Archivi del mese: agosto 2009

Festa della Teggia e Sagra dell’Uva

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Tratto da Cubia n° 74 – Agosto/Settembre 2007

Tradizionale Manifestazione di Metà Settembre

Nei tempi antichi, antichissimi, nei paesi dove, come nella Romagna, la produzione vinicola costituiva uno dei maggiori prodotti, se non il principale, di alimentazione e mezzo di scambio, le popolazioni dedite all’agricoltura usavano onorare “dio Bacco” con canti, festeggiamenti e libagioni dopo il raccolto dell’uva.L’Italia, ove la produzione dell’uva e del vino ha avuto sempre grande importanza, e per la qualità e per la quantità dei vini pregiati noti in tutto il mondo, nell’intento di far conoscere ed apprezzare sempre più questo alimento perfetto e di alto valore salutare (la cura dell’uva, infatti, è la più antica, fra tutte le cure di frutta), riprendendo un’antica tradizione, ha istituito in tutti i comuni la giornata dedicata alla “Sagra dell’Uva”.Da frammenti di una pergamena, scritta in castigliano antico, rinvenuta fra le rovine delle mura del Comune di San Giovanni in Marignano, al quale deve le sue origini il Comune di Cattolica, risulta che un uomo di Stato del Reame di Castiglia, ospite del succitato Comune in occasione della Festa dell’Uva, nel fare rapporto al suo grazioso Sire su usi e costumi di queste contrade, rimase colpito dalla bontà di un “pane schiacciato” (tortilla), che veniva confezionato dalle donna su caratteristiche teggie, ai lati delle vie, e servito con dello squisito salame e vino di produzione locale.Il Comune di Cattolica e l’Azienda di Soggiorno decidevano, quindi, di ripristinare questa usanza, per cui, nel giorno dedicato alla “Sagra dell’Uva”, le massaie di Cattolica provvedevano a confezionare sulla teggia la caratteristica “piada” (focaccia a base di farina, sale, pepe, e olio finissimo), che viene servita con salame pepato, grappoli di uva e vino.La festa delle “Teggie e Sagra dell’Uva” inizia nelle prime ore del pomeriggio, a metà Settembre, con sfilata di carri allegorici e di gruppi folkloristici della zona.Nel piazzale Primo Maggio, vicino al mare, si effettua, fra canti e musiche folkloristiche, la distribuzione di sacchetti di uva, dopo di che vengono accesi i fuochi sotto le “Teglie” e ha luogo la cottura delle “piade”, che vengono distribuite al pubblico assieme a fettine di salame e vino locale, fino a tarda notte.Canti, esibizioni folkloristiche e luminarie si susseguono ininterrottamente finchè, ebbro e sazio, il dio Bacco, nella fresca notte settembrina, chiude gli occhi al sonno, che durerà fino alla prossima stagione.

da “Il popolo di Romagna” – 1957

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Il Senso del Mare

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Tratto da Cubia n° 55 – Ottobre 2005

L’Amministrazione comunale di Cattolica, con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Rimini e dell’Università di Bologna, promuove un nuovo progetto culturale dedicato al Mediterraneo e, più in generale, al mare inteso come realtà geografica, economica, culturale e sociale. “Il senso del mare” è il titolo del progetto, ideato da Maria Lucia De Nicolò, che mira a promuovere la città quale punto di riferimento della cultura del mare, scoprendo e sviluppando le molteplici connessioni fra scienza e suggestione, storia e mito, politica ed economica, società e spirito ludico attraverso una serie di incontro culturali di respiro internazionale, interregionale e locale tra loro correlati. L’intera città diverrà un palcoscenico in cui saranno impegnate non solo le figure istituzionali e i centri della cultura (biblioteca, teatri, museo), ma anche le altre componenti sociali e produttive legate al mare.

Si tratta di un progetto impegnativo, che prende l’avvio con un ciclo di sette conferenze che si terranno presso il Centro Culturale Polivalente dal 5 Novembre al 17 Dicembre, con il coinvolgimento di alcuni prestigiosi studiosi che svilupperanno alcuni temi salienti delle rispettive discipline e competenze assumendo quale denominatore comune il mare. Ciò che si vuol promuovere è un versatile e per certi intrigante contenitore legato alla città di Cattolica, capace di trasmettere suggestioni, conoscenze, proposte, aspettative e dinamiche di un Mediterraneo, e più genericamente del mare, esaminato nell’incontro tra passato e futuro.

