Archivi del mese: febbraio 2010

Un po’ di felicità

Tratto da Cubia n° 28 – Gennaio 2003

Nel risveglio del mattino
vorrei che il mio cuore
si placasse di quella tristezza
che mi accompagna
quasi dalla prima infanzia.
Vorrei che la mia vita
si inebriasse di luce e di sole
durante la giornata.
Sentire dentro di me
la melodia di una gioia pura.
Tutto questo sarebbe di conforto
per la mia povera anima.
Far sì che il tormento esca
dal mio corpo,
per ridonarmi quella felicità
che credevo di avere
perduto per sempre.

di Mario Furiassi

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E’ nata Cubia

 

Tratto da Cubia n° 28 – Gennaio 2003

Siamo cresciuti, durante questa piccola e ancor breve avventura che è Cubia, intrapresa circa tre anni fa, siamo diventati più grandi. Noi, quelli della redazione, siamo prima di tutto un gruppo di amici che hanno fatto, dei momenti di incontro per costruire ogni numero del giornale, occasioni per stare insieme, per confrontarsi sulle questioni che riguardano la città, per discutere e trascorrere un po’ di tempo con qualcuno che condivide uno stesso interesse, che crediamo nobile: il giornale. Il quale attualmente arriva nelle case di molti cattolichini come supplemento della Piazza della Provincia, a cui dobbiamo un grande ringraziamento, e lo rivolgiamo innanzitutto al suo direttore, Giovanni Cioria, e poi all’amico Enzo Cecchini. Senza la loro disponibilità, forse non avremmo neppure potuto iniziare questa nostra esperienza.
Il 2003 porta con sé una novità: la nascita dell’Associazione Culturale Cubia, fondata dai membri della redazione, che crediamo ormai conosciate bene, e da altri amici che ci sono stati vicini finora, collaborando con noi, e che hanno voluto condividere l’idea di questo ulteriore passo.
Il primo scopo dell’Associazione Cubia è quello di diventare l’editore del giornale, liberando così La Piazza dagli oneri amministrativi che questo comporta. Ma il ruolo di questa associazione vorrebbe andare anche oltre il giornale, per diventare una componente attiva nella vita socio-culturale della città, attraverso momenti di incontro, come, per esempio, la Festa di Cubia, l’organizzazione di conferenze e dibattiti o iniziative collaterali, vedi la creazione del sito internet http://www.cattolica-sangiovanni.it nato per promuovere il dibattito sula possibile unione tra i comuni di Cattolica e San Giovanni in Marignano, e tutto ciò che i soci fondatori e gli altri soci che speriamo vorranno entrare a far parte di questa Associazione proporranno di fare.
Sì, perché a Cubia, che è un’associazione apartitica senza scopo di lucro, possono partecipare tutti i cittadini che lo vogliano. Per diventare soci è sufficiente fare domanda, contattandoci direttamente, oppure attraverso il sito internet.
Abbiamo cercato di aprire una nuova finestra su Cattolica: fate in modo che non rimaniamo soltanto noi affacciati ad aspettare qualcuno che non arriva…

di Alessandro Fiocca

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I nostri fiumi sono sotto controllo

 

 

Tratto da Cubia n° 29 – Febbraio 2003

Abbiamo chiesto al dott. Mario Sala, dirigente comunale del settore ambiente, di informarci sui rischi idrologici che può correre la nostra città.

Qual’è la situazione a Cattolica per la Protezione Civile?

Formalmente io sono il referente, ma ancora non c’è l’atto di nomina ufficiale. Ho seguito il corso organizzato della provincia di Rimini per il coordinatore delle emergenze, dove erano presenti i referenti di tutti i comuni della provincia.

Esiste a Cattolica un piano comunale di protezione civile, che è stato adottato qualche anno fa e che dovremmo iniziare a rendere attivo. Abbiamo individuato le emergenze: da noi il maggiore rischio è quello idrogeologico, seguito dal terremoto, di cui l’ultimo, dell’8° grado della scala Mercalli, è accaduto nel 1916, con danni gravissimi; ci sono poi rischi di tono inferiore, come incendi boschivi, od altro.

I torrenti Tavollo e Ventena, in caso di pioggie prolungate, preoccupano i cittadini, memori della alluvione del 1976: cosa si è fatto per metterli in sicurezza?

Il territorio di Cattolica, in una estensione di circa 3 km in una pianura alluvionale, vede scorrere tre fiumi, oltre il Vivare sotterrato. I fiumi sono stati imbrigliati, messi all’interno di alvei, regimati; abbiamo interventi che sono stati fatti secondo criteri, con cementificazione dei tratti terminali del Tavollo e del Ventena, che oggi non si fanno più, salvo per particolari motivi; a monte sono stati fatti interventi di regimazione, come approfondimento dell’alveo, rafforzamento di sponde, mantenendo un alveo naturaliforme, fortemente incassato.

