Archivi del mese: agosto 2009

Ma chi ti credi di essere!

 

Satira!!!

Satira!!!

 

 

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno 2007

Un po’ di tempo fa mi è capitato di ascoltare in televisione, ospite di Corrado Augias, Massimo Gramellini, corsivista de La Stampa.
L’argomento era “Il Paese in cui viviamo”. I giornalisti hanno ben presto portato il discorso sulla reazione all’intervento del comico Andrea Rivera, il citofonista stralunato del programma domenicale di Serena Dandini,durante il concertone del 1° maggio, stigmatizzato da L’Osservatore Romano, l’organo della chiesa ufficiale, che ha parlato, nientepopodimenochè, di “terrorismo” riferendosi alle battute di Rivera. Da lì, procedendo per ragionamenti e filmati, i due sono passati a discettare sull’uso, ai nostri giorni, del linguaggio.
Due questioni che si intersecano e, come si può capire, del tutto importanti; questioni che fanno la differenza, quando si parla di Democrazia:
Le parole sono ancora importanti?
E’ lecito stigmatizzare la satira?
Granellini diceva che al di là dell’opportunità e del contesto che permetteva un’amplificazione d’eccezione, la reazione è stata del tutto fuori misura, indicibilmente sopra le righe. Ha parlato di ecologia del linguaggio (bellissima definizione), di quella cosa cioè che dovremmo propugnare per evitare che le parole perdano la loro pregnanza, si stemperino usurate dall’utilizzo troppo spesso inadeguato. Aggiungo io, che parlare di terrorismo nel contesto di cui sopra, è come chiamare la morte contemporanea di alcune persone, seppure terribile, “strage”; è come continuare a definire ogni delitto “efferato”, ogni alluvione “epocale”, ogni successo “straordinario” (chè poi se è sempre straordinario, finisce col diventare ordinario).
Grande mi pare la disinvoltura con cui vengono utilizzate le parole in televisione particolarmente, dove tutto viene definito “agghiacciante”, “allucinante”: si parli della tristezza per il tradimento della fidanzata, di una vacanza riuscita male, come di guerra o delle bombe o di qualsiasi argomento, in una macina che riduce tutto a poltiglia.
Vallette, schedinette, attoruncoli, ed ancora molto più colpevolmente reggi-microfoni vari, sproloquiano infarcendo i loro discorsi di parole che, se venissero realmente valutate con la stessa frequenza con cui sono dette, farebbero arrossire anche chi le pronuncia. E mi sono ritrovato a riflettere sulla pigrizia (che certamente fa da contraltare alle nostre giornate esagitate, ma non la giustifica): per pigrizia non ci si arrabbia più, ci si accontenta, “si lascia che sia”. E’ faticoso tralasciare il luogo comune; costa fatica ricercare alternative; è difficile essere quello/a che non si omologa (che poi te ne chiedono conto). E’ impresa ardua trovare le parole “per parlare” e non solo ripetere. E’ anche per questo, credo, che ci si affida al sensazionale, alla parola che, esagerando, contiene qualsiasi concetto. Dire che qualcosa è “stupendo” evita di dire lo stupore; raccontare di avere vissuto un’esperienza “sconvolgente” solleva dal raccontare lo sconvolgimento; commentare che la politica oggi è “schifosa” non ci permette di dire cosa in essa è schifoso o chi e perché.
Così perdiamo le parole delle emozioni, della vita civile, dell’impegno e le regaliamo agli “esperti”, siano essi psicologi o politici (non a caso, gli uni e gli altri, li troviamo in una sequela ininterrotta nei salotti di V.e.spa and Co). Una delega a parlare al posto nostro. A noi non rimane che andare a votare quando ci sono le elezioni o rinunciare a capire quando occorre battersi con qualcuno e per qualcosa.
Quanto poi alla satira, in questo discorso, come è evidente, c’entra.
Da wikipedia, l’enciclopedia libera:
“La satira (dal latino satura lanx, nome di una pietanza mista e colorata) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall’attenzione critica alla vita sociale, con l’intento di evidenziare gli aspetti paradossali e schernirne le assurdità e contraddizioni etiche. La satira storicamente e culturalmente risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. La satira si occupa da sempre di temi rilevanti, principalmente la politica, la religione, il sesso e la morte, e su questi propone punti di vista alternativi, e attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni”.
La satira è una pugnalata, un graffio, un pugno. Non è cesello, ma mannaia. Non va analizzata, va incassata. Chiedere che si pieghi, si stemperi, argomenti, si può, ma è allora che cessa di essere satira. Suo indirizzo è il potere, qualunque potere (ed è indiscutibile che anche quello della Chiesa lo sia). Sentirsi colpiti è “nelle cose” quando si è oggetto di satira.
A un personaggio che gli chiede in tono arrabbiato: “Chi ti credi di essere, DIO?!!”, Woody Allen risponde: “Dovrà pure avere un modello!”.
Paragone blasfemo? O battuta geniale? La scelta divide e lascia alcuni preda della paura.

