Le contraddizioni del “governo divino della Storia”

Vito_Mancuso_Il_Dolore_Innocente

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto_Settembre 2006

Ho condiviso le riflessioni di Amedeo Olivieri svolte nell’articolo “Atei per un giorno”, con cui si invita a vivere la fede nella cruda consapevolezza della nostra condizione umana, “senza distogliere lo sguardo dalla radicalità della nostra solitudine”.
Amedeo rifiuta tutte le speculazioni teologiche, che pretendono di ricondurre a Dio, ed alla Sua volontà, ciò che umanamente ci ripugna, come la sofferenza innocente del piccolo Alfredino.
E’ un vecchio tema, su cui tanti – come il sottoscritto – hanno vacillato nella propria fede, trovando spesso riparo e conforto in quei “pensatori cristiani del paradosso” che hanno affrontato a muso duro questo tranello, come Pascal, Kirkegaard, Dostojeskij, e da ultimo il nostro Sergio Quinzio, grande esegeta e biblista per il quale la fede ha senso solo se mantenuta dentro questa consapevolezza.
E’ il cuore del problema cristiano, coniugare l’infinità bontà e onnipotenza di Dio Padre con ciò che è assurdo e privo di senso, come la vicenda di Alfredino o la morte di stenti della piccola Eleonora di Bari od ancora la dissipazione di vite procurata dallo tsunami.
Il tema del dolore e della sofferenza non diverge infatti più di tanto da quello della creazione e della natura. Ci si chiede sempre se la natura risponde ad una volontà divina, se Dio interviene nella storia e governa l’azione degli uomini, se ciò che accade risponde al Suo volere.
La questione ci interpella, ed è insoddisfacente l’insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica sulla dottrina della creazione, volta a ritenere benigna la natura in quanto espressione del Creatore; si continua pervicacemente ad affermare il “valore veritativo del mondo”, ma ciò che accade nella natura ha poco a che vedere con la volontà divina; la Chiesa non lo dice ma tuttavia non obbietta nulla quando lo affermano chiaramente i teologi più lucidi.
Vito Mancuso in una delle sue email mi ha scritto: “Lei mi chiede dell’assenza di Dio sul piano naturale, se è davvero così. Io l’ho scritto e ne sono convinto: Dio Padre è assente dal mondo naturale e storico. Solo così è possibile la libertà”.
Mancuso non è uno qualunque, ma è docente di Teologia, subentrato all’Università di Milano a don Bruno Forte, teologo tra i più ascoltati in Vaticano; secondo vecchi schemi, dovremmo dire che siamo vicini all’eresia gnostica (don Baget Bozzo, interpellato dal sottoscritto sul libro di Vito Mancuso “Il dolore innocente”, ha osservato : “Ho letto il libro di Vito Mancuso, che considero il più rilevante teologo italiano, tuttavia considero il libro eretico in senso stretto, perchè nega il governo divino della storia e quindi la Provvidenza divina e quindi la stessa bontà della natura: è una riedizione della prima eresia cristiana, lo gnosticismo”).
Il “governo divino della Storia”: niente di più tristemente contraddetto; come è triste constatare che dopo il ‘900 c’é ancora qualcuno che guarda alla Storia come governata da Dio; un milione di bimbi gasati dal nazismo sono lì a testimoniare che la Storia ha conosciuto ben altri governi, altrochè quello divino! Sono convinto che, se non emancipiamo la nostra fede da queste convinzioni, la spiritualità del mondo non farà troppi passi avanti.
Dobbiamo confrontarci in modo adulto con il problema del dolore e della sofferenza, confrontarci con esso nei limiti della nostra ragione e della nostra fede, non per spiegare ciò che non ha spiegazione, nè per trovare formule logiche che “mantengano” sensato il discorso, ma semplicemente perchè – con Padre Turoldo – ”il vero orante è colui che interroga il Mistero”, e forse chiedersi “Perchè ?” fa parte di quel percorso individuale di fede che il Signore riserva a ciascuno di noi.
Al contempo ho maturato l’idea che sia importante avere un atteggiamento di grande umiltà, così da non porsi troppe domande, per lasciare che i dubbi e le inquietudini rimangano fino in fondo tali, per non privarci di quel senso di vera e tangibile impotenza, in cui forse cresce la fede più autentica.
In questo forse mi sento molto vicino alla mentalità ebraica, a come questa cultura ha interrogato se stessa dopo Auschwitz, con quel senso di abbandono da rimettere ogni cosa a Dio (“Come si può conciliare il Creatore – scriverà Elie Wiesel – con la distruzione mediante il fuoco di un milione di bambini ebrei? Io ho letto le risposte, le ipotesi. Ho letto le soluzioni teologiche offerte: la domanda rimane domanda. Quanto alle risposte non ce ne sono, non ce ne devono essere”), un interrogativo rimesso al Messia che dovrà venire, e che per noi cristiani dovrà tornare, che trova il suo valore nel fatto stesso di voler porre la domanda (abitudine che il cristianesimo sembra aver smarrito, troppo incline a “pacificarsi” nelle ”appaganti” risposte della teologia della gloria, per cui la Resurrezione di Cristo avrebbe dato un colpo di spugna a tutte le domande ed inquietudini dell’uomo: non è così purtroppo).