Abbiamo fatto recentemente un’assemblea sulle problematiche del Tavollo, a cui sono intervenuti i rappresentanti degli organi preposti, e cioè il Segretario generale dell’Autorità di bacino, e il tecnico del Servizio tecnico, i quali hanno dimostrato di avere una profonda conoscenza dello stato in cui versano i nostri fiumi.

Qui si sono illustrati i problemi e i rischi che queste aste fluviali hanno dal punto di vista della sicurezza. Esiste un problema di ingombro dell’alveo, di necessità di intervenire su alcuni depositi limosi, presenti soprattutto a valle del ponte di via Garibaldi.

L’autorità di bacino ha stanziato 150.000 Euro per potere fare un primo intervento a monte del ponte suddetto del Tavollo e nella parte non banchinata del Ventena: rimozione della vegetazione invadente, per la stragrande maggioranza costituita da canne, che non creano problemi al deflusso delle acque, ma solo estetici.

E’ importante che non vengano fatti indiscriminatamente cementificazioni lungo i fiumi, ma devono essere fatte in conformità a quelli che sono gli argini naturali. I fiumi non devono essere visti solo come pericolo imminente, probabile per la città; essi sono una grande risorsa naturale, un elemento unico che mette in connessione le parti nostre urbanizzate con quelle più naturali dell’entroterra; vengono denominati in alcuni casi corridoi biotici.

Da ricordare che c’è una delibera regionale che impone ai servizi tecnici di bacino di intervenire solo al di fuori del periodo di nidificazione dell’avifauna; quindi da fine Dicembre a Giugno.

In particolare, sul Tavollo, d’estate si possono osservare le gallinelle d’acqua, degli aironi, il martin pescatore, delle anatre: tutti animali da salvaguardare. Il progetto d’intervento viene messo da parte e lo metteranno in atto ad Ottobre.

Ma pensa che Cattolica possa correre pericoli dal punto di vista delle alluvioni?

Cattolica ultimamente non ha avuto problemi, come invece tanti altri centri del riminese. Sul Tavollo, specie a monte della ferrovia, le case si trovano ad una quota molto superiore rispetto al livello dell’alveo.

C’è stata molta apprensione quest’anno da parte delle persone che nel 1976 hanno subito danni dall’alluvione, ma le cose sono radicalmente cambiate: successivamente a quel tragico evento, gli argini sono stati rialzati, è stato fatto il banchinamento, è stato favorito il deflusso, è stato approfondito l’alveo, sono state consolidate le sponde, è stata eliminata tutta la vegetazione; dove sono presenti degli alberi, sui margini, se non sono piante secche o pericolanti, non vengono rimossi, perché contribuiscono a mantenere fermo il terreno.

Sarà importante a Giugno la pubblicazione della carta dei rischi per il fiume Tavollo, redatta dall’autorità di bacino, un rilievo fatto ad hoc, con tutte le sezioni necessarie, che ci dirà dove esistono, se esistono, dei problemi.

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Anche i sindacati giocano con i dipendenti?

Tratto da Cubia n° 29 – Febbraio 2003

Sabato 8 Febbraio il Valconca Social Forum ha organizzato una manifestazione contro il Comune, per la malagestione dell’ospedale. Cento persone, che con il fiato corto hanno urlato contro l’amministrazione.

Erano soli, nessun appoggio politico alle spalle, solo la presenza di Rifondazione Comunista e del Repubblicano Leo Galli.

Una manifestazione arrivata tardi, spiegano alcuni dipendenti, perché i sindacati hanno impedito fino ad oggi ogni tipo di manifestazione o sciopero, perché “non avrebbe giovato alle trattative”. Così sono molti i dipendenti che non si fidano nemmeno dei Sindacati, e le accuse peggiori li incolpano di non dire sempre la verità, anzi di nascondere talvolta alcuni fatti importanti.

Ecco perché 33 dipendenti hanno deciso di fare ricorso contro questa ingiustizia chiamata esubero (licenziamenti). Con questo ricorso, la Fondazione Regina Maris potrebbe essere chiamata a rispondere direttamente.