di Daniela Franchini

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Avventura in mare

Rimini_molo_levante

Tratto da Cubia n° 66 – Novembre 2006

Nel Novembre del 1958 ero imbarcato sul motopeschereccio “Fedelfranco”, assieme a Lorenzo Tonti “Sèn” ed altri, paron Giuseppe Bontempi “Nugi”. Eravamo diretti a sud del porto di Ravenna, nella sacca di Cervia, perché fummo informati della presenza di una notevole quantità di sogliole.

E’ un pomeriggio di bonaccia piatta, e in questo caso bisogna restare molto vigili: quando vedi che non tira il normale scirocco, significa che il tempo non ha nulla di buono. Ciò nonostante, andiamo su verso Nord e caliamo la rete prima di notte, al largo del porto di Cervia. Arriva un po’ di vento umido caliginoso, facciamo la calata a sei passi d’acqua a Tramontana e a Ostro.

Alla seconda bordata in giù vediamo i motopescherecci dirigersi verso il porto di Cervia; noi a bordo non abbiamo la radio ma solo il barometro, uno di noi va a battere il barometro con un dito e questo va subito giù abbassandosi molto.

In seguito a ciò capimmo perché i pescherecci stavano rientrando, avevano la radio e quindi la possibilità di comunicare fra loro e con gli stessi fanesi, usi a pescare nella “sprè”. Azzardammo nella speranza di fare una buona battuta di pesca e non seguimmo il rientro con le altre barche. La decisione fu sbagliata perché in poco tempo arrivò la bora mentre eravamo intenti alla pesca.

La bora si presentò subito molto offensiva, a bordo si discuteva circa la possibilità di andare in porto a Cesenatico, io a questo proposito ricordai ai miei compagni un episodio analogo: mi trovavo imbarcato sul motopeschereccio “Aurora”, con un modesto vento di bora ci arenammo al largo in un banco di sabbia, e in quei casi se non segui la rotta giusta e ti prende il mare sono guai.

Scartammo subito la possibilità di andare a Cervia perché il porto in quella circostanza non dava nessuna garanzia, in quanto è un porticciolo come quello di Riccione.

Anziché andare a Cervia, facemmo rotta per Rimini. “Sèn” e “Nugi” erano al timone perché un marinaio solo non sarebbe stato sufficiente, avevamo anche una piccola vela che ci aiutò per il rollio. Il motopeschereccio “Fedelfranco” era un buon lancione, aveva un 90 cv. ma non si poteva sviluppare tutta la potenza a causa del mare agitato, quindi navigammo a mezza forza, poiché a tutta forza, data l’entità dei marosi, sarebbe stato molto pericoloso.

Proseguimmo in giù verso il porto di Rimini piano piano, avevamo le sfogliare in coperta, io stavo in ginocchio, perché era impossibile stare in piedi da l’entità delle onde. Lorenzo Tonti “Sèn” e Giuseppe Bontempi “Nugi” erano, come già detto, al timone tenendo saldamente i frenelli.

Io presi una corda di fortuna “al zuz” che si legava al sacco della sfogliara come sicurezza. La feci passare attorno all’albero e attorno alla mia persona, dato che il vento era molto forte. Abbiamo demolito sottovento un paio di metri dell’opera morta della barca, rimaneva comunque il problema di queste tre sfogliare in coperta, ma io piano piano, restando sempre in ginocchio, sono riuscito a legarle all’albero di prua in modo che non scivolassero in mare o che comunque non creassero problemi, perché avrebbero potuto otturare le “monichelle”, e quindi non permettere che l’acqua uscisse fuorivia, poiché in situazioni analoghe persero la vita molti marinai.

