Archivi del mese: novembre 2009

Il peggiore degli omicidi: creare!

 

Advanced Cell Technology annuncia la creazione di cellule staminali embrionali umane senza la distruzione di embrioni

 

 

Tratto da Cubia n° 17 – Dicembre 2001

Il 24 Novembre la “Advanced Cell Technology“, una compagnia statunitense che si occupa di biotecnologie e di riproduzione, ha annunciato di aver realizzato il primo clone umano.

La notizia, pur se sconvolgente, non ha sorpreso più di tanto: la clonazione animale già da alcuni anni ha fatto parlare di sé, e già per essa erano sorte più che giustificate preoccupazioni di carattere etico.

Creare un uomo, sostituirsi al Creatore è, purtroppo, la massima espressione di potere e magalomania che possa travolgere uno scienziato.

Se accettiamo che ogni individuo è da considerarsi tale sin dalla prima fase del concepimento, non possiamo tollerare che si conducano esperimenti o violenze di sorta su esseri viventi, anche se non ancora formati.

La Chiesa ha espresso la sua ferma condanna per questo tipo di sperimentazione, ma non occorre essere cattolici per rispettare la vita: chi scrive non è credente, ma è consapevole che un embrione, anche nella fase più primitiva, è già un individuo con tutto il diritto di vivere.

E’ vero: in questo caso, gli scienziati non si sono serviti di un embrione, ma lo hanno creato; questo, però, non cambia le cose, e motivo il perché.

Per ottenere un clone, si prendono delle cellule da un individuo, utilizzando, ad esempio, pezzetti di pelle o di mucosa; ottenuta la singola cellula, se ne estrae il nucleo, che contiene in sé tutte le informazioni genetiche e quindi il patrimonio cromosomico del donatore. Fatto ciò, il nucleo così ricavato viene introdotto in un ovulo, che, con appropriate stimolazioni, si comporterà come se, al posto di quel nucleo cellulare, si fosse utilizzato uno spermatozoo, iniziando la sua divisione e dando luogo alla formazione di un individuo.

Poco importa se ciò che è stato ottenuto è frutto di artificiose tecniche: in sostanza, sempre di un essere vivente si tratta, e nulla ci autorizza ad utilizzarlo per esperimenti o per “pezzi di ricambio”.

di Alessandro Anello

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Il mitico chiosco da Peledo’s

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Chi non ricorda, in via Curiel angolo via Fiume a ridosso dei giardini De Amicis, il famoso bar birreria “da Peledo’s, gestito dai F.lli Frontini!? Un altro lembo di storia che ha terminato la sua funzione lasciando spazio al nuovo.

Per fortuna, i cattolichini possono ancora ammirare il vecchio chiosco, che, se pure spostato in altro luogo, è stato conservato quasi nella sua versione originaria, anche se perdendo l’antico splendore.

Passando per via Curiel, infatti, fa tristezza guardare quello storico chiosco abbandonato alla sua triste solitudine: è come osservare un corpo ormai privo di vita, anche se l’Amministrazione comunale di Cattolica lo usa come ufficio informazioni. Pensare alle migliaia di persone che vi si sono sedute per tanti anni attorno, consumando ettolitri di birra, trasmette al cuore dei cattolichini un senso di profonda nostalgia.

Per questo, ho pensato di “riportarlo in vita”, raccontandone in breve la storia.

Costruito attorno al 1924, in stile liberty a forma di pentagono, il chiosco fu originariamente destinato alla vendita di frutta e verdura. Infatti, nei capitelli che dividevano le finestre (visibili nella costruzione originale), erano raffigurati in rilievo motivi di frutta. Successivamente fu adibito a barbieria, gestita dal signore Guglielmo Bertani, consorte della signora Nerina Lazzari. Nel 1950 il chiosco fu rilevato da un signore di Rimini, il quale ne cambiò radicalmente l’uso, trasformandolo in un bar.

L’anno dopo, nel 1951, subentrarono nella gestione i fratelli Frontini: Pino, Giacomo (detto Peledo) e Costanzo, ragazzi giovani, fortemente motivati, pieni di voglia di fare e dotati di grande simpatia. Erano ragazzi di bella presenza e soprattutto qualificati, in quanto frequentavano le migliori scuole alberghiere, il che consentiva loro di possedere una buona padronanza delle lingue, in particolare il tedesco, essenziale in quell’epoca in cui i turisti tedeschi erano in numero maggiore rispetto a quelli di altre nazionalità.

Pino, il più grande, fu colui che con i suoi risparmi finanziò la spesa per l’acquisto del chiosco: grazie alla sua eleganza e professionalità, seppe scegliere insieme ai fratelli la strada giusta per dare un forte impulso all’attività dl chiosco.

Rimboccandosi le maniche, infatti, decisero di aprire una birreria, un settore nel quale in quei tempi non c’era molta concorrenza. Il successo fu tale che lo spazio divenne ben presto insufficiente per contenere tanti clienti, sicché dovettero usare gli spazi attorno al chiosco adiacenti ai giardini De Amicis, ricoprendo il tutto con tettoie, aggiungendo sedie e tavoli. In breve tempo il chiosco da “Peledo’s” divenne un luogo d’incontro, oltre che per i turisti, anche per i giovani cattolichini, sempre alla ricerca di avventure galanti.

Soprattutto di serva vi affluivano migliaia di persone, mentre nelle ore pomeridiane e durante la notte vi si davano convegno i musicisti e gli artisti che lavoravano nei vari locali di Cattolica. Tra i suoi frequentatori più assidui: Hengel Gualdì, Paolo Zavallone, Paolo Corra, Sergio Parlato, Bambi, Pierfilippi e tanti altri.

La posizione del chiosco era delle migliori, all’incrocio tra le vie Curiel, Dante e Fiume, quello dei famosi quattro bar: bar 2000, bar Dante, bar Raquette, bar Trocadero, quest’ultimo gestito mirabilmente da Giorgio Cerri detto il “Giobo”. Da non dimenticare, inoltre, la presenza del bar concerto Haiti che alla sera radunava centinaia e centinaia di turisti, mentre ogni venerdì la banda di Cattolica vi si esibiva in concerto.

