Archivi del mese: maggio 2009

Come si vota alle elezioni comunali 6-7 Giugno 2009 – Cattolica

Città-di-Cattolica

 

Tratto da Cubia n° 92 – Maggio 2009

 

Le Tre Votazioni

Sabato 6 e domenica 7 Giugno si voterà a Cattolica per eleggere:

a) i membri italiani del Parlamento Europeo (scheda marrone);

b) presidente e consiglieri della Provincia di Rimini (scheda gialla);

c) sindaco e consiglio comunale di Cattolica (scheda azzurra).

 

Elezioni Comunali

 Come si vota:

 

Sulla scheda di colore azzurro sono riportati i nominativi dei sette candidati alla carica di Sindaco e, a fianco di ciascuno, sono riprodotti i simboli delle liste collegate.

Si può esprimere il voto in modi diversi:

 

1. tracciando un segno sul simbolo di una lista, eventualmente esprimendo una preferenza con il cognome di un candidato di quella lista, il voto è valido anche per il candidato a sindaco collegato alla lista votata;

2. tracciando un segno solo sul nominativo di un candidato a sindaco, il voto è valido per il candidato a sindaco, ma non è attribuito ad alcuna lista;

3. tracciando un segno sul nominativo di un candidato a sindaco e sul simbolo di una lista ad esso collegata, eventualmente esprimendo una preferenza con il cognome di un candidato di quella lista;

4. tracciando un segno sul nominativo di un candidato a sindaco e sul simbolo di una lista non  collegata a quel candidato sindaco, eventualmente esprimendo una preferenza con il cognome di un candidato di quella lista, è il cosiddetto voto disgiunto: è possibile, cioè, votare una lista, ma non il candidato sindaco che questa appoggia, bensì un altro candidato sindaco.

 

Chi viene eletto Sindaco:

 

Al primo turno: è eletto sindaco il candidato che ottiene la metà + uno dei voti validi.

Se nessun candidato raggiunge tale quota, si torna a votare domenica 21 e lunedì 22 Giugno per scegliere tra i due candidati che al primo turno hanno ottenuto il maggior numero di voti (ballottaggio).

All’eventuale ballottaggio: è eletto sindaco chi ottiene il maggior numero di voti.

 

Come viene eletto il Consiglio:

 

Alcune premesse:

– L’attribuzione dei seggi (in totale: 20) alle liste è effettuata successivamente alla proclamazione dell’elezione del sindaco, al termine del 1° turno o del ballottaggio.

– La cifra elettorale di una lista è costituita dalla somma dei voti validi ottenuti dalla lista in tutte le sezioni del comune.

– La cifra individuale di ciascun candidato a consigliere è data dalla cifra della propria lista più i voti di preferenza ottenuti.

– Non hanno diritto a seggi quelle liste che abbiano ottenuto al 1° turno meno del 3% dei voti validi e che non appartengano ad alcun gruppo di liste che abbia superato tale soglia.

– In caso di ballottaggio, entro 7 giorni dal 1° turno, le liste non collegate ad uno dei candidati a sindaco ammessi al ballottaggi possono collegarsi ad uno di loro.

 

Assegnazione dei seggi


A) Per l’assegnazione dei seggi a ciascuna lista (o gruppo di liste collegate), si divide la cifra elettorale di ciascuna lista (o di ciascun gruppo di liste collegate), si divide la cifra elettorale di ciascuna lista (o di ciascun gruppo di liste collegate) successivamente per 1,2,3,4… sino a 20, ottenendo tanti quozienti. Quindi si considerano i 20 quozienti più alti, disponendoli in ordine decrescente. Ciascuna lista (o gruppo di liste) avrà tanti consiglieri quanti sono i quozienti ad essa appartenenti tra i 20.

B) Nell’ambito di ciascun gruppo di liste collegate, la cifra elettorale di ciascuna lista, corrispondete ai voti ottenuti nel 1° turno, è divisa per 1,2,3,4,… sino al numero corrispondente ai seggi spettanti a quel gruppo di liste. Si determinano così i quozienti più alti e, quindi, il numero dei seggi spettanti ad ogni singola lista.

C) Qualora un candidato sindaco venga eletto al 1° turno, alla lista (o gruppo di liste) ad esso collegata, che non abbia già conseguito (nel modo detto prima al punto A) almeno il 60% dei seggi, ma abbia ottenuto almeno il 40% dei voti, viene assegnato il 60% dei seggi (purché nessuna altra lista, o gruppo di liste collegate, abbia superato il 50% dei voti validi).

Qualora un candidato sindaco venga eletto al ballottaggio, alla lista (o gruppo di liste collegate) che non abbia già raggiunto (nel modo detto prima al punto A), almeno il 60% dei seggi, viene assegnato il 60% dei seggi (purché nessuna altra lista, o gruppo di liste collegate, abbia già superato al primo turno il 50% dei voti validi).

I seggi restanti vengono divisi tra le altre liste (o gruppi di liste) nel modo detto prima al punto A.

D) Una volta determinato il numero dei seggi spettanti a ciascuna lista (o gruppo di liste collegate), sono eletti in primo luogo i candidati a sindaco non eletti, collegati ad una lista (o gruppo di liste) che abbia ottenuto almeno un seggio.

E) Successivamente, sono proclamati eletti consiglieri i candidati di ciascuna lista (o gruppo di liste collegate) secondo l’ordine delle rispettive cifre individuali. A parità di cifre, decide l’ordine di lista.

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… Una Poltrona per 7

Francesco Pagnini coordina i 7 candidati sindaci

Francesco Pagnini coordina i 7 candidati sindaci

Eccoli qua i “magnifici sette”. I candidati alla poltrona di sindaco di Cattolica, che si presenteranno ai nastri di partenza il 6 e 7 Giugno, ma che dall’indomani resteranno in due a “cavalcare ancora” in vista del ballottaggio del 21.