Arriviamo al porto di Rimini facendo rotta un po’ a Sud, in modo da prendere l’onda di poppa, operazione che avremmo dovuto fare prima, ma il problema era che il mare lo prendevamo sempre di traverso. Il porto di Rimini è sempre stato un porto sicuro: se il vento proviene da Est-Nord-Est si può entrare con più facilità, data la lunghezza del molo di Levante.

Era sufficiente mettersi sottovento del molo, dopodiché riuscivi ad entrare con bonaccia.

Arriviamo in porto all’una e mezzo dopo mezzanotte, lungo la banchina erano ormeggiati molti pescherecci tra i quali molti di Cattolica, come il “Cattolica” ed il “Byron”, noi ormeggiammo vicino a quest’ultimo, il cui paron Mario Prioli “Patalnon”, vedendoci, ci disse: “Dove eravate?”. Quando fu messo al corrente della nostra posizione ci contestò il fatto che non fossimo andati in porto a Cesenatico.

In certe situazioni devi saper prendere decisioni sagge e rapide, dettate dalla propria esperienza di naviganti e soprattutto dai consigli dei nostri marinai più anziani, non senza una buona dose di fortuna.

di Gino Magi

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UN CORO DA… IN-CANTO!

 

Il coro IN-CANTO

Il coro IN-CANTO

 

Tratto da Cubia n° 83 – Giugno 2008

Grande successo per il coro IN-CANTO del Circolo Didattico di Cattolica

Sabato 31 Maggio, alle ore 21.00, il coro IN-CANTO del Circolo Didattico di Cattolica, formato da circa 90 voci tra i 4 e i 60 anni, si è esibito per la prima volta, con grande emozione di tutti i presenti, nella piazza del mercato coperto della nostra cittadina.

Il coro IN-CANTO nasce a Marzo 2008, all’interno del progetto “Scuola aperta”, in rete con l’I.C. di Cattolica e finanziato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Tale iniziativa, attraverso la didattica laboratoriale, ha aperto le porte della scuola, intesa come agenzia educativa del territorio, ad attività corali (rivolte a tutta la cittadinanza) che si sono sviluppate in orario extra-scolastico, precisamente il venerdì sera dalle 20.15 alle 21.45, fra Marzo e Maggio con l’intervento del professor Giorgio Santi e delle insegnanti Eleonora Martina e Claudia Giunta.

Il coro è diventato quindi, concretamente, espressione di una comunità che  “cresce insieme”, che crede nella condivisione delle esperienze come  momento educativo, ma anche ricreativo.

La musica innesca emozioni, curiosità, creatività culturale. Significa disciplina, rigore  sì, ma anche divertimento e passione. E il concerto di sabato ha fatto emerge proprio la passione di adulti e bambini per questa dimensione così aggregante e coinvolgente.

Ha aperto la serata la Dirigente scolastica Maria Rosa Pasini con un caloroso saluto ai numerosi presenti, attraverso il quale ha voluto esprimere tutto il suo sostegno per l’iniziativa e grande soddisfazione nel vedere concretamente i bambini e i loro genitori impegnati in un progetto comune e condiviso.

Molti i brani in programma: musiche della tradizione popolare campana, ebraica, africana, francese, sarda, jamaicana… brani di diversi generi musicali che hanno spaziato dal ‘700 al blues, musiche di diverse estensioni e difficoltà vocali, canti a cappella, a canone nonché accompagnati da una base musicale.

Dopo i primi 4 canti eseguiti dai soli bambini, sono entrati in scena anche gli adulti che, a loro volta, hanno proposto 3 brani musicali. Ma il clou del concerto è stato quando i più piccoli e gli adulti hanno incominciato a cantare insieme: un vero IN-CANTO! Una vera magia!

Insegnante Claudia Giunta,

referente progetto IN-CANTO IN CORO,

Circolo Didattico di Cattolica

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Il “silenzio” di Dio – il nostro silenzio

 

Martin Luther King

Martin Luther King

 

 

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Sono passate le vacanze, ma le tragedie umane non sono andate in vacanza: guerre, fame, violenze, ingiustizie hanno continuato il loro percorso, non sono andate in ferie. Le carrette del mare continuano la loro navigazione disperata, i poveri errano come possono in un neoliberismo stritolante: così va la vita per gran parte degli uomini del pianeta.

