Archivi del mese: marzo 2010

Il sacro fuoco della corsa divampa nell’Atletica 75

 

capodanno 2010

 

Tratto da Cubia n° 100 – Aprile 2010

Lo scorso 23 Gennaio la Sezione Podismo dell’Atletica 75 Cattolica ha festeggiato con una cena la chiusura dell’anno podistico 2009. E’ stata l’occasione per questo affiatatissimo gruppo di amici, per tirare le somme dell’esaltante stagione appena terminata (secondi su oltre 50 squadre nel Calendario Mare-Verde-Monte), ma soprattutto per darsi la carica ed iniziare con grande slancio l’imminente avvio della nuova stagione agonistica.

Tanti di questi podisti si sono avvicinati alla corsa solo di recente, altri invece macinano chilometri da lungo tempo. Diverse generazioni accomunate da un’unica comune passione: la corsa. A guidare questo gruppo è il suo storico Presidente, Luigi Zavagnini, per tutti indiscutibilmente “Il Capo”. Uomo di poche parole ma di enorme sostanza, come si conviene a chi deve tenere a bada una simile masnada di squinternati. Punta di diamante del gruppo è invece l’inossidabile Adolfo Accalai, che nonostante la sua non più giovanissima età, in gara riesce ancora a lasciarsi alle spalle i propri compagni. Si dice che corra così veloce per non farsi raggiungere dagli anni e dagli acciacchi.

Altra figura storica è quella di Gabriele Sarti, alias “Duracell” per la sua grande resistenza. Gli si illuminano ancora gli occhi quando, alle nuove leve, racconta degli allenamenti che faceva “sù per il Dolce Colle di Gabicce”. Passiamo poi a Danilo Biagiotti, nome di battaglia “Miticojane”. Un podista al quale il Mondo pare andare stretto. Sempre alla ricerca di nuove gare, nuovi percorsi, nuove distanze. Da qualche tempo si è avvicinato con grande passione alle corse in natura (trail). Potete leggere i resoconti delle sue avventure nel blog. Altre due colonne portanti del Team: Sergio Bostrenghi “Il Boss”, braccio destro del Presidente nel disbrigo delle incombenze amministrative e Savino Calcagnini “Don Savio”, fondamentale la sua figura per tenere sempre alto il morale della truppa. E per concludere il tenace Giorgio Sorchiotti, detto “Mercurio”. Il suo blog, è di riferimento per tutto il gruppo. In esso si possono trovare i resoconti delle gare domenicali, le comunicazioni sociali e non solo. Di tanti altri si potrebbe scrivere, ognuno porta il suo contributo, ed è così che questo gruppo, dopo 35 anni, continua ancora a mietere successi.

Se anche tu ti senti rapito dal sacro fuoco della corsa, non devi fare altro che contattare Luigi (0541.950759), sarai il benvenuto. E come dice sempre il Miticojane, “Che la corsa sia con te!

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A Pasqua senza l’agnello

mucca pazza

Tratto da Cubia n° 11 – Aprile 2001

Ci sono malattie che tutt’oggi rappresentano pericolo, non solo sanitario, ma economico, e, fra queste, l’Afta Epizootica è il più temuto flagello, capace di coinvolgere interi continenti.

No, non c’è pericolo per l’uomo: al contraio dell’Encefalopatia Spongiforme, l’Afta, pur essendo una zoonosi (malattia trasmissibile all’uomo), non provoca allo stesso danni di rilievo, ha quasi sempre decorso benigno e, cosa importante, colpisce quasi esclusivamente gli addetti ai lavori (vaccai, pecorai, mungitori, veterinari, ecc.).

I consumatori non corrono rischio alcuno, in quanto il virus responsabile della malattia è termolabile, cioè non è in grado di sopportare variazioni termiche, quali la cottura o le basse temperature di conservazione.

Vi chiederete perché mai, per una malattia che non vede grossi rischi per l’uomo, vengano prese così tante precauzioni, perché si debbano chiudere le frontiere ad animali, carni e prodotti di origine animale. La risposta è più di carattere economico che sanitario: di fatto, l’Afta è in grado di diffondersi con rapidità estrema, la recettività della malattia è praticamente totale, colpisce in prevalenza ovini e bovini, ma può interessare anche altre specie domestiche e può provocare anche danni alla fauna selvatica.

Spontaneamente, la mortalità è del 50-60% dei capi colpiti, i cali di produzione sono invece costanti e coinvolgono la totalità degli animali colpiti. Da ciò si evince quanto sia importante arginare, con ogni mezzo, il diffondersi di una malattia in grado di mettere in ginocchio la zootecnia di interi continenti.