Pare, infatti assai difficile – anche a causa proprio di questa “polverizzazione” – che uno di essi riesca a prevalere al primo turno. E, per assurdo, questa volta quello che tra i sette ha maggiori possibilità di arrivarci è il candidato del centro-destra Cono Cimino.

Insomma, se ai tempi di Gianfranco Micucci Cattolica era la piazza strasicura per il centro-sinistra, questa volta Pdl e Lega possono addirittura sperare concretamente (come peraltro già scritto altre volte su queste colonne) di arrivare al secondo turno in testa. Nonostante, un po’ inaspettatamente, sia saltata fuori la candidatura di Massimo Ricci dell’Udc (d’altra parte anche per la Provincia il partito di Casini corre da solo, schierando Maurizio Nanni).

Alle ultime Politiche (2008), a Cattolica il Pdl ha sfiorato il 33 per cento e la Lega ha raggiunto il 5,4 per cento: insieme si sfonderebbe abbondantemente il 38 per cento. Alle ultime Amministrative presero 10 punti in meno. L’Udc cinque anni fa ottenne il 3,25 per cento, l’anno scorso alle Politiche mezzo punto in meno.

Dall’altra parte comunque si sta peggio. Sono ben cinque i candidati che possono far riferimento all’area di centro-sinistra: il candidato ufficiale del Pd Marco Tamanti appoggiato anche da una lista civica; Marco Vagnini per i Comunisti Italiani; Alessandro Bondi per l’Arcobaleno, appoggiato stavolta anche da Rifondazione; Sinistra Critica con Paolo Tonti; e naturalmente il sindaco uscente Pietro Pazzaglini, appoggiato da varie listarelle e dalla Lista Micucci.

I numeri danno per favorito Marco Tamanti: il Pd alle ultime Politiche (2008) a Cattolica ha fatto il 45,34 per cento. Ma come detto, stavolta c’è la “concorrenza interna”, e si sa, le Amministrative sono un’altra cosa. Tamanti ha dalla sua l’entusiasmo di un giovane che ha avuto il coraggio di mettere in discussione molti equilibri incrostati. Fatto quest’ultimo che però nel partito non è piaciuto a tutti, tanto che quello della compattezza alle urne è un problema serio per lui.

Pazzaglini cinque anni fa, al primo turno ottenne il 39,6 per cento, compreso il 6,56 portato “in eredità” dalla Lista Micucci. Il suo risultato questa volta dipenderà dalla “tenuta” dei micucciani, da quanto riusciranno a “sfondare” le liste “tematiche” d’appoggio, dall’appeal comunque esercitato da un primo cittadino uscente.

Tonti, l’altra volta candidato per Rifondazione e giunto al 6,7 per cento, ora lo è per Sinistra Critica, che alle ultime Politiche non ha raggiunto il 2 per cento.

La differenza dovrebbe andare a Bondi, che alla precedente tornata amministrativa aveva raggiunto il 23,6 per cento, che si è fatto una forte credibilità con un impegno indefesso in consiglio per cinque anni. Stavolta “perde” i Comunisti Italiani. Inoltre, nel confronto tra le Amministrative 2004 e le Politiche 2008, a parte l’Italia dei Valori cresce dello 0,8 per cento, gli altri partiti che lo sostenevano risultano in calo: va ricordato che l’intera Sinistra Arcobaleno (con dentro Verdi, Rifondazione e Pdci) alle ultime Politiche ha raggranellato poco più del 3 per cento con un vero e proprio tracollo, verosimilmente a favore del Pd.

Spariscono dalla scena due candidati “civici” di cinque anni fa: Alberto Cenci, che conquistò il 2,72 per cento, è nella lista di Tamanti, mentre i voti che furono di Giorgio Pierani (2,4 per cento) è facile che siano “propri” del centro-destra.

Questi, però, sono i numeri. Poi, all’atto pratico, a fare la differenza possono esserci tanti fattori: la tenuta dei partiti e delle coalizioni, le facce dei candidati, addirittura (incredibile ma vero) la posizione di liste e simboli nella lista elettorale.

Quanto nella pratica queste componenti conteranno, e chi dei “magnifici sette” potrà “cavalcare ancora” lo si saprà l’8 Giugno.

di Francesco Pagnini

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Le contraddizioni del “governo divino della Storia”

