I Buraten

Locandina_spettacolo_per_burattini

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Mi rivedo ancora nei miei ricordi di bambina, a giocare sul bagna-sciuga del mio mare con mio cugino “Gusten Tonò”. Io intenta a costruire castelli di sabbia con guglie appuntite, Gusten, invece, a giocare con le palline di terracotta che si rincorrevano in piste di sabbia compatta.
Da lontano scorgo un bambino, che porta sulla spalla, e legato al torace, un teatrino in miniatura. Da una giunta sporge la testa di Fagiolino (Fasulèn) col bastone (s-ciadur) e dall’altra parte Sganappino (Sganapèn) con gli abiti alla Sherlock Holmes, che ridacchia.
La voce del bambino si fa sempre più distinta:
-Questa sera tutti nel giardino dell’albergo Monetti, per un grande spettacolo di burattini: “Fagiolino e il bandito Sparavento in una lotta memorabile”. Non mancate. Segue farsa e ballo finale.
Il ragazzo distribuisce anche volantini e si allontana.
Io lascio che un’onda distrugga il mio castello, perché la mia attenzione é concentrata su di lui… Fagiolino, il mio eroe.
A questo punto entra in scena la Pierina, la nostra badante. Mia nonna l’aveva accolta in casa nostra da bambina e la considerava una figlia. A quell’epoca la Pierina aveva circa diciassette anni ed era una bella ragazza. Anche a lei piacevano i burattini, per questo dice:
-Per andé a veda i buratèn, bsogna che a cmincieva a piegn vers li sèi dla sera… (per vedere i burattini dovete iniziare a piangere alle sei di sera).
Lo spettacolo iniziava alle 21, e i nostri genitori, per non sentire quella lagna, davano alla Pierina i soldi per lo spettacolo di burattini.
Rivolta ad Agostino dico:
-Stal pés mort al fa piegn sno ma mé, lû us ni frega (questo pesce morto fa piangere solo me).
A questo punto Agostino, che non ha mai detto una parola, mi si avvicina, mi dà una spinta e io cado, col pagliacetto nuovo prendisole, in acqua.
Io piango, ma la Pierina interviene subito e accomoda le cose.
Le mie esperienze sui burattini iniziarono quando avevo cinque o sei anni e cioé negli anni ‘27 o ‘28. Ma dalle ricerche e dai volantini originali, donatami gentilmente da Livio Magnani, risulta che da diverso tempo prima il burattinaio Rizzoli Aldo e famiglia si esibivano in Cattolica.
Una volta Giogi Filippini, mio caro amico, mi raccontò di aver saputo che nella grande casa di “Masun” Magi (ora Domus Nostra) si esibiva una compagnia di burattinai che dava per i cattolichini spettacoli bellissimi.
Mi risulta poi, per delle ricerche fatte da Dorigo Vanzolini, che il burattinaio Aldo Rizzoli per lavoro veniva ogni anno a Cattolica con la famiglia e alloggiava nella casa di “Mastril” (i Masi) in via Battisti.
Nella palazzina (ex scuola di avviamento professionale) di proprietà, allora, di un certo signor Sani, padrone anche di diversi appezzamenti di terreni, ogni anno in estate la compagnia di Aldo Rizzoli, sfoggiava un repertorio di recite per burattini eccezionale.
Poiché gli affari andavano a gonfie vele, Rizzoli si era fatto un socio: Mineci, che con la famiglia animava anche lui i burattini. Le cose andarono bene per diversi anni, finché quel Mineci fu preso dal vizio del gioco e allora le cose precipitarono così violentemente che, mentre la società operava ora come ho detto, nei giardini dei Monetti, dovette sciogliersi e andarsene da Cattolica per sfuggire i creditori.
Da bambina gustavo con tanto interesse gli spettacoli dei burattini. Di questi i più simpatici erano: Fagiolino, Sganapino e Sandrone. Seguivano nella lista: il Dottor Balanzone, l’Apollonia “La Pulogna”, Trepatate, Sparavento il bandito. Il diavolo, la morte, Angelica, la principessa Fiorella e il principe Gustavo, il re, la regina, i carabinieri.
Quando il popolo dei burattini era in sommossa, si sentiva in lontananza un brontolio di voci alterate che gridavano: Abbasso l’infame e a morte il tiranno… bla, bla, bla… che mi facevano venire la pelle d’oca.