L’epidemia di Encefalopatia Spongiforme ha avuto origine in Inghilterra, così come l’Afta Epizootica; sempre in terra d’oltre Manica, nel 1967 ebbe origine una gravissima epidemia di Afta, eppure il resto d’Europa non è riuscito, per ragioni politiche, ad impedire la libera circolazione di prodotti provenienti dal Regno Unito.

Cosa ancor più scandalosa è che il Presidente dell’Unione Europea abbia criticato l’operato del Ministro Pecoraro Scanio, che, su consiglio di un’apposita Commissione Veterinaria Italiana, ha chiuso le frontiere a determinati prodotti di origine animale.

In Inghilterra, per impedire il diffondersi della malattia, sono state chiuse le scuole, sospese le manifestazioni e gli incontri sportivi, per cui è assurdo che ci si opponga a provvedimenti che vanno a cautelare il resto d’Europa. Fino a 10 anni or sono, tutti gli animali venivano vaccinati, poi si è scelta la via dello “Stamping out”, che consiste nell’eliminare l’agente biologico, evitando di immunizzare gli animali, riducendo così i costi di allevamento. Ma, quando questo delicato equilibrio si rompe, trova animali non immunizzati e pertanto recettivi alla malattia.

Ne ho parlato in passato, ritengo doveroso ribadirlo: è ora di finirla con scelte mirate al solo profitto, quando si parla di sfruttamento animale e di umana alimentazione.

di Alessandro Agnello

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Relazione bilancio 2001 Città di Cattolica

pressione fiscale

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

La relazione del bilancio 2001 comincia con una premessa “politica”, in cui l’assessore Piva spiega come mai lo Stato stia allentando la pressione fiscale, mentre gli Enti Locali la vadano accentuando.

Nell’ultimo decennio – si legge nella relazione – la Finanza Locale si è profondamente trasformata, con la progressiva compressione della finanza derivata, cioè dei trasferimenti di fondi dallo Stato, ed il conseguente contemporaneo aumento della finanza propria, costituita principalmente da I.C.I., I.R.A.P. e T.A.R.S.U.

Il motivo di questo cambiamento?

L’esigenza di risanare il debito pubblico, spiega l’assessore al Bilancio, secondo il quale “questo processo iniziato e non ancora concluso vedrà nel volgere di qualche anno un continuo aggravio di costi per il cittadino e terminerà allorquando gli Enti Locali saranno completamente autonomi per i propri fabbisogni“.

Detto questo, l’assessore elenca i criteri su cui si basa il bilancio di previsione 2001 del nostro Comune:

1. Contenimento dei costi del personale.

2. Proseguimento delle modalità di grande rigore e concorrenza nell’acquisto di beni e servizi.

3. Aggiornamento delle tariffe per i servizi a domanda individuale aggiornate all’inflazione.

4. Programmazione di una politica del patrimonio immobiliare comunale.

5. Un’attenta politica degli investimenti.

6. L’attribuzione di budget ai Dirigenti.

7 Riproposizione dell’accordo con le OO.SS per l’abbattimento della pressione fiscale.

8. Un’attenta politica ambientale, che deve vedere incrementato il livello della raccolta differenziata.

Il limite che ci siamo posti nella stesura di questo bilancio – dice Piva – è quello di non arretrare rispetto alla qualità di vita raggiunta“.

La relazione tratta poi della politica degli investimenti, imperniata su due filoni: il Lavoro ed il Sociale.

Per il Turismo, principale fonte di lavoro per Cattolica, si prevede la “partecipazione a tutte le più importanti fiere d’Europa, per promuovere la nostra città, e di continuare nella politica della riqualificazione urbana attraverso il rinnovo degli arredi.

Si conferma poi il secondo stralcio del piano spiaggia, la previsione per il Piano del Porto, la realizzazione del nuovo Asilo Nido e, nell’ambito sportivo, la ristrutturazione del palazzetto dello sport e la creazione di nuovi spogliatoi.

Una novità importante nel settore sociale, annunciata da Piva, riguarda la realizzazione del Centro Giovani ed Anziani che sorgerà al Parco della Pace.

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Lo sport, forza della natura

etica sportiva

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Acqua – Fuoco – Aria – Terra.

I quattro elementi naturali sono stati presi come simboli per introdurre gli incontri informativi, a tema sportivo, organizzati dall’assessorato allo sport del comune di Cattolica.

Acqua – lo sport: educazione, salute e prevenzione è stato il primo appuntamento svoltosi lunedì 26 Febbraio.

Ospiti il giornalista del “Guerin sportivo” Matteo Marani, lo skipper Mauro Pallaschier, il calciatore del Bologna Jonatan Binotto, il medico sportivo dott. Vittorio Roncagli, conduttore della serata il giornalista Alberto Bortolotti.

