Gli anni ruggenti del fascismo

 

Guernica - il fascismo visto da Picasso

Guernica - il fascismo visto da Picasso

 

 

Tratto da Cubia n° 54 – Settembre 2005

In quel tempo mi rivedo in divisa da piccola italiana a marciare e ad inneggiare con canti patriottici le gesta fasciste. Una di queste canzoni ricorrenti iniziava con una alta e lunga nota, che la maestra Antonietta intonava con una voce acuta, tanto che quando l’ascoltai per la prima volta credetti che l’avesse punta una vesta: “Salve popolo d’eroi, salva patria immortale, son rinati i figli tuoi, nella fé nell’ideale“.

Poiché in quel periodo i fratelli Ennio e Bruno Ballotta si davano da fare per reclamizzare il loro esclusivo prodotto, l'”Ideale  Ballotta, magnesia purgativa”, ho sempre creduto che quel canto fosse una nuova trovata pubblicitaria per il farmaco così utile nelle occlusioni intestinali dei cattolichini.

Era iniziato il grande progresso e i cattolichini, si guardavano attorno un po’ frastornati dopo il letargo degli anni precedenti. Adesso al posto dell’acetilene e lampade a petrolio, c’era la luce elettrica (non in tutte le stanze).

A proposito della lampada ad acetilene, nell’alto della Siligata, sulla facciata laterale della rivendita di alimentari si leggeva: “Fermati passeggier! Vino, birra, gazzosa e carburo”.

Sulle spiaggie erano arrivati i cinesi che vendevano le cravatte. Le appendevano al collo, agli arti superiori fino alle mani, e procedevano a braccia aperte per esporre meglio la mercanzia: “Una lila, cravtte, una lila“. Si fermavano spesso per parlare con noi adolescenti. Uno di loro aveva dato appuntamento alla Luisa Frontini, mia amica:

“Dietlo il Comune tla le tette e le tette mezo”. Lei non c’era andata e noi avevamo riso molto.

Nelle serate estive tutte le donne, con relativi figli molto vivaci, si prendevano a braccetto e andavano a vedere “Cus chi feva i sgnur”. Era quella l’epoca dei nomadi beduini di Cattolica.

Della compagnia ero anch’io bambina, con mia mamma. Aggrappati alle reti di recinzione, guardavamo quelli che danzavano negli spazi all’aperto degli alberghi Nettuno, Kursaal e Astoria. Mentre i bagnanti esercitavano le gambe nei one step, fox trot, tango, ecc. il cantante dell’orchestrina dava le sue prestazioni canore al megafono. Noi dalla recinzione seguivamo le note con un coro sommesso per non disturbare. Questa canzone mi piaceva molto: “Federico sei dolce come un fico, più caro amico di te non ho… Mi daresti se lo voglio l’orologio ed il portafoglio…”.

Una sera, all’Astoria, mentre facevano frenetiche danze, noi cattolichini curiosi, forse in troppi aggrappati alla rete, ci trovammo improvvisamente sui tavoli della pista da ballo. Ci fu un bel fracasso, fortunatamente col solo danno di tazze, bicchieri e bottiglie, perché i clienti stavano ballando. Il gestore dell’albergo (non era di Cattolica) si arrabbiò moltissimo; voleva farci pagare i danni. Per noi parlò l’Angiulena d’Arguzle, …cl’aveva un sach ad fiol chi canteva propria ben: “Cus c’avì d’arabiev? Avin canté i si ben Federico sei come un fico, che vo avresve da paghé ma nun, na ma quel che al chenta drenta cal pidriol ad lata!” (Cosa c’è da arrabbiarsi, è a noi che dovreste pagare, non a quello che canta nell’imbuto); e subito tutti intonammo: “Paga paga Giovannino col borsellino da pagador… Quando paghi sei così carino, o Giovannino, da gran signor“,  in un coro alto e sublime, che mandò in estasi i presenti.

Ci fu un lungo applauso da parte dei forestieri. Il gestore ingoiò il rospo, ma non ci perdonò mai quella improvvisa catastrofica violazione della sua proprietà privata. La sera successiva trovammo la rete rimessa al suo posto, ma.. un filo di corrente elettrica ci impedì di toccarla. L’invenzione di Marconi, così decantata, si era rivolta a nostro danno.

di Lorenza Morosini

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