I F.lli Frontini, oltre ad essere famosi per l’eccezionale qualità della birra, preparavano anche piatti particolari con wurstel, crauti, e tutte le specialità in uso in Germania: per la grande gioia dei turisti tedeschi, che, pur amando la nostra riconosciuta buona cucina, avevano il piacere di gustare anche a Cattolica i loro tipici piatti.

Nel 1955, Pino, per motivi di famiglia, lasciò la società e fu ingaggiato in qualità di cameriere presso il dancing Esedra, uno dei locali più rinomati di Cattolica. Giacomo, il fratello mezzano, assunse le redini dell’attività, riuscendo ad innalzare sempre più il buon nome del chiosco, grazie anche al fratello Costanzo e alla buona scelta del personale.

A proposito di personale, va evidenziato che fino agli anni 1975-76 la maggioranza dei camerieri e gestori di locali erano in genere ragazzi di bella presenza, spinti a questo lavoro dalla necessità di “fare la musina per l’inverno” (vecchio detto marinaro che significa “fare soldi per svernare”), poiché in questa stagione le uniche attività erano: il manovale, il muratore, il ferraiolo. Per cui cercavano il lavoro o in montagna, oppure all’estero, dove i camerieri cattolichini erano molto richiesti per la loro affabilità e professionalità.

Si ricordano come assidui frequentatori del chiosco: Dario Gessaroli, Elio Paolucci, Mario Salvi, Elvino Cecchini, e il caro amico fotografo Luigi Marino. Un ricordo particolare è per Franco Cavalli, l’eroe del Bar 2000, con il quale Giacomo trascorse numerose nottate di gioia in compagnia di affascinanti straniere.

Il clima che si respirava nel chiosco era di sana allegria: la fresca esuberanza dei giovani, le lunghe chiacchierate con al centro sempre le belle donne, gli scherzi, i dispetti tra amici erano gli ingredienti giusti per trascorrere delle belle serate all’aperto.

Una sera ho assistito alla totale sbornia di un cane bulldog, al quale dei clienti tedeschi avevano versato della gran birra per fargliela bere: quando il cane cercò la strada per tornare dal suo padrone si sdraiò per terra ubriaco, a “bocca di leone”.

Voglio ricordare un altro episodio, sempre in tema di cani. La corrente elettrica per l’illuminazione era allacciata al chiosco tramite un filo volante, partendo dal contatore attraverso un palo di ferro. A quei tempi, infatti, tutto era concesso (i lavur iera fat alla bona) e i controlli erano piuttosto blandi.

Ebbene, c’era un cane che aveva scambiato il palo per un Vespasiano, orinando tutti i santi giorni ed emanando così cattivi odori: “una gran puza“. Giacomo Frontini, stanco di questa storia che ogni giorno si ripeteva, pensò di lasciare il cavo della corrente senza involucro protettivo. Quando il cane giunse per fare la solita pipì, il contatto del liquido col filo scoperto funzionò come la sedia elettrica: il povero cane ricevette una tale scarica che fu scagliato qualche metro distante emanando fortissimi lamenti; dopodiché, iniziò a correre come un fulmine scomparendo. Il giorno successivo, passando ancora davanti al chiosco, si tenne a debita distanza dal cavo scoperto e da allora cambiò zona.

Con il trascorrere degli anni, il bar birreria da “Peledo’s” è diventato una vera istituzione a Cattolica. Lo dimostrano i fatti: ancora oggi è nel pieno della sua attività, proprio grazie all’impronta che i fratelli Frontini hanno saputo dare con la loro gestione.

Chiudo questi miei brevi ricordi, ringraziando l’amico Peledo per la sua preziosa collaborazione, e soddisfando la curiosità di tanti cattolichini che si sono sempre chiesti: perchè us-cema chiosco da Peledo’s?

Presto detto: quando Giacomo Frontini giocava a pallone nella squadra del Cattolica, poiché era senza un pelo nelle cosce, fu appunto battezzato Peledo (“Pled”, senza pel).

di Roberto Bozza

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Grandi questioni per piccoli uomini

Tratto da Cubia n° 65 – Ottobre 2006

La Costituzione Della Repubblica Italiana Principi Fondamentali Art.33 (estratto)

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. 

I contributi comunali alle scuole private

Iniziamo dando un po’ di numeri: 16.800 euro e 200.000 euro. Se non sapessimo la “storia” di questi numeri diremmo che sì, sono entrambi numeri a tre zeri, ma tutto sommato la prima non è una di quelle cifre che definiremmo esorbitanti, mentre la seconda…

Se però ci lasciassimo per un attimo guidare da un certo principio di relativismo, scopriremmo che anche 16.800 euro non sono poi così pochi, specie se moltiplicati per tre: 50.400 euro, ossia la cifra che il comune di Cattolica si impegnerà a dare alla scuola privata locale – in questo caso confessionale  – rinnovando la convenzione con l’Istituto delle Maestre Pie di Cattolica per altri tre anni appunto, e che si andranno ad aggiungere ai già 200.000 (euro più euro meno) annuali di cui l’istituto gode, tra aiuti da enti provinciali (CSA), aiuti del Comune, e naturalmente le entrate derivanti dalle rette dei privati.

Il rinnovo della convenzione da parte dell’Amministrazione comunale non è avvenuto senza le obiezioni presentate dall’opposizione (Rifondazione Comunista, Italia dei Valori e Verdi) che in sede consiliare, lo scorso 5 Ottobre, ha avanzato le proprie motivazioni avverse all’odg, ottenendo però un nulla di fatto.

Ecco quindi che altri soldi comunali passano, sotto forma di aiuti finanziari, ad un istituto privato, così come era successo in precedenza – seppur in via formalmente diversa ma nella sostanza simile – con lo Spazio Giochi Accoglienza, ceduto in gestione alla Mary Poppins.

Il motivo di fondo è sempre lo stesso: il risparmio economico, ossia pagare un privato affinché si accolli l’onere sociale ed economico relativo all’educazione e all’istruzione di bambini che, se inseriti in un ambiente statale, non potrebbero certamente godere delle stesse cure ed attenzioni, per evidenti motivi di minor budget economico a disposizione nelle casse comunali.