Il tema guida, che era lo sport come veicolo di educazione (educazione intesa come comportamento etico, come prevenzione e mantenimento della salute), in realtà raramente è stato affrontato ed approfondito. Forse, ai presenti, sarebbe stato utile affiancare relatori che svolgono professionalmente l’attività di ricerca su tali problematiche, o che giornalmente si confrontano con le dinamiche giovanili, i quali, prendono spunto dalle esperienze portate dagli invitati, avrebbero potuto poi analizzarle e fornire occasioni di discussione.

Ad ogni modo, alcuni aspetti ed alcuni concetti sono risultati evidenti:

  • Notevole l’organizzazione della serata: – Teatro della Regina; – personaggi di nome; – collegamento televisivo con Tele San Marino, che aveva come ospite Eraldo Pecci (simpatico lo scambio di battute tra Pecci e Piva); – argomento del dibattito, che avrebbe dovuto interessare alcunto, visto le innumerevoli richieste, da parte dei cittadini, di attività motorie e di spazi e strutture destinati alle stesse. Tutto ciò meritava sicuramente ben più della settantina di spettatori troppo larghi in platea.
  • Notevole anche l’assenza della maggioranza degli operatori sportivi che agiscono sul territorio di Cattolica.
  • Il dibattito ha evidenziato chiaramente la necessità di scindere, in modo netto, tutto ciò che riguarda il pianeta professionistico (con le sue regole etiche non sempre lecite), dallo sport educativo (educazione attraverso la pratica dello sport).
  • Il mondo dei professionisti non può essere preso a modello neppure per quanto riguarda l’educazione alla salute; infatti, oltre alle note vicende di doping che coinvolgono diverse discipline sportive, non è certo salutare svolgere un’attività che porta ad impegni spesso troppo onerosi sotto il profilo psico-fisico.
  • Rilevante è apparso il ruolo negativo di noi genitori come supporters esagerati (sacrosanto), che, è stato detto, dovremmo essere mantenuti a debita distanza quando i nostri figli sono impegnati in attività sportive. Al contrario, ritengo sarebbe più utile se, proprio noi genitori, fossimo a conoscenza di quel corretto processo educativo che dovremmo poi trasferire ai figli, visto che “l’educazione non si insegna, si trasmette”.

Vorrei puntualizzare che, come detto prima, se i temi della serata sono stati appena sfiorati, di sicuro non è per demerito di nessuno dei presenti sul palco.

Ovviamente, l’esperto uomo di mare Pallaschier ed il misurato e positivo Binotto, per buona parte del tempo a disposizione, sono stati invitati a parlare della loro attività professionistica, che credo, come è stato più volte sottolineato, non abbia obiettivi in comune con l’attività sportiva giovanile.

Gli altri invitati hanno ribadito che i professionisti svolgono un “lavoro”, che ha come scopo finale la vittoria (troppo spesso ad ogni costo), etica che non si può certo abbinare al gioco-sport educativo dei più giovani o alla sport ricreativo di chi ama praticare qualsiasi attività motoria.

Giustamente, Marani ha sottolineato che il professionista sa di avere a disposizione pochi anni per svolgere, ad alto livello, un’attività che sicuramente ama, ma che gli dovrà anche procurare i “massimi frutti” (economici).

Correttamente, Roncagli ha fatto notare che, sotto l’aspetto della salute, il professionista è sempre monitorato da personale medico specializzato, mentre il giovane e l’amatore non hanno di sicuro questa opportunità: bisognerebbe perciò prestare particolare attenzione a tutto ciò che, a questi ultimi, viene proposto (anche come carichi di “lavoro”) e, proprio per salvaguardare la salute, sarebbe opportuno far loro svolgere tutti i vari controlli medici ed i test fisiologici, senza fermarsi al semplice certificato di “sana e robusta costituzione”.

L’ottimo conduttore Bortolotti ha tentato di sollecitare un dialogo con la platea, ma le sollecitazione hanno ottenuto uno scarso effetto, anche perché di “materiale” per la discussione non ne è stato fornito tanto. L’unica richiesta pertinente (che sintetizza il tema dell’incontro), l’ultima, viene qui riportata integralmente: “Lo sport è educativo se…?“.

Allora se le risposte sono sicuramente risultate significative: “Lo sport è educativo se: – … gli istruttori, oltre alla capacità tecnica, posseggono una forte capacità pedagogica; – … è fatto per divertire, rispettando sempre la consapevolezza che esiste la possibilità di trovarsi di fronte a situazioni che possono nuocere alla salute; – … vi sono le strutture adeguate; – … i fruitori dello sport sono educati a praticarlo con volontà ed un minimo di spirito di sacrificio; – … vengono rispettate le capacità psico-fisiche di tutti; – … si fa conoscere anche la realtà giornaliera di chi svolge l’attività di “base” e non solo quella dello sport di vertice“.

Ecco, era proprio di questo che si doveva parlare, ma era già tardi.

