Eppure ero contenta

 

Gallinella di Mare

Gallinella di Mare

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno/Luglio 2009

Non avevo la Barbie. E nemmeno la tivù.
Io e le mie amichette avevamo quasi tutte un’Elisabetta. Una Betty, mai! Ancora per un po’ non si sarebbero scimmiottati gli Americani.
Ce le facevano le nostre nonne: sgranavano una pannocchia di mais per tre quarti partendo dal basso. Ciò che restava era la testa della nostra bambola, con una voluminosa capigliatura rossa o, qualche volta, dorata, alla “Lucrezia Borgia”.
Un rotolino di tela rigida annodato a croce formava le braccia delle nostre Elisabette, che al momento avevano l’aspetto di capone di mare, ma di lì a poco sarebbero diventate delle splendide principesse.
Sì! Perché la creatività e l’estro delle nonne erano impagabili. Con avanzi di raso, nastri e pizzi all’uncinetto facevano dei vestiti da favola. Sempre lunghi (le nostre Elisabette non avevano gambe, ed essendo di stirpe “regale” mai le avrebbero mostrate). Il pezzo di tutolo sgranato serviva da impugnatura, facendo ricadere le gonne a coprirci le mani.
Non andavo a teatro, non avevo la televisione, ma da incosciente mi godevo la piena della Ventena anche se mi faceva paura.
Verso la fine di marzo e l’inizio di aprile (se ben ricordo) il torrente esondava. Che disastro! L’acqua entrava nelle case dell’ultimo tratto abitato (più o meno all’altezza dell’attuale Coop fino ai bastioni) e faceva… le pulizie pasquali!
Da quei poveri bassi usciva di tutto, e tutto era spazzato via.
Per esorcizzare un po’ la paura, mio nonno aveva improvvisato una filastrocca:
LA FIUMENA

Quant l’arrva la fiumèna [Quando arriva la piena]
L’è un bel spass per i burdèll [Per i bimbi è troppo bello]
Drent’t li chèsie d’la Vantèna [Nelle case della Ventena]
Us po’ intrè sno s’al batèl! [Si entra solo se hai il battello.]

La sotvìta d’la Teresa [La sottoveste della Teresa]
La va a fnì ma la furnèsa [Va a finire nella fornace]
E la paranènza ad Gnèla [La parananza di “Gnela”]
La va n gir p’la Naziunèla [Va in giro per la Nazionale]
Disperèda l’Antugnèta: [Disperata, l’Antonietta:]
“La mi’ gata! La mi’ gata!” [“La mia gatta! La mia gatta!”]
Mo c’la misa furbaciòna [Ma quella micia furbetta]
La va in bèrca t’un mastèl [Va in barca in un mastello]

Sno li andre d’la Lucia [Solo le anatre della Lucia]
Li s’dà un pès c’al pèr d’i re [Si danno arie da regine]
Li va a spass s’al pètt infera [Vanno a spasso a petto in fuori]
Sempre in fila, sempre in tre [Sempre in fila, sempre in tre]

Dop ‘na stmène o bèn o mèl [Dopo una settimana, bene o male]
Tuòtt l’artorna già nurmèll [Tutto torna già normale]
Mo ogni roba o ad qua o ad là [Ma ogni cosa, o di qua o di là]
La ha gudù la libertà [Ha goduto la libertà]

Note: Il “Capone” è il Cappone (o Gallinella) di mare, un pesce della famiglia delle triglie.
Il torrente Ventena fu poi incanalato in un alveo e non ci furono più esondazioni.
La Fornace Verni occupava il posto dell’attuale Coop.
Gnèla (soprannome di Gessaroli) era il macellaio della Ventèna.
La Nazionale è ora Via Emilia Romagna.

di GiBi

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