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Il girasole

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno/Luglio 2007

Il girasole è il fiore che ricorda l’estate per eccellenza. Ha origini nel centro America e nel Perù, ed è qui che venne importato in Europa nel 1500 circa, come pianta decorativa.
E’ una pianta erbacea annuale ed il fusto può arrivare ad una altezza di tre metri.
Quello che chiamiamo fiore in realtà è un insieme di numerosi fiori riuniti in grandi capolini e che possono essere di due tipi: quelli esterni, di forma oblungo-lanceolata e colore giallo-dorato, sono sterili, quelli interni sono piccoli e bruni.
Il girasole arriva a maturazione in ottobre, i fiori si recidono e si lasciano asciugare, poi si sgranano i semi da cui si può ottenere un olio commestibile; i semi tostati possono essere mangiati e da questi si ricava acnhe un olio per motori, usato per produrre un biodisel.
Una delle caratteristiche più affascinanti di questa pianta, che le dà anche il nome, è l’Eliotropismo, ovvero la particolartià di seguire il Sole. Questa caratteristica riguarda anche le foglie del cotone, del lupino e della soia. Il movimento del fiore o della foglia è dovuto allo spostamento di alcuni ormoni dal lato esposto al sole a quello che rimane in ombra. Gli ormoni modificano la quantità d’acqua contenute nelle cellule, facendone espandere alcune e rimpicciolire quelle contrapposte. Il risultato è che il picciolo della foglia, o la base del capolino del fiore, si ripiegano verso la direzione da cui arrivano i raggi più intensi.
Le foglie e il fusto di queste piante si rivolgono al sole per ottenere la massima intensità di luce possibile. In questo modo possono effettuare nel migliore dei modi la fotosintesi, la reazione grazie alla quale vengono fabbricate le sostanze utili alla crescita della pianta.
La fioritura avviene in modo tale da impedire l’auto-impollinazione: durante il primo giorno di fioritura le antere si aprono e liberano i granuli di polline; nel secondo giorno lo stilo si allunga fuoriuscendo e aprendo gli stimmi (le parti recettive del polline) al di sopra delle antere. A causa di questo meccanismo di fioritura, ed a causa dell’auto-incompatibilità esistente tra la maggioranza delle cultivar di girasole, gli insetti pronubi, ed in particolare le api, sono assolutamente indispensabili ai fini di una buona fecondazione: in assenza di insetti pronubi la produzione di semi è irrisoria.

di Marina Andruccioli

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Sulla strada degli adolescenti

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Tratto da Cubia n° 50 – Marzo 2005

Che esista un problema giovanile, a Cattolica come altrove; che giornalmente ci vengono poste sotto gli occhi situazioni che indicano difficoltà, che significano disorientamento, disagio dei nostri ragazzi, soprattutto nell’età adolescenziale, è realtà troppo evidente e condivisa perché qualcuno la possa negare.

Come rapportarsi con questa realtà è invece questione più controversa, che trova diverso grado di attenzione e varie modalità di approccio, sia da parte dei singoli sia da parte della collettività.

L’approccio più banale, ma purtroppo abbastanza diffuso, è quello di chi ritiene che il problema riguardi sempre e solo gli altri, per cui non giudica necessario mettere in discussione il proprio rapporto con i figli, il modo di interessarsi dei loro bisogni e delle loro più profonde esigenze: un bel motorino, un cellulare nuovo, le chiavi di una macchina scattante, possono bene “tacitare” tutto, i sensi di colpa di noi adulti e le “domande” inespresse dei nostri figli.

C’è poi l’approccio più maturo e consapevole, che significa una presenza migliore, un’attenta partecipazione alla crescita in un’età difficile e spesso traumatica, comunque determinante nello sviluppo della persona. Semplificando un problema così complesso e variegato, sono un po’ questi gli atteggiamenti che noi adulti, le nostre famiglie, assumiamo quotidianamente.

La collettività e le istituzioni che la rappresentano si muovono analogamente.

Il disagio giovanile esiste, sì, ma in fondo non merita particolare impegno e particolari progettualità, perché i problemi reali, concreti sono altri e impegnano troppo perché si possa “distrarre” loro del tempo… E allora, ci si limita a discuterne, a dibatterci sopra, si organizzano tavole rotonde, incontri per disquisire su numeri e cause, ma tutto finisce lì, alla quasi impotente presa di coscienza di una realtà che ci riguarda, sì, ma non così da vicino, da imporci grossi cambiamenti… almeno fino a quando un evento “traumatico” non ci costringa ad accorgerci che il “rischio” non è poi così lontano!