Vito_Mancuso_Il_Dolore_Innocente

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto_Settembre 2006

Ho condiviso le riflessioni di Amedeo Olivieri svolte nell’articolo “Atei per un giorno”, con cui si invita a vivere la fede nella cruda consapevolezza della nostra condizione umana, “senza distogliere lo sguardo dalla radicalità della nostra solitudine”.
Amedeo rifiuta tutte le speculazioni teologiche, che pretendono di ricondurre a Dio, ed alla Sua volontà, ciò che umanamente ci ripugna, come la sofferenza innocente del piccolo Alfredino.
E’ un vecchio tema, su cui tanti – come il sottoscritto – hanno vacillato nella propria fede, trovando spesso riparo e conforto in quei “pensatori cristiani del paradosso” che hanno affrontato a muso duro questo tranello, come Pascal, Kirkegaard, Dostojeskij, e da ultimo il nostro Sergio Quinzio, grande esegeta e biblista per il quale la fede ha senso solo se mantenuta dentro questa consapevolezza.
E’ il cuore del problema cristiano, coniugare l’infinità bontà e onnipotenza di Dio Padre con ciò che è assurdo e privo di senso, come la vicenda di Alfredino o la morte di stenti della piccola Eleonora di Bari od ancora la dissipazione di vite procurata dallo tsunami.
Il tema del dolore e della sofferenza non diverge infatti più di tanto da quello della creazione e della natura. Ci si chiede sempre se la natura risponde ad una volontà divina, se Dio interviene nella storia e governa l’azione degli uomini, se ciò che accade risponde al Suo volere.
La questione ci interpella, ed è insoddisfacente l’insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica sulla dottrina della creazione, volta a ritenere benigna la natura in quanto espressione del Creatore; si continua pervicacemente ad affermare il “valore veritativo del mondo”, ma ciò che accade nella natura ha poco a che vedere con la volontà divina; la Chiesa non lo dice ma tuttavia non obbietta nulla quando lo affermano chiaramente i teologi più lucidi.
Vito Mancuso in una delle sue email mi ha scritto: “Lei mi chiede dell’assenza di Dio sul piano naturale, se è davvero così. Io l’ho scritto e ne sono convinto: Dio Padre è assente dal mondo naturale e storico. Solo così è possibile la libertà”.
Mancuso non è uno qualunque, ma è docente di Teologia, subentrato all’Università di Milano a don Bruno Forte, teologo tra i più ascoltati in Vaticano; secondo vecchi schemi, dovremmo dire che siamo vicini all’eresia gnostica (don Baget Bozzo, interpellato dal sottoscritto sul libro di Vito Mancuso “Il dolore innocente”, ha osservato : “Ho letto il libro di Vito Mancuso, che considero il più rilevante teologo italiano, tuttavia considero il libro eretico in senso stretto, perchè nega il governo divino della storia e quindi la Provvidenza divina e quindi la stessa bontà della natura: è una riedizione della prima eresia cristiana, lo gnosticismo”).
Il “governo divino della Storia”: niente di più tristemente contraddetto; come è triste constatare che dopo il ‘900 c’é ancora qualcuno che guarda alla Storia come governata da Dio; un milione di bimbi gasati dal nazismo sono lì a testimoniare che la Storia ha conosciuto ben altri governi, altrochè quello divino! Sono convinto che, se non emancipiamo la nostra fede da queste convinzioni, la spiritualità del mondo non farà troppi passi avanti.
Dobbiamo confrontarci in modo adulto con il problema del dolore e della sofferenza, confrontarci con esso nei limiti della nostra ragione e della nostra fede, non per spiegare ciò che non ha spiegazione, nè per trovare formule logiche che “mantengano” sensato il discorso, ma semplicemente perchè – con Padre Turoldo – ”il vero orante è colui che interroga il Mistero”, e forse chiedersi “Perchè ?” fa parte di quel percorso individuale di fede che il Signore riserva a ciascuno di noi.
Al contempo ho maturato l’idea che sia importante avere un atteggiamento di grande umiltà, così da non porsi troppe domande, per lasciare che i dubbi e le inquietudini rimangano fino in fondo tali, per non privarci di quel senso di vera e tangibile impotenza, in cui forse cresce la fede più autentica.
In questo forse mi sento molto vicino alla mentalità ebraica, a come questa cultura ha interrogato se stessa dopo Auschwitz, con quel senso di abbandono da rimettere ogni cosa a Dio (“Come si può conciliare il Creatore – scriverà Elie Wiesel – con la distruzione mediante il fuoco di un milione di bambini ebrei? Io ho letto le risposte, le ipotesi. Ho letto le soluzioni teologiche offerte: la domanda rimane domanda. Quanto alle risposte non ce ne sono, non ce ne devono essere”), un interrogativo rimesso al Messia che dovrà venire, e che per noi cristiani dovrà tornare, che trova il suo valore nel fatto stesso di voler porre la domanda (abitudine che il cristianesimo sembra aver smarrito, troppo incline a “pacificarsi” nelle ”appaganti” risposte della teologia della gloria, per cui la Resurrezione di Cristo avrebbe dato un colpo di spugna a tutte le domande ed inquietudini dell’uomo: non è così purtroppo).
Trovo che la bellezza ed insieme la vera difficoltà della fede non stia nella consapevolezza che il mondo è segnato dalla sofferenza, ma nel trovarvi in ciò un valore salvifico. Papa Wojtyla ha chiamato “salvifici doloris” una lettera apostolica scritta nel 1984, che a mio avviso vale mille encicliche (è un testo fondamentale, che va al cuore del problema): in questa Lettera si dice che “nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia”, ma soprattutto il Papa afferma che “nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”.
E’ difficile da credere, ma ciò trova conferma nella testimonianza terrena e spirituale di Gesù, che ha vissuto il Suo calvario rispondendo amore a chi urlava il proprio odio.
Quando penso a questo paradosso, mi viene in mente Emanuel Mounier, l’intellettuale francese cattolico, che ebbe la terribile disgrazia di perdere una figlia, Francoise, a nove anni, dopo grandi sofferenze. Nel suo “Lettere sul dolore” si legge: “Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia”; dunque una sofferenza non fine a se stessa, ma che si dona al mondo, dalla potenza trasformatrice, che apre l’uomo alle profondità del Mistero.
Si dirà che la posizione di Mounier è una posizione estrema, di chi – anche nobilmente, e con grande dignità umana – fa di necessità virtù, quasi per non impazzire, trovando ragioni divine (e dunque motivi di speranza) anche laddove, come ha scritto il grande Quinzio, “se dovessi veramente esprimermi, se dovessi veramente parlare, griderei e piangerei senza fine”.
Ma il cuore del cristianesimo è tutto qui: “non l’opera che ti sei scelto, non la passione che ti sei autoimposto, ma ciò che ti sopraggiunge contro la tua scelta, contro il tuo pensiero, contro il tuo desiderio, questo devi seguire, questa è la tua chiamata, qui devi essere discepolo, questo è il tuo tempo”, così scriveva Martin Lutero.
Allora dobbiamo rivedere il concetto di Provvidenza che più o meno volutamente ci è stato insegnato fin da piccoli. Provvidenza non vuol dire ritenere che tutto ciò che accade l’ha voluto Dio, o che in un modo o nell’altro verrà ricondotto al Suo piano, o che la nostra storia quotidiana volgerà sempre al bene perché c’è l’angelo custode. Provvidenza significa abbandonarsi a tal punto – e fiduciosamente – a Dio Padre da rendere salvifico ogni accadimento umano, anche il più negativo od efferato: la vicenda terrena e spirituale di Gesù testimonia questo, non altro.
La Croce non corrispondeva al volere di Dio. Ma Gesù è riuscito a viverla in un modo così esemplare, cioè di affidamento totale all’azione del Padre, da viverla come compimento del volere del Padre. Continuando ad amare anche dalla Croce, continuando anche sulla Croce ad esprimere vita, traducendo in gesti di perdono la forza che accoglieva dal Padre. In questo modo Egli modifica il valore stesso di quella esperienza, di quella situazione che rimane contraria al volere di Dio perché frutto del peccato, frutto del compromesso politico, del tradimento degli uomini. La situazione vissuta da Gesù in modo tale da compiere il volere di Dio trasforma un evento cattivo, assurdo, violento, in un evento di salvezza. Questa è la forza dell’amore di Dio. Questo significa vivere affidandosi alla Provvidenza: essere certi che in qualsiasi situazione, in qualsiasi condizione ci possiamo trovare, anche contraria al volere di Dio, noi possiamo crescere come figli, raggiungere la nostra identità, perché la forza creatrice che ci investe non può essere annullata da nessuno. L’odio degli uomini resta in superficie come pure la violenza della natura: Provvidenza è la tensione spirituale che ci fa vivere queste situazioni non negandole, bensì attraversandole, portandole su di noi.
E’ forse questo il carattere salvifico della sofferenza, di cui ha parlato Papa Woityla nella sua lettera (“la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”). Scrive ancora Woityla: “Con la sua sofferenza Cristo dischiude gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio; lentamente ma efficacemente Cristo introduce in questo mondo del Regno del Padre l’uomo sofferente, attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. Una sofferenza che non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo con la propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, ed invita ad agire dall’interno di essa”.
Gesù Cristo, nell’abbassamento più estremo, ha dunque affermato una modalità di vita che consente all’uomo di veicolare, trasmettere, la forza creatrice di Dio, lo spirito di vita, pur nella condizione di estrema sofferenza, che è comunque una condizione permanente e presente nella vita umana.