di Mattia Traversa

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Hotel San Marco

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

I primi anni cinquanta abbiamo comprato l’Hotel San Marco. Era una bella villa che apparteneva al prof. Comelli. Era tutta in mattoni come se ne vede ancora qualcuna sul lungomare. Prima l’abbiamo affittato ai Monetti e poi l’abbiamo gestito noi.
L’alberg l’era mes ben, sa i su saluten; li camara piò grandie li aveva i su servizie e la docia. Al sarà stè al ’52 o al ’53. L’amniva genta impurtenta e da quatren. I’arveva anche in aereo da Roma (L’albergo era ben conservato, con i suoi salottini; le camere più grandi erano con i servizi e la doccia. Erano gli anni ’52 o ’53. Veniva gente importante e danarosa. Arrivavano anche in aereo da Roma).
Per al magnè iera al su menù: avimie al pes tot i dè. Si vleva cambiè an femie nisuna fadiga perché amnimie dal risturent e sa l’esperienza ch’avimie ui vleva poc a priparè piò menù (Per il mangiare c’era un menù; ogni giorno preparavamo il pesce. Per chi voleva cambiare non c’era nessun problema perché venendo dall’esperienza del ristorante ci voleva poco per preparare un menù).
Avimie un dutor cun gn’andeva mai ben gnint da magnè e um tucheva fè la spesa propria par lò. Ai giva ma la cameriera: “dì che questo l’ha fatto apposta la signora Lidia per lei” (Ospitavamo un dottore al quale non andava mai bene niente e dovevo fare la spesa proprio per lui. Dicevo alla cameriera: “dì…”).
Una volta l’è mnù una copia ad rumen sa do fiolie. Leia, una bela dona! A la sera la n’andeva mai a leta e la s’alzeva a mizdè e i se an pudimie mai fè la camera. A la sera i magneva sempre i macarena sal ragù. I steva un mes. Una sera l’ha vlù i spaghet sal baselghe. Me a tneva sora la fnestra un ves sal baselghe per quand al bsugneva. La ven olta la cameriera: “La signora ha detto che il basilico negli spaghetti non c’è”. “Dì ma la sgnora che il basilico l’ho messo e sun gni va ben, portie tot la pienta e anche la fnestra!”. E ma Giulio ai ho det: “Scriv tal libre nir che ma quist an i voi piò!” (Una volta è arrivata una coppia di romani con due figlie. Lei era una bella signora. Alla sera non andava mai a letto e si alzava a mezzogiorno e non poteva mai riordinare la camera. Alla sera mangiavano sempre maccheroni con il ragù. Stavano un mese. Una sera ha voluto gli spaghetti con il basilico. Io tenevo un vaso di basilico sopra una finestra per quando bisognava. Viene la cameriera: “La signora…”. Dì alla signora che il basilico l’ho messo e se non le va bene portale tutta la pianta e anche la finestra! E a Giulio ho detto: “Scrivilo sul libro nero che a questi non li voglio più”).
L’anno dopo sono andati al Fulgida ma… venivano a mangiare da me.
In quegli anni passava il Giro d’Italia e a volte faceva tappa a Cattolica. E abbiamo ospitato il grande Fausto Coppi. In quegli anni la sua notorietà era al massimo e aveva fatto scalpore la sua relazione extraconiugale con la cosiddetta “Dama Bianca”, che in una tappa l’aveva seguito ed era ospite anch’essa nel nostro Hotel.
Quand il ha savu’ in gir, un sac ad genta l’amniva per vedla. Me a sera tla sela quand a veg intrè tota stravolta la (…). La va so per li schelie urland: “Dì, putena, fat un po’ veda” (Quando la gente ne è venuta a conoscenza, in molti sono venuti per vederla. Io ero nella sala quando vedo entrare tutta stravolta la (…). Sale le scale urlando: “Dì, puttana, fatti un po’ vedere”).
“Mo dì’, tzè mata?” (Ma sei matta?).
“Ma cal sgrazied, guerda cum tlè ardot. An stà gnenca in pid. A la bot giò pli schelie ma la dama bianca” (A quel poveretto, guarda come l’ha ridotto. Non sta neanche in piedi. La butto giù per le scale alla “dama bianca”).
A fatica l’abbiamo calmata.
Ogni volta ch’iera al gir d’Italia l’arveva al camion dla television e tota sta genta l’intreva tl’alberg e anche tla cusena chi vleva magnè. Amarcord che un dè l’è entre tla cusena Gimondi e al dmanda cus c’hiera da magnè. “Signora, faccia un po’ di dolci”. E sé, al magneva di gran dolc (Ogni volta che c’era il Giro d’Italia arrivava il camion della televisione e tutta la gente entrava nell’albergo e anche in cucina per mangiare. Una volta è entrato in cucina Gimondi che chiese cosa ci fosse da mangiare. “Signora…” E sì, mangiava dei gran dolci).
Us lavureva sempre sacrificand anche la fameia (Si lavorava sempre sacrificando anche la famiglia).
Quand u s’ha i’ esercizie i fiol us fa fadiga a badei e iè un po’ a strasnun (Quando si ha un lavoro si fa fatica a badare i bambini, che sono un po’ trascurati).
Avimie la Margherita znena e un dè ho det ma la cameriera ad purtela un po’ a spas. L’ha la porta sal lungomare tal pasigin. Quand l’è artorna l’aveva la facia tota rosa e scripuleda pal sol. Pora fiola!!! (La Margherita era piccola e ho detto alla cameriera di portarla un po’ a spasso. L’ha portata sul lungomare con il passeggino. Quando è tornata aveva la faccia tutta rossa e screpolata per il sole. Povera figlia!).
Dopo un po’ di anni Giulio u s’era stof e a l’avin afitè e nun a stemie t’un apartament tl’Atlantic andò c astemie anche quand a gestimie al S.Marco (Giulio si era stancato e l’aveva affittato e noi abitavamo in un appartamento nell’Atlantic dove stavamo anche quando gestivamo il San Marco).
A la fin u iè mnù l’idea ad vendle. Me ai giva: “se tal vend a t’amaz!” (Poi gli è venuta l’idea di venderlo. Io gli dicevo: “se lo venti ti ammazzo!”)