Durante la seduta del Consiglio comunale, i consiglieri Tonti e Antonioli si sono appellati all’art.33 della Costituzione (ormai “superato” per l’assessore Ruggeri) e al fatto che, a loro parere, il programma delle suore, nero su bianco, faccia acqua da tutte le parti e non presenti nessuna iniziativa concreta a cui poter associare la volontà di trasferire tali fondi all’istituto. Ma tutto inutile. Sulla base di che cosa si erogano allora altri 50.000 euro alle suore?

Ci si può aspettare che Forza Italia faccia considerazioni di mero calcolo economico e dica in aula “secondo voi un bambino al Comune costerebbe solo 80 euro all’anno?” (perché è questa in fondo l’incidenza annuale per bambino), logicamente per rinsaldare le ragioni a favore dei trasferimenti e per sostenere che secondo loro tali fondi – già tagliati rispetto agli anni passati – sono addirittura troppo pochi; ma che la maggioranza di centro-sinistra incassi senza batter ciglio tali dichiarazioni e, anzi, continui a sostenere l’importanza di tale atto ripetendo più volte che “non è che colpa loro se i genitori li mandano alla privata” e che “i bambini hanno tutti gli stessi diritti e dobbiamo garantir loro lo stesso servizio” pare alquanto paradossale!

Ancora un dubbio: su quali criteri si basa il calcolo delle rette delle Maestre Pie?

La lettera presentata dalla Madre Superiora insidia qualche sospetto… Certo è che, se tutte le famiglie a basso reddito che mandano i propri figli dalle suore dovessero effettivamente pagare di meno rispetto ad altre famiglie più benestanti – addirittura 12 famiglie sui 200 bambini iscritti dalle suore non stanno ad oggi pagando la retta – e poi assistere passivamente alla mancanza di polso di un’Amministrazione comunale incastrata tra esigenze restrittive di tipo economico-finanziario da una parte e sottili interessi politico-elettorali dall’altra, non fa sicuramente bene né al cittadino, né alle famiglie interessate, né tantomeno alla scuola pubblica.

Ed è proprio quest’ultima la parte che forse ne esce più danneggiata da questo circolo vizioso – a parte naturalmente l’immagine del comune. Ogni anno, ormai lo sappiamo, sono sempre di più i tagli alla Pubblica istruzione da parte del Governo Centrale, ed anche se le povere insegnanti cercano con tutte le loro forze di resistere, è chiaro che da sole non riescono a soddisfare le mille esigenze di bambini e genitori. Come si può dunque equiparare l’offerta tra scuola pubblica e scuola privata partendo da un’imparità di base? Oppure chiedere alla pubblica di aumentare la flessibilità se i fondi a disposizione non sono sufficienti? E allora diventa troppo facile dire che “dalle suore i bambini sono più seguiti ed escono più preparati”, ed è altrettanto logica conseguenza che quando si raggiungono i numeri della scuola statale, le famiglie – indipendentemente dal loro reddito – siano costrette a ripiegare sulla privata delle Maestre Pie: del resto qui a Cattolica quale altra alternativa è possibile?

Pare in conclusione un po’ ipocrita la lettera del Primo Cittadino agli studenti e alle loro famiglie, pubblicata anche sull’ultimo numero di Cubia, in cui si incita a non lasciar soli nel loro lavoro gli insegnanti e in cui dichiara di esser pronto a sostenerli insieme alla città e all’Amministrazione comunale…

Ha forse le idee un po’ confuse…?

di Elisa Arduini

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Attenti al buono sconto

Tratto da Cubia n° 65 – Novembre 2006

Evviva, sono ancora lucida e viva, nonostante tutto! Nonostante la televisione, nonostante la pubblicità, nonostante un mondo globalizzato dal potere economico, nonostante un caos politico senza precedenti! Riesco ancora ad indignarmi e, per quello che posso, a recuperare la capacità di scelta. Indignazione e recupero per poter uscire dalle spire di una quotidianità che ci porta all’alienazione.

Mi indigno, forse il verbo è fin troppo delicato, quando vedo arrivare a casa il buono sconto della “SGR servizi” di 10 Euro spendibile al megamercato di Rimini.

Lì per lì mi sono detta: che bello, che risparmio: poi, pensandoci bene, mi sono ridetta: oggi questo è l’aspetto demoniaco della legge dell’economia, “vai, spendi tutto quello che hai, io ti aiuto”!

Alla faccia del servizio della SGR.

Qui dobbiamo chiederci seriamente cosa DEVONO fare i servizi per i cittadini. Si lucra su acqua, luce, gas che DOVREBBERO essere dei beni al servizio della gente, e non un ennesimo strumento per spillare quattrini a vantaggio di …

Perché la SGR, che vuol bene al cittadino, non ha tolto questa favolosa cifra di 20 Euro in totale dalla bolletta? Forse avrebbe aiutato tante persone che non hanno i 65 Euro per la spesa minima prevista per avere lo sconto, che non possono recarsi fino a Rimini per usufruirne, che non vogliono stare al gioco del grande benefattore SGR con annesso supermercato. Che baggia!!!! Teniamo conto anche di quali acquisti sono esclusi dallo sconto! Lasciamo perdere!

Indignamoci, svegliamoci. Non possiamo chiudere gli occhi su tutto un sistema che mira a condizionare le nostre scelte, anche le più banali. Alex Zanotelli dice: torniamo a valorizzare il piccolo esercente, il piccolo negoziante; faremo meno danni e, cercando di evitare sprechi, aiuteremo tante piccole realtà di produzione e di lavoro. Il nostro tempo, la vita che scorre, i rapporti con le persone che cosa ce li può ripagare? Quale SGR, quale sconto, quale supermercato? Spendiamo bene il valore della nostra esistenza che è, sia per chi crede sia per chi non crede, nel volto “dell’altro” che incontriamo.

Non c’è buono sconto da 10 Euro che tenga! Buona spesa.

di Magda Gaetani

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Cattolica Basket accoglie i diversamente abili

Tratto da Cubia n° 65 – Ottobre 2006

Lo scorso 3 Ottobre è stato presentato li progetto: Il basket accoglie i diversamente abili.