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Amore intero

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Giovedì 12 Febbraio, ore 21.15 Centro Culturale Polivalente di Cattolica.

Mi trovo, quasi per caso, di fronte ad una donna di “veneranda” età, graziosa nel suo aspetto teneramente antico. Una donna che ha superato nientemeno che la guerra e una poco simpatica esperienza in un campo di sterminio nazista.

E’ polacca, si chiama Wanda Poltawska ed ha una lunga e “onorevole” carriera alle spalle: laureata in medicina, quindi psichiatra dell’età giovanile, all’opera sia nel suo paese che da noi, a Roma.

Ma la cosa che più stupisce è il suo attaccamento all’opera e al pensiero (lei la chiamerà filosofia-pedagogia) di “un sacerdote di Cracovia” -come lei stessa lo definisce- oggi Papa Giovanni Paolo II. E tutto l’incontro si sviluppa proprio su questa filosofia-pedagogia, anche antropologia, di cui la Poltawska si dimostra fedele discepola ed irreprensibile maestra.

Legge, perché il suo è un italiano “imparato per la strada” (ma capace di far concorrenza a quello di numerosi italiani purosangue!) e rivela da subito la sua vera identità: psichiatra, sì, laureata in medicina, sì, ma cristiana, e cristiana cattolica, (e, direi, cristiana convinta!). Di qui, l’impostazione di tutto il suo discorso, che verte nientemeno che sull’amore e sulla sessualità che ad esso concerne.

Ma la cattolicità credo che, mai come adesso, dia fastidio, incredibilmente “scandalizza”, irrita, nella migliore delle ipotesi suscita risa, in un paese poi, l’Italia, che da secoli (aggiungerei: impropriamente) si dice “cattolico”.

Perché, sentire parlare di sessualità in termini di “castità” quale unica vera affermazione della dignità dell’uomo e della donna, che, grazie a questa virtù, non subiscono le loro pulsioni, ma le governano; sentir parlare di santità dell’amore coniugale, vissuto cioè per Dio, con Dio, nella volontà di Dio; sentir parlare di monogamia quale reale, vera, unica possibile realizzazione del legame amoroso tra un uomo e una donna, e non beffarda utopia, sentir parlare di tutto ciò scandalizza come non mai. Tutte favole…

“Amore intero”, allora, quello descritto da questa gentile signora (e titolo dell’incontro): quell’amore che sgorga dal dono totale ed integrale che l’uomo fa a Dio, liberamente e volontariamente, di tutto se stesso, cioè di corpo e di anima insieme (= intero), riuniti nel perseguire un medesimo scopo, cioè l’amore verso Dio, la lode, il ringraziamento, il rispetto delle sue leggi d’amore. Di qui, come in un circolo benefico, la “grazia” di Dio (ossia, il suo “aiuto”) ricade come una pioggia salvifica sull’uomo che ha fatto dono di sé, rendendolo capace di amare veramente.

Senza questo scambio, l’uomo è capace di amare, pur non rendendosene conto, solo parzialmente, di amare egoisticamente: il suo non sarà dono gratuito all’altro, ma richiederà sempre un contraccambio, o, peggio, sarà solo richiesta senza dare iniziale (un vero e proprio sfruttamento!).

Amore, dunque, come dono gratuito, che si alimenta nella fede-fiducia in Dio, gratuitamente amorevole verso tutte le sue creature: questo il messaggio che la relatrice polacca ritiene di poter propagandare, anche perché da lei vissuto in prima persona, sulla propria pelle, in un’esperienza decennale con famiglie e ragazzi problematici e con quella che è la sua famiglia: marito filosofo, 4 figli, 8 nipoti.

Utopia, mistificazione, favola o verità?

A ognuno la sua riflessione. 

Lei conclude così: “A me mi piace”.

di Francesca Leardini

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Là, dove il sole ti parla

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Non sapeva perché gli succedeva sempre così.

Tutte le volte che tornava nel suo paese, correva su e giù per le scale della nave, per poter assistere alla nascita del sole. 

Nell’altro paese, quello dove lui lavorava da molto tempo, ancora non aveva imparato a riconoscere da dove sorge e dove tramonta il sole.

Chi ha provato e prova l’emigrazione non può non dire: alzati, Waim (uno dei più grandi scrittori albanesi del Rinascimento), dalla tua tomba e al tuo posto verrò io.

Come se lo stesse aspettando, appena lo vide arrivare, il sole si alzò sulla cima della collina e con i suoi raggi cominciò a riscaldare la città addormentata: la notte lasciava il suo posto al giorno.

“Babbo, babbo, vedi quella cosa lì tra la collina e la città? I raggi scendono e abbracciano tutto, le case, le strade, la gente”.

“Sì, figlia mia, una simile meraviglia succede solo qui, nel nostro paese”.