di Astorre Mancini

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… le nostre radici in mare

Gente_di_Mare

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

“Xè più giorni che luganighe” – “ci sono più giorni che salsicce”, dicono a Trieste.
“La miseria e la fema a l’avin a stoff” – “la miseria e la fame l’abbbiamo in abbondanza”, si dice a Cattolica.
Guardavo il mare dalla nuova passeggiata sulla Darsena e pensavo: al di là della grande pozza d’acqua, al di là del mare, c’è e c’era un mondo marinaro a noi vicino, perché le difficoltà e la dura vita dei pescatori dell’Adriatico sono sempre state le stesse sia sulla nostra cosa che su quella più a Est. Un tempo il cibo non era mai abbastanza e le “luganighe” erano poche rispetto ai giorni dell’anno, così per i nostri pescatori la “musena” non era sufficiente a calmare e colmare le bocche.

Guardavo il mare con i suoi colori e le sue sfumature: che mondo misterioso, affascinante e pauroso!

Guardo il mare e vedo… le foto bellissime e struggenti dei protagonisti di un tempo. Uomini e donne di mare, della nostra vecchia Cattolica, volti che sono nostri e nostrani, ma che rispecchiano tanti volti simili di gente al di là dell’Adriatico. Mi sento un pò indiscreta, ma l’occhio indugia con rispetto ad osservare le rughe sui volti bruciati dal sole e dalla salsedine, mani operose che sembrano ancora nella foto adoperarsi per fare qualcosa, occhi sorridenti e compiaciuti nel vedersi fotografati, occhi pensierosi e stanchi per la preoccupazione e la fatica… Volti espressivi, ricchi di tutto ciò che la vita nel bene e nel male riserva ad ogni essere umano.

Bellissima questa mostra fotografica, intitolata “Gente di Mare”, sulla nuova passeggiata! Bellissimi e significativi questi volti umani del mare, quasi monumenti, che guardano e sono di nuovo “in mare”.

L’Adriatico offre loro il suo profumo. Le onde, nei giorni di burrasca, li schiaffeggiano bonariamente. I gabbiani fanno loro compagnia con versi striduli e rochi.

Guardo queste antiche vedette, che sono come mozzi sulla coffa di un’enorme nave protesa verso il mondo, protesa verso quella vita che il mare ha rappresentato per loro e che, ancora oggi, è fonte di sostentamento per tanti abitanti della nostra cittadina.

Pensavo che sarebbe bello completare l’esposizione con i nomi e soprannomi caratteristici dei personaggi effigiati, proprio per meglio mantenerne l’identità e la memoria popolare, non dimentichiamoci che un tempo “iera più giorni che luganighe” e “la fema la era a stoff”.

Vecchi modi di dire, ma non possiamo nel benessere perdere di vista i sacrifici e i valori che quegli uomini e quelle donne hanno cercato di trasmetterci.

