Giardini… rubati

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Spesso guardiamo all’America come modello di riferimento per la moda, le nuove tendenze in fatto di musica, gli oggetti che ti fanno più “in”, insomma sono tante le cose che importiamo da questo Stato. Recentemente a New York si sta diffondendo una strana moda: fare giardini abusivi.

Gli aderenti occulti a questa nuova tendenza sono persone normali, non frequentano individui poco raccomandabili né tanto meno sono ricercati dalla legge, ma semplicemente praticano del sano giardinaggio urbano. Singoli cittadini a cui sta a cuore la poca Natura che si intravede in quella caotica città.

Ma cosa fanno, in pratica? Essi adocchiano una zona trascurata, come una piccola area verde abbandonata a se stessa, oppure un’aiuola piena di immondizia, insomma un pezzo di terra che può essere trasformato in un piccolo polmone verde, e lo adottano “abusivamente”, per riportarlo con cura e “amore verde” ad essere degno di essere ammirato dai passanti frettolosi.

Questi pezzetti di terra li chiamano “critical garden” e solitamente, dopo aver dato una bella pulita alle erbacce e ai rifiuti, i provetti giardinieri scelgono di piantarci essenze robuste e rustiche, atte a resistere all’inquinamento dovuto al traffico, alla siccità, al freddo e alle condizioni avverse che la città offre alle piante.

Queste persone si sono organizzate anche con dei siti su internet dedicati al critical garden, dove i “pirati verdi” si scambiano consigli, indicano nuove zone che necessitano di interventi, si scambiano piante, semi, attrezzi, oppure chiedono semplicemente braccia disposte a dare una mano.

Dato che per la maggior parte del tempo questi giardini abusivi devono badare a se stessi con le proprie risorse e devono saper tenere un buon impatto visivo per buona parte dell’anno, bisogna quindi sapere bene come intervenire prima di togliere le sterpaglie e acquistare piante a casaccio, in modo da far risparmiare tempo e fatica all’adepto che si accinge a trasformare queste zone trasandate in piccole zone curate di verde urbano.

Una delle responsabilità del Critical Gardener è quella di continuare a prendersi cura dei propri interventi anche a distanza di tempo: non basta uno sforzo iniziale, ma si deve essere coerenti con l’impegno preso e portarlo avanti nei mesi e anni successivi al primo intervento.

A volte, questi giardinieri fuorilegge chiedono l’aiuto dei residenti per avere dei contributi in soldi, ma spesso chiedono semplicemente di lasciar loro in eredità la manutenzione del nuovo critical garden appena messo in opera.

Ma a cosa serve tutto questo sforzo? D’altronde, non spetta certo a loro occuparsi delle piccole aree trasandate che costellano la città, eppure è una moda che si sta diffondendo in tutta la patria dello zio Tom. Forse perché a queste persone sta a cuore l’immagine della città, forse sono mossi da animo ecologista, forse pensano che a tutti piace vedere un po’ di verde ben curato quando si passeggia in città, oppure hanno del tempo libero che vogliono impiegare al servizio della comunità… Sarà tutto questo o altro ancora, ma sta di fatto che l’idea è geniale, economica, mette in circolo una quantità di risorse che, grazie ad un minimo impegno, ha un grande impatto sulla collettività: lasciamo perdere il beneficio in termini di ambiente che (forse) non è quantificabile con i soliti metodi e che potrebbe risultare indifferente a molti, lasciamo perdere anche i benefici sul micro-clima che questi piccoli polmoni verdi creano, come abbattimento della polvere, oasi per microfauna, rilascio di ossigeno come tutte le piante fanno per nostra fortuna.

La più grande risorsa è la passione per la Natura che le persone che praticano questo hobby “poco lecito” rilasciano nell’ambiente urbano, che fiorisce tra le macchine, nei ghetti, nelle strade e ovunque ci sia un fazzoletto di terra incolta.

Un’utopia? Forse, ma mi piace molto il coraggio di chi pratica questo hobby fuori dagli schemi, e speriamo che una volta tanto importeremo qui da noi una bella moda: curarci delle cose che gli altri trascurano.

di Marina Andruccioli

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