Era tutto immerso nei suoi pensieri, quando sentì una voce dolce che gli diceva:

“Benvenuto, ti aspettavo. La tua mamma ti ha dato la vita, ma non devi dimenticare che, prima che lei ti vedesse, ti ho visto io. Sei nato e cresciuto tra le braccia della mamma e tra i miei raggi.

Qui, quando io mi trovo nell’altra parte della terra, non c’è tanta luce come nel paese dove tu adesso lavori; nelle strade, qui, c’è polvere e fango, ma dimmi se c’è un altro posto nel mondo dove il sole ti parla così”.

Non era solo lui che soffriva così tanto per questa malattia secolare.

Aveva lavorato con tante persone e conosciuto tanta gente, ma nella sua mente e nel suo cuore rimaneva sempre viva l’amicizia con Fjodorov, uno dei più grandi oculisti del mondo: aveva restituito la luce a tante persone, che perciò lo adoravano come Dio.

Ogni volta che si incontravano, Fjodorov gli diceva: “Io e te siamo tutti e due stranieri, io russo e tu albanese”.

E un giorno gli chiese di dirgli una parola nella sua lingua, era curioso di sentirne il suono.

Lui, allora, gli pronunciò la parola “diell” (che in albanese vuol dire “sole”) e lo invitò a ripeterla.

Fjodorov lo fece: “non c’è male” – disse, e prese a cantare in russo “mio paese, mio sole”.

Poi cantarono tutti e due insieme, ognuno nella sua lingua.

Erano molto lontani l’uno dall’altro, ma li univa il calore del sole, che bruciava nei loro cuori.

di Arshi Rucaj

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L’inverno

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

To o inverno crudele sei arrivato e

a me albero scheletrito il vestito hai levato.

Ora sono rimasto nudo,

il freddo dovrò soffrire,

dovrò aspettare la primavera perché torni a rifiorire.

di Mario Furiassi

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Ricordiamo le Fosse Ardeatine… Per non dimenticare

fosse ardeatine

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Il 24 Marzo, il Capo dello Stato, rappresentanti politici, associazioni, cittadini e scolaresche si ritroveranno a Roma, presso il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, per rendere omaggio alle vittime della ferocia nazifascista.

La primavera del 1944 fu densa di eventi drammatici per l’infuriare della guerra su tutto il territorio nazionale. Dopo lo sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 Luglio del 1943, la caduta del fascismo il 25 Luglio, la firma dell’armistizio l’8 Settembre da parte del governo Badoglio e la costituzione del Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, la resistenza antifascista si riorganizzò in lotta armata, con la costituzione del “Corpo volontari della libertà”.

Nel frattempo, gli eserciti alleati risalivano lentamente dal sud, contrastati dai tedeschi, che si erano impossessati dell’Italia, dando anche vita al governo fantoccio di Salò.

Innumerevoli furono le rappresaglie nazifasciste contro cittadini inermi, nell’inteno di stroncare con il terrore le numerose formazioni partigiane e dei GAP, che in montagna, in città, in pianura e nelle valli, con improvvisi attacchi e colpi di mano, rendevano malsicuri i collegamenti con il fronte.

Il 23 Marzo del 1944, un GAP romano, nel quadro delle operazioni belliche predisposte dal Comitato di Liberazione, collocò una carica esplosiva in via Rasella, uccidendo 33 militari del battaglione Bozen in transito: infatti, nonostante Roma fosse stata dichiarata “città aperta”, vie e piazze erano invase da numerosi reparti nazifascisti in assetto di guerra.

Si scatenò una feroce rappresaglia: fu la caccia all’uomo, casa per casa. Giunse l’ordine del comandante supremo Kesserling di seguire la rappresaglia passando per le armi 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Nessuna indagine fu avviata, nessuna verifica delle condizioni dei detenuti, nessun processo.

I tedeschi prelevarono 335 ostaggi, cinque in più del numero ordinato, in parte dalle carceri, in parte dalle case, tra ebrei, antifascisti, gente di qualsiasi ceto e credo politico e religioso. Vennero caricati in camion chiusi, privati degli indumenti e di ogni loro avere. Scaricati presso le cave di arenaria lungo la via Ardeatina e sospinti nelle fosse, senza preavviso furono uccisi a colpi di mitraglia e finiti con un colpo di pistola alla nuca. Per occultare l’eccidio, furono fatte esplodere mine e bombe a mano, per fare crollare le volte.

Sul luogo è stato eretto un mausoleo, che custodisce le spoglie delle 335 vittime della strage.

Nel sacello n. 264 c’è scritto un nome: Egidio Renzi.

Era un nostro concittadino. Nato a S. Giovanni in Marignano il 3 Novembre 1900, trasferitosi nella prima infanzia a Cattolica con la famiglia, fin da giovane nutrì fiera avversione al fascismo. Per tale motivo, stentò a trovare lavoro; si trasferì a Roma, dove si sposò, ebbe tre figli, lavorò saltuariamente, perché sospettato di attività sovversiva.