Sempre in relazione ai burattini, quando nella bottega di mia mamma Giulia arrivava il viaggiatore Boldini a commissionare scialli di seta e di lana dalle lunghe frange, noi bambini, che vedevamo in questo uomo Sandrone (come gli assomigliava!), ascoltavamo a bocca aperta le frasi che diceva in dialetto bolognese per poterle ricordare e poi ripeterle. Ma per quanti sforzi facessimo sapevamo solo dire: Ragazol… sorbole… di mondi… brisa.
Da quei giorni di sventura la società Rizzoli non si esibì più a Cattolica. Vennero altri burattinai a lavorare con attrezzature più misere e immagini di burattini meno significative. Lo spettacolo si teneva sotto il mercato coperto in via Milazzo e il teatro era allestito dietro la casa della “Rusena dla Mlangiana”. Tutti i spettatori assistevano allo spettacolo in piedi.
Un giorno, mentre eravamo tutti a tavola, mi capitò di chiedere:
-Nona, Fasulèn l’é fasista? Al porta sempre al manganél? (nonna, Fagiolino é fascista? Porta sempre il manganello?).
Ci fu un breve silenzio, poi tutti gridarono:
-Nààa’.
Mia nonna:
-Quel cal porta Fasulèn an é un manganél! L’é un s-ciadur (quello che porta Fagiolino non é un manganello… ma un mattarello). Tutt li don ad sta chèsa li ha al s-ciadur, ma nisuna la é fascista! Ui mancaria élt! (tutte le donne di questa casa hanno il mattarello, ma nessuna é fascista! Ci mancherebbe altro).
Sempre inerente ai burattini ho da raccontarvi un’altra storiella simpatica.
Io e altre bambine della mia stessa età eravamo dalle suore per la dottrina, quando inaspettatamente un giorno entrò un prete giovane per una lezione supplementare di Catechismo.
Questo é il dialogo con la mia amica Rastelli Alba (figlia di Fanali il calzolaio):
-E stal pret cus al vo? Furtuna che u s’é fat pret: sa cla facia chil tuliva? (questo prete cosa vuole? Fortuna che s’è fatto prete: con quella faccia chi lo sposava?)
Ci parlò del perdono cristiano e della non violenza:
-Se una persona ci schiaffeggia, noi dobbiamo offrire l’altra guancia.
-Sent quest cus al dis!? Per andé in paradis avin da es di minciun, dli cordie lentie, di pa…ta… (senti questo cosa dice: per andare in paradiso dobbiamo essere dei minchioni, dei deboli, dei pa… ta…).
-Nu dì li parulacc, avin da passé la Cumunion (non dire le parolacce, dobbiamo passare la Comunione).
-Se un um dà un chèlc t’un stinch? (e se uno mi da un calcio nello stinco?).
-T’è da dèi anche cl’élta gamba (devi porgere anche l’altra gamba).
-E se um tira al nès? (e se mi tira il naso?).
-Dato che di nès an avin sno un, ti pô di da spudét tn’urecia (dato che di naso ne abbiamo solo uno, puoi dirgli di sputarti in un orecchio).
-In ogni mod un gné via ad schémp: o ciapélie a dupieta o andé all’inferne (in ogni modo non c’é via di scampo o prenderle a destra e a sinistra o andare all’inferno).
A questo punto voglio dettagli più precisi: mi alzo in piedi e chiedo al prete:
-Il mio amico Fagiolino, che difende i più disgraziati col bastone, lui… lui… non può andare all’inferno perché é buono. Lui le botte non le prende mai, anzi…
Risponde il prete:
-Chi é questo signore Fagiolino?
La suora confusa interviene:
-Rimandiamo l’argomento a domani perché… la lezione é finita.
La cosa da quel giorno non é stata più trattata.
Ora che ho raccontato delle mie care teste di legno, voglio finire come terminavano le loro storie:
-Ballo e canto finale:
La Polverina
Polverina, polverina
chi la vuole venga qua
é un prodotto della Cina
fabbricato in Canadà.
Anche il Re del Labrador
la vendette a peso d’or
ma al mio pubblico però
per un soldo gliela dò.
Signorine, donnine servette
questa polvere dove si mette?
Si mette un pochino più in giù
così la pulce non pizzica più!
Polverina, polverina…

di Lorenza Morosini

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