La “mia” Cattolica

Cattolica_Zona_Porto

Tratto da Cubia n° 75 – Ottobre 2007

Sono cattolichina da un anno e mezzo. Nata e cresciuta a Milano, dopo un certo numero di anni in quel di Salsomaggiore, non particolarmente felici, ho deciso di venire a vivere a Cattolica, dove avevo passato intere estati dalla primissima infanzia all’adolescenza e, pur senza più ritornarvi, avevo mantenuto viva una bella amicizia, che né il tempo (30 anni) né la distanza avevano potuto guastare.

Alla fine, anche se non è stato facile, ci sono riuscita e a fine aprile 2006 ho potuto trasferirmi. Bene. Ora dovrei essere soddisfatta! Non proprio. La casa che ho trovato è nella parte nuova della città. Ben servita: centro commerciale, ospedale, campi sportivi. Cosa si può volere di più? Solo che, per me, Cattolica è la Cattolica vecchia, e giorno dopo giorno, come le tartarughine d’acqua quando escono dall’uovo, io vado verso il porto. Persino il mio fido compagno con la coda prova i miei stessi sentimenti: fino alla stazione si fa tirare, odia passare sotto la ferrovia, poi, al di là, parte come una scheggia e battezza tutti gli alberi che incontra.

Con gli anni, però, sono diventata caparbia: mi sono spostata per venire nella mia Cattolica, e non in un’anonima periferia che si potrebbe trovare ovunque…

E’ stata dura, ma alla fine ci sono riuscita: in primavera coronerò il mio sogno e andrò a vivere nella vera Cattolica e nella zona che amo di più: tra il centro e il porto.

Ma lo scopo della mia lettera non è solo per far conoscere questa storia, storia che probabilmente interesserà a pochi. Desidero fare pubblicamente dei ringraziamenti.

I primi vanno alla meravigliosa famiglia Dellasantina-Lazzari, che dopo tanti anni mi ha accolto come una figlia e mi dona il calore della famiglia (anche se il mio cane Bobo non ama troppo il loro Leo, ma, si sa, tutte le rose hanno qualche spina).

Il secondo ringraziamento, secondo me non per importanza, va ad una persona che io non ho mai incontrato, e mi dispiace, ma che ammiro moltissimo: il prof. Guido Paolucci.

A lui voglio dire grazie per quei suoi bellissimi libri, che non solo mi hanno fatto ritrovare il paese che mi era caro e tanti ricordi dell’infanzia (penso che molte usanze, giochi, abitudini siano rimaste più o meno uguali dagli anni a cavallo della seconda guerra mondiale fino agli inizi degli anni 60), ma mi hanno fatto conoscere quel paese che non ho mai visto e di cui ormai pochi hanno il ricordo.

Grazie quindi a chi, fortunatamente, mi è ancora vicino e a chi, con il suo cuore e la sua mente, ha saputo lasciarci una così grande eredità.

Patrizia Zambarbieri

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