Siamo in tanti che in quei volti, in quelle foto, rivediamo i nostri stessi sguardi, le nostre stesse espressioni, i nostri stessi atteggiamenti… insomma le nostre più profonde radici.

di Magda Gaetani

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Cattolica: posizione e caratteri fisici della località

 

La spiaggia di Focara

La spiaggia di Focara

 

 

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Cattolica sorge in territorio emiliano, proprio al confine con le Marche, nel tratto di litorale lungo 2,5 Km. compreso tra il fiume Conca ad ovest e il torrente Tavollo a est.

Essa occupa l’orlo litoraneo di una breve pianura triangolare formata dalle alluvioni recenti del Conca, del Ventena e del Tavollo e compresa tra le due estreme propaggini orientali del M. Carpegna. Il promontorio arenaceo delle Gabicce o di Focara (m. 197), che scende al mare con ripe scoscese originate dall’abrasione marina, segnando il confine tra l’Italia settentrionale e l’Italia centrale, domina subito a ponente l’abitato di Cattolica. Più precisamente la cittadina si estende tra la linea ferroviaria e il mare. La parte antica, che è quella orientale, sorge su un terrazzo alto circa 10 m, mentre la parte nuova giace più in basso, su una superficie dell’altezza di 5 m che poi scende con lieve declivio verso il mare. La linea di costa corre con una leggera curvatura da ovest verso est è riparata dal ponente e in parte dallo scirocco, mentre il settore di traversia è rappresentato dal greco e specialmente dalla tramontana, che spesso produce dei sensibili arretramenti della spiaggia.

Il litorale cattolichino è andato incontro in epoca recente e cospicui mutamenti. In complesso, a parte alcune variazioni negative avvenute nel XVII e XVIII secolo, esso è progressivamente avanzato ogni anno di circa 20-25 cm. in media, mentre dopo il 1878 è stato constatato un avanzamento medio annuo di circa 75 cm., che è salito dal 1931 in poi a m. 1,05, sicché in circa un sessantennio (1878-1937) la spiaggia è avanzata al centro di oltre 60 metri, essendo rifornita dai prodotti di demolizione del promontorio delle Gabicce e delle alluvioni dei fiumi marchigiani, trasportato dalle correnti sciroccali. Questo continuo avanzamento del litorale ha notevole importanza pratica, in quanto ha dato luogo ad una spiaggia ampia e dolcemente inclinata sia nella parte subaerea che in quella sottomarina antistante e quindi particolarmente adatta per le bagnature.

Dal punto di vista topografico, la posizione di Cattolica presenta numerosi vantaggi che bisogna tener presenti quando si vogliono indagare le cause della sua origine. Anzitutto essa sorge su una grande arteria come la via Flaminia, in corrispondenza di un nodo stradale di una certa importanza, poiché vi fa capo la principale strada che discende la valle del Conca del Ventena e che collega alla Flamina una serie di centri tra cui S. Giovanni in Marignano, Morciano di Romagna, Gemmano, Monte Fiore Conca. Perciò Cattolica rappresenta lo sbocco naturale della marggior parte della valle del Conca e precisamente di tutta quella destra del fiume, nonché delle valli minori del Ventena e del Tavollo, e pertanto può essere considerata come uno dei tanti centri di crocicchio che si trovano lungo la via Emilia.

In secondo luogo Cattolica si trova a circa metà strada tra Rimini e Pesaro, il che rendeva opportuna quivi la presenza di una stazione di sosta per il riposo dei cavalli, sosta talvolta necessaria e prolungata poiché sappiamo che il passaggio del fiume Conca in piena era pericoloso sul ponte poco robusto che univa le due rive. Inoltre sembra che in corrispondenza di Cattolica la via per Pesaro si biforcasse, stando almeno a una notizia del Vallardi, il quale dice che “dalla Cattolica a Pesaro si costeggia il mare, quando è in calma; altrimenti si va per la strada di sopra, ch’è detta Pantalona”. Ciò è interessante in quanto starebbe a provare che poco più di un secolo fa le alte ripe delle Gabicce e del Monte S. Bartolo erano orlate da una cimosa costiera sufficiente per permettere il traffico.

Ma ben più importante è la considerazione che Cattolica si trova proprio all’imboccatura della sella, alta 122 cm., compresa tra il promontorio delle Gabicce e di Fiorenzuola ad est e le dorsali collinose a mezzogiorno, e che mette in comunicazione la valle del Conca, ultimo lembo della Padania, con la valle del Foglia. Questa sella, per cui passano la ferrovia e la via Flaminia, ha e più ha avuto nell’antichità una certa importanza, in quanto rappresenta il primo ostacolo sulla strada litoranea adriatica, specialmente notevole per chi discende verso sud. Per tale ragione in corrispondenza della sella furono costruiti castelli ben muniti, di cui il maggiore è quello di Gradara, che domina il passaggio, e perciò essa è stata teatro a più riprese di vari fatti d’arme.

Per ultimo è da notare che Cattolica è stata per vario tempo un centro di confine, nel 1300 tra la Marca anconitana è il territorio di Rimini, più tardi tra gli Stati della Chiesa e del Ducato di Urbino, e infine tra gli Stati della Chiesa e la Repubblica Cisalpina.

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Ci si allena con ottimi risultati al Circolo Tennis di Cattolica

 

Paolo Calbi premiato da Enzo Ceccarelli

Paolo Calbi premiato da Enzo Ceccarelli

 

 

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Il 21 Marzo, nel rispetto del programma del 2009, è iniziato il torneo più qualificato che organizziamo, un open maschile con montepremi di 600,00 euro. I soci dell’A.S.D. C.T. Cattolica e gli ospiti hanno vissuto una decina di giorni di gran tennis sui campi in terra rossa di Via Leoncavallo. La programmazione degli ultimi tre anni di attività, mirata a valorizzare gli atleti iscritti alla nostra Associazione Sportiva, ci sta premiando, oltre ad un crescendo di consensi esterni alla realtà della città di Cattolica da parte degli addetti ai lavori.