Un giorno erano arrivati dei signori interessati all’acquisto. Io stavo dietro a una tenda e ma Giulio ai giva: “Tent a t’amaz, tent a t’amaz!” (dicevo a Giulio: “tanto ti ammazzo, tanto ti ammazzo!”).

Alla fine questi se ne vanno e vado da Giulio.

“Alora, tl’è vandù o na?” (Allora l’hai venduto o no?).

“Mo va là, ho avud una paura quand ho vest chi du oc drè la tenda!!!” (Ma no, ho avuto paura quando ho visto quei due occhi dietro la tenda!!!).

Poi, ripensandoci, alla Luisella ho detto: “Cus ch’avin fat?! Sul vandiva, st’eltr’an a pudimie andè dri marena a fè al bagn!!” (Cosa abbiamo fatto?! Se lo vendeva, quest’altr’anno potevamo andare a fare il bagno al mare!!).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia Dal Mor)
a cura di Giuseppe Tirincanti

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Carlo Angelini “L’Americano”

Corvette 1957 simbolo del mito americano

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Leggendo il sottotitolo, molti si chiederanno: è nà miseria quant- mi-s-cer c’al feva l’Americhen? (ma quanti mestieri faceva l’americano?). Le attività principali di questo simpatico personaggio, conosciuto da tanti cattolichini, erano elettricista ed operatore cinematografico, ma quella che lo ha reso “personaggio” è stata certamente la musica. Come ci dice lui stesso in una breve chiacchierata nella quale denota un gran desiderio di raccontarsi, anche se ogni tanto con qualche… inceppamento della memoria.

Appassionato da sempre di musica, aveva coltivato sin da giovane, oltre ad una spiccata musicalità, un istinto particolare per la ritmica: la sua passione era la musica americana (da cui il soprannome), com’era di voga a quei tempi. Una sera, eravamo nei primi anni ’50, si presenta all’Americano l’occasione di esibirsi in pubblico. Era una serata “moscia”, per cui si sentiva il bisogno di ravvivare l’ambiente e l’americano era la persona giusta… il successo fu tale che da quel momento finì sulla bocca di tutti, ricercato sempre dai musicisti locali per rallegrare le serate.

Pur non conoscendo una parola di inglese, Carlo Angelini riusciva, col suo spiccato talento, ad esprimersi nella lingua “non sens” (senza senso), ritmando le parole a tampo di swing: oggi si potrebbe dire quasi un genere “scatt”.

A metà degli anni 50 riesce a dare vita al suo primo locale, con idee veramente innovative per quegli anni. Prende in gestione, nella zona di Gabicce Tavollo, un locale già in parte avviato, dal nome “Pasqualen”, che si trovava affianco ad un’altra sala gestita da “Fnilen”: sicuramente questi nomi non sono sconosciuti ai giovani d’allora, erano due locali di successo, di tipo famigliare, in quanto le ragazze avevano al loro seguito le proprie madri, visto che uscire da sole era per loro veramente difficile. E i “cavalieri”, per poter invitare le “dame” a ballare, dovevano prima chiedere il permesso alle mamme… se queste acconsentivano, bene, altrimenti… niente ballo. Altri tempi! Allietava i pomeriggi e le serate l’orchestra dei fratelli Mario e Guerrino Aratari.

Carlo inizia a ristrutturare il locale di Pasqualen, cambiando gli arredi per dargli un aspetto moderno, addirittura costruisce con le sue mani le prime illuminazioni psichedeliche, con al centro della sala una palla specchiata girevole, effetti collaterali, lo strobo ecc., insomma un lavoro veramente d’artista. La nuova veste del locale, unita ai favolosi musicisti che si esibivano: Rolando Caforio alla batteria, Fabbri di Riccione al piano, PieroTresi alla tromba, Luciano Scadassa al sassofono, fa sì che arrivi subito il successo. Fu la nascita della prima discoteca in embrione: il Ball Room.