Un caro amico, padre Saverio Paolillo, mi scrive raccontando che nel Comune di Serra (Brasile) è stato inaugurato un carcere metallico: containers trasformati in celle, 20 detenuti in ognuno, una struttura da resuscitare il fantasma dei campi di concentramento. Tutto tace! Non abbiamo informazioni, non si vuol fare informazione su episodi come questo e tanti altri… poi ci si chiede, come papa Benedetto XVI e tanti altri, “perché Dio ha taciuto?”. “Svegliati perché dormi, Signore! Destati, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Sorgi, vieni in nostro aituo!” (salmo 44). Questo è il grido straziante che si eleva dai tanti patiboli innalzati dalla cattiveria umana nei nostri giorni.

Il silenzio di Dio!?!

E’ un silenzio che ci infastidisce, soprattutto davanti al dolore che lacera i corpi e le anime degli innocenti. Ci turba l’idea di un Dio che se ne sta lontano, impassibile, seduto sulla “comoda poltrona” a godersi lo spettacolo: l’Abbà, il Dio papà dal cuore pieno di tenerezza materna sembra svanire sull’orizzonte tenebroso della cattiveria umana e della sofferenza che ne scaturisce. Buttare alle spalle di Dio il peso delle responsabilità è una scelta comoda. Scandalizzarsi davanti ad un presunto silenzio di quello di Dio. Nel silenzio della croce di Dio. Solo Dio può fare questo. Solo Dio può dare la vita. Gli uomini fanno tutto per salvare la propria pelle, Dio la dona.

Il silenzio che sconvolge è quello dei presenti. E’ il silenzio della paura di perdersi per gli altri, è il silenzio della vigliaccheria, è il silenzio dell’omertà, è il silenzio che apparentemente è neutrale, ma in realtà è di consenso. E’ di questo silenzio che parlano le Auschwitz di ieri e di oggi. Dio non ha mai cessato di parlare: la sua parola risuona nelle nostre chiese, è proclamata dai nostri pulpiti, è ampiamente diffusa attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ma… dove sono i cristiani? Dove siamo noi? Perché taciamo?

Oggi è l’economia neoliberale che sacrifica milioni di innocenti in nome del profitto accumulato nelle mani di poche persone. Intere moltitudini vivono ammassate nei campi di concentrazione di oggi: nelle periferie abbandonate, nelle prigioni disumane, in ospedali dove al dolore fisico si aggiunge la sofferenza dell’abbandono. Dov’è l’Umanità di fronte alle cattiverie di oggi? Silenzio! Fa finta di non vedere. Diventano vicine le tragedie provocate dalla furia della Natura, ma quelle provocate dalla furia umana sono cancellate. Non è il silenzio di Dio che deve scandalizzarci. E’ il nostro silenzio che deve preoccuparci.

Oggi, purtroppo, come dice frei Betto, molti cristiani non cercano un nuovo stile di vita costruito sui valori del Vangelo, ma cercano sollievo e soluzione ai propri problemi esistenziali; non cercano comandamenti, ma consolazioni; non vogliono perdono, ma una spiegazione alle loro angosce e difficoltà. E’ la dittatura dell’io. L’altro importa nella misura in cui mi serve. L’individualismo produce disinteresse e questi genera silenzio. Loquaci si è quando si tratta di difendere i propri diritti. Silenziosi quando si tratta di difendere quelli degli altri. Al massimo diciamo qualche parola di indignazione.

Si parla e discute sulle cattiverie del passato. Tanto la colpa è degli altri. Sulle attuali, silenzio assoluto, perché forse un po’ di responsabilità è anche nostra. Invece di preoccuparci del silenzio di Dio, è necessario rompere il nostro silenzio, assumendo il silenzio di Dio che parla di amore, solidarietà, tenerezza e servizio, senza fare tanto chiasso.

E’ urgente evangelizzare: portare la buona novella. Evangelizzare è mettere l’uomo in contatto con Dio, assumendo le scelte che Lui ha fatto, tra cui l’opzione preferenziale per i più poveri ed abbandonati, che lo ha portato a fare della povertà solidale uno stile di vita. “Bisogna che impariamo a vivere insieme come fratelli, o moriremo insieme come pazzi“, diceva Martin Luther King.

