I vistid

sartoria

Tratto da Cubia n° 90 – Marzo 2009

I Racconti di Nonna Pina/3

Per quanto riguarda il vestiario, tutto usciva dalle mani delle nostre mamme: mutande, sottabiti, camicie, camicette, vestiti, sottane, pantaloni, giacche e cappotti; questi ultimi li cucivano le più brave e tra queste c’era mia mamma.
Per risparmiare si comprava poca stoffa, perciò si facevano cento misure per un taglio solo.
Ricordo che la Lina, moglie di Dario Vannoni, veniva per tagliare i vestiti per lei o per qualche altro componente della famiglia da mia madre e diceva: “Main Guerda cu ha da scapè pri forza” e girava e rigirava la stoffa da tutte le parti. Alla fine, con qualche “giunta”, ci riuscivano e il vestito era fatto.
E anche qui da buttare non rimaneva niente.
Dimenticavo che, anche se rimaneva qualche avanzo di stoffa, si teneva per fare le pianelle o le pantofole che mia mamma confezionava per bambini, donne e marinai.
Avevamo forme di legno per ogni lunghezza di piede; poi c’era la “broccaia” di ferro (anche questa con le forme dei piedi), il martello, le tenaglie e chiodini di tutte le misure, come dei veri calzolai.
Alcuni comandanti di barche, detti “paron”, se le facevano confezionare con pelle del diavolo nera con elastico davanti, e se le mettevano il sabato.
Si facevano anche capi di maglieria intima, come mutande e calze lunghe e berretti: tutto questo con lana grezza e filata con le proprie mani; si guastava e si riguastava la lana più volte e alla fine era tutto un nodo.
A maglia si lavorava alla sera tutti in una casa a turno, perché altrimenti si consumava il petrolio per il lume.
Ricordo che la Vergigna ad Campagnon, quando veniva spostato il tavolo per fare la solita partita a carte dopo il lavoro, diceva: “nu strasina cla tevla cus romp li gamb!“.
In un angolo vi era sempre il fiasco con l’acqua e chi aveva sete beveva al fiasco, sia vecchi che giovani. Ricordo che, quand’ero più grandicella, venivano alla veglia, “la vegia”, alcuni ragazzi. Uno di loro, al Gnec, una sera, vedendo che bevevamo tutti allo stesso fiasco, si rivolse ad un suo amico e disse: “Ma… bevono tutti lì!“, e così dopo lo chiamavamo “i bev tot i lè“.

Dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

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