Visto il successo del Ball Room, Carlo l’Americano, affiancato dal suo fedele socio Lorenzo Zavallone (Renzo), fratello di Paolo, entrambi giovani motivati e con la voglia di affermarsi, decide di compiere il grande passo. Gli si presenta, infatti, l’occasione per acquistare un appezzamento di terreno in via Risorgimento a Gabicce: è un vero affare!! e Carlo non se lo lascia sfuggire. Cominciano subito i lavori per costruire una struttura adatta ad una discoteca. Seguendo i consigli degli addetti ai lavori, costruisce il locale in seminterrato, lasciando lo spazio a cielo aperto per poter nell’eventualità ricavarne degli appartamenti. Ma così facendo, il preventivo di spesa iniziale si gonfia di molto… la cifra occorrente diventa enorme… ma ormai è tardi per tornare indietro… e allora… Vaiii!… tutto a suon di cambiali (ma all’epoca le cambiali sono state la salvezza di tanti imprenditori), finché nel mese di Giugno del 1962 viene inaugurato il “Club La Teggia”.

Un locale nuovo nel suo genere, aperto tutto l’anno: oltre al dancing, c’era anche il ristorante con ottima cucina, il che consentiva di sopperire alla carenza dei clienti nel periodo estivo, considerato che il locale era situato nei pressi di via Romagna (strada Statale), dunque abbastanza lontano dal centro turistico. Il “Club La Teggia” si affidò a orchestre e artisti di grido. La grande orchestra di Paolo Zavallone, una delle migliori a livello internazionale, era di casa al Club, si esibiva nel periodo estivo e costruiva un forte richiamo per attirare più clienti. Era composta da musicisti di grande valore: Paolo Zavallone, una delle migliori a livello internazionale, era di casa al Club, si esibiva nel periodo estivo e costituiva un forte richiamo per attirare più clienti. Era composta da musicisti di grande valore: Paolo Zavallone organo Hammond, Cazzola batteria, Pasquale Tesoro chitarra, Baiocco sassofono, Al Corvin tromba, Fariselli trombone e contrabbasso, Maurizio Graf cantante. Molti artisti sono saliti sul palco del “Club la Teggia”, da quelli nazionali come Gianni Morandi, Iva Zanicchi, Johnny Dorelli, in seguito come presentatore Mike Bongiorno, per diverse serate Gino Paoli col suo gruppo, a quelli locali: l’orchestra di Rocca, I Mimo’s, gli Aratari Mario e Gerry, Robert Mondo e Les Gillon Group, i 4 Angeli ecc.

I clienti del locale erano soprattutto imprenditori, mobilieri pesaresi, industriali, ricchi artigiani provenienti un po’ da ogni parte: clienti molto esigenti che cercavano sempre il meglio. Carlo ricorda con grande soddisfazione le notti di San Silvestro strapiene di clienti, col tutto esaurito già da molti giorni prima, grandi serate difficili da dimenticare. L’Americano si ferma qui nel suo racconto nostalgico.

Nel 1968 il “Club la Teggia” fu ceduto, il locale subì molte trasformazioni e travagli che ne segnarono piano piano la fine.

di Roberto Bozza

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Teatro della Regina: La politica secondo Cagnet

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Con la sua nuova commedia “La Politica Mangia l’Italia”, andata in scena lo scorso 11 Dicembre al Teatro della Regina di Cattolica, ancora una volta “Cagnet” ha interpretato in chiave satirica i Vizi e le Virtù della politica, tema come sempre di grande attualità. Cagnet ha voluto evidenziare quelli che, a suo parere, sono alcuni tratti salienti del modo di intendere la politica: un mezzo di potere che permette di vivere nei privilegi, con guadagni certamente elevati e in una dimensione molto diversa dalla quotidianità degli Italiani normali: non più ideali, dunque, ma solo convenienza. La capacità artistica dell’autore cattolichino gli consente di dissacrare tutto con una comunicativa semplice e divertente, riuscendo a far divertire il pubblico pur toccando temi seri ed impegnativi.

“La Politica Mangia l’Italia” si può interpretare in diverse maniere, dipende dai punti di vista, resta però il fatto che Cagnet ha certamente voluto sottolineare, in chiave satirica, “il costo elevato della Politica” stigmatizzando un mondo fatto di promesse quasi mai mantenute.

Ottimo il cast degli attori, ognuno dei quali, in maniera brillante e scherzosa, ha saputo dare alla commedia una pennellata di ironica realtà, interpretando il proprio ruolo in maniera eccellente, cosa non facile per artisti dilettanti.

La commedia ha riscosso grandi consensi, confermando ancora una volta come Cagnet riesca ogni volta a stupire e divertire il pubblico, anche quando, come in questa commedia, non viene usato il dialetto. Il che rende il successo del suo ultimo lavoro artistico ancora più meritato.

Valore aggiunto della rappresentazione è stata la sua finalità: l’incasso della serata, infatti, è stato devoluto alla piccola Michelle di Gabicce, affetta da una grave patologia, per consentirle di recarsi in America per un intervento chirurgico.

