Il pentito…

Tratto da Cubia n° 20 – Marzo 2002

“Edi, perché ti vedo così triste? Non fumi nemmeno una sigaretta, non scherzi come prima. Sei cambiato, da quando sei tornato dalla Grecia”. Così gli diceva il suo compagno di camera.

Due anni prima, Edi aveva attraversato il mare, dalla sua terra albanese, pieno di energia, con il sogno di studiare all’Università di Firenze. Non era facile vincere il concorso di ammissione e cambiare la vita. Però, dopo tanti sacrifici, giorni e notti passati sui libri, era riuscito ad entrare nel mondo universitario.

“Ma adesso perché mi succede così, che cosa farò, ritirarmi???”. Ah, questa Grecia! Non faceva altro che pensare a lei.

I suoi genitori erano lontano, lavoravano negli Stati Uniti: il comunismo aveva lasciato loro soltanto la pelle, e la democrazia aveva aperto la porta per vendere questa pelle all’estero!

Gli mandavano i soldi per studiare, ma lui spendeva tutto con la sua ragazza, in Grecia: il mare, il sole e la dolce vita lo avevano trascinato, senza che quasi se ne accorgesse.

Finite le vacanze, era tornato a Firenze, ma i giorni passavano e lui non trovava la via d’uscita. Si vergognava di dire la verità alla sua famiglia, che stava facendo tutto per lui.

Aveva messo da parte i soldi per il biglietto del viaggio, e stava già preparando la valigia, quando entrò il suo compagno di camera: “Cosa stai facendo,  vai via? Uno studente bravo come te! Abbandoni gli studi? Mi dispiace, ma sei giovane, non devi pensarci troppo. Ci sono tante soluzioni, basta che fai un passo. Vedi, Edi, io ti capisco bene, perché tempo fa sono stato nelle tue stesse condizioni, senza una lira, senza sigarette. Adesso non mi lamento: la polvere bianca ti porta fortuna”.

Dalle sue tasche prese un pugno di banconote e le mise sopra il tavolino: “Prendi, prendi, siamo amici, ma domani possiamo diventare soci. All’inizio anch’io avevo paura, ma adesso tutti mi chiamano vecchio lupo, e sento l’odore della polizia meglio di un cane antidroga. Prova, prova, non ti mancherà mai la nostra copertura”.

E così, Edi, piano piano, si era tuffato. Prendeva i soldi per sé e per i suoi “amici”, fino a quando, una notte, sentì bussare alla sua porta: “Aprite, siamo la polizia”. Aprì senza dire nemmeno una parola: non aveva mai pensato di cambiare le aule di università con il carcere.

Ora stava lì, rinchiuso, in silenzio, non aveva il coraggio di avvisare i suoi.

Ma un amico ruppe il muro di silenzio, e i genitori volarono dagli Stati Uniti in Italia. Dopo aver sentito la voce di Edi, bussarono alle porte della giustizia con le parole del cuore: “Il nostro figlio ha sbagliato, voi lo avete salvato. Dateci una mano, lui troverà il modo per dimostrarvi la sua gratitudine”. La giustizia ascoltò la loro voce.

Un giorno, qualche tempo fa, passando per caso vicino ad una scuola di Tirana, sentii una voce conosciuta: “Bambini, venite qui a giocare”. “Maestro, maestro, ieri sera abbiamo sentito in televisione tante cose sulla droga. Cosa è la droga?”.

“Sentite, ragazzi: cosa succede se ai fiori buttiamo un po’ di veleno? Voi siete come dei fiori: la droga mangia il cervello, e così non ci lascia crescere per goderci la vita, per divertirci, per diventare un giorno architetto, pittore, ingegnere, meccanico, idraulico, giornalista, … maestro.

Più tardi, nell’ora di scienze, parleremo meglio su questo argomento.

Ma adesso giochiamo, e cantiamo, tutti insieme:

La vita sì, 

la dorga no,

la nostra parola, 

la nostra promessa”.

di Arshi Rucaj

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