Fu arrestato dalla polizia della repubblica di Salò e, in attesa di giudizio, trasferito nelle carceri di Regina Coeli: da lì fu prelevato e, assieme agli altri sventurati compagni, trucidato barbaramente alle Fosse Ardeatine.

Egidio Renzi, un umile cittadino, una figura di uomo semplice ed onesto, colpevole solo di aver sempre mantenuto fede ai propri ideali di giustizia e di libertà.

di Mario Castelvestro

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TEMP AD GUERA

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

Pla guera, tal risturent un dèi era do o tre autesta chi aspiteva ad magnè e sal banconi era di ov dur perché pla guera an gnera dla gran roba da magnè: L’entra un tedesc e sla priputenza l’urla: “Mangiare, mangiare”. (Durante la guerra, un giorno nel ristorante c’erano due o tre autisti che aspettavano di mangiare e sul banco c’erano delle uova sode perché a causa della guerra non c’era tanta varietà di cibo. Entra un tedesco e prepotentemente urla che voleva mangiare).

Ma me u m’è mnù rabia e a nal so perché ha i’ho mes i pogn sota la facia e ha i’ho det: “Per voi questi ci sono”. Quest al ciapa so al bancon, l’arbelta al caset sa tot i sold, tot li ovie li va sal tren. Propria cativ. Um vleva met li men m’ados. Um steva tirand un bucion ad ven al do litre. Un bel lavor! Per furtuna i’era un milizien che u l’ha ciap tal brac e u i’ha fat caschè al bucion sal tren. Pien pien i l’ha cunvint a scapè e nun per no savè né leg e né esciv avin cius al luchel.

(io mi sono arrabbiata e non so perché gli ho mostrato i pugni sotto la faccia e gli ho detto “per voi ci sono questi”. Lui si aggrappa al banco, ribalta il cassetto con i soldi, tutte le uova a terra; era proprio incattivito. Mi voleva mettere le mani addosso. Mi stava tirando un bottiglione di vino da due litri. Stavo fresca! Per fortuna c’era un miliziano che l’ha preso per un braccio e gli ha fatto cadere il bottiglione per terra. Pian piano l’ha convinto a uscire e noi per prudenza abbiamo chiuso il locale).

Me an aveva paura ad gnint. Al sarà stè l’incuscenza dla gioventù.

(Io non avevo paura di niente. Sarà stata l’incoscienza della gioventù).

Pal front nun a simie sfuled a Pianventa. I tedesc i feva i rastrellament e i purteva via tot i omne. “Scapè, ch’iv porta via!” I omne is maseva tot. Mal ba ad Giulio i l’aveva ciap. “E’ anziano, lasciatelo…”. Fato sta, t’un mument ad cunfusion al scapa giò per un chemp ad gren. “Allora tu non vecchio”. I dis dop chi l’ha ciap. Il ten per un brac e il porta tla piaza. La su moi, che pureta l’era maleda ad cor, l’al treva per ch’l’elt brac. Un al treva da na perta e leia da chl’elta. “Lui vecchio, lui poveretto”.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati a Pianventena. I tedeschi facevano i rastrellamenti e portavano via gli uomini. “Fuggite che vi portano via!”. Gli uomini si nascondevano tutti. Avevano preso il babbo di Giulio. “E’ anziano, lasciatelo…”. Intanto in un momento di confusione fugge già per un campo di grano. “Allora tu non vecchio” dicono dopo che l’hanno ripreso. Lo tengono per un braccio e lo portano in piazza. Sua moglie, che poveretta era malata di cuore, lo tirava per l’altro braccio. Uno tirava da una parte e lei dall’altra. “Lui vecchio, lui poveretto”).

Me am met tal mez e a deg: “Ma, andena via”. Al tedesc, perché am so mesa tal mez, um dà un sciafon. Me an ho badè né temp e né mez e, sciafff, ha i’ho smulè un manarvers. Lo al tira fora una pistola e al dis: “Ti ammazzo”. “Ma chi t’amaz. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madona u t’amaza!”. “Mo can maza ma nisun, cl’è un vigliac”. “Cor, cor, cu t’amaza”. Tla cunfusion am so masè tla chesa d’un cuntaden sota una mocia ad agren e al tedesc, cal steva mal Moscule, um circheva mo un m’ha trov.

