uno spettacolo di magia, sorridendo beffarda perché io quei trucchi li riesco a vedere!!

Toglietemi la bellezza d’addosso. E’ tutto scritto lì!!”.

 

di Lucia Montanari

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Le mostre di Annalisa D’annibale alias Nicola Pepe

 

Miradouro (2006)

Miradouro (2006)

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

 

MOSTRE PERSONALI


24 Gennaio/13 Febbraio 2009: “Toglietemi la bellezza d’addosso”, presso l’Ora di Luce – Cattolica

Aprile 2008: presso MonteMaggioLab, a cura di Filippo Santolini – Forlì/Cesena

20 Aprile 2007: Live Painting di Nicola Pepe, a cura di Esterni per il Design Pubblico, Salone del Mobile – Milano

Febbraio 2007: presso spazio Goganga, Milano, personale curata da Pamela Maione

Febbraio 2006/Marzo 2006: presso la S.R.A.F. di Faro (Portogallo), personale curata da Pedro Bartilotti

 

MOSTRE COLLETTIVE

 

1-23 Settembre 2007: Collettiva “Arte Erotica” presso De Forma By Art, via Pelagio Pelagi 3 – Bologna

Giugno 2007: Collettiva “Arte erotica” presso le Officine Artistiche di Treviso

Giugno-Luglio 2007: proiezione video “Feet your head” presso il B4 di Milano

14 Marzo 2007: Collettiva presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università Statale di Milano, a cura di Statart

3 Marzo 2007: “Obiettivo POP” presso Euro Hotel di Cascina (Pisa)

Dicembre 2006/Febbraio 2007: Collettiva S.p.A. presso lo Spazio Ethic, Borgo degli Albizi, 37/R – Firenze

Maggio 2006/Giugno 2006: Collettiva presso la Julia Karp Gallery, c/Torrijos 70 – Barcellona

Marzo 2006/Aprile 2006: Esposizione “Territori d’Art” presso la Julia Karp Gallery, c/Torrijos 70 – Barcellona

 

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Gli “attimi” di Giulia Bernardi

 

Giulia Bernardi

Giulia Bernardi

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Freschezza, Eterogeneità, Sguardo poliforme.

Se dovessi scegliere tra le infinite varianti che la lingua italiana ci offre questi sono gli aggettivi che maggiormente descrivono il lavoro di Giulia.

Dal 2 Febbraio al 2 Marzo, il Municipio di Cattolica ha ospitato una mostra di fotografie di una giovane e coraggiosa artista cattolichina: Giulia Bernardi per l’appunto.

Giovane solo anagraficamente, perché a mio avviso ha già ben chiaro quale sarà il suo percorso creativo.

Coraggiosa, perché ha osato esporre in un luogo di transito (le scale del Municipio) la propria visione del mondo, di un mondo visto attraverso un occhio che, affamato, vuole cristallizzare tutto ciò che incontra.

Nelle sue foto si passa dai tetti ai fiori, da scorci di città a scatti autobiografici. Ed è proprio su questi ultimi che il mio , di occhio, si è posato con maggiore forza perché, a mio avviso, è proprio quando soffermiamo lo sguardo sulla nostra confusione che nascono le cose più meravigliosamente autentiche, le stesse cose che ci fanno immediatamente riconoscere di appartenere allo stesso genere: quello più o meno umano.

Sono sicura che tanta, tanta gente, salendo le scale del Municipio, avrà soffermato lo sguardo su quegli “attimi” in bianco e nero e sarà rimasta piacevolmente sorpresa nell’apprendere che sono i primi frutti di una giovane donna.

Giulia, quali sono i fotografi o artisti in genere ai quali ti sei ispirata e perché?

Nella mostra esposta ho dato un ordine a scatti risalenti circa ad un paio di anni fa, catturati in momenti piuttosto diversi e talvolta senza un intento preciso. Un paio di anni fa, quando ho incontrato questa passione, ho iniziato a scattare principalmente per il gusto di farlo, per cercare di assecondare un gusto mio estetico, ma di lì a poco ho avvertito come un movimento interiore, che è diventato una vera e propria esigenza da asservire, al di sopra di me. Per la mia ancora esile conoscenza della fotografia d’autore tradizionale (quanto moderna), posso dirti quali autori trovo davvero interessanti e più o meno conformi alle mie vedute e aspirazioni. Trovo eccezionale la fotografia “diversa e deforme” (Freak) di Diane Arbus, che ritengo essere una fotografia autentica e di altissima espressività che mette quasi a disagio lo spettatore di fronte a soggetti che preferirebbe evitare. Mi piace pensare alla sua fotografia come un riscatto, un ribaltamento dei ruoli, quindi con una funzione anche sociale.