C’è tanto orgoglio e un pizzico di timore nel tentare di illustrare questo progetto. L’orgoglio è di chi crede, come me, nel mondo dello sport, nei suoi valori educativi e di formazione, che vanno ben oltre l’aspetto agonistico, dei quali mai come di questi tempi si avverte la necessità. Il timore è di non riuscire solo con le parole a descrivere tutto l’entusiasmo e le emozioni che questa iniziativa mi ha riservato. Presso il teatro della Regina (sala delle sirene), alla presenza delle istituzioni, è stato presentato dall’Associazione Valconca Over Limist ONLUS un progetto di integrazione, ma forse è più corretto dire di accoglienza, per ragazzi disabili.

La scelta di raggiungere obiettivi ambiziosi attraverso lo sport, e più precisamente con il basket, non è casuale. Si deve infatti alla famiglia Galimberti, proprietaria della società sportiva Cattolica Basket, Gianluca (presidente) e Simona (presidente Ass. Valconca over limits), alla loro esperienza nel mondo del basket e del volontariato se oggi prende il via a Cattolica un progetto che vuole avere la finalità di permettere ai ragazzi non normalmente abili di giocare per il piacere di farlo, esercitando il proprio diritto al gioco. Il progetto prevede che Cattolica e S.Giovanni diventino il centro di formazione nazionale per gli operatori di settore.

Nello staff, che comprende anche uno psicologo e un neuropsichiatra dell’Ausl di Rimini,  figura di spicco è quella di Marco Calamai, consulente strategico del progetto, che si occuperà dei rapporti con ausl, associazioni, e della formazione degli istruttori educatori. Calamai, per scelta, dopo essere stato prima giocatore e poi allenatore di basket in seria A, da 11 anni lavora con la disabilità ed è referente regionale del C.I.P. (comitato paraolimpico italiano). La sua sfida al cosiddetto mondo dei “normodotati” ha fatto sì che, attraverso i risultati ottenuti, decine di testate giornalistiche, sportive e non, si siano interessate al problema dell’handicap e alle soluzioni possibili di integrazione e di miglioramento delle capacità motorie, che, grazie al suo lavoro, vanno oggi al di là anche dei vecchi libri di studio e sono oggetto di tesi di laurea. Nel testo illustrativo consegnatomi capeggia in prima pagina un titolo “Un bambino in difficoltà può essere aiutato a cambiare se un adulto capace con occhi buoni gli dice: anche tu puoi giocare“. Secondo Calamai, il basket è lo sport ideale per questi ragazzi, si passano la palla e imparano a comunicare. Il pallone è la vita che ti cerca.

I corsi, iniziati il 17 Ottobre presso la palestra della scuola media E. Filippini, che, grazie al coinvolgimento dell’associazione di volontariato “Il Pellicano” di Cattolica, vedono la presenza già di due gruppi con cui lavorare in attesa di ulteriori iscrizioni, hanno i seguenti orari: il martedì dalle 16.30 gruppo minori e dalle 17.30 gruppo adulti. Sono poi in fase di realizzazione un progetto biblioteca e una collaborazione con le università, sia con una apposita raccolta di testi, dvd, saggi pedagogici con oggetto la disabilità, da consultare nella sede sociale, sia per avviare stage di collaborazione e tirocini per laureandi in scienze motorie.
A questo punto, oltre a porgere i dovuti ringraziamenti a tutti coloro che si sono messi in gioco per la buona riuscita del progetto, convinti della continuità da dare allo stesso per una sua efficacia, non ultimo Roberto Pompucci, educatore della Cattolica basket, ritengo che tutta la città, a partire dai nostri amministratori, debba sentirsi coinvolta in quello che sicuramente sarà un arricchimento di valori fondamentali per la crescita dei nostri ragazzi.

di Enrico Del Prete

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Parlateci di voi

Scene di sport a Cattolica


Tratto da Cubia n° 65 – Ottobre 2006

Di sport, Cubia ha parlato molto all’inizio della sua vita. Cercando di far conoscere le varie realtà societarie presenti a Cattolica, attraverso interviste ai responsabili delle stesse.

Abbiamo così potuto apprendere notizie sulle varie discipline sportive, sulle strutture organizzative, sugli atleti, sui problemi e gli obiettivi che affrontano quotidianamente.

Dopo un lungo periodo di silenzio, durante il quale ci siamo limitati a dare conto solo di alcune manifestazioni che hanno caratterizzato la vita sportiva di Cattolica, ora riprendiamo il discorso interrotto. Lo facciamo, però, in maniera diversa, lasciano la parola direttamente alle diverse società sportive, ognuna delle quali, se lo vorrà, potrà usufruire di uno spazio periodico sulle pagine di questa Rivista.

Ci sembra un valido strumento, che mettiamo a disposizione, per far conoscere ai lettori le tante discipline sportive che esistono sul nostro territorio, con notizie, risultati, fotografie, interviste, ecc. Insomma… anche per farsi un po’ di pubblicità.

Al nostro invito, sono già arrivate le prime adesioni, e i primi articoli, che potete leggere nelle prossime pagine.

Ci auguriamo che anche altre società vogliano fare altrettanto.