Per fortuna, però, c’è chi tenta di andare oltre la constatazione dei fatti, chi cerca delle risposte serie, chi pensa che si debba dedicare un pò di tempo e di energie ad individuare qualche soluzione concreta. E succede spesso che questo atteggiamento più attivo e propositivo sia proprio degli stessi giovani, almeno di quelli più sensibili, più avvertiti, più socialmente presenti.

E’ quello che è accaduto anche a Cattolica, dove un gruppo di ragazzi ha risposto all’invito della Provincia di Rimini, partito con il progetto “Sulla strada”.

Sulla strada, “on the road”, è il titolo di un famoso libro di J. Kerouac, scrittore americano della cosiddetta beat generation. “Sulla strada” i protagonisti del libro di Kerouac sperimentano la rottura con la monotonia della vita e il confronto con realtà sempre nuove, alla ricerca di una nuova forma di esistenza che allontani il pericolo della “noia”.

E’ ciò che si propongono quei giovani di Cattolica che stanno portando avanti il progetto della Provincia. Ne parlo con uno di loro. “Tentiamo di dare ai giovani come noi, soprattutto di età adolescenziale, un’alternativa per occupare il tempo libero, per evitare di precipitare nella “noia” o di scegliere strade che portano a devianze. Il progetto si rivolge a chi comincia ad uscire dalla famiglia ed inizia a frequentare altri luoghi di aggregazione senza sapere cosa fare, senza capire ancora quale senso dare alla propria vita, spesso sentendosi svuotato, privo di vita, annoiato da tutto“.

Per dare risposte concrete, l’obiettivo è quello di capire prima ciò che i ragazzi vogliono, quali sono i loro bisogni, spesso repressi, i loro interessi, spesso difficili da individuare. Un compito non semplice, che richiede un lavoro attento e capillare, in una realtà come quella del nostro territorio così “distratta” e priva di identità.

A questo primo momento, di conoscenza della realtà, seguirà la fase progettuale, in cui si dovrà dare vita a quelle attività, quelle manifestazioni, quei corsi che rispondono proprio alle esigenze che nascono dai giovani. Quindi, progetti che non vengano calati dall’alto, ma trovino ragion d’essere nei bisogni dei ragazzi. “Dobbiamo cercare di creare un ponte – dice il nostro interlocutore –  tra le esigenze dei giovani e ciò che la città può offrire”. 

Anche questo secondo momento progettuale richiede impegno e molta competenza. Per questo, altri giovani stanno partecipando ad un programma di preparazione presso la Provincia di Rimini: saranno loro a dare vita a quelle attività che permettano di favorire appunto l’incontro tra il “vorrei” dei ragazzi e il “si può fare” della collettività cittadina.

Dunque, si va “sulla strada”, per aiutare i ragazzi ad individuare sulla “loro” strada, sul loro primo percorso di vita fuori della famiglia, le possibilità e opportunità che, pur in tempi non facili, comunque si possono creare insieme.

di Paolo Saracino

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Che bello quando riesco a farli sorridere

 

seduta di fisioanimazione

seduta di fisioanimazione

 

 

Tratto da Cubia n° 77 – Dicembre 2007

Erica è l’animatrice della RSA-Casa Protetta di Cattolica. Mai termine fu più appropriato. 27 anni, calabrese, laurea in psicologia, precedente esperienza nella casa di riposo di Mondaino, Erica Salerno è la vera “anima” di questa struttura per anziani.

Il suo compito è al tempo stesso affascinante e difficilissimo: riuscire ad animare delle persone per le quali le ragioni di vita sembrano quasi inesistenti, oppresse come sono dalla depressione e dalla sofferenza per una sistemazione che la maggior parte di loro vive come insopportabile costrizione.

Come si svolge il tuo lavoro?

L’animazione, o terapia occupazionale, si integra con il lavoro degli altri operatori. L’obiettivo è quello di colmare i bisogni dell’anziano, cercando di mantenere attive le loro capacità residue. Facciamo giochi, organizziamo laboratori di pittura, ecc. Io cerco sempre di gratificarli, di complimentarmi con loro, di tenerli sempre attivi, di strappare loro un sorriso.