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Un gioco per l’estate

brainstorming

Tratto da Cubia n° 53 – Giugno 2005

Chi nella sua infanzia è stato appassionato del meccano sa che il momento critico della propria attività di costruttore non era quando osservando sulle istruzioni l’oggetto da realizzare se ne stimava una difficoltà quasi al limite delle proprie possibilità, se non oltre. Questo, anzi, era il cuore della sfida, l’esaltazione che caricava di energia per motivarsi alla riuscita e immergersi nel fervore dell’impresa. No, la fase più ardua da superare arrivava quando, dopo aver ultimato l’oggetto e averlo utilizzato per giocarci, occorreva decidere che era giunto il momento di smontarlo e rendere disponibili i singoli pezzi per l’avvio di una nuova avventura ricostruttiva. Questa capacità di lasciare il già conquistato, di rimettere in discussione il già consolidato per tentare nuove sortite evolutive, con l’età rischia di essere abbandonata in soffitta insieme con la scatola dei lego. La potremmo chiamare arte della decostruzione.Da diverso tempo è di pubblico dominio una tecnica che viene impiegata per il problem solving e che è denominata brain storming, cioè tempesta di idee. E’ stata importata dall’ambito pubblicitario, ma sottratta alle sue discutibili finalità, può permettere di liberare forti energie creative. Di fronte ad un problema, a mente rilassata, si cerca di produrre ipotesi di soluzione rispettando quattro regole fondamentali: 1) Critica esclusa: ogni valutazione sulle idee prodotte, proprie o altrui, viene differita ad un secondo momento; 2) Elogio dell’insolito: le idee più stravaganti o fuori dagli schemi possono portare soluzioni inedite e permettere fecondi cambi di prospettiva; 3) Quantità innanzitutto: maggiore è il numero delle idee prodotte e più saranno le probabilità di raggranellare qualcosa nel vaglio finale; 4) Combinazione e miglioramento: le idee si possono combinare per trasformazioni migliorative. La potremmo chiamare arte dell’immaginazione creativa. Arte della decostruzione e dell’immaginazione creativa sono strumenti esplosivi ma, presi con leggerezza, si possono prestare ad un divertente gioco per l’estate. Si tratta di applicarli a situazioni, concetti, problemi che catturano la nostra attenzione e …viaggiare in mondi paralleli. Qualche banale esempio personale: 1) Cattolica si fa chiamare “la Regina”. E noi, siamo sudditi o principini? Decostruire: il concetto di sovranità. Immaginare nuovi slogan: Cattolica, città dei volti; Cattolica la poveraccia; Cattolica la signora del cemento. 1) I bagnini sono in affanno sempre alla ricerca di nuove proposte per attirare clienti, i vigili sono costretti a turni estenuanti di controllo per allontanare gli abusivi, le concessioni della spiaggia sono blindate e non consentono che un bene naturale comune come mare-sabbia-sole sia patrimonio di tutti. Decostruire: l’idea di spiaggia privata. Immaginare creativamente: spiaggia totalmente libera; di tutti e di nessuno; gestita dalle cooperative a partecipazione mista immigrati-bagnini; spiaggia chiusa per un anno sabbatico di ripensamento; spiaggia aperta solo ai cavalli che, come lo stallone del bagnoschiuma Vidal, sono finalmente liberi di correre sul bagnasciuga. 2) Le associazioni di categoria protestano e non vogliono il mercatino degli ambulanti extracomunitari con regolare licenza ( saranno 30-40 gli autorizzati ). Decostruire: il concetto di egoismo corporativistico. Immaginare: abolire la privacy patrimoniale e rendere trasparenti redditi e possedimenti di ciascuno per aiutare chi non riesce davvero a sbarcare il lunario; adozione a distanza di un lavoratore povero da parte di uno ricco, regalare al segretario della Cna Gessi la T-shirt, apparsa a Besano al funerale di Claudio, con la scritta “Difendi il tuo simile distruggi tutto il resto”; regalare al presidente di Confcommercio Meletti la T-shirt con scritta apparsa sui muri di Berlino nel 1994 “Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia è greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero”.3) I ragazzi vengono a sapere che sono bocciati e si suicidano. Decostruire: il concetto di promozione. Immaginare: un mondo senza scuola dove chi non ha voglia di essere produttivo si gode la vita anche senza niente, si diverte a guardare gli altri lavorare e prende comunque il sussidio di sopravvivenza; una scuola senza schede di valutazione dove si fanno i conti solo con la motivazione di alunni e docenti; una scuola dove gli alunni danno la pagella agli insegnanti, possono ricusarli per suspicione di parzialità o costringerli a prendere ripetizioni durante il periodo estivo.4) Il ministro Calderoli vuole castrare tutti quelli che commettono reato di stupro o pedofilia. Decostruire: il concetto di Lega Nord. Immaginare: a tutti i leghisti che sparano idiozie estirpare la lingua; costringere Berlusconi a mangiarsi tutte le lingue così ottenute in salmì, che si ricordi che quelli lì ce li ha portati lui; regalare il ministro Castelli, con la Fallaci in dote, ad un facoltoso arabo musulmano stanco del suo Harem tutto femminile; 5) Benedetto XVI non fa in tempo ad emettere un peto che ce lo ritroviamo a reti unificate in diretta televisiva. Decostruire: il concetto di Vaticano. Immaginare: ogni stato del mondo, in nome delle pari opportunità, rivendica il diritto di ospitare a rotazione sul proprio territorio, facciamo per sei mesi, il pontefice( arrivederci al prossimo conclave); il papa viene equiparato allo status di colono abusivo e costretto da Sharon a tornarsene in Israele; Ratzinger decide di donare la sua residenza estiva di Castengandolfo agli immigrati trattenuti coatti nei Centri di Permanenza Temporanea per dimostrare che occorre occuparsi della vita anche dopo il concepimento.
Giocate anche voi, da soli o in compagnia, non costa niente e fa buon sangue.

