La morte, ovvero l’ultima beatitudine

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Novembre è comunemente considerato il mese dei morti. Ci sembra l’occasione giusta per parlare di un tema così difficile e per lo più rimosso: lo facciamo con padre Alberto Maggi, dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro Studi Biblici di Montefano, di cui abbiamo già ospitato alcuni interventi sulle pagine di Cubia.

Cominciamo con l’analizzare qual è il concetto di morte nella società attuale.

Verso gli anni trenta del secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Da quegli anni, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale. Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.

Eì anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti, in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte, che oggi viene considerato una fortuna (“E’ stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!“.

Oggi, non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini, una volta, non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla morte, considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi, sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale (solo quella violenta dei film) dei loro cari.

La morte, quindi, come un tabù da rimuovere?

Certo, e frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente, che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo. L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. E’ come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza. In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente, e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non dire niente ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”.

Parliamo ora del messaggio cristiano sulla morte.

A quanti vivono e gli hanno dato adesione, Gesù assicura che non faranno l’esperienza della morte. Per questo la Chiesa, il 2 Novembre, non celebra i morti, ma i defunti. Per i morti è finito tutto, non c’è nulla da celebrare. Con il termine defunto, che è il participio passato di defungi, compiere, adempiere, terminare, non si indica lo stato del morto, ma l’azione del vivente: è colui che ha compiuto una funzione e che ora è trapassato, cioè è passato da un luogo a un altro, da una dimensione visibile a una invisibile.

E’ quindi scorretto contrapporre la vita alla morte?

Bisognerebbe parlare piuttosto di nascita e di morte, come due importanti aspetti della vita: l’ingresso e l’uscita nell’esistenza terrena fanno parte entrambe del ciclo vitale. In entrambe le fasi c’è una nascita e una morte. Il neonato muore a quel che era e lascia il suo mondo di sicurezza e di protezione per affacciarsi verso l’incognito. Ma è l’unica possibilità che ha per continuare a vivere, e solo uscendo dal ventre materno potrà scoprire tutto l’amore con il quale i suoi genitori l’attendevano.

Ugualmente, nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo che dava sicurezza per nascere in un altro, ma solo questo passaggio potrà far sperimentare all’individuo la pienezza dell’amore di quel Dio che ora l’avvolge con la sua luce e fa del momento della morte, che nell’antichità veniva chiamato il giorno natalizio, cioè il giorno della nascita, il momento più importante della sua esistenza terrena, il suo coronamento.

Ma come si può immaginare la morte durante l’esistenza terrena?

Gli evangelisti, per indicare la realtà della morte, adoperano delle immagini, prese dal ciclo vitale della natura, quali il germogliare del dormire, del seminare, dello splendere.

Cominciamo dal Dormire. In Matteo si legge che “La ragazza non è morta, ma dorme”. Per i primi cristiani la morte era un addormentarsi. Il dormire non fa parte della morte ma del ciclo vitale. Come il dormire è quell’azione che consente all’individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggiore vigore la sua vita, così la morte è un momento del ciclo vitale che consente all’individuo di riprendere con più forza ed energia la sua esistenza.

Poi c’è il Seminare. “Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo; se muore, invece, produce molto frutto”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Attraverso l’immagine del chicco, che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che l’uomo contiene. La vita che è in lui racchiusa attende di manifestarsi in una forma nuova incomparabile con la precedente. Nel breve arco della sua esistenza terrene l’uomo non ha la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetteranno la definitiva crescita della persona.

Infine lo Splendere. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù, gli evangelisti presentano qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questo episodio è collocato da Matteo e Marco al “sesto giorno“, il giorno della creazione dell’uomo, in quanto gli evangelisti vedono in Gesù la realizzazione definitiva della creazione di Dio e la manifestazione della sua gloria. A Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli che saranno testimoni della sua cattura, Gesù intende mostrare che la sua morte non sarà che un passaggio verso la pienezza della propria condizione: “E fu trasformato davanti a loro; e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce“.

Attraverso queste immagini, gli evangelisti intendono mostrare in Gesù la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte: questa non diminuisce la persona, ma la trasforma, consentendole di manifestare il suo massimo splendore.

Quindi, non si deve aver paura della morte…

Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti che “La morte non è più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona, che Dio ha preparato per quanti la amano“.

Ma cosa si dovrebbe dire ad una persona colpita da un lutto per la perdita di una persona casa?

Cominciamo col dire cosa non si deve dire. Le persone pie hanno un vero e proprio contenitore di stupidario religioso. Per ogni caso hanno la risposta. Se muore una persona giovane: “era già maturo per il regno dei cieli“; se si tratta di un bambino “i fiori più belli il Signore li vuole per sè”; se è morta una persona buona: “i più buoni il Signore li chiama con sè“, e forse questo è il motivo per cui noi tutti teniamo nella nostra vita una buona dose di sana cattiveria, per sfuggire alle scelte de Padreterno. Questi linguaggi pii, devoti, certamente in buona fede, fanno sorgere un sordo rancore nei confronti di un Dio che prende, che toglie da questa vita. 