Non è sempre facile, vero?

La verità è che gli anziani sono in genere diffidenti. Entrare in una struttura come questa, poi, li scompensa, non c’è più l’ambiente famigliare, qui all’inizio non si conosce nessuno. Per cui il lavoro di socializzazione è fondamentale, perché serve ad aiutarli nel processo di integrazione, nella nuova casa e tra di loro.

Fai degli interventi personalizzati?

Certo. Faccio innanzitutto una valutazione delle capacità dell’anziano. La gestualità, per esempio: per chi riesce ancora a muovere le mani, si fa un lavoro apposito; oppure la lettura dei giornali: per chi ha buone capacità amnestiche; o la fisioanimazione: per mantenere vive le abilità cognitive e motorie rimaste.

Cominci ad avere dei risultati?

Sono a Cattolica da giugno. Quando sono arrivata, non interagivano né con me né tra di loro. Adesso inizio a vedere interesse attorno a me: quando arrivo la mattina, mi fanno letteralmente festa. Li vedo contenti, più allegri, soprattutto quando facciamo le feste di compleanno. Insomma comincia a funzionare.

E’ sufficiente il tuo solo lavoro o ci sarebbe bisogno di un aiuto?

Le 38 ore settimanali che trascorro a contatto con gli anziani non sono poche, ma se ci fosse un’altra persona che condividesse con me il lavoro, sarebbe meglio, perché potremmo suddividere gli ospiti in gruppi, in base a ciò che riescono a fare. La fisioanimazione, infatti, che facciamo in due, assieme alla fisioterapista, va molto meglio. Devo dire, comunque, che da un po’ di tempo ci sono alcune volontarie che mi danno una mano. Spero che il loro apporto si consolidi e che magari possano essere disponibili anche qualche volta la domenica, la giornata più spenta dal punto di vista delle attività.

Anche se capisco che la domanda è retorica, ti chiedo se questo lavoro ti piace…

Molto. E’ duro, ma dà tante soddisfazioni. Quando riesco a farli sorridere, mi rendo conto che il mio lavoro è utile. Cerco di migliorare la qualità della loro vita qui dentro: se ci riesco è la mia gioia più grande.

di Paolo Saracino

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Ricordo…

mariocastelvetro

Tratto da Cubia n° 74 – 

I sogni di uno “scocciatore”

E così, te ne sei andato. In poco tempo e silenziosamente. Rivedo i tuoi occhi un po’ ironici e beffardi, la tua risata sogghignante, il tuo sfregarti le mani quando ti divertivi e la tua camminata svelta e disarmonica.
Caro Mario, tu chiacchieravi con gli altri maestri nei giardini della “Breda”, la scuola improvvisata degli anni ‘50, durante la ricreazione e, a me, bambina, sembravi vecchio già allora, un po’ curvo, gesticolante, (anche pelato?), con gli occhiali sul naso.
Ti ho ritrovato poi, nei miei primi anni d’insegnamento, nei Collegi dei docenti, dove, i tuoi interventi, a me, giovane, inesperta (ignorante forse?), sembravano “barbosi, esagerati, dispersivi”; non capivo allora quei discorsi a tutto campo, che vedevano la scuola come la parte di un tutto e che cercavano di allargare la sua ottica, far sì che diventasse più aperta, sperimentale e collaborativa con la società locale.
Oggi, anch’io con parecchi anni in più, capisco. Capisco e un po’ rimpiango. Ciò che di te ricorderemo (credo di esprimere il sentimento di tanti) è la tua ostinata convinzione che un popolo senza la memoria dei valori e dei sacrifici dei padri non abbia futuro, non possa e non sappia costruire che fatuità. E da questa tua convinzione è nato il tuo continuo impegno a far sì che i ragazzi conoscessero la storia recente del nostro Paese, gli ideali che avevano mosso i giovani di ieri, le brutture di una guerra che non doveva più ripetersi. Hai organizzato viaggi, hai contattato organizzazioni, hai inventato manifestazioni, hai scocciato l’amministrazione comunale per avere fondi…
Ricordo il viaggio con le classi V a Reggio Emilia, quel meraviglioso teatro, le campagne di Carpi, la casa dei fratelli Cervi, il museo del deportato, i luoghi delle battaglie sul Savio e Roma al sacrario delle Fosse Ardeatine…
Ricordo l’Aquilonata della pace come un abbraccio fra tutti quegli aquiloni e la gioia del godersi libertà e serenità, ricordo il tuo agitarti e quel tuo ghigno soddisfatto quando tutto andava bene. Certo che a volte ci scocciavi! Così pressante! Oggi vorrei dire: “Viva certi scocciatori!”. Ne avremmo bisogno. Scocciatori che s’impegnano, che lottano per sostenere le proprie convinzioni, i propri ideali, i propri sogni. Ciao, Mario.

