Bondi: Noi avremmo aperto i cassetti, temo che Tamanti non lo farà

 

Alessandro Bondi invervista Tamanti e Cimino

Alessandro Bondi invervista Tamanti e Cimino

 

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

“Rinunciare a una poltrona non è un dramma. Nel mio caso è stato un atto dovuto, per far posto a Marino Ercoles, cacciato dal suo partito”.
Alessandro Bondi, candidato sindaco per la coalizione Arcobaleno alle scorse elezioni comunali, spiega così la sua scelta di non tornare a sedersi sullo scranno di consigliere d’opposizione a Palazzo Mancini.
In questa intervista, concessaci il 20 Settembre, ripercorriamo con lui le tappe che hanno portato all’esito elettorale che tutti conosciamo, e cerchiamo di capire come, dal suo osservatorio fuori dalla mischia, veda il futuro politico di Cattolica.
Alle scorse elezioni comunali lei e l’Arcobaleno avete ottenuto un risultato inferiore alle aspettative. Come spiega questa risposta dei cittadini, tenuto conto dei cinque anni di vostra forte presenza sul territorio, culminata nell’importante e apprezzatissimo questionario sulla città, che ha riscontrato un notevole successo di adesioni?
E’ vero, l’Arcobaleno non è riuscito ad arrivare al ballottaggio, ma è stato una delle poche realtà politiche locali capace di ottenere un risultato importante, nonostante la polarizzazione della campagna elettorale sui due grandi partiti nazionali. Mi spiego. La concomitanza delle europee ha riproposto in tutta la sua virulenza il gioco destra-sinistra. Un tema ormai sfruttato dalla politica solo per mettere i paraocchi ai cittadini, eliminando quel poco di libertà di scelta rimasta a un sistema elettorale che si avvia a grandi passi verso elezioni di designati da parte di 5 o 6 segretari di partito.
Su questo punto i due grandi partiti sono d’accordo. E i piccoli partiti scompaiono, illudendosi di mangiare qualche briciola. Purtroppo, le elezioni locali non sono riuscite ad invertire la tendenza, complice un’informazione sotto controllo e la stanchezza dei cittadini.
Cattolica ha rappresentato un’eccezione. Essere riusciti ad arrivare al 19, quando tutto ciò che non è PD e PDL è invece scomparso risulta, per paradosso, un successo.
Ritiene che possa esserci stato qualche errore o difetto di comunicazione del vostro progetto politico durante la campagna elettorale?
Un sicuro errore di comunicazione da parte nostra è stata l’eccessiva fiducia nella correttezza della comunicazione da parte dei mass media.
Mi riferisco a un caso in particolare.
Si trattava della prima conferenza stampa elettorale dell’Arcobaleno: presenti una cinquantina di persone e sei giornalisti, in un bar in pieno centro. Riportando la nostra conferenza, un giornale molto vicino al PD intitolava a lettere cubitali la notizia completamente infondata di una nostra alleanza con PDL in caso di ballottaggio. Da allora, non fu più possibile parlare di fatti e contenuti. Fotocopie di quell’articolo vennero distribuite per tutta la campagna elettorale. Il giornale non chiese mai scusa né rettificò alcunché. Anzi, il direttore di quel giornale, pubblicando obtorto collo un nostro articolo di rimostranze, pretese che venissero presentate le registrazioni della conferenza stampa. Lo stesso giornale, pure il giorno del voto, prese a pretesto il disagio del gestore di un locale per criticare a tutta pagina l’intervento di Grillo a favore dell’Arcobaleno.
Purtroppo, ancora si pensa che se una notizia è scritta dai giornali questa debba essere vera. Beninteso, viva la critica, ma fondata su notizie vere. L’uso del passato remoto non rende meno cocente la delusione per questo episodio di bassa macelleria giornalistica.
In occasione del ballottaggio tra Tamanti e Cimino, la sua coalizione non ha preso posizione a favore dell’uno o dell’altro: una scelta difficile?
Per l’Arcobaleno è stata una scelta coerente. Nondimeno è stato difficile. Da una parte, il PD sulla carta esprimeva sensibilità vicine alle nostre, ma in realtà mai applicate. Riuscendo nella difficile impresa di mostrarsi peggiore del suo omologo nazionale, il PD cittadino si era disinteressato dei problemi della città. Impegnato in eterne lotte interne per il controllo del partito è stato infine commissariato dalla provincia e dal campanile. Infine ha espresso un candidato che, da consigliere, aveva il solo merito di aver votato con “memorabili” motivazioni a favore della politica dei poteri forti del sindaco: una “politica” priva di valori, strozzata da favoritismi, incompetenza, incapacità di confronto.
Dall’altra, il PDL presentava un candidato serio e credibile, ma rappresentava un partito il cui leader nazionale aveva l’unico “pregio” di dare al c.d. centro-sinistra una ragione per esistere.