di Amedeo Olivieri

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Lo sgombero non è la soluzione

accoglienza

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

Bisogna essere severi con quelli che delinquono, siano essi italiani o stranieri, regolari o clandestini, ma tutti devono essere trattati con il rispetto che si deve alle persone. Don Biagio ritiene questo aspetto essenziale nell’affrontare il tema all’ordine del giorno in questo momento in Italia: la sicurezza. Ma il Parroco di San Pio è anche convinto che lo sgombero di per sé non risolve nulla, se non si trovano soluzioni alternative per chi lascia gli insediamenti abusivi, soprattutto nei confronti dei più deboli, come bambini, anziani e donne in gravidanza.

Si parla tanto di sicurezza in Italia e quasi esclusivamente a proposito degli immigrati clandestini. Cosa ne pensa di questo aspetto della vita sociale italiana?

Il tema della sicurezza nella vita delle nostre città è stato molto presente sui giornali e nei dibattiti politici, anche nella propaganda delle ultime elezioni politiche, rischiando di essere strumentalizzato a fini elettorali. Ritengo che alcune considerazioni debbano essere sempre ben presenti. Innanzitutto appare evidente come il rispetto della persona, e di ogni persona, che sta alla base della vita civile di un popolo, in questi giorni in Italia sia messo duramente alla prova. Ancora una volta gli immigrati, a volte senza precisazione, vengono demonizzati, indicati come causa di ogni male possibile per la nostra società. A scanso di equivoci, va poi detto che i clandestini non hanno la ragione d’essere in una società moderna. Questo vale per chi viene in Italia per sopravvivere alla meglio, così come per tutte quelle persone che sfruttano la clandestinità offrendo lavoro nero, pratica che permette una comoda evasione fiscale. Con la stessa chiarezza va pure ribadito che i “delinquenti”, siano essi immigrati regolari o clandestini o italiani, o di Cattolica, devono pagare i loro errori o le loro colpe con la certezza della pena e la esecuzione della medesima.

Colpire chi delinque, chiunque esso sia –come lei ha detto- è giustissimo. Non le sembra, invece, che in Italia, in questi ultimi tempi, ci sia invece la caccia al rom, al diverso, solo in quanto tale?

La legalità non si discute, ma in alcuni casi si è sceso abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. E’ giunta all’epilogo la situazione dei campi rom abusivi nelle periferie di Milano, Bologna, Roma, Napoli. Da una quindicina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nelle aree dei campi abusivi, operando ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche, mandando così un chiaro segnale a tutti coloro che occupano illegalmente delle aree, a non ritenere definitiva questa situazione. Nulla da eccepire su questo. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce? Gruppi di nomadi si mettono alla ricerca di altre zone, vagando per le città, disseminandosi per l’Italia: in mezzo a loro anziani, bambini, donne in avanzato stato di gravidanza o con figli di pochi mesi. Perché, insieme alla dovuta fermezza, non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati? Insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, occorreva qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati, le donne in gravidanza.

