Lo sgombero non è la soluzione

accoglienza

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

Bisogna essere severi con quelli che delinquono, siano essi italiani o stranieri, regolari o clandestini, ma tutti devono essere trattati con il rispetto che si deve alle persone. Don Biagio ritiene questo aspetto essenziale nell’affrontare il tema all’ordine del giorno in questo momento in Italia: la sicurezza. Ma il Parroco di San Pio è anche convinto che lo sgombero di per sé non risolve nulla, se non si trovano soluzioni alternative per chi lascia gli insediamenti abusivi, soprattutto nei confronti dei più deboli, come bambini, anziani e donne in gravidanza.

Si parla tanto di sicurezza in Italia e quasi esclusivamente a proposito degli immigrati clandestini. Cosa ne pensa di questo aspetto della vita sociale italiana?

Il tema della sicurezza nella vita delle nostre città è stato molto presente sui giornali e nei dibattiti politici, anche nella propaganda delle ultime elezioni politiche, rischiando di essere strumentalizzato a fini elettorali. Ritengo che alcune considerazioni debbano essere sempre ben presenti. Innanzitutto appare evidente come il rispetto della persona, e di ogni persona, che sta alla base della vita civile di un popolo, in questi giorni in Italia sia messo duramente alla prova. Ancora una volta gli immigrati, a volte senza precisazione, vengono demonizzati, indicati come causa di ogni male possibile per la nostra società. A scanso di equivoci, va poi detto che i clandestini non hanno la ragione d’essere in una società moderna. Questo vale per chi viene in Italia per sopravvivere alla meglio, così come per tutte quelle persone che sfruttano la clandestinità offrendo lavoro nero, pratica che permette una comoda evasione fiscale. Con la stessa chiarezza va pure ribadito che i “delinquenti”, siano essi immigrati regolari o clandestini o italiani, o di Cattolica, devono pagare i loro errori o le loro colpe con la certezza della pena e la esecuzione della medesima.

Colpire chi delinque, chiunque esso sia –come lei ha detto- è giustissimo. Non le sembra, invece, che in Italia, in questi ultimi tempi, ci sia invece la caccia al rom, al diverso, solo in quanto tale?

La legalità non si discute, ma in alcuni casi si è sceso abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. E’ giunta all’epilogo la situazione dei campi rom abusivi nelle periferie di Milano, Bologna, Roma, Napoli. Da una quindicina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nelle aree dei campi abusivi, operando ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche, mandando così un chiaro segnale a tutti coloro che occupano illegalmente delle aree, a non ritenere definitiva questa situazione. Nulla da eccepire su questo. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce? Gruppi di nomadi si mettono alla ricerca di altre zone, vagando per le città, disseminandosi per l’Italia: in mezzo a loro anziani, bambini, donne in avanzato stato di gravidanza o con figli di pochi mesi. Perché, insieme alla dovuta fermezza, non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati? Insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, occorreva qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati, le donne in gravidanza.

Insomma, fermezza sì, ma con rispetto per le persone…

Certamente! All’interno di una situazione di grave disagio sociale e di illegalità a cui occorreva provvedere, diventava opportuno riaffermare quello stile civile che persegue atti illegali e criminosi, ma sa riconoscere sempre e comunque la dignità di ogni persona. Papa Giovanni affermava: “Ancorché clandestina, la persona mantiene tutta la sua dignità”.

Non le sembra che in questo clima si finisca per dare spazio a sentimenti di tipo razzistico, che non distinguono tra lo straniero che commette reato e quello che vive onestamente?

Ci sono delle persone non in regola con la legge e nei loro confronti occorre che la legalità prevalga. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza degli immigrati in Italia lavora, tanti con regolare contratto. Molti sono occupati nell’edilizia, nell’industria, nel lavoro alberghiero, nella ristorazione, nell’assistenza agli anziani, ai malati, nei lavori domestici. Spesso sono costretti a lavorare in nero, ricattati in mille modi. Una domanda allora s’impone: all’Italia, alle nostre città, a noi stessi, questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che gli immigrati non sono tra noi per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro, noi italiani abbiamo bisogno. Che ne sarebbe di vasti settori del lavoro senza la manovalanza a bassissimo costo di rumeni, macedoni, albanesi, marocchini, senegalesi, moldavi, russi, ucraini, cinesi?

Venendo a Cattolica, come viene affrontato nella nostra città, secondo lei, l’aspetto dell’accoglienza e della integrazione con chi viene da mondi e culture diverse?