Rita

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Paura della diversità

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In questi giorni in molte città sono scoppiati segni diversi di intolleranza e di esasperazione veramente gravi che, se pur sintomatici di tanti malesseri, hanno offuscato e trasceso il buoncuore ed il buonsenso delle persone. Inquietante è anche l’afonia e il nonvoleresserepresenti di troppi uomini e istituzioni su questi fatti. Alcuni si rifugiano nei richiami ai grandi principi, senza attraversare la vita dei bambini, delle donne, dei giovani, degli UOMINI. Ma che valore e senso hanno in tanti casi i valori ed i principi se non li si abbina ai veri e vari volti che ogni giorno ci si presentano? Proprio questo penso sia il punto che ci crea, a livello sociale e personale, confusione: ognuno porta avanti principi e valori (spesso anche validi e giustificati), ma non sa guardare i volti dei fratelli e delle sorelle.

Un testo del Cardinal Martini propone:
“La sfida più urgente della nostra civiltà! Non metterei il tema della vita, che pure è molto importante, neanche lo stesso tema dell’evangelizzazione che in certi luoghi è tabù e non si può pronunciare; metterei molto semplicemente l’imparare a convivere come diversi pur condividendo lo stesso territorio geografico e sociale, e imparare a convivere senza distruggerci (pulizia etnica e tutte le forme affini), senza ghettizzarci, senza disprezzarci o guardarci in cagnesco e neanche senza solo tollerarci. Dobbiamo fare di più: vivificarci e fermentarci a vicenda, anche senza parlare di evangelizzazione o conversione, così che ognuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio della propria chiamata, sia esso musulmano, hindù, cattolico, protestante, ortodosso… Rispondere di fronte a Dio, alla propria chiamata questo, è molto difficile … forse è il problema principale della società di oggi e di domani”.

Questa è la proposta del cardinal Martini, ma ascoltare, quando si è allarmati, è difficilissimo, e così ghettizziamo il prossimo in tanti modi e in tante forme, perché non ci fidiamo, abbiamo PAURA: paura dello straniero, paura di chi vive con canoni diversi dai nostri, paura dei nostri figli che possono ribellarsi o non adeguarsi alla realtà, paura di un presente oscuro e spesso di un passato vergognoso, paura soprattutto di un futuro incerto. Paura e paure che si accumulano e scatenano fondamentalismi e panico, così che il Suo Messaggio, la Buona Novella, resta (purtroppo anche nella Chiesa) assopito e lontano dalla realtà. Oggi si torna al Dio solo del miracolo, ad un Dio stanco, al Dio mio e non nostro, al Dio lassù nel cielo e non al Cristo incarnato e inculturato negli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

“Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare- se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione – allora non siamo una generazione vitale” (da Etty Hillesum 1943).

Vorrei confermare le parole di Etty Hillesum “Non basterà salvare solo noi stessi e i nostri corpi… se non sapremo dare un nuovo senso delle cose e degli avvenimenti”. Siamo responsabili, per Lui e con Lui, del nostro cammino e del nostro tempo.

di Magda Gaetani

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Non sono che alberi

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Tratto da Cubia n° 74 – Agosto/Settembre 2007

Via Dott. Ferri è un’ importante via del centro cattolichino. Si snoda davanti al Municipio, si collega alla discesa di via Mancini e conduce alla Piazza della Repubblica, area di concerti ed eventi. Ora, quella via, non ha più alberi, ma imberbi arbusti. Ha marciapiedi nuovi, ma pare una signora agghindata alla quale abbiano ridotti i lunghissimi capelli in una corta zazzeretta. I “devastatori” dicono che le vecchie piante erano ammalate e che, con le loro radici, avevano sbilanciato, scompensato, sommosso i marciapiedi (capita, quando si lascia che esseri viventi abbiano intorno a sé non altro che pochi centimetri di terra). Quei pini io li vedevo lì da sempre, più o meno storti, faticosamente protesi verso un loro altrove. Un altrove che qualcuno si è premurosamente acconciato di trovare.