Il torneo Open appena concluso ha visto ai nastri di partenza ben 88 giocatori, di cui 32 di categoria “D”, 39 di categoria “C”, e ben 17 di categoria “B”. Purtroppo siamo stati costretti, per motivi organizzativi, a lasciare fuori molti giocatori di classifica bassa che ci hanno telefonato per giocare e migliorare la propria classifica. Il torneo è stato diretto molto bene dal Giudice Arbitro Calbi Paolo, che ha messo a proprio agio tutti i giocatori.

Quest’anno diversi ragazzi di altrettante accademie del tennis, che cominciano l’avventura professionistica del tennis, accompagnati dai loro maestri, hanno partecipato a questo torneo open e i soci del Circolo Tennis Cattolica hanno ammirato la voglia di sport di questi atleti.

Molti circoli tennis cosiddetti “piccoli” – più che altro per le dimensioni, con tre o quattro campi da tennis – si stanno organizzando per formare un’accademia del tennis dove i giovani che promettono bene abbiano modo di allenarsi come professionisti senza perdere gli anni scolastici grazie a scuole private dove i professori si adattino alle loro esigenze. Ad esempio, quando i ragazzi fanno tornei ed hanno l’esigenza di dormire fuori casa e nelle vicinanze dell’impianto sportivo organizzatore, non perdono la scuola perché hanno modo di recuperare il programma scolastico al loro ritorno con lezioni private. Naturalmente è una vita di sacrifici sia per i ragazzi, sia economicamente per i genitori.

La nostra programmazione, mirata a valorizzare gli atleti del C.T. Cattolica, organizzando tornei per la loro categoria, ci sta dando ragione.

I duri allenamenti dei nostri atleti con il Maestro Federale Gasparini Andrea, il preparatore atletico Zepponi Patrizio e l’ex Davisman Galimberti Giorgio -attualmente campione italiano con la squadra del Capri Club di Napoli – hanno dato i loro frutti. Santi Alessandro, classe 1991 classifica 2009 “C2”, è arrivato sino ai quarti battendo dei forti giocatori di classifica superiore. Lo Paro Antonino ha fatto un bel torneo, perdendo, non senza rammarico, da un B8 toscano. Guerra Riccardo ha dimostrato che, se si allena, la sua classifica odierna è bugiarda, vale di più, tanto è vero che batte i C5 come è successo in questo torneo.

Le ottime prove dei nostri atleti non sono state un caso, perché sia Tony che Ale si sono ripetuti anche a Riccione, dove il torneo open, dotato di un montepremi da 4.000,00 euro, era molto qualificato. Per la cronaca, il torneo è stato vinto dal giovanissimo Robin Kern, classe 1993, su Premovic. Il giovanissimo Robin Kern, classifica C1, allievo del Tecnico Patricio Remondegui, è già un piacere vederlo e ha già molti estimatori, specialmente dove si allena, nel C.T. Valmarecchia. Si tratta di un giovane talento, già proiettato ai tornei professionistici, sia in Italia che in giro per il mondo, dove cercherà già da quest’anno di guadagnarsi qualche punticino per poter partire dal prossimo anno con una classifica mondiale che è quello che merita, e noi del C.T. Cattolica glielo auguriamo. Un bravo va al suo maestro Paricio Remondegui e allo staff tecnico del C.T. Valmarecchia.

Naturalmente l’attività dell’A.S.D. C.T. Cattolica prosegue senza interruzioni, così come la scuola tennis.

Iscriviti ai corsi di tennis diretti dal Maestro Gasparini Andrea, coadiuvat dall’Istruttrice D’Ambrogio Sara e dal Preparatore Atletico Zepponi Patrizio e vedrai che con l’impegno i risultati che stanno ottenendo i nostri ragazzi, li otterrai anche tu!

a cura del Presidente Giorgio Pierani

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Sosta selvaggia

Sosta_Selvaggia

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Chiunque, passando per il mercato del sabato a Cattolica in via Verdi, avrà notato la mancanza di rispetto, da parte degli automobilisti, delle regole in materia di sosta.

Infatti, il parcheggio in spazi non autorizzati ed in altri che chiudono il transito verso strade, rampe, garage, ecc. crea disagi notevoli ai proprietari dei condomini; in special modo nel parcheggio antistante il negozio di “Acqua e Sapone”, dove ci sono spazi dedicati alle auto e dall’altra alle moto.

Le auto invadono regolarmente il parcheggio delle moto, finendo poi anche per occupare il marciapiede dove è possibile salirci sopra, rovinandolo e sporcandolo, oltre a creare disagi. Così, sette posti auto ed altrettanti per le moto diventano quasi quaranta posti, non consentendo più ai proprietari di accedere in qualsiasi momento nei rispettivi garage.

Il tutto a rischio e pericolo dei contravventori, che potrebbero trovarsi una multa oppure una rimozione forzata, ancora più costosa. Viene da chiedersi: perché lo fanno?

Semplice, perché è molto comodo visto che si è a due passi dal mercato, e soprattutto perché nessun vigile è mai andato in quel punto di città a far rispettare le regole. Ho più volte fatto segnalazione alle autorità competenti, sia verbalmente che per iscritto, ma senza aver avuto mai risposta, tranne che un invito ad aver pazienza.