Chi si fosse persa la Prima della commedia, può approfittare della replica, che si svolgerà sempre al “Teatro della Regina” il giorno 11 Febbraio, anche questa volta per beneficienza in favore della piccola Michelle.

di Roberto Bozza

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Velo Club Cattolica – pranzo sociale 2009

Velo Club Cattolica

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Il pranzo sociale del 13 Dicembre ha sancito definitivamente la chiusura della stagione 2009 e l’inizio del 2010. L’Hostaria del Castello è stato il punto di ritrovo di tutti i tesserati giallorossi: oltre 200 presenze, tra cui spicca quella del primo cittadino cattolichino, Marco Tamanti, il quale, in un intervento, ha rimarcato l’impegno profuso durante l’anno da tutti i volontari che seguono i ragazzi e ha individuato anche nella creazione di uno spazio protetto il punto di svolta per il ciclismo cattolichino. Da questa stagione, infatti, i più giovani potranno allenarsi lontano dal traffico nel circuito intitolato a “Boga Volturno”.

La cena è stato come sempre il momento di incontro tra i due rami della società sportiva, cioè quello agonistico dei ragazzi e quello degli amatori, che vanta oltre 80 iscritti di tutte le età.

Inizia ora la programmazione per la stagione 2010. Già certa la data della prima corsa organizzata dal Velo Club: sarà il decennale del trofeo dei Colli Marignanesi, quest’anno nell’insolita data del lunedì di pasqua, per cui ci attende un’organizzazione di primordine vista l’eccezionalità dell’evento.

Il gruppo degli esordienti, allenato da Cecchini e Casadei, ha ripreso l’attività in bici, abbandonando così per quest’anno la palestra; per gli esordienti è solo questione di tempo, ma già da metà Febbraio anche i più piccolini potranno riprendere la bici, che avevano fermato ad Ottobre dello scorso anno.

I primi allenamenti sono così all’insegna della costanza e del sacrificio, sì, perché sono propedeutici al lavoro che verrà svolto durante l’arco dell’intera stagione: in questo periodo si tende più ad affinare tecniche di base, come la postura in bicicletta, il ritmo di pedalata e la confidenza del mezzo in generale. Ciò aiuterà durante la stagione aiuterà ad evitare l’insorgere di dolori di vario genere.

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S.O.S. Casa Protetta!

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Non va, non va!
I parenti degli anziani ospiti della Casa Protetta di Cattolica denunciano gravi inefficienze nella struttura.
Incontro con l’assessore comunale Astorre Mancini

Non vanno bene le cose alla RSA-Casa Protetta “Vici Giovannini” di Cattolica. A dire il vero, non sono mai andate bene, sin dalla sua apertura, a Giugno 2007, se è vero che in due anni e mezzo sono cambiati già tre responsabili, segno che la gestione complessiva non è soddisfacente…
E’ quanto sostengono i parenti degli ospiti della Casa Protetta, costituitisi in Comitato da più di un anno, i quali hanno più volte, individualmente e collettivamente, investito sia la gestione della struttura (la cooperativa Coopselios di Reggio Emilia), sia l’AUSL, sia il Comune di Cattolica, delle loro lamentele, ricavandone finora solo buoni propositi verbali, non tradottisi in fatti concreti.
Tant’è vero che, dopo un primo round di proteste, culminato poco più di un anno fa in un incontro a tre – parenti, Ausl e Comune -, da cui scaturì l’assicurazione da parte dei due Enti di un maggiore controllo sull’andamento della struttura, ebbene a scadenza di un anno, non essendo cambiate in meglio le cose, anzi essendo forse peggiorate, il comitato parenti ha nuovamente preso carta e penna per segnalare al nuovo Sindaco di Cattolica i tanti disservizi che ancora rendono difficile la permanenza degli anziani nella struttura e di conseguenza i rapporti tra i parenti e la gestione.
Ma cos’è che non va? Di cosa si lamentano gli ospiti per bocca dei loro parenti? Lo abbiamo chiesto ad Armida Urbinati, portavoce del Comitato.

Siete voi incontentabili oppure le cose realmente non funzionano?
Il livello di assistenza fornito dalla Coopselios è assolutamente insufficiente per quanto concerne almeno la Casa Protetta. Le inadempienze sono tante, ma si possono riassumere in tre punti: carenza di personale rispetto al numero degli ospiti; scarsa competenza professionale in molti operatori; insufficienti organizzazione e coordinamento gestionali.

Lei parla di carenza e impreparazione del personale: ma non ci sono dei parametri di legge a cui attenersi e sui quali l’Ausl deve effettuare le sue verifiche?
In quanto al numero, è oggettiva l’insufficienza degli operatori per garantire una idonea assistenza. A causa di ciò, molto spesso gli ospiti della Casa Protetta vengono privati dei minimi livelli di cura: per esempio, rimangono a volte per ore in attesa di essere assistiti e soprattutto non vengono cambiati di notte, essendoci un solo operatore per ogni piano della struttura.
Ricordiamo, al riguardo, che nello stesso complesso sono ospitate la Residenza Sanitaria Assistita (R.S.A.) al pianoterra, dove è ubicato anche il Centro Diurno, e la Casa Protetta al primo piano.

