La via lungo Tavollo

 

via Lungo Tavollo

via Lungo Tavollo

 

 

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Quand’ero piccola abitavo in Via Lungo Tavollo, vicino a famiglie di marinai sul porto canale, che a quei tempi era costruito con pali di legno. C’era anche un piccolo faro, che ancora sogno, perché aveva una piccola scaletta profonda ed io affacciandomi rabbrividivo per la paura.
Vorrei raccontare delle famiglie di questa via, dei loro soprannomi, delle botteghe e dei mestieri.
Incomincio dall’ultima casa della via, cioè dallo “Squero”, dove tiravano a riva le barche per la pulizia, verniciatura e riparazione. Vicino vi era il cantiere dove venivano fabbricate: noi lo chiamavamo “al capanon”. Di fronte allo Squero c’era il podere di Berti detto Mangoza, famiglia buona e generosa, e il contadino che lo lavorava era Eugenio detto Ludvigon. La prima casa sulla via era della famiglia Cerni, anche loro possidenti; la Sunta, donna buona e caritatevole, ha distribuito cibo a tanta gente che aveva poco da mangiare, era ospitale ed accoglieva in casa chiunque capitasse. Aveva sempre il sorriso sulle labbra. Allevava due pecore, alcuni conigli e delle galline. Avevano quattro figli e possedevano un podere a Montelabbate; a quei tempi erano considerati dei signorotti nel paese.
Attaccata alla loro casa c’era l’abitazione della famiglia Arduini detto “Campagnon” oppure “Zamara”. La Vergigna filava la lana con rocca, fuso e mulinello e rattoppava i sacchi di iuta per la pesca delle vongole. Nella stessa casa abitava anche la Nunzieda ad Maduneta, detta la “Cuncialena” perché aiutava la Vergigna a “Scardazè la lena”: era anche un po’ chiromante perché leggeva le carte per le amiche, ma solo per divertimento…
Poi veniva la casa dei Porporini, detta “La Freta”; loro tingevano le reti da pesca perché una volta le reti erano di filo bianco e non andavano bene perché i pesci le vedevano e scappavano. La tinta si faceva in una stanza o magazzeno; vi era un grosso calderone di rame alto circa due metri e di circonferenza un metro e mezzo, sospeso su dei treppiedi, e sotto si faceva il fuoco di continuo per ore. Intanto l’acqua veniva pompata a mano direttamente nella vasca e per sapere se era piena si contavano le pompate, che erano di circa due litri d’acqua l’una. Ci volevano ore e ore e quando l’acqua bolliva si buttava il “Zapen” di colore marrone e poi i marinai mettevano le loro reti che rimanevano a bagno tutta la notte. A volte anch’io aiutavo la mia amica Tina a pompare l’acqua.
Continuando sulla via veniva la fabbrica del ghiaccio di Lazzari detto Ciabasc; sopra la fabbrica abitava Franzchin con la moglie Nerina detta la Zaparena.
Di seguito vi era una casa diroccata; il piano terreno era adibito a magazzino per i marinai che riparavano le reti e questa casa mi ha sempre fatto un po’ paura, non so perché.
Poi c’era la casa di Mario d’Ciudon che vendeva il vino all’ingrosso per i marinai.

dai racconti di Pina Astolfi Belemmi

a cura di Giuseppe Tirincanti

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Ricordi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...