Adesso picchiano i maestri

 

Lupini selvatici

Lupini selvatici

 

 

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Chi ricorda il lupino selvatico? Forse pochi!

Non ha più spazi dove crescere spontaneo, e i contadini non lo seminano più. E’ una foraggera delle papilionacee che cresce a cespi con fusti eretti poco più grossi di un lapis.

Basta privare ogni fusto dei filamenti fibrosi che lo rivestono per liberarne l’anima commestibile, d’un fresco, strano sapore.

In un Maggio maledetto remoto, io e altre quattro brave bambine andammo a cercarlo, marinando la scuola.

Lo trovammo nei pressi di una masseria. Una ragazza stava lavando i panni. “Scusa,” domandammo: “Ci lasci cogliere una bracciata di lupini?”.

La risposta fu: “Neanche per sogno: sono ancora bassi, fareste solo un gran calpestare!”

Bugia! Avevamo usato tutto il bon-ton e la ruffianeria che ci apparteneva per essere remunerate così? Li avremmo presi ugualmente! Eravamo all’opera quando ci giunse un fischio seguito da vitupèri e minacce.

Il padre della “lavandaia”, munito d’un robusto vinco, o cosa che ci sembrò tale, stava inforcando la bici.

Ci separava da lui una discreta distanza. Troppo poca considerato che avrebbe corso su strada!

Scappammo a gambe levate. Due di noi ripararono nella nicchia d’un pagliaio. La Paola, la Luigina e io, guadagnate le scale del casale dei Cherubèn, fuggimmo come siluri in cucina, lasciando esterrefatta un’anziana signora.

Volevamo raccontarci, ma non ci fu tempo. Ci infilammo sotto il letto.

Era alto, come lo erano i letti di campagna che dovevano poter ospitare la fascina per il baco da seta, la cofana per la nascita dei pulcini e la cassetta delle sorbe.

Entrò l’uomo, alla nostra stessa maniera! Guardò dappertutto e ci scovò.

Si inginocchiò a terra imprecando e cominciò a menare con rabbia il vinco da destra a sinistra, come un tergicristallo.

Avrebbe continuato fino a stanarci se, richiamato dalle urla, non fosse salito un uomo della casa, che cercò di rabbonirlo e lo convinse ad andarsene.

La signora ci invitò a uscire. Ci aspettavamo una sana rimproverata. Invece, viste le nostre facce, ci obbligò soltanto a bere dell’acqua e ci fece scortare per un tratto dal “bon cherubino“.

Io, accostata alla parete di testa, indossavo Superga e pedalini, ma sembravo liberata dai ceppi, tante ne avevo prese su una caviglia. La Paola no: nemmeno mezza! Era in fondo e si era fatta scudo con una cassetta di legno. Come no, la Luigina indossava il grembiule nero (però allacciato sul davanti che faceva meno “scolaretta”). Se lo ritrovò tutto inzuppato, dall’orlo al colletto. Per schivare le frustate aveva rovesciato un pitale ancora colmo.

Tornammo leste, mute e a testa bassa. Forse pensavamo tutte e cinque la stessa cosa: a casa non ci aspetta certo zucchero. I genitori di allora non avevano troppe frequentazioni con gli strizzacervelli e anche quando Federico Fellini le prendeva dal padre, ce n’era una buona dose anche per il suo amico Titta.

Quello spavento è sempre rimasto nella mia valigia. Provo a chiedermi se ciò che è sia migliore di ciò che è stato, ma non ho più tempo per chiedermi dove stia di casa l’arcabaleno. Peccato!

di GiBì

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