Lei ha parlato anche di incompetenza professionale: non le sembra un’accusa un po’ grave, trattandosi di un delicato servizio di assistenza sanitaria?
Intanto, è bene precisare che il giudizio negativo non riguarda tutto il personale: ci sono operatori e operatrici estremamente validi, è giusto riconoscerlo. Va poi detto che i problemi di impreparazione dipendono, a nostro giudizio, soprattutto dal continuo ricambio di personale, cosa che non consente di acquisire quella professionalità e quella esperienza indispensabili in un lavoro difficile, impegnativo e delicato qual è quello di assistere persone anziane e per lo più non autosufficienti.
E’ però grave il fatto che ci siano stati diversi casi di colpevoli errori nella somministrazione della terapia farmacologica ordinata dal medico specialista, e questo, oltre che dalla impreparazione individuale, dipende anche da totale mancanza di controllo e direzione del personale infermieristico.

E’ grave che, durante l’accertamento effettuato dall’Ausl, a quanto ci risulta non sia stata richiesta dagli ispettori sanitari l’esibizione dei diplomi di qualifica del personale, che, invece, dovrebbero essere depositati presso la segreteria a disposizione dell’Ausl, che ha il compito di verificarne l’esistenza e la regolarità relativamente ad ogni operatore assunto.
E’ grave che alle conseguenti lamentele dei parenti si sia a volte risposto da parte dei dirigenti con velate “minacce” di espulsione dell’ospite dalla struttura.

Di materiale per una sacrosanta protesta ne ha già evidenziato tanto. Ma mi pare che ci sia ancora dell’altro, vero?
Certo. Per esempio, la totale mancanza di trattamenti di fisioterapia sugli ospiti della Casa Protetta, perché l’utilizzo della Palestra è riservato quasi esclusivamente ai pazienti ricoverati presso la RSA e agli esterni inviati dall’Ausl.
Come mai?
Ce lo chiediamo anche noi. L’assurdo è che, nel corso dell’ultima ispezione effettuata, la dottoressa dell’Ausl ha manifestato soddisfazione per il buon funzionamento della palestra, senza rendersi neppure conto che i pazienti della Casa Protetta non ne usufruiscono per niente, nonostante le prescrizioni degli ortopedici dell’ospedale!!!

Ci risulta che anche il livello del cibo lasci a desiderare…
Sicuramente è uno dei settori più penalizzati. Le stesse cuoche hanno di recente reso manifesta l’impossibilità di mantenere la cucina ad un buon livello, a causa delle alte spese di acquisto degli alimenti che non consentono di garantire gli standard previsti dal contratto di appalto. Conseguenza: livello del cibo assai scadente, in termini di quantità, qualità e varietà. Una per tutte: non viene mai servito pesce fresco.

Mi auguro che almeno l’animazione, un servizio fondamentale in un ambiente dove tutto concorre alla depressione, funzioni bene…
E invece no. Al momento è quasi inesistente. O meglio, per quel po’ di animazione che c’è si deve dire un grosso grazie ai volontari che vengono dall’esterno, non certo alla gestione della struttura. Basti pensare che l’attuale “animatrice” sembra che faccia solo in minima parte il servizio per cui è stata assunta, in quanto viene adibita prevalentemente a funzioni di operatore generico, come per esempio assistere a tavola i pazienti meno autosufficienti, ecc..

Il quadro che ci ha descritto è veramente sconfortante e allarmante. Ma quali passi avete intrapreso come comitato parenti?
Tutte queste lamentele le abbiamo racchiuse in una lettera ufficiale che abbiamo inviato al Sindaco Tamanti, per metterlo al corrente di come funziona una struttura che dovrebbe essere un fiore all’occhiello della città e invece rischia di diventare una mina vagante anche per l’Amministrazione Comunale. Gli abbiamo chiesto di occuparsi con urgenza della questione. Aggiungendo, tra gli interventi di competenza del Comune, la richiesta di provvedere all’allestimento degli spazi esterni alla struttura, con la creazione di zone verdi e attrezzate.

Esito di questa lettera-denuncia?
Siamo stati invitati ad un incontro dall’assessore ai servizi sociali Mancini, il quale ci ha ascoltato, ha preso appunti, ha chiesto chiarimenti, insomma ha dimostrato notevole interesse.

Cosa che finora non aveva fatto, nonostante sia in carica già da oltre sei mesi…
Lo stesso assessore ha riconosciuto di non aver prestato finora la dovuta attenzione alla struttura per gli anziani, in quanto in estate ha dovuto impegnarsi a tempo pieno sul problema legato agli abusi nell’occupazione del suo pubblico. Ma ci ha anche assicurato che ora prenderà di petto la situazione.

