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Riflessioni sulla vicenda di don Piergiorgio Farina

gaudium-et-spes

Tratto da Cubia n° 55 – Ottobre 2005

La vicenda di don Piergiorgio Farina, richiamato dal nostro Vescovo per aver espresso valutazioni su questioni sociali ritenute non in linea con il Magistero, al di là delle regioni e degli sviluppi che ne seguiranno, è di quelle che interrogano, e per questo vorrei svolgere alcune considerazioni, senza polemiche inutili ma con il desiderio di guardare dietro la realtà delle cose:

  1. La Chiesa mostra ancora una volta difficoltà a dialogare con sé stessa: non viene compreso che la complessità dei modelli culturali presenti nella società, così mutevoli da sfuggire spesso ad ogni classificazione, rende necessario un econfronto serio e pacato all’interno delle nostre comunità ecclesiali su come veicolare il messaggio evangelico, adattandolo allo “spirito del tempo” ed alle varie sensibilità umane di coloro a cui esso si rivolge;
  2. Ormai da qualche decennio, ed in particolare dalla Gaudium et spes del Vaticano II che ha preso atto del passaggio dell’umanità da “una concezione statica dell’ordine a una concezione più dinamica ed evolutiva”, la ricerca teologica ha tentato faticosamente di porre le basi per una riformulazione della dottrina della fede secondo i modelli e le esigenze culturali del nostro tempo, nella convinzione che soltanto un linguaggio nuovo, più aderente e quindi comprensibile alla sensibilità diffusa, avrebbe potuto colmare quella distanza abissale tra la Chiesa e la sua gente, difficoltà già avvertita dai Padri conciliari e che oggi cogliamo e viviamo nella nostra quotidianità;
  3. le occasioni mancate, in tal senso, sono state numerose e ripetute; lo stesso Catechismo della Chiesa italiana (“La Verità vi farà liberi”, CEI, 1995) ha marcato un ritorno evidente a concezioni tradizionali sempre più difficili da condividere (come il creazionismo estremo di cui è permeato), fornendo approcci culturali ormai abbandonati dal sentire comune;
  4. a tale atteggiamento culturale sono seguite indicazioni morali assolute non condivise dagli stessi cattolici, vissute senza interiorizzazioni morali assolute non condivise dagli stessi cattolici, vissute senza interiorizzazione ma come dovere da assolvere: al contempo, ad ogni allargamento di orizzonte in campo cattolico si è assistito ad una puntuale “restaurazione” non soltanto dogmatica ma addirittura moralistica, mediante l’indicazione perentoria di regole e precetti sui quali si deve invece poter discutere, non avendo essi nulla a che vedere con i postulati dottrinali della fede;
  5. va infatti ribadito che le indicazioni morali nel cristianesimo hanno un’importanza secondaria e derivata, essendo la struttura della spiritualità cristiana di tipo teologale, centrata cioè su Dio rivelato da Gesù, e costituita dalla fede, dalla speranza e da quel particolare tipo di amore che è l’agape; la virtù cristiana non sta dunque nella fedeltà a regole morali, bensì nel rapporto con Dio come Parola che chiama alla fede: il resto il credente deve scoprirlo nel discernimento, con l’ausilio della preghiera e nel confronto;
  6. il primo dovere della struttura ecclesiale dovrebbe quindi essere quello dell’accoglienza di tutte le risonanze che la Parola di Dio acquista nelle esperienze delle diverse comunità dei fedeli, con la finalità di ricondurre il tutto all’unità del messaggio salvifico, senza derive moralistiche.

di Astorre Mancini

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