Per informazioni sui termini e le modalità di adesione all’iniziativa, potete contattare la nostra redazione ai numeri:

0541.954268 // 333.9932542

di Paolo Saracino

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Patologie della colonna vertebrale

metodo Furter

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005

Capita sempre più frequentemente alla nostra attenzione di visitare giovani a cui gli ortopedici ed alcuni fisiatri hanno diagnosticato una discopatia, specie a livello lombosacrale con conseguenti episodi di sciatica, rigidità della colonna e lombalgie (schiena dolente) e, senza domandarsi il perché di queste particolari ernie al disco in età così giovanile, dopo averli sottoposti ad esami RXgrafici di TAC e di Risonanza magnetica nucleare, decidano di operarli. Ebbene, in pazienti di questo tipo giovanile, se operati di ernia al disco, entro qualche anno si assisterà senza meno alla comparsa di una ulteriore ernia al disco al di sopra di quella già operata: è questo è chiamato l’effetto domino, in cui l’ernia al disco è solo il risultato di una colonna giovanile con difetto posturale e magari con scoliosi iniziale passata inosservata, dovuta nel 90% ad un arto inferiore più corto dell’altro, che porta ad uno squilibrio del bacino: se pensate che la colonna nel suo insieme è composta da una serie di vertebre impilate una sopra all’altra, che sopportano tutto il carico del corpo, con tra una vertebra e l’altra degli ammortizzatori, che sono i dischi intervertebrali, e che per funzionare deve essere perfettamente a piombo, se la base di appoggio della colonna, cioè il bacino, è sbilanciato da un arto più corto, vi rendete conto che con l’andare del tempo uno o più di questi dischi tenderà ad uscire dalla sua posizione naturale, andando a comprimere i nervi che escono dal suo spazio intervertebrale, comprimendoli e provocando dolore inizialmente non costante ma che con l’andare del tempo aumenterà sempre di più.

E’ classico in questi casi l’insorgere per prima di una sciatica, a volte unilaterale ed a volte bilaterale, dovuta allo slittamento del disco ammortizzatore tra la 5ª lombare e la prima sacrale, proprio nel punto in cui esce dalla colonna il nervo sciatico.

Ora, la prima cosa in questi pazienti, per una guarigione totale, è misurare il dislivello esistente tra i due arti inferiori, con un semplice esame radiografico, che si chiama morfodinamico e che dirà al millimetro il dislivello. Fatto questo, si preparerà una talloniera di misura esatta da portare costantemente sotto al calcagno e si farà rientrare l’ernia discale iniziale con un ciclo di massaggi metodo Furter, associati a mesoterapia con i prodotti della SAT-TERAPIA, inoculati sotto pelle con siringhe speciali indolori. Ed i risultati di guarigione sono del 99%. Ed inoltre si bloccherà in questo modo la possibilità dell’effetto domino a carico dei dischi superiori.

Quindi, prima di far operare un’ernia al disco, vi invito ad eseguire questi accertamenti rivolgendosi a chi li sa fare.

di Gianfranco Tonelli

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S.O.S. Gatti

gattara

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005

Ci sono persone che senza alcuno scrupolo abbandonano per strada gli animali; ce ne sono altre che scelgono di dedicare un po’ del loro tempo e delle loro energie a curare proprio quelle creature di cui altri si sono sbarazzati oppure che naturalmente nascono per strada senza alcuno che si occupi di loro.

E’ un’opera spesso poco conosciuta e a volte anche un po’ derisa quella delle “gattare”, si chiamano così le signore che scelgono di fare volontariato in questo modo, andando a dare da mangiare ai gattini “randagi” e curandosi, per quello che possono, della loro salute.

A Cattolica sono tre le gattare: troppo poche, mentre aumentano sempre di più i gattini che si presentano nelle diverse “colonie” sparse in città a chiedere un po’ di cibo e affetto: al momento sono circa 120-130. Ed ora le tre signore sono stanche: ecco perché da un po’ di tempo stanno cercando aiuto e collaborazione, non solo nelle Istituzioni (Comune-AUSL ecc.), ma soprattutto tra i comuni cittadini.

Hanno pensato così di “utilizzare” anche Cubia per lanciare un appello accorato alle persone di buona volontà di Cattolica.

Per trovare delle famiglie disposte ad accogliere un gattino nelle loro case, soprattutto tra quelli più piccoli e deboli, che difficilmente riuscirebbero a sopravvivere ad un inverno freddo trascorso all’aperto. E per trovare persone sensibili che vogliano collaborare con loro nel dare aiuto a questi gattini di nessuno, in particolare, nel portare loro da mangiare almeno una volta al giorno: le “gattare” precisano in proposito che il cibo lo forniscono loro, per cui non ci sarebbe alcun esborso economico da parte dei volontari che si offrissero per aiutarle in questa attività così bella e generosa.

Ci sono tante occasioni, nella vita quotidiana, che ognuno di noi può cogliere per essere più attenti a chi ci circonda: aiutare questi piccoli animali, che hanno bisogno di assistenza e “calore”, può essere un’occasione di queste. Sta alla nostra sensibilità non lasciarcela sfuggire.

Chi vuole maggiori informazioni sull’adozione di gattini – tutti censiti, denunciati all’AUSL e sterilizzati – e sulla possibilità di coadiuvare le gattare nella loro “missione”, può telefonare ai seguenti numeri: 0541960554 – 3354559992: siate certi che dall’altra parte del filo non aspettano altro.

di Angela Lucchesi

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La morte, ovvero l’ultima beatitudine

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Novembre è comunemente considerato il mese dei morti. Ci sembra l’occasione giusta per parlare di un tema così difficile e per lo più rimosso: lo facciamo con padre Alberto Maggi, dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro Studi Biblici di Montefano, di cui abbiamo già ospitato alcuni interventi sulle pagine di Cubia.

Cominciamo con l’analizzare qual è il concetto di morte nella società attuale.

Verso gli anni trenta del secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Da quegli anni, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale. Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.

Eì anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti, in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte, che oggi viene considerato una fortuna (“E’ stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!“.

Oggi, non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini, una volta, non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla morte, considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi, sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale (solo quella violenta dei film) dei loro cari.

La morte, quindi, come un tabù da rimuovere?

Certo, e frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente, che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo. L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. E’ come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza. In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente, e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non dire niente ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”.

Parliamo ora del messaggio cristiano sulla morte.

A quanti vivono e gli hanno dato adesione, Gesù assicura che non faranno l’esperienza della morte. Per questo la Chiesa, il 2 Novembre, non celebra i morti, ma i defunti. Per i morti è finito tutto, non c’è nulla da celebrare. Con il termine defunto, che è il participio passato di defungi, compiere, adempiere, terminare, non si indica lo stato del morto, ma l’azione del vivente: è colui che ha compiuto una funzione e che ora è trapassato, cioè è passato da un luogo a un altro, da una dimensione visibile a una invisibile.