Io mi metto nel mezzo e dico “Mamma, andiamo via”. Il tedesco, poiché mi ero intromessa, mi dà uno schiaffo. Io non ho perso tempo e istintivamente, sciaff, gli ho mollato un manrovescio. Lui tira fuori la pistola e dice “Ti ammazzo”. “Ma chi ammazzi. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madonna ti ammazza”. “Ma non ammazza nessuno perché è un vigliacco”. “Corri, corri che ti ammazza”. Nella confusione mi sono nascosta nella casa di un contadino sotto un mucchio di grano e il tedesco, che stava a Moscolo, mi cercava ma non mi ha trovata).

An aveva paura gnenca dla rivultela, gnenca pel cavolo. Quand al paseva Pippo (aereo da bombardamento) am mitiva la testa tal paier.

(Non avevo paura neanche della rivoltella, neanche del cavolo. Quando passava Pippo mettevo la testa dentro un pagliaio).

Drè al risturent, vers la ferrovia, avimie d’ielbure ad perie e a li vleva arcoi da cos. Mnend vers Catolga sla bicicleta d’Elvino, al mi cugned, quand a so daventi al campsent ech di tedesc.

(Dietro il ristorante, verso la ferrovia, avevamo degli alberi di pere e le volevo raccogliere per farle cotte. Venendo verso Cattolica con la bicicletta di Elvino, mio cognato, quando sono davanti al cimitero ecco dei tedeschi).

“Dare a noi bicicletta” “No, bicicletta è mia” “Adesso portare te al Comando”. Ec a vidin arvè un om sa una bicicleta. L’era Marcolini che l’amniva giò sa una bicicleta nova. Me a inforc la mia e via ca scap ad cursa. Dop un po’, a Catolga aveg pasè ma Marcolini a pid.

(Ecco vediamo arrivare un uomo con la sua bicicletta. Era Marcolini che veniva giù con una bicicletta nuova. Io salgo sulla mia e fugge di corsa. Dopo un po’, a Cattolica vedo passare Marcolini a piedi).

Ho cot un bel tighem ad perie cotie. Ha li ho ufertie ma un tedesc ch’al steva i lè da vsena e ch’a simie in bon raport tent ch’uc vleva purtè in Germania, Giulio a lavurè tna fabbrica e me a fè l’assistenza ma la su ma ch’l’era duturesa. Ai present al tighem perché al tulesa una pera e quest al porta via tighem e tot. Addio pere.

(Ho cotto un bel tegame di pere. Ho offerto le pere a un tedesco che alloggiava lì vicino e con il quale eravamo in buoni rapporti tanto che ci voleva portare il Germania, Giulio a lavorare in una fabbrica e io a fare l’assistenza a sua madre che era una dottoressa. Gli presento il tegame perché prendesse una pera e lui porta via tegame e tutto. Addio pere).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

a cura di Giuseppe Tirincanti


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Pasticcio di numeri in salsa vanziniana