E invece cosa si deve dire?

Niente. Ogni parola è inadeguata, insufficiente. Bisogna solo stare vicini alla persona colpita dal lutto con gesti che esprimano quella vita che la persona sente mancare: un abbraccio, un bacio, una carezza.

E come reagire in caso di suicidio di una persona cara o di morte di un figlio?

L’argomento è molto delicato. Sarebbe presuntuoso da parte mia dare una risposta. Il fatto della morte è traumatico: se già è difficile accettare il ciclo normale della vita, cioè per un figlio seppellire i genitori, è contro natura per i genitori seppellire un figlio, oppure accettare che una persona cara ponga fine alla sua vita. Allora credo che in questi casi, per non andare via di testa e per sopravvivere, bisogna mettersi dalla loro parte, pensare: ma dove sono?… cosa sono?… cosa fanno?. Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte non interrompe la vita, quindi la persona continua a vivere in una nuova dimensione, più bella, più ricca, più piena. Ne abbiamo tante tracce nei Vangeli, che ci invitano a non cercare i morti per poter sperimentare i vivi, a non piangere un cadavere ma sperimentare un vivente.

In Giovanni c’è un bellissimo brano in cui Maria di Magdala prega e singhiozza davanti al sepolcro e non si accorge che Gesù è vivo lì dietro. Solo quando smette di piangere il morto e si volta, finalmente vede il vivente.

L’esempio più bello, anche sconvolgente, è la madre di Gesù che non è presente alla deposizione. Lo so che tanti grandi artisti hanno raffigurato la deposizione con la presenza di Maria, ma nei Vangeli questo non c’è. La madre di Gesù, che è stata capace di seguirlo fino alla croce, non accoglie un cadavere, perchè continua a seguire un vivente. Mentre le altre donne vanno al sepolcro e si sentono rimproverare: “Perchè cercate tra i morti colui è vivo?”, lei non ci va, lei non piange un morto ma continua a seguire un vivente.

Padre  Maggi, è mai stato colpito dalla morte nei suoi affetti più cari? E in tal caso, che esperienza ha avuto di queste cose belle che lei dice e scrive? 

Per tanti anni ho avuto un dubbio. Sì, io studio, predico queste cose, ci credo, ma mi dicevo: cosa succederà quando anch’io sarò toccato direttamente? Ebbene, quando qualche anno fa morì mio padre, tutte queste cose si dimostrarono vere. Tutti dicono che quando ci muore una persona cara, muore qualcosa dentro di noi. Ebbene, io, di fronte alla salma di mio padre, naturalmente piangevo, ma sentivo crescere dentro di me una allegria, una felicità incontenibile, che mi imbarazzava. Ma come: sto piangendo mio padre e sento dentro di me una grande pienezza di felicità? Questa è un’esperienza che molti fanno, ma non osano dirlo perchè sembra una cosa fuori posto. Sul momento sono rimasto sconcertato, ma poi ho capito: mio padre mi voleva tanto bene, era innamorato di me; ora che era entrato nella pienezza dell’amore di Dio, il bene che mi voleva era potenziato dall’amore di Dio, e quindi mi inondava in maniera traboccante del suo amore. Che è la funzione dei nostri cari defunti, i quali non sono lontani da noi, ma ci sono accanto e continuano a comunicarci non semplicemente l’amore di prima, ma l’amore di prima potenziato dall’amore di Dio. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia.

Questo significa che è inutile andare al cimitero?

Il termine cimitero deriva da una parola greca che significa dormitorio. In passato, il cimitero non aveva quell’aria funebre che normalmente ha e non era esclusivamente riservato ai morti. Come ho detto prima, la morte, per i primi cristiani, era un addormentarsi e dormire non fa parte della morte ma del ciclo della vita. I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Rio.

Perchè allora si parla di eterno riposo?

Il riposo di cui si parla non indica la cessazione dell’attività, ma la condizione divina, come il Creatore che – si legge nel libro della Genesi – “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno“. Con la morte, l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini.

L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri sono la sua ricchezza, quelle che hanno reso la vita “eterna” già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.

In ogni uomo arriva un punto della sua vita nella quale l’armonica crescita della persona, nella sua componente biologica e quella spirituale e morale, subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunge il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua a svilupparsi. “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno”, dice Paolo ai Corinti. All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. 

La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì“.

di Ferdinando Montanari

A chi fosse interessato ad approfondire le considerazioni di Padre Maggi sul tema della morte consigliamo di leggere il testo della conferenza “ultima_beatitudine“.

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