E’ quindi scorretto contrapporre la vita alla morte?

Bisognerebbe parlare piuttosto di nascita e di morte, come due importanti aspetti della vita: l’ingresso e l’uscita nell’esistenza terrena fanno parte entrambe del ciclo vitale. In entrambe le fasi c’è una nascita e una morte. Il neonato muore a quel che era e lascia il suo mondo di sicurezza e di protezione per affacciarsi verso l’incognito. Ma è l’unica possibilità che ha per continuare a vivere, e solo uscendo dal ventre materno potrà scoprire tutto l’amore con il quale i suoi genitori l’attendevano.

Ugualmente, nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo che dava sicurezza per nascere in un altro, ma solo questo passaggio potrà far sperimentare all’individuo la pienezza dell’amore di quel Dio che ora l’avvolge con la sua luce e fa del momento della morte, che nell’antichità veniva chiamato il giorno natalizio, cioè il giorno della nascita, il momento più importante della sua esistenza terrena, il suo coronamento.

Ma come si può immaginare la morte durante l’esistenza terrena?

Gli evangelisti, per indicare la realtà della morte, adoperano delle immagini, prese dal ciclo vitale della natura, quali il germogliare del dormire, del seminare, dello splendere.

Cominciamo dal Dormire. In Matteo si legge che “La ragazza non è morta, ma dorme”. Per i primi cristiani la morte era un addormentarsi. Il dormire non fa parte della morte ma del ciclo vitale. Come il dormire è quell’azione che consente all’individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggiore vigore la sua vita, così la morte è un momento del ciclo vitale che consente all’individuo di riprendere con più forza ed energia la sua esistenza.

Poi c’è il Seminare. “Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo; se muore, invece, produce molto frutto”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Attraverso l’immagine del chicco, che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che l’uomo contiene. La vita che è in lui racchiusa attende di manifestarsi in una forma nuova incomparabile con la precedente. Nel breve arco della sua esistenza terrene l’uomo non ha la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetteranno la definitiva crescita della persona.

Infine lo Splendere. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù, gli evangelisti presentano qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questo episodio è collocato da Matteo e Marco al “sesto giorno“, il giorno della creazione dell’uomo, in quanto gli evangelisti vedono in Gesù la realizzazione definitiva della creazione di Dio e la manifestazione della sua gloria. A Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli che saranno testimoni della sua cattura, Gesù intende mostrare che la sua morte non sarà che un passaggio verso la pienezza della propria condizione: “E fu trasformato davanti a loro; e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce“.

Attraverso queste immagini, gli evangelisti intendono mostrare in Gesù la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte: questa non diminuisce la persona, ma la trasforma, consentendole di manifestare il suo massimo splendore.

Quindi, non si deve aver paura della morte…

Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti che “La morte non è più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona, che Dio ha preparato per quanti la amano“.

Ma cosa si dovrebbe dire ad una persona colpita da un lutto per la perdita di una persona casa?

Cominciamo col dire cosa non si deve dire. Le persone pie hanno un vero e proprio contenitore di stupidario religioso. Per ogni caso hanno la risposta. Se muore una persona giovane: “era già maturo per il regno dei cieli“; se si tratta di un bambino “i fiori più belli il Signore li vuole per sè”; se è morta una persona buona: “i più buoni il Signore li chiama con sè“, e forse questo è il motivo per cui noi tutti teniamo nella nostra vita una buona dose di sana cattiveria, per sfuggire alle scelte de Padreterno. Questi linguaggi pii, devoti, certamente in buona fede, fanno sorgere un sordo rancore nei confronti di un Dio che prende, che toglie da questa vita. 

E invece cosa si deve dire?

Niente. Ogni parola è inadeguata, insufficiente. Bisogna solo stare vicini alla persona colpita dal lutto con gesti che esprimano quella vita che la persona sente mancare: un abbraccio, un bacio, una carezza.

E come reagire in caso di suicidio di una persona cara o di morte di un figlio?

L’argomento è molto delicato. Sarebbe presuntuoso da parte mia dare una risposta. Il fatto della morte è traumatico: se già è difficile accettare il ciclo normale della vita, cioè per un figlio seppellire i genitori, è contro natura per i genitori seppellire un figlio, oppure accettare che una persona cara ponga fine alla sua vita. Allora credo che in questi casi, per non andare via di testa e per sopravvivere, bisogna mettersi dalla loro parte, pensare: ma dove sono?… cosa sono?… cosa fanno?. Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte non interrompe la vita, quindi la persona continua a vivere in una nuova dimensione, più bella, più ricca, più piena. Ne abbiamo tante tracce nei Vangeli, che ci invitano a non cercare i morti per poter sperimentare i vivi, a non piangere un cadavere ma sperimentare un vivente.

In Giovanni c’è un bellissimo brano in cui Maria di Magdala prega e singhiozza davanti al sepolcro e non si accorge che Gesù è vivo lì dietro. Solo quando smette di piangere il morto e si volta, finalmente vede il vivente.

L’esempio più bello, anche sconvolgente, è la madre di Gesù che non è presente alla deposizione. Lo so che tanti grandi artisti hanno raffigurato la deposizione con la presenza di Maria, ma nei Vangeli questo non c’è. La madre di Gesù, che è stata capace di seguirlo fino alla croce, non accoglie un cadavere, perchè continua a seguire un vivente. Mentre le altre donne vanno al sepolcro e si sentono rimproverare: “Perchè cercate tra i morti colui è vivo?”, lei non ci va, lei non piange un morto ma continua a seguire un vivente.

Padre  Maggi, è mai stato colpito dalla morte nei suoi affetti più cari? E in tal caso, che esperienza ha avuto di queste cose belle che lei dice e scrive? 