San Gelmino Tremontino

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2009

Ultimamente si parla alquanto di scuola. L’aspetto positivo è che si creano occasioni perché le riflessioni possano divulgarsi ed affinarsi. L’altra faccia della medaglia, oltre al rischio di saturare la pazienza degli interlocutori, è il pressapochismo, specie in un panorama mediatico nel quale più un argomento è scomodo e complesso e prima viene liquidato. Ne sono un esempio diverse affermazioni in cui si lancia Gianfranco Vanzini nei due precedenti numeri di Cubia avendo, a suo dire, il conforto dei numeri. Ma i numeri non oppongono resistenza quando vengono forzati a proclamare verità che stanno, a priori, solo nella testa di chi li maneggia con troppa approssimazione. Vanzini parte citando un commento giornalistico inerente il Rapporto 2009 dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sullo stato dell’educazione nei paesi industrializzati e sentenzia che “tabelle e percentuali bocciano il sistema scuola Italia”. Su quali dati si basa? 1) NUMERO MEDIO ANNUO DI ORE DI ISTRUZIONE: qui l’Italia si colloca ai primi posti con 990 ore nella primaria. Ma per dedurne alcunché occorre tenere presenti le peculiarità della scuola italiana che non consentono di fare confronti generici. Vanzini riporta il dato della Finlandia di 608 ore. Ora, sul sito di Eurydice, la banca dati dei sistemi educativi europei, si specifica che, in Finlandia, i giorni di scuola annui sono 190 (da noi 200) e che l’orario di lezione è fino a 5 ore al giorno (totale 900 ore). D’altra parte, se si dividono le 608 ore annue per i 190 giorni otteniamo una media giornaliera di 3.2 ore, un po’ pochine direi. E, se non fosse accecato dalla devozione incondizionata per San Gelmino-Tremontino, anche Vanzini avrebbe capito che qualcosa non quadrava. Infatti l’OCSE nel suo rapporto conteggia solo le ore di lezione frontale e, guarda caso, in Finlandia ci sono diverse ore di laboratorio rese possibili da uno stato che investe fortemente nell’istruzione pubblica, realmente gratuita, e dispone di strutture all’avanguardia. Vanzini prosegue: “Se il tempo impiegato da alunni e docenti è così alto, perché i risultati sono così modesti?” E cita i dati dei test OCSE PISA (Programma Internazionale di Valutazione degli Studenti). Però non considera che si parla di test sottoposti ai quindicenni. Quelli comparativi per le fasce di età più basse non li effettua l’OCSE ma l’IEA (Agenzia Internazionale di Valutazione). In tali indagini, svolte alla fine della IV primaria, gli alunni italiani si situano molto in alto nella classifica mondiale, ben al di sopra della media sia in lingua, che in matematica e scienze. Attenzione, dunque, alle bocciature indistinte della scuola italiana, tanto facili quanto inutili ai fini di individuare in quali segmenti occorre concentrare gli sforzi per migliorarne la qualità. 2) IL NUMERO MEDIO DI STUDENTI PER INSEGNANTE: il dato riportato da Vanzini non tiene conto della presenza nella scuola italiana di 90mila docenti di sostegno (fatto che l’EU ci invidia) che in altri paesi sono alle dipendenze di enti diversi, e di 26mila docenti di religione cattolica pagati dallo stato (fatto che l’EU non ci invidia). Se, onde rendere possibile un confronto corretto, si scorporano questi docenti dal totale, si scende ad un rapporto insegnante-studente pari a 7.8, quasi in linea con il 7.5 della media europea. 3) IL PRESUNTO RISPARMIO DELLO STATO PER GLI ALUNNI DELLE PARITARIE. Vanzini cita i dati di una ricerca dell’AGESC (associazione genitori scuole cattoliche) del 2009 (invero è del 2007), dove si effettua un calcolo particolare, che esemplifico applicato alle primarie. Si considera ciò che lo stato spende per ogni alunno della scuola statale (7.366 euro). Da tale cifra si sottrae quanto lo stato spende per ogni alunno della paritaria (866 euro) e si ottiene la cifra che lo stato risparmia per ogni alunno che invece di andare alla scuola statale va alla paritaria. Moltiplichiamo questo per tutti gli alunni che frequentano la scuola paritaria dei vari ordini di scuola e…voilà: si ottiene il risparmio totale di oltre 6 miliardi di euro. Il ragionamento è talmente sciocco da sembrare impossibile che sia fatto in buona fede. Infatti, nel costo che lo Stato sostiene per ciascuno studente che frequenta la propria scuola ci sono conteggiati tutti i servizi educativi e questi non sono individuali quindi non è un costo che si può replicare uguale per ogni studente aggiunto. Ad es, se a Cattolica i 20 bambini della classe I delle Maestre Pie andassero alle statali, lo Stato non avrebbe costi aggiuntivi in quanto ne distribuirebbe 4 per ognuna delle 5 classi prime già esistenti, senza per questo assumere nuovi docenti. Ci sarebbero solo aule più affollate. Paradossalmente, lo Stato addirittura risparmierebbe in quanto la spesa pro capite, divisa tra più alunni, verrebbe a diminuire. E’ un meccanismo che si vede bene all’opera analizzando il Rapporto 2009 di Legambiente dal titolo “Scuola Pubblica: saldi di fine stagione”. Confrontando i numeri del 2009/10 con quelli dell’anno prima si constata che all’aumento di 37.876 alunni si risponde con una riduzione di 4.945 classi e di 36.218 docenti! Ciò dimostra che, grazie ai tagli di San Gelmino-Tremontino, se anche molti studenti delle paritarie andassero alle statali non costerebbero necessariamente di più alla Repubblica che, anzi, pur avendo dimezzato negli ultimi otto anni i finanziamenti alle proprie scuole ha, nel medesimo periodo, aumentato il contributo alle scuole paritarie del 70 % passando da 332 a 562 milioni di euro. Per non parlare dei contributi regionali o comunali, come quelli di Cattolica. Nella convenzione per il 2010, il sindaco Tamanti, senza considerare l’handicap, non presente dalle suore, versa alle maestre Pie 16.640 euro per circa 200 bambini, contro i 18.143 euro per i 700 bambini della Direzione Didattica. In chiusura due consigli, non richiesti, per Vanzini. 1) Se vuole sapere quante risorse investe veramente lo Stato per la scuola analizzi i dati del rapporto Ocse 2009 che ha omesso di citare o quelli sfornati da Eurostat. Scoprirà che l’Italia è al 18esimo posto (sui 27 paesi EU) per la percentuale del PIL spesa nella scuola, ben al disotto della media. 2) Se davvero sente che la sua mission è quella di far risparmiare lo stato sulla spesa pubblica lasci in pace per un po’ la scuola e vada a spulciare tra i conti del Ministero della difesa. Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l’indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari. E il Governo ne ha in ordine 131. Aspetto fiducioso.

Di Amedeo Olivieri

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