Sabato scorso, vedendo il proprietario di un suv o fuoristrada che dopo molte manovre era riuscito ad appoggiarlo tra marciapiede e strada, per non farmi i cavoli miei, gli ho detto: Ma la lascia lì sul marciapiede? Risposta: La mettono TUTTI !

Dove non si può sostare non è possibile che per l’intera giornata nessun vigile abbia visto niente.

In altre parti della città, vedi Staccoli, Comune, viali adiacenti, le multe sono continue. Giustamente.

A volte penso che il male di tutto e in tutto sia la pigrizia.

Allora è VERO quel detto che QUANDO IL VIGILE SERVE NON C’E’ MAI !!!

di Attilio Bacchini

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Buon compleanno Dom Helder!

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Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Il 7 Febbraio 1909, 100 anni fa, nasceva a Fortaleza, in Brasile, dom Helder Camara. E’ stato uno dei maggiori precursori della teologia della liberazione latinoamericana.

Nel Luglio 2001 sono andata in Brasile e gli ultimi tre giorni di quella bellissima esperienza li ho trascorsi a Recife. Con don Silvano Tonti ci eravamo riproposti di andare a visitare la tomba di dom Helder Camara. Alla mattina presto arrivammo nella Cattedrale: non c’era ancora nessuno.
La chiesa è situata in alto, sul promontorio che si affaccia sull’Oceano Atlantico. Il luogo è semplice, pulito, luminoso e… “meraviglioso”. Ci siamo detti: questo è il posto giusto per lui, per questo grande profeta dei poveri che sapeva guardare e cogliere la bellezza negli esseri umani e nella natura. La sua lapide in Cattedrale, ai piedi dell’altare, è una semplice lastra di marmo con il suo nome, una colomba, data di nascita e morte.

In una cornice c’è la sua foto con un fiore appoggiato lì da qualcuno, potrei essere io o chissà chi!?

Nella serenità del luogo siamo rimasti con lui un po’, ad ascoltare, in quel silenzio, ciò che ad ognuno di noi sapeva dire: i nostri cuori erano attenti.

Poi sono arrivate delle persone che hanno transennato la parte centrale della chiesa per pulire e ci siamo congedati da dom Helder con tanta “saudade” (come dicono in Brasile) e riconoscenza per la grande figura che egli ha rappresentato per la Chiesa non solo brasiliana, ma mondiale.

Questo piccolo-grande uomo già nel nome era un programma: il padre lo chiamò Helder, leggendo sulla carta geografica il nome di una città dell’Olanda che significa “cielo limpido, senza nubi”. Così fu dom Camara per tutta la sua vita: un sacerdote limpido e trasparente.

Raccontare Camara in poche righe non è possibile, perché difficile è raccontare una vita lunga ed “abbondante”! Vorrei tuttavia riportare stralci di un suo commento alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclamata dall’ONU il 10 Dicembre 1948:

…quando si meditano i suoi trenta articoli che sono una sintesi delle aspirazioni più alte e più pure della persona umana, e si verifica che tutti sono ben lontani dal trasformarsi in realtà, si conclude che o la Dichiarazione viene disprezzata e considerata solo un pezzo di carta di troppo, oppure essa si trasforma in carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, prezzo della nostra anima. Molte volte non fa parte delle nostre possibilità quella di scuotere, dall’esterno, strutture di oppressione, ma che almeno dentro di noi un cambiamento ci sia, una scelta si affermi, una conversione avvenga. Lo spettacolo che il mondo offre oggi è quello di un crescente sviluppo globale dell’umanità? O sta aumentando la distanza tra una minoranza di Paesi ricchi e un vasto mondo povero, la cui miseria si aggrava di giorno in giorno di più? […] Sarebbe necessario unire ciò che di più alto e di più pure esiste sulla Terra, all’interno di tutte le religioni e anche dei gruppi di umanisti atei, per ottenere dai governi che, quando si preoccupano della sicurezza nazionale, non arrivino a cose assurde, non finiscano per adottare i peggiori metodi dei più tristi giorni di Hitler e di Stalin. Tentiamo di mobilitare ciò che di più puro e di più degno esiste all’interno di tutte le razze e di tutti i popoli, per ottenere che i governi non rispondano al terrorismo o a ciò che sembra loro terrorismo, con le stesse armi, ma abbiano il buon senso di andare alla radice del problema. […] Quando capiremo che, se è necessario tenere alto il livello di guardia per evitare un’eventuale guerra nucleare o biochimica, dall’altro lato non è rimandabile rendersi conto delle realissime conseguenze della GUERRA DELLA MISERIA che uccide più delle guerre più sanguinose e lascia profonde tracce, non meno di quelle della guerra biochimica o nucleare?”.
Grazie dom Helder Camara!
E Buon Compleanno, da tutti “i piccoli” della Terra, comprese le formiche che amavano intrufolarsi nel tuo roseto!!!

di Magda Gaetani

“Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”  (Dom Hélder Camara)

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Da quanto tempo non entra in una classe?

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Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Egregio signor Vanzini,

dopo aver letto il suo intervento sulla scuola “in ricostruzione” nello scorso numero di Cubia, sinceramente mi sono chiesta se quello in “malafede” non fosse Lei anziché il Comitato scuola come più volte ribadisce.

Lei ha sminuito il valore delle due ore di compresenza settimanali in classe delle insegnanti, ma vorrei farle notare che se per lei due ore settimanali possono sembrare inutili, per noi insegnanti e per i nostri bambini quelle due ore valgono molto di più. Le dico questo perché io, come le mie colleghe, non vivo la scuola né a giorni né a settimane. I percorsi educativi che portiamo avanti con i nostri ragazzi durano non solo mesi, ma anche anni. Il percorso che viene intrapreso in prima elementare non si sospende o cambia di settimana in settimana, ma si sussegue anno dopo anno fino alla quinta.