Pare, comunque, che la cosa non finisca qui. Qualcuno pensa di fare piazza pulita anche dell’alberatura di via Nazario Sauro. Via Sauro è la piccola arteria di fronte alla quale si trova chiunque arrivi a Cattolica via treno. È, infatti, perpendicolare alla Stazione ferroviaria. Stesso discorso: gli alberi sono vecchi e scuotono i marciapiedi che divengono ogni giorno più sconnessi. Ergo, le piante devono essere tagliate. Soluzione facile come bere un bicchier d’acqua e pochi minuti bastano a radere al suolo decine e decine di anni di crescita faticosa eppure ostinata.

In via Sauro io ci abito, ma questo non interessa nessuno, come è giusto. E’che molti cittadini, anche tra i miei vicini, non sono per nulla d’accordo sull’ azzeramento delle alberature; qualcuno mi ha chiesto di scrivere anche per suo conto e io, pur non appassionandomi particolarmente all’argomento, ne comprendo l’importanza e la portata ambientale ed estetica, come comprendo quando “pezzi” di Cattolica sono trattati alla stregua del cortile di casa propria (leggi zona Porto) e decine di alberi vengono considerati solo un ingombro all’”abbellimento” di certe vie.

Un antico proverbio dei Nativi americani recita: “Gli alberi sono il sostegno del cielo; se li abbattiamo, l’universo cadrà sopra di noi”.

Faticoso trovare chi sono i primitivi, vero?

di Daniela Franchini

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In ospedale come in albergo

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Tratto da Cubia n° 75 – Ottobre 2007

In ospedale ovviamente uno vorrebbe starci il meno possibile. Ma se capita, meglio che le strutture siano ad un livello accettabile anche dal punto di vista alberghiero. In questo senso sta andando la politica dell’Azienda sanitaria riminese, che negli ultimi anni sta provvedendo a ristrutturare e rendere qualitativamente migliori, i reparti di degenza di tutta la Provincia. Ivi compresa la Medicina interna di Cattolica, che è stata inaugurata a fine settembre, con la partecipazione dell’assessore regionale alle Politiche per la salute, Giovanni Bissoni.

Situato al terzo piano dell’ospedale, il reparto conta 18 camere di degenza: 15 con due posti letto cadauna, e 3 da un posto letto per un totale di 33 posti. Tutte le camere sono dotate di climatizzazione. I lavori sono parte di un più ampio progetto di riqualificazione del “Cervesi”, che si sta sviluppando e che ha un costo complessivo di 3.700.000 euro, tra cui si evidenziano 1.320.000 euro di opere edili, 1.050.000 euro di impianti meccanici e 600.000 euro di impianti elettrici. Si aggiungono i costi per gli apparecchi, che ammontano a 700.000 euro, per un totale complessivo di 4.400.000 mila euro. Tali spese sono finanziate per 3 milioni di euro dalla Regione Emilia Romagna, mentre il resto è a carico dell’Azienda Usl di Rimini.

In Medicina lavorano 6 medici, guidati dal primario Vittorio Durante, e 18 infermieri. Nel primo semestre del 2007 sono stati 468 i pazienti dimessi con un incremento del 6,36 per cento rispetto ai 440 del primo semestre 2006. In calo i giorni di degenza media: 6,92 nel 2007 contro i 9,45 nel 2006. Le giornate complessive di ricovero sono state 3.238 nei primi sei mesi 2007.

Nel corso dell’inaugurazione, il direttore generale dell’Ausl Marcello Tonini ha sottolineato la natura duplice del “Cervesi”: ospedale di prossimità per Cattolica e le zone limitrofe, “ma anche un gioiellino, con le specializzazioni di Fisiopatologia della riproduzione e di Chirurgia della spalla”. Un processo di qualificazione testimoniato anche dall’intenzione di acquistare, “in tempi brevi – ha aggiunto Tonini – un ecografo di ultima generazione per la fisiopatologia della riproduzione e un mammografo per il potenziamento dello screening contro il tumore alla mammella.

Mentre il sindaco Pietro Pazzaglini ha ricordato “la forte volontà del Comune e dei cattolichini per far vivere un ospedale che molti davano per morto”.

di Alessandro Fiocca

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