Oltre l’inferno

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Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

Esiste l’inferno? Per rispondere non occorrono inerpicate speculative analoghe a quelle con cui San Tommaso ha estratto dal cilindro teologico le prove dell’esistenza di Dio. Il 2007 è iniziato con 24 guerre in corso, la finanziaria non ha dato attuazione al programma elettorale dell’Unione che prevedeva la diminuzione delle spese militari e ai piani bassi ci sgozziamo per liti di cortile.La differenza con il paradiso sta nella sproporzione della valenza del dosaggio. Basta una goccia di inferno a distruggere un oceano di paradiso ma la proprietà non è commutativa. Si rischia grosso, dunque. E’ facile che tutto ciò che è sopraffazione, guerra, ferocia, menzogna, l’elenco è infinito, prenda il sopravvento, nebbia venefica che ci avvolge, paura che paralizza e impedisce di scorgere ciò che consente la speranza. Calvino lo esprime in modo magistrale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Guardiamoli più da vicino i due modi, accomunati dal consentire entrambi la sopravvivenza ma profondamente differenti negli esiti. Con il “modo 1” ovvero la trasparenza del male e l’acquiescenza di mente e cuore che ci rende progressivamente zombi ambulanti, abbiamo una certa confidenza per più motivi. Siamo una civiltà incline a produrre inferni lontano da casa e possiamo guardare chi sta tra le fiamme senza scottarci. I media, poi, ci forniscono uno schermo dominante interpretativo della realtà che cerca di legittimare a priori tutto ciò che potrebbe metterlo in discussione. Un esempio di questo potente filtro all’opera: tanti che reputavano l’intervento dei buoni in Iraq indispensabile per evitare distruzioni di massa e diffondere la democrazia continuano a ritenerlo tale nonostante le torture di Abu Grahib, i dialoghi sadici dei nostri strapagati soldati e il cappio per Saddam & Co. Eppure proprio la forca per l’ex dittatore rivela la sterilità di questo approccio perfino laddove pretenda di ripristinare la giustizia: il re è nudo, ma andiamo troppo di fretta per accorgercene. Per scoprire il secondo metodo di cui parla Calvino occorre dilatare i tempi di riflessione, nuotare controcorrente e muoversi verso fonti di conoscenza meno inquinate dal bacillo della violenza. Infatti cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio è l’essenza stessa della strategia non violenta. Un esempio illuminante di ciò, specialmente ponendolo in controluce con la Bagdad di oggi, è quanto successo in Sudafrica dopo la fine della segregazione razziale dell’apartheid. Approfondiamo*. Il ritorno alla democrazia avvenne con l’elezione di Mandela a presidente nel ’94. Aveva trascorso 27 anni in prigione per essersi opposto al regime ma giunto al potere parlò di riconciliazione. Con lui, 2 schieramenti. Chi voleva cancellare il passato con un colpo di spugna e chi proponeva le epurazioni e la giustizia del vincitore, sul modello di “Norimberga”. La soluzione proposta da Mandela fu: né dimenticare, né punire. Bisognava consentire all’intero popolo sudafricano di rivivere e rielaborare le tragedie del passato, senza innescare azioni di vendetta e ponendo le condizioni per una nuova società basata sui diritti dell’uomo. Al posto di un percorso politico-giudiziario si decise di favorirne uno culturale di giustizia restaurativa dove le vittime fossero le protagoniste indiscusse e onorate e dove venisse data loro la possibilità di condividere i traumi subiti in un clima di solidarietà e restituzione della loro dignità. Così, nel ’95, venne istituita la Commissione per la Verità e la Riconciliazione con tre anni di tempo per concludere i lavori. Si ascoltarono i racconti particolareggiati delle vittime e dei parenti dei familiari torturati e uccisi. Si ascoltarono anche i carnefici che avevano fatto richiesta di amnistia. Come condizione per ottenerla dovevano rendere una confessione piena e totale, rievocare dettagliatamente ogni singola azione di tortura e di morte: la verità come prezzo per la libertà. Alle vittime spettava l’ultima parola, potevano opporsi alla concessione dell’amnistia qualora ritenessero che l’aguzzino stesse sottacendo particolari importanti. Il tutto con udienze pubbliche, trasmesse in diretta televisiva nelle undici lingue ufficiali parlate in Sudafrica. La popolazione seguiva giornalmente queste testimonianze, aveva modo di elaborare i traumi subiti, di riappropriarsi della storia collettiva. Le vittime di coloro a cui veniva concessa l’amnistia avevano accesso immediato ad un adeguata riparazione: dai risarcimenti alle cure mediche. Un altro elemento degno di nota: poiché lo scopo della Commissione era promuovere una cultura dei diritti umani, vennero ascoltate anche le vittime delle violazioni perpetrate dai militanti dell’African National Congress, l’organizzazione di Mandela. All’inizio l’Anc rifiutò che i suoi membri dovessero chiedere l’amnistia perché riteneva di aver combattuto una guerra giusta. Ma Desmund Tutu, nobel per la pace e presidente della Commissione, minacciò le dimissioni e l’Anc accettò. Tutu affermò: “Quando degli adolescenti raccontano che, essendo convinti che una certa persona fosse un nemico che lavorava per il governo dell’apartheid, lo hanno preso, cosparso di benzina e hanno acceso un fiammifero, chi deve essere definito il torturatore e chi la vittima?” Quest’ultima testimonianza ci permette un’ulteriore riflessione sul “modo 2”. Suo presupposto è la consapevolezza che inferno e paradiso, spesso sono un groviglio unico ad ogni livello, dalle istituzioni fino nel profondo del nostro essere. Come con due gemelli siamesi, intervenendo per sezionare con il bisturi il rischio è di uccidere entrambi. Credo che l’esperienza sudafricana rappresenti uno di quei momenti in cui l’umanità esprime il meglio delle proprie possibilità. Eppure, che spazio ha avuto sui media? Pur essendo ingenuo pensare che non siano mancate zone d’ombra, il solo fatto di poterla raccontare significa sottrarre alimento al nostro inferno quotidiano. Scusate se è poco.

*Per le informazioni storiche in merito, attingo liberamente da M. Sclavi, ’03 e M. Flores, ’05.

di Amedeo Olivieri

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