Perché hai scelto la macchina fotografico come mezzo espressivo e da quale tipo di percorso sei arrivata alla fotografia?

La macchina fotografica perché le immagini non hanno difficoltà a fuggire, perché è un metodo immediato, e perché il linguaggio della luce è secondo me tra i più affascinanti e stimolanti che esistano, con le sue chiavi di lettura innumerevoli. Per quanto riguarda il mio percorso non c’è molto da dire, ho iniziato fotografando un paio di scarpe, tutt’ora capita che le mie foto non nascano con un intento preciso ma trovino poi sistemazione in modo più o meno organico con altre (almeno nella mia testa), non hanno sempre storie autonome. Comunque, tornando al percorso, se così si può chiamare, mi sono buttata in un paio di progetti all’interno della scuola, ma la ricerca mia personale è avvenuta (e continua…) sempre al di fuori, in modo semplice e soprattutto spontaneo, nel continuo esercitare i miei occhi a vedere quanto più possibile, negli oggetti, nei paesaggi e nei volti ed in ogni cosa.

Fin dove pensi si possa osare con questo mezzo e fin dove vuoi osare tu?

La fotografia è colore, strumento innato e non razionale dell’uomo, ci porta a contatto diretto con la nostra anima. Ogni cosa che tocca l’anima porta le persone ad una maggiore conoscenza di sé. Ogni forzatura sarebbe inopportuna e inutile. E’ questo il potere del colore e della luce, ottengono attenzione senza richiederla e per questo credo la fotografia possa osare in ogni modo e ambito, senza che nulla le si possa recriminare. L’osare è già di per sé intrinseco nel tentativo di esprimersi, almeno per me. L’esprimere è poi gratificazione e utilità, appagamento. Non escludo in futuro la possibilità di avvicinarmi ad una fotografia sociale o di reportage.

Crei un’ambientazione ideale per le tue opere (luci, set, ecc..) o ti aiuti anche con la post produzione?

La prima tappa del mio lavoro avviene a livello mentale/emozionale. Cerco di usufruire poi di mezzi che si dispongono da sé e che i miei occhi semplicemente riconoscono (questo per la fotografia all’esterno soprattutto). Negli interni (devo ancora prendere confidenza con diverse tecniche per un uso sapiente della luce ed attrezzature varie), preferisco evitare ambientazioni complesse per focalizzare l’attenzione su ciò che ritengo potenzialmente interessante. Ricorro comunque alla rielaborazione in post produzione, ma mai per stravolgere la composizione. Di solito ne faccio uso per regolare i contrasti o per questioni di taglio.

di Francesca Lolli

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Programma agonistico 2009 del Circolo Tennis di Cattolica

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Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Anche quest’anno il programma agonistico dell’A.S.D. C.T. Cattolica è improntato a valorizzare i giovani atleti iscritti presso l’impianto di Via Leoncavallo, oltre a promuovere lo sport a Cattolica. Parteciperemo con quattro squadre maschili ed una femminile ai vari campionati ed organizzeremo nove tornei nazionali in modo da coprire tutto l’anno agonistico. Cominceremo da marzo con il torneo open maschile, poi un torneo di quarta categoria maschile, e ben sei tornei di terza categoria, sia maschili che femminili, poi terminiamo in ottobre con il torneo open femminile.

I risultati ottenuti sino ad oggi ci hanno dato ragione, sia in termini mediatici (i giornalisti sportivi hanno dato molto spazio nelle cronache locali dei vari quotidiani agli avvenimenti da noi organizzati), sia per il progresso dei nostri atleti nell’affrontare sfide sempre più alte di livello.

La capacità di mantenere fede agli impegni (vedasi il programma portato a termine negli ultimi tre anni) grazie alla passione di noi dirigenti è pari alla delusione per l’assoluta “latitanza” dei nostri Amministratori che, oltre la loro poltrona non vedono, o non vogliono vedere.

L’impianto sportivo che l’Amministrazione ci ha messo a disposizione è vecchio di oltre trent’anni. La stanza segreteria, dove facciamo le riunioni del direttivo e accogliamo gli atleti e i genitori dei ragazzi che frequentano la scuola tennis, presenta gli infissi in condizioni pietose, così come le altre stanze della palazzina. A chi chiede una toilette, indichiamo i bagni all’interno degli spogliatoi di recente costruiti. Nelle giornate di forte pioggia, in più punti della palazzina l’acqua penetra all’interno.

