Biologico sì, ma con giudizio

Prodotto_biologico

Tratto da Cubia n° 17 – Dicembre 2001

La voglia dei consumatori di tornare ai cibi naturali, ai prodotti dell’orto e dell’aia della nonna, non è sfuggita all’occhio attento dei ricercatori di mercato, che, sfruttando tale tendenza, hanno realizzato un business megagalattico.

Purtroppo, i consumatori si lasciano facilmente condizionare dai messaggi pubblicitari, dalle confezioni volutamente “rustiche” di colore verde o marrone, ma troppo spesso non sono in grado di fare una distinzione tra “CONVENZIONATO” e “BIOLOGICO”. In parte, la colpa di ciò è dei mezzi di comunicazione di massa, che danno informazioni spesso superficiali, se non distorte: a volte le notizie sono faziose e menzognere, ad esclusivo appannaggio dei produttori. 

E’ opportuno fare chiarezza, comprendere che cosa si intende a livello comunitario per “biologico” ed è altrettanto importante saper leggere le etichette.

Visto il business ottenuto, molte aziende sia agricole che zootecniche hanno cominciato la cosiddetta “conversione, ma, perché un prodotto possa cambiare, occorrono anni, e chi solo oggi ha convertito la propria azienda immette sul mercato prodotti convenzionali ai prezzi del biologico.

Sulle etichette troveremo le seguenti scritte:

  1. prodotto da agricoltura biologica
  2. prodotto da agricoltura in corso di conversione

E’ ovvio che questi secondi prodotti sono indistinguibili, per aspetto e qualità, dal corrispettivo “convenzionale”, e perciò non trova alcuna giustificazione il prezzo di vendita più elevato che per essi verrà richiesto.

Il concetto che si ha di “biologico” è idilliaco e completamente sbagliato: di fatto, con questo tipo di produzione, non si lascia alla natura la possibilità di fare il suo corso più di quanto non si faccia con i metodi convenzionali, né si ricorre a interventi naturali: chimica e genetica, anche in questo caso, sono le armi dell’imprenditoria e del guadagno.

Per la normativa comunitaria, le zone da destinare a coltivazioni e ad allevamenti sono marginali e con scarso valore agrario: per capirci, terreni poveri che non possono essere sfruttati intensamente. E’ proprio per valorizzarli che si permette agli imprenditori di utilizzarli in questo modo.

Concludendo, non lasciamo che ci si prenda gioco della nostra credulità, pretendiamo maggiori controlli e soprattutto più chiarezza sulle etichette, rendendoci conto, senza false illusioni, che il nonno con la zappa in mano e la mucca al pascolo sono solo un bel ricordo.

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