Insomma, fermezza sì, ma con rispetto per le persone…

Certamente! All’interno di una situazione di grave disagio sociale e di illegalità a cui occorreva provvedere, diventava opportuno riaffermare quello stile civile che persegue atti illegali e criminosi, ma sa riconoscere sempre e comunque la dignità di ogni persona. Papa Giovanni affermava: “Ancorché clandestina, la persona mantiene tutta la sua dignità”.

Non le sembra che in questo clima si finisca per dare spazio a sentimenti di tipo razzistico, che non distinguono tra lo straniero che commette reato e quello che vive onestamente?

Ci sono delle persone non in regola con la legge e nei loro confronti occorre che la legalità prevalga. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza degli immigrati in Italia lavora, tanti con regolare contratto. Molti sono occupati nell’edilizia, nell’industria, nel lavoro alberghiero, nella ristorazione, nell’assistenza agli anziani, ai malati, nei lavori domestici. Spesso sono costretti a lavorare in nero, ricattati in mille modi. Una domanda allora s’impone: all’Italia, alle nostre città, a noi stessi, questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che gli immigrati non sono tra noi per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro, noi italiani abbiamo bisogno. Che ne sarebbe di vasti settori del lavoro senza la manovalanza a bassissimo costo di rumeni, macedoni, albanesi, marocchini, senegalesi, moldavi, russi, ucraini, cinesi?

Venendo a Cattolica, come viene affrontato nella nostra città, secondo lei, l’aspetto dell’accoglienza e della integrazione con chi viene da mondi e culture diverse?

Per molti aspetti possiamo dire che la nostra città è per gli immigrati un’isola felice, pur non mancando alcuni problemi. Generalmente la cultura della nostra popolazione è segnata da atteggiamenti di solidarietà, di accoglienza. Basta pensare a tutta la realtà della caritas cittadina, con la mensa per i poveri, il dormitorio, il centro di ascolto, lo sportello per gli immigrati, il centro di aiuto alla vita, le case famiglia della “Papa Giovanni XXIII”, la casa della Fraternità “S. Francesco”. Sono tutte realtà nate e sorrette nel tempo dalla generosità della popolazione e della stessa amministrazione comunale. Accanto a queste iniziative per gli immigrati e poveri di passaggio, va pure sottolineata la preziosa ed insostituibile opera educativa e di integrazione sociale svolta dalla scuola, dalle materne fino alle medie.

In effetti, l’immigrazione è soprattutto una questione culturale: la si affronta nel modo giusto, solo se si accetta l’idea che ormai la nostra è e sarà sempre più una società multietnica. Non le pare?

Certo, ed è proprio nella scuola che le nuove generazioni hanno soprattutto la possibilità di imparare a vivere in una società che sarà sempre più plurietnica, multireligiosa, pluriculturale. Dobbiamo saper prefigurare la nostra città di Cattolica proiettata nel futuro, quando la presenza di razze, culture, religioni diverse segnerà la civile e libera convivenza delle persone e delle famiglie. E’ per l’impegno educativo e formativo di tutte le istituzioni sociali che crescerà una mentalità di rispetto e di osservanza della legalità. Ma il rispetto della legalità non riguarda solamente gli immigrati: che dire dello sfruttamento messo in atto da albergatori e da affittacamere nel vendere posti letto o camere d’albergo ad immigrati irregolari, o addirittura come luoghi di prostituzione o per altre attività illecite? E’ illegalità anche il vasto fenomeno del lavoro nero, che trova tra gli immigrati irregolari il suo mercato preferito. Lavorare per la legalità è impegnarsi per la giustizia, per condizioni di vita degne di un essere umano; è mettere al centro sempre e comunque la persona umana. Ce n’è di strada da percorrere per tutti.

Come chiesa locale, quali iniziative portate avanti per favorire questo processo di integrazione?

Innanzitutto, la Chiesa ha come riferimento obbligato la Parola di Dio. Ricordo, tra i tanti, due brani che andrebbero scritti a chiare lettere all’ingresso di ogni casa e di ogni città. Il primo è tratto dal libro dell’Esodo ed è rivolto ad un popolo nomade che cammina alla ricerca della propria terra: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es. 22,20). Il secondo fa parte del giudizio finale, riportato dal Vangelo di Matteo: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi… perché ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt. 25,35). Da notare che il forestiero è tale non solo per provenienza etnica diversa dalla mia, ma anche per la sua posizione culturale, per la sua religione, per la sua condizione sociale. Siamo accomunati dal fatto che ogni uomo qui sulla terra è forestiero, di passaggio, e contemporaneamente dall’essere tutti figli del medesimo Padre, quindi con eguale dignità e responsabilità.