L’iniziativa presa dai Dirigenti del Circolo oltre dieci anni fa, di sistemare tutta la palazzina, facendo risparmiare all’Amministrazione del danaro sui lavori necessari, ha avuto il triste esito che ho già evidenziato sui quotidiani locali. Riassumo brevemente i fatti. Nel 1995 i Dirigenti dell’A.S.D. C.T. Cattolica, in accordo con gli allora Amministratori Comunali, avevano cominciato a sistemare la palazzina. Finita la prima fase di lavori, che riguardava gli spogliatoi, l’Amministrazione Comunale non ha mantenuto più fede alle sue promesse (oltretutto scritte con tanto di delibere), mettendo in forte difficoltà le casse del nostro Circolo Tennis, che invece ha fatto fronte agli impegni pagando tutte le maestranze.

L’A.S.D. C.T. Cattolica si trova a vantare nei confronti dell’Amministrazione un credito di circa 50.000,00 euro per i valori eseguiti a suo tempo e i nostri attuali Amministratori Comunali, nonostante molte riunioni con il sottoscritto, e prima con i miei predecessori, si ostinano a non riconoscerlo. Siamo stati costretti, con la speranza di recuperare il danaro a destinarlo alla scuola tennis, a rivolgerci al Tribunale ma, nonostante il Giudice abbia emesso un decreto ingiuntivo, riconoscendo la fondatezza del nostro credito, i nostri Amministratori Comunali continuano ad opporsi. Chiaramente per la felicità degli avvocati, che non lavorano gratis: né l’avvocato del Comune, pagato con i soldi dei cittadini, né il nostro, pagato con i soldi che dovremmo mettere a disposizione per la scuola tennis dei ragazzi.

Se ci fosse uniformità di trattamento da parte dei nostri Amministratori Comunali verso tutte le società sportive che gestiscono gli impianti, me ne farei una ragione, ma, siccome non è così, spero che alla fine i nuovi amministratori si comportino diversamente dagli attuali.

Sempre che i cattolichini non preferiscano il modo di amministrare degli attuali e li riconfermino

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La Butega

 

nizio anni'20, la famiglia Tirincanti: da sinistra: Margherita, Giovanni, Giuseppe Tirincanti, Antonio, Serafina Ercoles (fondatrice nel 1904 del forno Tirincanti), Rosa, Bruno

inizio anni'20, la famiglia Tirincanti: da sinistra: Margherita, Giovanni, Giuseppe Tirincanti, Antonio, Serafina Ercoles (fondatrice nel 1904 del forno Tirincanti), Rosa, Bruno

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

La bottega di generi alimentari dove noi ci rifornivamo del magro necessario era situata in Via del Porto (io abitavo in Via Lungo Tavollo) e il proprietario era Rico d’Bulen, uomo bravo e onesto. Quando non ci bastavano i soldi si andava con un librettino dove veniva elencata giornalmente la magra spesa e a fine mese si andava a saldare il conto. Ma a volte non c’era abbastanza denaro per il saldo e allora la mia mamma mi diceva: “Va te Pina, me am vargogn; dì che apena a pos ai port al rest”.

Quando si andava a fare la spesa si portava una bottiglia per comprare un quarto di olio, si prendeva inoltre mezzo etto di zucchero, mezzo chilo di farina, due etti pasta o riso, mezzo etto di mortadella, ecc. tutto accartocciato nella carta gialla che noi tenevamo a parte come fosse una reliquia. Farina, fagioli, polenta, riso, ed altro stavano in dei sacchi di iuta. “A dmandemie sti sac ma Bulen” perché venivano poi utilizzati per trattenere la cenere quando si faceva “al ran per la bugheda” (il ranno per il bucato) e a volte si confezionavano anche vestitini per i bambini.

Ho un ricordo di questa bottega, dopo 60 anni, e vedo con lucidità e un pò di nostalgia una vetrinetta di legno scuro (reparto profumeria) dove erano esposte con grazia bottigline, scatolette di latta o di cartone, saponettine rosa profumate, borotalco con qualche piumino. Quello che mi attirava di più era una scatolina bianca con la cipria: si chiamava “Mignon” e profumava di vaniglia. Mi dava il senso della bontà e di qualcosa di buono da mangiare. “Um pareva ad magnè i zucaren”.

Il pane invece si faceva in casa ogni settimana. Mi piaceva tanto setacciare la farina e cantavo continuamente le canzoni di Beniamino Gigli e Del Monaco: partirono le rondini, da mio paese… Mi è sempre piaciuto cantare; “a so neda cantand”. Il pane si faceva in casa ma si portava a cuocere al forno. Io ero sempre l’ultima a portare l’impasto al forno e trovavo sempre sulla porta la Sarafena (Serafina Ercoles Tirincanti, bisnonna degli attuali proprietari del panificio Tirincanti di Via del Porto) che mi urlava: “Pinen fa svelt che sinò un s’levda piò” (Pina sbrigati altrimenti l’impasto non lievita in tempo). Il pane lo facevo io perché mia mamma lavorava. Ne facevo 20 o 21 pezzi, durava tutta la settimana e proprio non si buttava via niente.

dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

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