Per tanti anni ho avuto un dubbio. Sì, io studio, predico queste cose, ci credo, ma mi dicevo: cosa succederà quando anch’io sarò toccato direttamente? Ebbene, quando qualche anno fa morì mio padre, tutte queste cose si dimostrarono vere. Tutti dicono che quando ci muore una persona cara, muore qualcosa dentro di noi. Ebbene, io, di fronte alla salma di mio padre, naturalmente piangevo, ma sentivo crescere dentro di me una allegria, una felicità incontenibile, che mi imbarazzava. Ma come: sto piangendo mio padre e sento dentro di me una grande pienezza di felicità? Questa è un’esperienza che molti fanno, ma non osano dirlo perchè sembra una cosa fuori posto. Sul momento sono rimasto sconcertato, ma poi ho capito: mio padre mi voleva tanto bene, era innamorato di me; ora che era entrato nella pienezza dell’amore di Dio, il bene che mi voleva era potenziato dall’amore di Dio, e quindi mi inondava in maniera traboccante del suo amore. Che è la funzione dei nostri cari defunti, i quali non sono lontani da noi, ma ci sono accanto e continuano a comunicarci non semplicemente l’amore di prima, ma l’amore di prima potenziato dall’amore di Dio. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia.

Questo significa che è inutile andare al cimitero?

Il termine cimitero deriva da una parola greca che significa dormitorio. In passato, il cimitero non aveva quell’aria funebre che normalmente ha e non era esclusivamente riservato ai morti. Come ho detto prima, la morte, per i primi cristiani, era un addormentarsi e dormire non fa parte della morte ma del ciclo della vita. I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Rio.

Perchè allora si parla di eterno riposo?

Il riposo di cui si parla non indica la cessazione dell’attività, ma la condizione divina, come il Creatore che – si legge nel libro della Genesi – “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno“. Con la morte, l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini.

L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri sono la sua ricchezza, quelle che hanno reso la vita “eterna” già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.

In ogni uomo arriva un punto della sua vita nella quale l’armonica crescita della persona, nella sua componente biologica e quella spirituale e morale, subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunge il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua a svilupparsi. “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno”, dice Paolo ai Corinti. All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. 

La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì“.

di Ferdinando Montanari

A chi fosse interessato ad approfondire le considerazioni di Padre Maggi sul tema della morte consigliamo di leggere il testo della conferenza “ultima_beatitudine“.

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Intervista a Mirko Ferrara

Mirko Ferrara parla dai seggi della maggioranza

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

“La città ci ha votato per la storia che rappresentiamo e per il coraggio che abbiamo avuto di cambiare”.
“La nostra è una Giunta che nasce oggi, ma nessuno degli assessori è nato ieri! Porta con se il rinnovamento, ma non è di certo un gruppo di novizi inesperti”.
Sono alcune delle orgogliose affermazioni con cui Mirko Ferrara, giovane politico emergente investito della delicata funzione di capogruppo del Pd in Consiglio Comunale, esalta il risultato elettorale di Giugno e controbatte alle accuse di inesperienza da più parti rivolte alla nuova compagine amministrativa insediata a Palazzo Mancini.
Ma cominciano la nostra chiacchierata facendo un passo indietro nel tempo.
Ci traccia un suo profilo con le tappe che l’hanno portata alla vita politica fino ad occupare uno scranno in C.C.?

Seguo da vicino le vicende politiche e amministrative della città dalla metà degli anni ’90, da quando avevo vent’anni.
All’inizio nel gruppo dei Verdi, con i quali ho collaborato fino al 2001. Poi ho maturato la consapevolezza che il tema ambientale dovesse entrare nel dna di un grande partito riformista e di qui la decisione di entrare nei DS, partito in cui mi riconoscevo a livello nazionale.
Mi sono iscritto ai DS con l’intento di portare, oltre al mio contributo e alla mia visione sui temi dell’ambiente, anche nuove persone, che dessero nuova linfa, al partito.
Così nel 2004 ho convinto anche un mio amico, Marco Tamanti, a iscriversi e a candidarsi come Consigliere Comunale e oggi non nascondo l’emozione nel vederlo nelle veti di Sindaco della mia città.
Infine la nascita del PD. Ho da subito creduto nello spirito di questo partito: la necessità di creare un soggetto nuovo, di un ricambio della classe politica e, non ultimo, il coinvolgimento dei cittadini nelle grandi scelte.
Da qui siamo arrivati alle primarie dello scorso gennaio. Il resto è cronaca di questi giorni…

In molti, alla vigilia delle scorse elezioni comunali, ritenevano che il PD, e quindi Tamanti, non ce l’avrebbero fatta a vincere, anche a causa delle pesanti divisioni interne. Come avete fatto a recuperare, almeno nella facciata, quella unità che vi ha permesso di vincere, pur con uno scarto di voti ridottissimo e perdendo moltissimi consensi rispetto al passato?

La ringrazio per la domanda cattiva… Intanto abbiamo vinto… Ci siamo riusciti grazie a una città che ha compreso e condiviso la nostra proposta. Non era scontato. Il nostro è stato uno dei pochi casi in Italia, credo, in cui il centrosinistra si è rinnovato per davvero. Quando si cambia completamente una squadra di governo non si può pensare ad un consenso unanime, nemmeno nel proprio partito. Abbiamo fatto una campagna elettorale difficilissima, con un Arcobaleno agguerritissimo su una posizione di contrapposizione totale a noi (non alla destra) e con un sindaco uscente (ripeto, un sindaco uscente) che non ha rispettato le regole del suo partito, correndo in proprio. E’ stata quindi una campagna in salita, anche perché sia Bondi, che Pazzaglini, che Cimino erano tutti convintissimi di vincere, tutti alla grande… Invece la città ha capito il nostro progetto, ha capito che la nostra era l’unica proposta che coniugava il molto di buono che veniva da sessant’anni di governo cittadino e nel contempo proponeva una pagina nuova per il futuro di Cattolica. Ci ha votato per la storia che rappresentiamo e per il coraggio che abbiamo avuto di cambiare.

E’ abbastanza diffusa l’opinione che la chiesa locale abbia influito in maniera decisiva sul risultato finale, ponendo, per questo, una pesante ipoteca sull’attività dell’amministrazione comunale. Che dice al riguardo?