Trovo che la bellezza ed insieme la vera difficoltà della fede non stia nella consapevolezza che il mondo è segnato dalla sofferenza, ma nel trovarvi in ciò un valore salvifico. Papa Wojtyla ha chiamato “salvifici doloris” una lettera apostolica scritta nel 1984, che a mio avviso vale mille encicliche (è un testo fondamentale, che va al cuore del problema): in questa Lettera si dice che “nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia”, ma soprattutto il Papa afferma che “nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”.
E’ difficile da credere, ma ciò trova conferma nella testimonianza terrena e spirituale di Gesù, che ha vissuto il Suo calvario rispondendo amore a chi urlava il proprio odio.
Quando penso a questo paradosso, mi viene in mente Emanuel Mounier, l’intellettuale francese cattolico, che ebbe la terribile disgrazia di perdere una figlia, Francoise, a nove anni, dopo grandi sofferenze. Nel suo “Lettere sul dolore” si legge: “Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia”; dunque una sofferenza non fine a se stessa, ma che si dona al mondo, dalla potenza trasformatrice, che apre l’uomo alle profondità del Mistero.
Si dirà che la posizione di Mounier è una posizione estrema, di chi – anche nobilmente, e con grande dignità umana – fa di necessità virtù, quasi per non impazzire, trovando ragioni divine (e dunque motivi di speranza) anche laddove, come ha scritto il grande Quinzio, “se dovessi veramente esprimermi, se dovessi veramente parlare, griderei e piangerei senza fine”.
Ma il cuore del cristianesimo è tutto qui: “non l’opera che ti sei scelto, non la passione che ti sei autoimposto, ma ciò che ti sopraggiunge contro la tua scelta, contro il tuo pensiero, contro il tuo desiderio, questo devi seguire, questa è la tua chiamata, qui devi essere discepolo, questo è il tuo tempo”, così scriveva Martin Lutero.
Allora dobbiamo rivedere il concetto di Provvidenza che più o meno volutamente ci è stato insegnato fin da piccoli. Provvidenza non vuol dire ritenere che tutto ciò che accade l’ha voluto Dio, o che in un modo o nell’altro verrà ricondotto al Suo piano, o che la nostra storia quotidiana volgerà sempre al bene perché c’è l’angelo custode. Provvidenza significa abbandonarsi a tal punto – e fiduciosamente – a Dio Padre da rendere salvifico ogni accadimento umano, anche il più negativo od efferato: la vicenda terrena e spirituale di Gesù testimonia questo, non altro.
La Croce non corrispondeva al volere di Dio. Ma Gesù è riuscito a viverla in un modo così esemplare, cioè di affidamento totale all’azione del Padre, da viverla come compimento del volere del Padre. Continuando ad amare anche dalla Croce, continuando anche sulla Croce ad esprimere vita, traducendo in gesti di perdono la forza che accoglieva dal Padre. In questo modo Egli modifica il valore stesso di quella esperienza, di quella situazione che rimane contraria al volere di Dio perché frutto del peccato, frutto del compromesso politico, del tradimento degli uomini. La situazione vissuta da Gesù in modo tale da compiere il volere di Dio trasforma un evento cattivo, assurdo, violento, in un evento di salvezza. Questa è la forza dell’amore di Dio. Questo significa vivere affidandosi alla Provvidenza: essere certi che in qualsiasi situazione, in qualsiasi condizione ci possiamo trovare, anche contraria al volere di Dio, noi possiamo crescere come figli, raggiungere la nostra identità, perché la forza creatrice che ci investe non può essere annullata da nessuno. L’odio degli uomini resta in superficie come pure la violenza della natura: Provvidenza è la tensione spirituale che ci fa vivere queste situazioni non negandole, bensì attraversandole, portandole su di noi.
E’ forse questo il carattere salvifico della sofferenza, di cui ha parlato Papa Woityla nella sua lettera (“la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”). Scrive ancora Woityla: “Con la sua sofferenza Cristo dischiude gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio; lentamente ma efficacemente Cristo introduce in questo mondo del Regno del Padre l’uomo sofferente, attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. Una sofferenza che non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo con la propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, ed invita ad agire dall’interno di essa”.
Gesù Cristo, nell’abbassamento più estremo, ha dunque affermato una modalità di vita che consente all’uomo di veicolare, trasmettere, la forza creatrice di Dio, lo spirito di vita, pur nella condizione di estrema sofferenza, che è comunque una condizione permanente e presente nella vita umana.

di Astorre Mancini

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