Quindi quelle che per lei sono “solo due ore settimanali” per noi hanno un valore che va ben oltre quello temporale. Non so se di recente lei sia mai entrato in una classe di scuola elementare per insegnare, ma le assicuro che con classi di 27 o 28 bambini (che nei prossimi anni, grazie alla sua beneamata “riforma Gelmini”, potranno essere anche di più!) praticare alcune fondamentali attività con tutto il gruppo classe risulta veramente molto complesso. La compresenza, infatti, dà la possibilità di organizzare piccoli gruppi di lavoro, di realizzare interventi individualizzati, di porre maggiore attenzione al singolo e di gestire in modo più agevole la vita della classe stessa. Ed è sempre attraverso le ore di compresenza che si possono realizzare interventi individualizzati, di porre maggiore attenzione al singolo e di gestire in modo più agevola la vita della classe stessa. Ed è sempre attraverso le ore di compresenza che si possono realizzare molti dei laboratori, cioè quei luoghi “vivi” del fare scuola, intesi non tanto come luoghi fisici nei quali realizzare esperimenti, quanto come ambienti di apprendimento, in un atteggiamento di sperimentazione e di scoperta, che vede coinvolto il bambino che apprende in tutte le sue dimensioni, da quella cognitiva a quella affettiva a quella sociale.

Le ricordo inoltre che le problematiche che la scuola di oggi si trova ad affrontare sono veramente molteplici e che l’unica risposta adeguata è l’organizzazione di un lavoro didattico coordinato e didatticamente qualificato che preveda proprio l’insegnamento individualizzato, il lavoro di gruppo, attività creative ludico-espressive e attività di recupero.

Quindi sì! Per quanto questo possa “offendere la sua intelligenza” ribadisco che quelle due ore settimanali possono incidere profondamente sull’attività scolastica ed è di questo che fortunatamente i genitori si stanno accorgendo!

Per quanto riguarda invece la possibilità di scegliere “gli orari più consoni alle esigenze dei bambini, delle famiglie, degli insegnanti e dell’organizzazione scolastica”, forse è il caso che lei chieda ai genitori perché non hanno scelto per il prossimo anno le 24 ore settimanali che secondo lei e secondo il ministro Gelmini sarebbero state tanto agognate: credo che dalle loro risposte si accorgerebbe che le necessità dei bambini, dei genitori e dell’intera comunità non collimano esattamente con le sue.

di Sara Iezzi (insegnante di scuola primaria)

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La via lungo Tavollo

 

via Lungo Tavollo

via Lungo Tavollo

 

 

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Quand’ero piccola abitavo in Via Lungo Tavollo, vicino a famiglie di marinai sul porto canale, che a quei tempi era costruito con pali di legno. C’era anche un piccolo faro, che ancora sogno, perché aveva una piccola scaletta profonda ed io affacciandomi rabbrividivo per la paura.
Vorrei raccontare delle famiglie di questa via, dei loro soprannomi, delle botteghe e dei mestieri.
Incomincio dall’ultima casa della via, cioè dallo “Squero”, dove tiravano a riva le barche per la pulizia, verniciatura e riparazione. Vicino vi era il cantiere dove venivano fabbricate: noi lo chiamavamo “al capanon”. Di fronte allo Squero c’era il podere di Berti detto Mangoza, famiglia buona e generosa, e il contadino che lo lavorava era Eugenio detto Ludvigon. La prima casa sulla via era della famiglia Cerni, anche loro possidenti; la Sunta, donna buona e caritatevole, ha distribuito cibo a tanta gente che aveva poco da mangiare, era ospitale ed accoglieva in casa chiunque capitasse. Aveva sempre il sorriso sulle labbra. Allevava due pecore, alcuni conigli e delle galline. Avevano quattro figli e possedevano un podere a Montelabbate; a quei tempi erano considerati dei signorotti nel paese.
Attaccata alla loro casa c’era l’abitazione della famiglia Arduini detto “Campagnon” oppure “Zamara”. La Vergigna filava la lana con rocca, fuso e mulinello e rattoppava i sacchi di iuta per la pesca delle vongole. Nella stessa casa abitava anche la Nunzieda ad Maduneta, detta la “Cuncialena” perché aiutava la Vergigna a “Scardazè la lena”: era anche un po’ chiromante perché leggeva le carte per le amiche, ma solo per divertimento…
Poi veniva la casa dei Porporini, detta “La Freta”; loro tingevano le reti da pesca perché una volta le reti erano di filo bianco e non andavano bene perché i pesci le vedevano e scappavano. La tinta si faceva in una stanza o magazzeno; vi era un grosso calderone di rame alto circa due metri e di circonferenza un metro e mezzo, sospeso su dei treppiedi, e sotto si faceva il fuoco di continuo per ore. Intanto l’acqua veniva pompata a mano direttamente nella vasca e per sapere se era piena si contavano le pompate, che erano di circa due litri d’acqua l’una. Ci volevano ore e ore e quando l’acqua bolliva si buttava il “Zapen” di colore marrone e poi i marinai mettevano le loro reti che rimanevano a bagno tutta la notte. A volte anch’io aiutavo la mia amica Tina a pompare l’acqua.
Continuando sulla via veniva la fabbrica del ghiaccio di Lazzari detto Ciabasc; sopra la fabbrica abitava Franzchin con la moglie Nerina detta la Zaparena.
Di seguito vi era una casa diroccata; il piano terreno era adibito a magazzino per i marinai che riparavano le reti e questa casa mi ha sempre fatto un po’ paura, non so perché.
Poi c’era la casa di Mario d’Ciudon che vendeva il vino all’ingrosso per i marinai.

dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

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