Qui si innesta il problema del rapporto con le altre religioni e quindi del dialogo del cristiano con chi ha esperienze di fede diverse…

Indubbiamente, la Chiesa ha ancora vaste opportunità educative, formative. Il cristianesimo, quando è colto nella sua dimensione essenziale, porta a vivere come cittadini del mondo, in atteggiamento di rispetto e di accoglienza, per una società umana sempre più fraterna. Chi si presenta come diverso non è di per sé un problema, ma una opportunità per il confronto che ne può nascere, per la condivisione di comuni valori. La Chiesa, poi, dall’incontro con religioni e culture diverse, è chiamata da una parte a conoscere meglio la propria tradizione cristiana, e nello stesso tempo è sollecitata a conoscere sempre più chi è portatore di altre esperienze. Conoscere, accogliere, confrontarsi, vivere nella pace le diversità, questo è uno degli orizzonti di civile convivenza per il quale operare e lavorare fin da oggi. Vi saranno lungo il cammino delle difficoltà, generate da situazioni contingenti: tutto sarà superato se non verrà smarrito l’orientamento di fondo per una convivenza pacifica e vera di un unico popolo fatto da realtà diverse, ma non contrapposte.

di Paolo Saracino

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La ricetta di Corrado Piva contro la crisi del commercio

Centro_di_Cattolica

Tratto da Cubia n° 77 – Dicembre 2007

Arriva anche a livello politico, la preoccupazione sul commercio a Cattolica. Tant’è vero che l’Associazione per il Partito Democratico sta pensando ad un’assemblea pubblica, sul tema, che dovrebbe svolgersi in gennaio. E nel corso della quale verranno affrontati vari temi che Cubia, già in diverse inchieste, ha posto in evidenza.

“E’ molto forte la nostra preoccupazione – anticipa Corrado Piva, dell’Associazione per il Partito Democratico – per la recessione nel commercio”.

Un problema già esistente, almeno a sentire i commercianti stessi, ma che potrebbe ulteriormente accrescersi.

“I motivi sono diversi – commenta Piva –: credo che il principale sia una presenza più forte, negli ultimi anni, degli iper e dei centri commerciali che tolgono ossigeno ai negozi di vicinato”.

Che fare? L’idea è di potenziare quello che a Cattolica già si delinea come un “centro commerciale naturale”. Significa che passeggiando per le vie di Cattolica (il centro storico, e ora anche la zona della nuova darsena) si trovano tutti quei negozi che contraddistinguono gli iper. E li si può dunque visitare o guardarne le vetrine, ma passeggiando in una città vera, non in uno di quei “simulacri” di centri storici artificiali, con luci al neon, ricostruiti negli iper.

Il successo dei “centri commerciali naturali” non è certo scontato. “Un’idea come questa – va avanti Piva – va supportata con una serie di manifestazioni, con promozione, realizzando un ‘paesaggio’ il più possibile piacevole in cui passeggiare per i potenziali clienti. Certo il Comune dev’essere il volano di questo processo, ma anche i privati devono fare la loro”.

Già, i privati. Nello scorso numero di Cubia le stesse categorie commerciali sostenevano che molti loro associati sono un po’ troppo rinunciatari. E Franco Gabellini lanciava addirittura l’idea di una tassa di scopo per le manifestazioni.

“Sarebbe la panacea di molti mali – condivide Piva – ma la legge la rende praticamente irrealizzabile. Ci si può lavorare. Magari si può pensare ad un accordo con le partite iva. Di certo questo tipo di imposizione fiscale consente a chi la sostiene di vederne direttamente il ritorno”.

Anche Piva non ritiene, infine, che forse la città, tra motori immobiliari e tutto il resto, possa avere una rete commerciale un po’ sovradimensionata per la realtà cattolichina, e che la crisi dipenda anche da questo: “Direi di no. I problemi sono gli iper. Anzi, se non avessimo nuove licenze, che però dovrebbero essere assai qualificate, il commercio si affosserebbe ancora di più”.

Dibattito aperto insomma: “Al momento – conclude Piva – non abbiamo ancora fissato date, ma ci stiamo riunendo proprio in questi giorni, come Associazione per il Pd, per parlare di commercio e turismo, e in gennaio, vedremo quando, faremo un’assemblea pubblica”.

di Francesco Pagnini

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