Perché crediamo in ciò che crediamo? (parte I)

parola-di-dio

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Negli ultimi numeri Cubia ha ospitato degli articoli a firma di Alberto Maggi, un frate che cura la divulgazione a livello popolare della ricerca scientifica nel settore biblico. Vale subito la pena ricordare che in questo campo la scientificità non è omologabile a quella sperimentale delle scienze esatte. Qui ci si riferisce al rigore dei metodi di ricerca inerenti alla ricostruzione dei testi e alla loro interpretazione. Ma torniamo a frate Maggi. Per coloro che hanno scarsa confidenza con le pratiche esegetiche ed ermeneutiche sviluppatesi negli ultimi decenni dopo l’impulso definitivo dato al loro utilizzo dal Concilio Vaticano II, i suoi commenti hanno sicuramente un sapore inedito. Infatti vanno oltre quel senso letterale che la tradizione teologica ha dato spesso per scontato e che molti sacerdoti dal pulpito replicano senza eccessivo entusiasmo, ma che oggi non riesce a fare presa su menti più avvezze ad interrogarsi circa la plausibilità e veridicità di ciò che viene proposto. Il caso Galilei, “eppur si muove”, qualcosa ha insegnato. Chi, anche se uomo di fede, è disposto ancora a credere che il mar Rosso si sia fisicamente aperto in due per lasciar passare gli israeliti fuggitivi? O chi non si pone domande circa la presunta verginità di Maria? Ma una interpretazione del significato, come quella di Maggi, più palpitante e vicina a quello che probabilmente intendevano offrirci gli autori biblici non pone comunque al riparo da abbagli pseudoveritativi e non rimuove le questioni aperte legate al rapporto del lettore con il testo. Questioni che, peraltro, ritroviamo non solo nel Cristianesimo ma in tutte le religioni che si fondano su sacri testi. Vediamone due prima di dialogare con gli scritti di Maggi.

1) La questione della Bibbia, ovviamente vangeli compresi, come “Parola di Dio”. Cosa significa tale espressione? Quanto è credibile che lo spirito di Dio, pur rispettando la libertà e la volontà dell’autore umano, in modo da non trattarlo come mero strumento esecutivo, abbia ispirato proprio “tutte e soltanto quelle cose che Dio voleva fossero scritte?” E chi si addentra nella storia di come i testi biblici siano stati selezionati tra tanti altri per entrare nella hit parade di quelli accreditati ufficialmente non può fare a meno di esercitare il dubbio critico. Per restare solo ai vangeli diciamo che fino al II secolo ne circolavano nei vari gruppi cristiani decine di versioni diverse, ad esempio quello di Tommaso, di Filippo, di Giuda, di Maria Maddalena, il Vangelo della Verità. Quindi Dio avrebbe dovuto illuminare direttamente anche coloro che hanno deciso, non sempre con le intenzioni più nobili e senza esclusione di colpi, quali testi eliminare giudicandoli apocrifi e quali consegnare alla tradizione da dove sono giunti fino a noi. E c’è dell’altro. Di nessun vangelo abbiamo i testi originali, nè conosciamo i veri autori (nemmeno i 4 canonici sono stati scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Ciò comporta che Dio dovrebbe aver ispirato non solo gli autori della prima stesura ma anche tutta la catena di coloro che lo hanno ricopiato più volte, poiché in tale delicata operazione è facile, quando non intenzionale, alterare il testo originale. Ai trascrittori vanno poi aggiunti i traduttori nelle varie lingue non originali (ad es il testo italiano): da una lingua all’altra è quasi come riscrivere una nuova opera (le modifiche dei Testimoni di Geova alla loro bibbia lo dimostrano). Dopo tutta questa fatica Dio deve essersi stancato di parlare agli uomini. Tanto che avrebbe deciso che con Gesù la divina rivelazione era conclusa. Dice in proposito il Concilio: “Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio […] ha parlato a noi per mezzo del Figlio. L’economia cristiana, in quanto è Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo”. Con buona pace di tutti quelli che ad ogni fortuito caso favorevole parlano di miracolo, come nel recente terremoto d’Abruzzo. Si mettano il cuore in pace. Il Dio cristiano ha concluso le trasmissioni. Ora, valutando il tutto, non sarebbe più ragionevole ridefinire la “Parola di Dio” come “parola di uomini, illustri quanto volete ma pur sempre uomini, riguardo Dio”? Ma troppe cose cambierebbero….

2) La questione della Storicità. In merito cedo la Parola a Xavier Leon-Dufour, un grande biblista gesuita recentemente scomparso: “Una domanda non solo si pone ma sembra logica. Dato che i vangeli, la nostra fonte essenziale su Gesù, non concordano in vari punti e d’altro canto furono scritti in una prospettiva di fede e in funzione delle comunità cristiane a cui appartenevano gli autori ci si chiede: cosa è realmente accaduto? [..]In altri termini: Si può risalire a ciò che Gesù di Nazaret ha autenticamente detto e fatto? Qui la risposta deve essere sfumata. Da un lato lo storico riesce a stabilire alcuni “fatti” indubitabili a proposito di Gesù: è esistito in una certa epoca, in un dato paese, in un dato ambiente culturale, ha annunciato per due o tre anni quello che lui chiamava “ il regno di Dio” ha radunato dei discepoli, si è urtato con le autorità, è stato processato, condannato e crocifisso. A questi elementi si possono aggiungere come autentiche solo alcune parole e alcune azioni che i vangeli gli attribuiscono; qui lo storico può proporre solo delle ipotesi, per quanto fondate su criteri rigorosi[…]. Tuttavia supponendo che i dati ottenuti su Gesù di Nazaret siano messi insieme e che si arrivi a una specie di ricostruzione della figura storica che cerchiamo, il risultato raggiunto per questa via può davvero dirsi una conoscenza se non proprio adeguata almeno sufficiente su Gesù in persona? Certamente no.[..]Dunque attraverso uno studio critico dei testi evangelici lo storico può sfociare su una certezza, un’evidenza a proposito della personalità di Gesù? Se il lettore si aspetta qui una risposta affermativa si inganna. Lo storico arriva a qualcosa che non è una risposta bensì, di nuovo una domanda rivolta alla sua libertà e a quella del lettore che ha seguito la sua ricerca: “E voi chi dite che io sia?”.
Sulla lunghezza d’onda di Leon-Dufour si pone il commento di frate Maggi presente su Cubia 90 laddove afferma che “La Resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede”. Qui la faccenda si fa intrigante e ne riparleremo sul prossimo numero.

di Amedeo Olivieri

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