Insomma, se si guardava al nazionale era un disastro.
Il bipolarismo esalta opportunamente il principio di responsabilità, ma in Italia è strozzato da un’alternativa di facciata tra destra e sinistra che dimentica le esigenze dei rappresentati di entrambi gli schieramenti, alimentando paure e demagogia. Ma la domanda vera è: in un’elezione locale si deve guardare il nazionale dimenticando le persone in carne e ossa che amministreranno la città? Insomma, andati via i vari giganti della politica, da Franceschini a Bersani, senza dimenticare Errani, ci rimane Tamanti. Appunto, una scelta difficile.
Avendo rinunciato al seggio di consigliere comunale, si è tirato un po’ fuori dalla mischia, quindi può valutare le cose da una posizione più “distaccata”: come giudica l’avvio di questa legislatura?
Innanzi tutto, rinunciare a una poltrona non è un dramma. Nel mio caso è stato un atto dovuto. Al mio posto siede Marino Ercoles, cacciato dal partito, perché ha rifiutato di barattare l’appoggio dell’IdV di Cattolica a Tamanti in cambio della poltrona di vicepresidente provinciale garantita sotto condizione a Bulletti.
Fuori dalla mischia, ho presuntuosamente sperato che il PD trovasse un motivo per confrontarsi sui fatti, senza il veleno elettorale con cui si è nutrito. Ma così non è stato. Il PD non ha mantenuto nemmeno la promessa elettorale più facile, mi riferisco alla sbandierata intenzione di responsabilizzare le opposizioni lasciando loro la presidenza del consiglio comunale. Intenzione subito abbandonata di fronte alla giovanile insofferenza di un compagno di partito come Antonio Ruggeri.
La situazione delle casse comunali è assolutamente precaria: aspettiamo a breve un chiarimento ufficiale sui debiti del Comune, ma certamente i margini di movimento per la nuova amministrazione comunale sono davvero risicati, a conferma di quanto dall’opposizione avete sempre evidenziato nel corso di questi anni. Con una tale situazione finanziaria, quali provvedimenti avrebbe preso nei primi cento giorni, se fosse stato lei al posto di Tamanti?
Ormai sono anni che le autorità di controllo ci danno ragione. E non serve a nulla ricordarlo. Ogni nostra proposta si è basata sulla trasparenza degli atti e la competenza delle persone. Al ballottaggio chiedemmo a Cimino e Tamanti quel che avremmo noi, ossia se sarebbero stati disposti ad aprire i cassetti dei conti e dell’urbanistica che rendono ricattabile l’amministrazione e inattendibile la sua politica. Cimino si disse favorevole, ma per trecento voti non potrà onorare la sua promessa. Tamanti invece rispose che non voleva essere giustizialista. Temo che per trecento voti potrà per una volta tanto essere coerente.
Eppure, quel che sindaco e assessori presenteranno in discussione di bilancio sarà il loro reale biglietto da visita per gli anni a venire. Se mentiranno, dovranno continuare a mentire. Parlare di spese e di investimenti avrà allora la stessa attendibilità dell’oroscopo.
Cosa si aspetta per il futuro sulla scena politica cattolichina, anche in vista del prossimo congresso del PD?
Da cinque anni il partito si contorce su se stesso e ha perso quasi il 40% dei consensi. In città si è convinti che chi ha il controllo del partito ha il controllo della città. Ma chi ha oggi il controllo del partito? 1.300 persone hanno votato alle primarie, pochi voti di scarto hanno dato un segretario (Belluzzi). Lo sconfitto come segretario (Tamanti) sempre per pochi voti è diventato candidato sindaco all’ombra del campanile e ha sfiduciato il segretario. Il segretario che con Pazzaglini ha fatto scendere la maggioranza dal 70% al 39% dei consensi (Prioli) oggi si propone ad ogni carica, compresa la stessa carica di segretario. Insomma, sempre cariche e poltrone, mai contenuti, fatti, meriti. Non è una rosea prospettiva.
E il ruolo dell’Arcobaleno, secondo lei, quale dovrebbe essere?
Probabilmente quello di scomparire, se la politica rifiuterà di confrontarsi sui fatti e con persone in grado di essere coerenti con i valori che sostengono. Ma se così non è, se si pensa che la politica sia servizio a favore della collettività, allora l’Arcobaleno sarà protagonista di quella politica. E il 19% dei consensi ottenuti anche in questa tornata elettorale dall’Arcobaleno mi fa pensare che questa sia la soluzione più probabile.
E il ruolo di Alessandro Bondi?
Quello di un amico delle magnifiche persone che ho conosciuto con l’Arcobaleno. Persone capaci di sopportare per 5 lunghissimi anni i miei troppi difetti.

di Paolo Saracino

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