Per molti aspetti possiamo dire che la nostra città è per gli immigrati un’isola felice, pur non mancando alcuni problemi. Generalmente la cultura della nostra popolazione è segnata da atteggiamenti di solidarietà, di accoglienza. Basta pensare a tutta la realtà della caritas cittadina, con la mensa per i poveri, il dormitorio, il centro di ascolto, lo sportello per gli immigrati, il centro di aiuto alla vita, le case famiglia della “Papa Giovanni XXIII”, la casa della Fraternità “S. Francesco”. Sono tutte realtà nate e sorrette nel tempo dalla generosità della popolazione e della stessa amministrazione comunale. Accanto a queste iniziative per gli immigrati e poveri di passaggio, va pure sottolineata la preziosa ed insostituibile opera educativa e di integrazione sociale svolta dalla scuola, dalle materne fino alle medie.

In effetti, l’immigrazione è soprattutto una questione culturale: la si affronta nel modo giusto, solo se si accetta l’idea che ormai la nostra è e sarà sempre più una società multietnica. Non le pare?

Certo, ed è proprio nella scuola che le nuove generazioni hanno soprattutto la possibilità di imparare a vivere in una società che sarà sempre più plurietnica, multireligiosa, pluriculturale. Dobbiamo saper prefigurare la nostra città di Cattolica proiettata nel futuro, quando la presenza di razze, culture, religioni diverse segnerà la civile e libera convivenza delle persone e delle famiglie. E’ per l’impegno educativo e formativo di tutte le istituzioni sociali che crescerà una mentalità di rispetto e di osservanza della legalità. Ma il rispetto della legalità non riguarda solamente gli immigrati: che dire dello sfruttamento messo in atto da albergatori e da affittacamere nel vendere posti letto o camere d’albergo ad immigrati irregolari, o addirittura come luoghi di prostituzione o per altre attività illecite? E’ illegalità anche il vasto fenomeno del lavoro nero, che trova tra gli immigrati irregolari il suo mercato preferito. Lavorare per la legalità è impegnarsi per la giustizia, per condizioni di vita degne di un essere umano; è mettere al centro sempre e comunque la persona umana. Ce n’è di strada da percorrere per tutti.

Come chiesa locale, quali iniziative portate avanti per favorire questo processo di integrazione?

Innanzitutto, la Chiesa ha come riferimento obbligato la Parola di Dio. Ricordo, tra i tanti, due brani che andrebbero scritti a chiare lettere all’ingresso di ogni casa e di ogni città. Il primo è tratto dal libro dell’Esodo ed è rivolto ad un popolo nomade che cammina alla ricerca della propria terra: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es. 22,20). Il secondo fa parte del giudizio finale, riportato dal Vangelo di Matteo: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi… perché ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt. 25,35). Da notare che il forestiero è tale non solo per provenienza etnica diversa dalla mia, ma anche per la sua posizione culturale, per la sua religione, per la sua condizione sociale. Siamo accomunati dal fatto che ogni uomo qui sulla terra è forestiero, di passaggio, e contemporaneamente dall’essere tutti figli del medesimo Padre, quindi con eguale dignità e responsabilità.

Qui si innesta il problema del rapporto con le altre religioni e quindi del dialogo del cristiano con chi ha esperienze di fede diverse…

Indubbiamente, la Chiesa ha ancora vaste opportunità educative, formative. Il cristianesimo, quando è colto nella sua dimensione essenziale, porta a vivere come cittadini del mondo, in atteggiamento di rispetto e di accoglienza, per una società umana sempre più fraterna. Chi si presenta come diverso non è di per sé un problema, ma una opportunità per il confronto che ne può nascere, per la condivisione di comuni valori. La Chiesa, poi, dall’incontro con religioni e culture diverse, è chiamata da una parte a conoscere meglio la propria tradizione cristiana, e nello stesso tempo è sollecitata a conoscere sempre più chi è portatore di altre esperienze. Conoscere, accogliere, confrontarsi, vivere nella pace le diversità, questo è uno degli orizzonti di civile convivenza per il quale operare e lavorare fin da oggi. Vi saranno lungo il cammino delle difficoltà, generate da situazioni contingenti: tutto sarà superato se non verrà smarrito l’orientamento di fondo per una convivenza pacifica e vera di un unico popolo fatto da realtà diverse, ma non contrapposte.

di Paolo Saracino

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