Ma chi ti credi di essere!

 

Satira!!!

Satira!!!

 

 

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno 2007

Un po’ di tempo fa mi è capitato di ascoltare in televisione, ospite di Corrado Augias, Massimo Gramellini, corsivista de La Stampa.
L’argomento era “Il Paese in cui viviamo”. I giornalisti hanno ben presto portato il discorso sulla reazione all’intervento del comico Andrea Rivera, il citofonista stralunato del programma domenicale di Serena Dandini,durante il concertone del 1° maggio, stigmatizzato da L’Osservatore Romano, l’organo della chiesa ufficiale, che ha parlato, nientepopodimenochè, di “terrorismo” riferendosi alle battute di Rivera. Da lì, procedendo per ragionamenti e filmati, i due sono passati a discettare sull’uso, ai nostri giorni, del linguaggio.
Due questioni che si intersecano e, come si può capire, del tutto importanti; questioni che fanno la differenza, quando si parla di Democrazia:
Le parole sono ancora importanti?
E’ lecito stigmatizzare la satira?
Granellini diceva che al di là dell’opportunità e del contesto che permetteva un’amplificazione d’eccezione, la reazione è stata del tutto fuori misura, indicibilmente sopra le righe. Ha parlato di ecologia del linguaggio (bellissima definizione), di quella cosa cioè che dovremmo propugnare per evitare che le parole perdano la loro pregnanza, si stemperino usurate dall’utilizzo troppo spesso inadeguato. Aggiungo io, che parlare di terrorismo nel contesto di cui sopra, è come chiamare la morte contemporanea di alcune persone, seppure terribile, “strage”; è come continuare a definire ogni delitto “efferato”, ogni alluvione “epocale”, ogni successo “straordinario” (chè poi se è sempre straordinario, finisce col diventare ordinario).
Grande mi pare la disinvoltura con cui vengono utilizzate le parole in televisione particolarmente, dove tutto viene definito “agghiacciante”, “allucinante”: si parli della tristezza per il tradimento della fidanzata, di una vacanza riuscita male, come di guerra o delle bombe o di qualsiasi argomento, in una macina che riduce tutto a poltiglia.
Vallette, schedinette, attoruncoli, ed ancora molto più colpevolmente reggi-microfoni vari, sproloquiano infarcendo i loro discorsi di parole che, se venissero realmente valutate con la stessa frequenza con cui sono dette, farebbero arrossire anche chi le pronuncia. E mi sono ritrovato a riflettere sulla pigrizia (che certamente fa da contraltare alle nostre giornate esagitate, ma non la giustifica): per pigrizia non ci si arrabbia più, ci si accontenta, “si lascia che sia”. E’ faticoso tralasciare il luogo comune; costa fatica ricercare alternative; è difficile essere quello/a che non si omologa (che poi te ne chiedono conto). E’ impresa ardua trovare le parole “per parlare” e non solo ripetere. E’ anche per questo, credo, che ci si affida al sensazionale, alla parola che, esagerando, contiene qualsiasi concetto. Dire che qualcosa è “stupendo” evita di dire lo stupore; raccontare di avere vissuto un’esperienza “sconvolgente” solleva dal raccontare lo sconvolgimento; commentare che la politica oggi è “schifosa” non ci permette di dire cosa in essa è schifoso o chi e perché.
Così perdiamo le parole delle emozioni, della vita civile, dell’impegno e le regaliamo agli “esperti”, siano essi psicologi o politici (non a caso, gli uni e gli altri, li troviamo in una sequela ininterrotta nei salotti di V.e.spa and Co). Una delega a parlare al posto nostro. A noi non rimane che andare a votare quando ci sono le elezioni o rinunciare a capire quando occorre battersi con qualcuno e per qualcosa.
Quanto poi alla satira, in questo discorso, come è evidente, c’entra.
Da wikipedia, l’enciclopedia libera:
“La satira (dal latino satura lanx, nome di una pietanza mista e colorata) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall’attenzione critica alla vita sociale, con l’intento di evidenziare gli aspetti paradossali e schernirne le assurdità e contraddizioni etiche. La satira storicamente e culturalmente risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. La satira si occupa da sempre di temi rilevanti, principalmente la politica, la religione, il sesso e la morte, e su questi propone punti di vista alternativi, e attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni”.
La satira è una pugnalata, un graffio, un pugno. Non è cesello, ma mannaia. Non va analizzata, va incassata. Chiedere che si pieghi, si stemperi, argomenti, si può, ma è allora che cessa di essere satira. Suo indirizzo è il potere, qualunque potere (ed è indiscutibile che anche quello della Chiesa lo sia). Sentirsi colpiti è “nelle cose” quando si è oggetto di satira.
A un personaggio che gli chiede in tono arrabbiato: “Chi ti credi di essere, DIO?!!”, Woody Allen risponde: “Dovrà pure avere un modello!”.
Paragone blasfemo? O battuta geniale? La scelta divide e lascia alcuni preda della paura.

di Daniela Franchini

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