In che modo?
Intanto, verificando quali forme di controllo e di interventi rientrano nelle competenze del Comune. Poi, incontrando sia l’Ausl sia la coopselios per evidenziare il profondo malessere denunciato dai parenti degli ospiti e chiedere provvedimenti conseguenti.

C’è fiducia o scetticismo da parte vostra, dopo questo incontro?
All’assessore Mancini abbiamo chiesto l’impegno a seguire la questione senza soluzione di continuità. Non ci basta, infatti, uno sprint iniziale dopo la protesta, e poi più nulla. Noi pretendiamo che, da parte degli Enti interessati, appunto il Comune e soprattutto l’Ausl, ci sia presenza costante, vigilanza continua e intransigente nei confronti di un soggetto privato, appunto la Coopselios, a cui abbiamo affidato, pagandola profumatamente, la cura dei nostri cari anziani. Vorrei essere chiara: non non ce l’abbiamo con il personale in quanto tale, la nostra battaglia è perché chi gestisce la struttura assicuri un servizio all’altezza delle aspettative e dei suoi obblighi contrattuali.
Perciò, attendiamo e pretendiamo da subito un deciso cambio di passo con dei provvedimenti che incidano profondamente sulla qualità complessiva delle prestazioni.

E se ciò non dovesse avvenire?
Sicuramente non ci fermeremo finché questo risultato non sarà pienamente raggiunto.

di Paolo Saracino

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Una stella in cucina

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

La cucina è una forma d’arte. Il mangiare, che è parte di questa espressione artistica, coinvolge, anche se in maniera differente, tutti i nostri sensi. Quando guardiamo un piatto invitante, cerchiamo di afferrarne gli odori che ci annunciano il piacere che proveremo nell’assaporarlo.
Cattolica vanta un giovane chef, parola che definisce con altro nome un artista, che sta navigando a vele spiegate nel mare del gusto.
Parliamo di Stefano Ciotti, chef del ristorante “Vicolo Santa Lucia”, (all’interno dell’hotel “Carducci 76”), che è stato inserito tra i ristoranti stellati dalla guida Michelin 2010, proprio grazie alla presenza e alla lungimiranza del trentaseienne montefiorese.
E si tratta soltanto di uno dei numerosi riconoscimenti che ha ricevuto Stefano nel corso del 2009. Lo scorso Settembre, una giuria presieduta da un esponente di spicco della critica culinaria, Luigi Cremona, lo ha incoronato “Migliore chef emergente del Nord Italia”. A Novembre è arrivato il riconoscimento della stella, unico ristorante della nostra città ad averla. Ha partecipato ad una serie di sfide nella trasmissione televisiva “La prova del cuoco”, giungendo fino alla vittoria e premiato da un personaggio noto della cucina come Gianfranco Vissani.
Inoltre, nell’ambito della prossima edizione di “identià Golose – Congresso di Cucina d’Autore”, una “tre giorni” frequentata da esperti del settore e dai più grandi chef e che vede l’Emilia Romagna quale regione ospite, Stefano Ciotti sarà tra i relatori e parlerà della sua cucina creativa. “Presenterò – racconta – dei piatti dietro ai quali c’è la mia visione e il modo in cui amo cucinare. Molto probabilmente, saranno ispirati al mare”.
La prima esperienza di Stefano, dopo il diploma all’istituto alberghiero di Riccione, fu, nell’88, al “Casale di Riccione”. Poi all’hotel “Des Bains”, al “Lido Lido” di Camerucci a Cesenatico e successivamente alla “Taverna Righi” di Sartini Luigi a San Marino.
Arrivò poi l’importante esperienza al ristorante “Don Alfonso 1890” di Alfonso Iaccarino, a Sant’Agata sui due Golfi, presso Sorrento, che aveva tre stelle Michelin ed era, allora come ora, di altissimo livello.
Stefano ha vissuto anche un’esperienza oltralpe, presso il ristorante all’interno dell’Emporio Armani di Parigi guidato dallo chef Thierry Borlot. Verso la fine degli anni ’90 torna in Romagna fino ad approdare, nel 2004 al ristorante “Vicolo Santa Lucia” cambiandone l’impostazione della cucina che è passata da una filorientale a una del territorio e delle eccellenze italiane.
Il 2009 ha visto Stefano partecipare ad un progetto editoriale sul Cioccolato di Modica. Venti grandi chef hanno creato tre diverse ricette ciascuno, utilizzando questo rinomato ingrediente e otto di loro, tra cui Stefano, hanno dato vita a nuove tavolette di cioccolato che verranno messe in produzione.
Nell’anno appena passato, insomma, la navigazione nel mare del gusto è stata spedita e gli approdi ricchi di sorprese. E non c’è motivo che nel 2010 il vento cambi. Buon lavoro quindi e avanti il prossimo piatto!

Di Alessandro Fiocca

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