Mano al portafoglio

 

Joshua_Green

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Tratto da Cubia n° 58 – Gennaio 2006

Immagina di passeggiare in riva a un laghetto”, dice il filosofo Joshua Green. “A un certo punto vedi un bambino che rischia di annegare. Se pensi: ‘Ho appena speso 200 dollari per queste scarpe e l’acqua potrebbe rovinarle, quindi non salverò quel bambino’, sei una persona spregevole. Ma nel mondo ci sono milioni di bambini nella stessa situazione: basterebbero pochi soldi, spesi in medicine o cibo, per salvargli la vita. Eppure se andiamo al ristorante invece di donare i soldi a un’organizzazione che combatte la fame nel mondo non ci sentiamo dei mostri. Perché?”. Questa bella domanda postaci da Green, la deponiamo qui, all’ingresso del discorso, a rammentarci la cautela con cui dobbiamo esprimerci quando parliamo di beneficenza. Desidero, infatti, dire qualcosa a riguardo della recente raccolta di fondi a favore del progetto di Smile Mission in Tanzania, lanciata nelle scuole di Cattolica in occasione delle festività natalizie. Se ne è parlato sui quotidiani locali ed anche in occasione della festa di capodanno davanti Palazzo Mancini. Quello che non tutti sanno è che nel Circolo di Cattolica hanno partecipato solo 2 classi di scuola elementare su 25. Come mai? Nel tentativo di rispondere parlo a titolo personale. Alcuni fatti. Poste Italiane, in occasione del Natale compie una legittima operazione di marketing attraverso la vendita, presso i propri uffici, di salvadanai in ceramica rossa con il logo dell’azienda, raffiguranti le storiche “buche delle lettere”. La sede di Cattolica, probabilmente anche grazie al fatto che vi lavora l’Assessore Epiceno, propone al Comune (perché non direttamente alla scuola?), in accordo con Smile Mission, di promuovere una raccolta fondi nella scuola per il progetto Tanzania. L’iniziativa, denominata “Risparmiare per” consiste nel collocare in ciascuna aula uno dei salvadanai di cui sopra, donato da Poste Italiane, in modo che i bambini, fino a Natale possano fare le loro offerte. Ma i salvadanai, consegnati nelle scuole senza verificare l’adesione dei docenti, rimangono, per lo più, inutilizzati negli scatoloni.I tempi: l’iniziativa viene presentata ai dirigenti scolastici a un mese dal natale, periodo denso di impegni. Dopo 4 giorni l’amministrazione comunale convoca la conferenza stampa presso l’ufficio postale. Il che ha comportato l’impossibilità di valutare e deliberare l’adesione da parte del collegio docenti, l’organo competente ad esprimersi. Tempi non sufficienti neppure a coinvolgere in modo dignitoso e partecipativo i genitori, a meno di accontentarsi che mettessero mano al portafoglio senza proferir parola e di considerarli meri esecutori di direttive altrui. Da dove viene tutta questa fretta? Forse, come già accaduto per la farsa dei consigli comunali dei bambini, l’importante è poter dire “già fatto” e appuntarsi una medaglia al petto. Nella scuola, guarda caso, per garantire il tempo necessario all’attuazione dei progetti, il POF (piano offerta formativa) dovrebbe, secondo normativa, approvarli con un anno di anticipo. I rapporti: Oggi si parla molto di reti, sinergie, rapporti scuola-extrascuola e, in linea di principio, la collaborazione tra soggetti diversi presenti sul territorio è cosa buona. Ma occorre che ciascuno sia consapevole del proprio ruolo, funzioni e obiettivi e operi nel rispetto di quelli altrui. La responsabilità educativa dei progetti e delle loro attività didattiche spetta alla scuola. Spettano alla scuola, una volta aderito al progetto, anche il coinvolgimento e la comunicazione alle famiglie perché, di fronte a loro, è lei che ne garantisce la validità educativa. Non necessariamente, infatti, i soggetti esterni perseguono tali finalità. Un esempio di ingerenza indebita è che il sindaco in persona passando attraverso la scuola, abbia voluto informare direttamente i genitori dell’iniziativa, finendo, tra l’altro, per presentarla in tono da libro cuore “Sono certo che i bambini si presteranno di buon grado a qualche piccolo sacrificio per aiutare i bambini più sfortunati di loro”. Non è questa l’ottica con cui la scuola vuole favorire la costruzione della solidarietà e dell’altruismo negli alunni. Aspetti educativi. Molti studi dimostrano come sia facile, a questa età, ottenere adesione e condiscendenza a compiere buone azioni in conformità a motivazioni legate a ricompense di tipo psicologico o materiale, minacce, prospettiva di ricevere qualcosa in cambio, approvazione sociale. Adulto è chi agisce in base alla consapevolezza delle proprie idee che favorisce l’autonomia di giudizio, e in base alla responsabilità delle proprie azioni che favorisce l’autonomia nelle scelte e nell’assunzione di compiti. Difficile che ciò possa accadere prima della preadolescenza. Compito della scuola è favorire la formazione del bambino rispettandone le tappe di maturazione, e non ottenere buone azioni tout court. L’etica che ci interessa edificare, si preoccupa di costruire le motivazioni adeguate nella persona, prima ancora che del giudizio sul valore dell’azione in sé. Paradossalmente, può essere più educativo accettare un gesto meno morale in senso assoluto, ma espresso autonomamente dal soggetto, piuttosto che richiederne uno visibilmente migliore ma indotto in modo forzato o manipolativo (è il motivo per cui, ad esempio, è preferibile aspettare che, dopo un litigio, i bambini decidano da soli di riappacificarsi anche se ci volessero giorni, piuttosto che imporlo loro frettolosamente). Un altro rischio che non vogliamo correre è quello di monetizzare il bene. In un’età in cui non è ancora chiaro il valore e l’uso del denaro (ma quando lo è?) è più opportuno far maturare il concetto del dono attraverso la condivisione di qualcosa di personale: dai propri giochi o strumenti di lavoro fino al proprio tempo, come quando si va a trovare un amico malato.
Gesti isolati e puntiformi, non preparati da adeguato percorso didattico, come l’offerta per il bambino africano lontano, anche se spiegati cognitivamente dall’adulto, rischiano di restare modelli negativi di sbrigativa pseudosoluzione dei problemi. E di ottenere l’effetto di rimuoverli dalla coscienza, favorendo la cultura dell’esonero legata al me ne libero. Una cultura per cui, noi adulti, anche se ogni tanto siamo capaci di mettere mano al portafoglio, fatichiamo non poco a cambiare il nostro stile di vita, concausa delle ingiustizie strutturali del pianeta. Vorremmo che i nostri bambini, crescendo, diventassero capaci di meglio.

di Amedeo Olivieri

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