Osteria dalla Doria

bianchellodelmetauro

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno 2009

Fin dai tempi antichi, già attorno all’anno 1200, il Borgo di Cattolica, situato a lato della strada romana Flaminia, luogo di transito di viandanti e pellegrini, era rinomato per il gran numero di taverne, in cui si poteva mangiare e dormire, con stallatici per ospitare i cavalli ecc.

Con il passare degli anni tutto è cambiato, Cattolica ha subito varie trasformazioni e quegli esercizi furono trasformati in luoghi per i turisti: alberghi, bar, osterie ecc.

La nostra città è rimasta però famosa per ciò che offriva: ospitalità (essenziale per il buon nome, e di questo ci facciamo un vanto), buona cucina, buon vino.

Le osterie erano locali tipici, arredati alla meglio, senza lussi, spartani: un bancone per la mescita e in alcuni casi, ben visibili, grosse damigiane di vino assortito, dal San Giovese, al Trebbiano, e non mancavano anche vini di altre Regioni, soprattutto marchigiani, come il Bianchello del Metauro. All’epoca le osterie erano luoghi molto frequentati soprattutto da operai, spazzini, pescatori, ecc. che nelle ore libere a fine lavoro vi s’incontravano per bere un bicchiere di vino, per una merenda ed una chiacchierata. Era in uso in queste osterie al giovedì gustare la trippa e al martedì il baccalà, tutti piatti tipici della nostra regione. A volte si vedevano avventori che entravano nel locale portandosi dietro al scartoz sun cun-cin ad furmai  (il cartoccio con dentro un pezzetto di formaggio), una merenda giusto per bere un bicchiere.

Si parlava del lavoro, si facevano pettegolezzi, con i volumi delle voci sempre abbastanza alti, tanto che, quando si apriva la porta per entrare nell’osteria, si veniva colpiti dal vociare intenso oltre che da un esercito di odori e profumi che inondava le narici. Odori di vino mescolati a quelli delle sigarette, che si facevano con le cartine e con trinciato forte: un tabacco altroché afrodisiaco!!!… tabacco da pipa e soprattutto sigari toscani.

Nella lunga storia di queste osterie, le donne gestrici sono state di gran lunga più numerose degli uomini, forse perché la dona ha un modo di fare diverso nei confronti degli avventori, un’affabilità più intensa, un savoir feir che riusciva ad attirare tanti clienti. La Norina, La Gina, La Pepa, dalla Giana, dalla Lina, ecc...: i nomi dei locali erano quelli delle donne ce hanno dedicato la vita alla loro gestione.

La Daria era una di loro. Una donna semplice, sempre sorridente, a cui tutti gli avventori volevano bene, sempre viva nei ricordi di quanti l’hanno conosciuta. Una vera maestra, come anche le altre.

Tra le tante osterie che la Daria ha gestito ricordo negli anni ’50 quella di via Marconi, prelevata in seguito da una famiglia italo-olandese.

L’ultimo locale prima di cessare l’attività era sito in via Pascoli: un luogo di sano divertimento, in un clima di grande simpatia e famigliarità, nel quale non potevano mancare le famose cante, con gli amici che quasi ogni sera si riunivano per dar sfogo alle loro capacità vocali. In prima linea c’era Giovanni Bozza, mio padre, con la sua inseparabile chitarra, e con lui Mario Ercoles detto Mario ad Bartulen, Antonio Gabellini detto Maduneda, Enrico Galluzzi detto Rico, Roberto Mazzacurati, ogni tanto si vedeva Vittorio Braschi, grande appassionato della lirica: insomma, una bella compagnia che attirava tanti turisti.

Ricordo un particolare molto divertente: il banco di mescita era di compensato ricoperto, e, mentre si cantava, Mario ad Bartulen aveva escogitato un sistema simpatico per accompagnare la cante, aveva cioè inserito in fondo ad un manico di scopa una grossa patata americana, del peso all’incirca di mezzo chilo, e al ritmo della musica batteva la patata contro il banco di mescita limitando così la grancassa, facendo sbellicare dalle risate i turisti, soprattutto quando qualche scheggia di patata volava via e colpiva uno di loro.

Ho nel cuore un bellissimo ricordo della Daria, sempre sorridente e affabile con tutti, persone a lei care o semplici clienti che ogni sera affollavano il suo piccolo locale. Lo condivido con tutti quelli che hanno conosciuto lei, suo marito Guerrino e la famiglia: ringrazio infinitamente la figlia Mariolina per avermi concesso la possibilità di scrivere questo racconto di vita.

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