Direi che non ha proprio senso parlare di pesante ipoteca anche perché i cattolici, se la mettiamo su questo piano, governano la città dal 1992. Il PD nasce dalla fusione dei DS e del partito cattolico erede della DC. Dov’è lo scandalo? Anzi, dire che la carta vincente è stata il fatto che anche il mondo cattolico ha espresso una compagine nuova con, anche, un ricambio generazionale. In campagna elettorale tutti hanno parlato al mondo cattolico. Cono Cimino si è rivolto alla parte più integralista (Comunione e Liberazione). L’Arcobaleno alla parte più radicale. Noi abbiamo parlato a una parte importante di questo mondo, che ha espresso figure importanti, stimate, che ora governano con noi la città. Alcune sono dentro il PD, altre hanno dato vita alla lista civica “Una Città in Comune“. Quindi direi che va tutto benissimo, anzi, come si direbbe, “da Dio!”.

La sua breve esperienza politica e l’assenza, almeno in questa prima fase, nel PD di un segretario politico a tutti gli effetti, non rendono ancora più gravoso il suo compito di rappresentare il partito in C.C.?

E’ chiaro che sento tutto il peso della responsabilità del ruolo che rivesto. Non lo nego. E’ una sfida avvincente, ma molto impegnativa. Fare il capogruppo di maggioranza richiede un duplice lavoro: da un lato stimolare la giunta a fare, a tenere alto il profilo della propria azione, ma anche a discutere, a volte a fermarsi un attimo…; dall’altra creare, attorno al suo operato, il maggior consenso possibile, parandola dai colpi, a volte bassi, dell’opposizione. E’ un compito non facile, ma siamo un gruppo unito e i consiglieri sono i primi a darmi una mano.

E’ stagione di congresso per il Pd. Come state affrontando le varie scadenze? Sarà solo una lotta interna o riuscirete a coinvolgere i cittadini in un percorso progettuale?

A differenza degli altri partiti, sono anni che noi coinvolgiamo i cittadini nei nostri percorsi e nelle nostre decisioni. Abbiamo cominciato quattro anni fa con le primarie vinte da Prodi, abbiamo continuato due anni fa con le prime vere primarie del PD vinte da Veltroni, poi le abbiamo fatte per eleggere il segretario comunale e per scegliere il candidato sindaco. Questo è un motivo di orgoglio democratico che nessun altro partito o movimento a Cattolica può vantare. Non ci risparmiano critiche, però continuano a scegliere i loro rappresentanti, i loro dirigenti, i loro candidati nel chiuso delle stanze delle loro sedi. Anche questa volta, invece, noi sapremo coinvolgere centinaia e centinaia di cittadini e sarà un’altra festa della democrazia, in un momento in cui nel nostro Paese sembra essercene bisogno.

E non teme che la battaglia congressuale ed il suo esito possano rendere ancora più difficile la vita dell’amministrazione comunale?

Credo di no. Primo perché il sindaco è stato scelto con le primarie e poi eletto dai cittadini. Poi perché credo che il cambiamento che abbiamo messo in campo in questi due anni di partito democratico sia oramai un dato acquisito, dal quale non si può tornare indietro. E’ a partire da questo che occorre costruire, attorno al nuovo segretario, il massimo di unità possibile. Anche in queste primarie, tra chi sta con Bersani, con Franceschini o con Marino, io vedo un clima molto costruttivo, di confronto leale e corretto. Stiamo dando l’esempio di un partito che si articola e che discute, rimanendo unito.

Lei è uno dei più stretti collaboratori del sindaco Tamanti: non le sembra che i primi passi della nuova amministrazione (metodo di nomina del presidente del C.C.; scelta di assessori per lo più inesperti e sconosciuti, uno dei quali già dimesso; poca chiarezza sul bilancio comunale, con imbarcazioni fughe di notizie sul web, ecc.) denotino una preoccupante impreparazione politica?

La ringrazio anche per questa seconda domanda cattiva… Comincio dall’impreparazione. Capisco la domanda, ma mi viene da sorridere. In Italia tutti si lamentano che abbiamo una classe politica vecchia composta da politici che non cambiano mai. Poi, laddove invece i nomi e i volti cambiano, come qui a Cattolica, la cosa più facile che si possa fare è criticarli perché sono nuovi. Si, è vero, a Cattolica sono nuovi ma sono tutt’altro che impreparati! Abbiamo il dirigente di un’azienda con oltre duecento dipendenti, un affermato libero professionista, una ingegnere elettronico che lavora nel mondo della tecnologia avanzata, solo per citarne alcuni. E’ una Giunta che nasce oggi, ma nessuno degli assessori è nato ieri! Porta con sé il rinnovamento ma non è di certo un gruppo di novizi inesperti. Certo, si trattava per tutti della prima esperienza in una Giunta comunale e quindi c’è voluta qualche settimana per trovare il giusto affiatamento e per conoscere a fondo i problemi. Sul bilancio comunale: il Sindaco e l’assessore Tonti stanno facendo chiarezza, nella massima trasparenza. Continuerà l’azione di risanamento già iniziata dalla precedente amministrazione. I primi segnali dati dal nuovo Sindaco e dalla nuova Giunta vanno dalla direzione di tenere più basse possibili le spese superflue in favore di investimenti sui servizi. Esempi? Riduzione del numero di assessori, riduzione dell’indennità del Sindaco, taglio dei costi dello staff del Sindaco, riduzione delle spese per i dirigenti (ridotti a quattro), segretario comunale condiviso con un altro comune, per citarne alcuni. Tutte scelte coerenti. E questa politica renderà disponibili più risorse per la città. Però, visto che la domanda era cattiva, mi permetta una ulteriore considerazione: non si continui a fare l’errore che Bondi, Cimino e Pazzaglini hanno fatto in campagna elettorale: quello di considerare Tamanti un sindaco debole. Io che lo conosco bene da tanti anni posso dirvi che dietro ai modi gentili ed educati, apparentemente “impacciati”, nasconde idee molto chiare e un carattere di ferro. Ripensando al percorso che abbiamo fatto per arrivare al governo della città, ai rischi, alla posta in gioco, ha avuto un coraggio da leone. Certo, non avrà l’eloquenza, non avrà la parlantina, ma forse questa potrebbe diventare la sua maggiore forza: la gente è un po’ stanca dei politici chiacchieroni.

Continua…

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