TEMP AD GUERA

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

Pla guera, tal risturent un dèi era do o tre autesta chi aspiteva ad magnè e sal banconi era di ov dur perché pla guera an gnera dla gran roba da magnè: L’entra un tedesc e sla priputenza l’urla: “Mangiare, mangiare”. (Durante la guerra, un giorno nel ristorante c’erano due o tre autisti che aspettavano di mangiare e sul banco c’erano delle uova sode perché a causa della guerra non c’era tanta varietà di cibo. Entra un tedesco e prepotentemente urla che voleva mangiare).

Ma me u m’è mnù rabia e a nal so perché ha i’ho mes i pogn sota la facia e ha i’ho det: “Per voi questi ci sono”. Quest al ciapa so al bancon, l’arbelta al caset sa tot i sold, tot li ovie li va sal tren. Propria cativ. Um vleva met li men m’ados. Um steva tirand un bucion ad ven al do litre. Un bel lavor! Per furtuna i’era un milizien che u l’ha ciap tal brac e u i’ha fat caschè al bucion sal tren. Pien pien i l’ha cunvint a scapè e nun per no savè né leg e né esciv avin cius al luchel.

(io mi sono arrabbiata e non so perché gli ho mostrato i pugni sotto la faccia e gli ho detto “per voi ci sono questi”. Lui si aggrappa al banco, ribalta il cassetto con i soldi, tutte le uova a terra; era proprio incattivito. Mi voleva mettere le mani addosso. Mi stava tirando un bottiglione di vino da due litri. Stavo fresca! Per fortuna c’era un miliziano che l’ha preso per un braccio e gli ha fatto cadere il bottiglione per terra. Pian piano l’ha convinto a uscire e noi per prudenza abbiamo chiuso il locale).

Me an aveva paura ad gnint. Al sarà stè l’incuscenza dla gioventù.

(Io non avevo paura di niente. Sarà stata l’incoscienza della gioventù).

Pal front nun a simie sfuled a Pianventa. I tedesc i feva i rastrellament e i purteva via tot i omne. “Scapè, ch’iv porta via!” I omne is maseva tot. Mal ba ad Giulio i l’aveva ciap. “E’ anziano, lasciatelo…”. Fato sta, t’un mument ad cunfusion al scapa giò per un chemp ad gren. “Allora tu non vecchio”. I dis dop chi l’ha ciap. Il ten per un brac e il porta tla piaza. La su moi, che pureta l’era maleda ad cor, l’al treva per ch’l’elt brac. Un al treva da na perta e leia da chl’elta. “Lui vecchio, lui poveretto”.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati a Pianventena. I tedeschi facevano i rastrellamenti e portavano via gli uomini. “Fuggite che vi portano via!”. Gli uomini si nascondevano tutti. Avevano preso il babbo di Giulio. “E’ anziano, lasciatelo…”. Intanto in un momento di confusione fugge già per un campo di grano. “Allora tu non vecchio” dicono dopo che l’hanno ripreso. Lo tengono per un braccio e lo portano in piazza. Sua moglie, che poveretta era malata di cuore, lo tirava per l’altro braccio. Uno tirava da una parte e lei dall’altra. “Lui vecchio, lui poveretto”).

Me am met tal mez e a deg: “Ma, andena via”. Al tedesc, perché am so mesa tal mez, um dà un sciafon. Me an ho badè né temp e né mez e, sciafff, ha i’ho smulè un manarvers. Lo al tira fora una pistola e al dis: “Ti ammazzo”. “Ma chi t’amaz. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madona u t’amaza!”. “Mo can maza ma nisun, cl’è un vigliac”. “Cor, cor, cu t’amaza”. Tla cunfusion am so masè tla chesa d’un cuntaden sota una mocia ad agren e al tedesc, cal steva mal Moscule, um circheva mo un m’ha trov.

Io mi metto nel mezzo e dico “Mamma, andiamo via”. Il tedesco, poiché mi ero intromessa, mi dà uno schiaffo. Io non ho perso tempo e istintivamente, sciaff, gli ho mollato un manrovescio. Lui tira fuori la pistola e dice “Ti ammazzo”. “Ma chi ammazzi. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madonna ti ammazza”. “Ma non ammazza nessuno perché è un vigliacco”. “Corri, corri che ti ammazza”. Nella confusione mi sono nascosta nella casa di un contadino sotto un mucchio di grano e il tedesco, che stava a Moscolo, mi cercava ma non mi ha trovata).

An aveva paura gnenca dla rivultela, gnenca pel cavolo. Quand al paseva Pippo (aereo da bombardamento) am mitiva la testa tal paier.

(Non avevo paura neanche della rivoltella, neanche del cavolo. Quando passava Pippo mettevo la testa dentro un pagliaio).

Drè al risturent, vers la ferrovia, avimie d’ielbure ad perie e a li vleva arcoi da cos. Mnend vers Catolga sla bicicleta d’Elvino, al mi cugned, quand a so daventi al campsent ech di tedesc.

(Dietro il ristorante, verso la ferrovia, avevamo degli alberi di pere e le volevo raccogliere per farle cotte. Venendo verso Cattolica con la bicicletta di Elvino, mio cognato, quando sono davanti al cimitero ecco dei tedeschi).

“Dare a noi bicicletta” “No, bicicletta è mia” “Adesso portare te al Comando”. Ec a vidin arvè un om sa una bicicleta. L’era Marcolini che l’amniva giò sa una bicicleta nova. Me a inforc la mia e via ca scap ad cursa. Dop un po’, a Catolga aveg pasè ma Marcolini a pid.

(Ecco vediamo arrivare un uomo con la sua bicicletta. Era Marcolini che veniva giù con una bicicletta nuova. Io salgo sulla mia e fugge di corsa. Dopo un po’, a Cattolica vedo passare Marcolini a piedi).

Ho cot un bel tighem ad perie cotie. Ha li ho ufertie ma un tedesc ch’al steva i lè da vsena e ch’a simie in bon raport tent ch’uc vleva purtè in Germania, Giulio a lavurè tna fabbrica e me a fè l’assistenza ma la su ma ch’l’era duturesa. Ai present al tighem perché al tulesa una pera e quest al porta via tighem e tot. Addio pere.

(Ho cotto un bel tegame di pere. Ho offerto le pere a un tedesco che alloggiava lì vicino e con il quale eravamo in buoni rapporti tanto che ci voleva portare il Germania, Giulio a lavorare in una fabbrica e io a fare l’assistenza a sua madre che era una dottoressa. Gli presento il tegame perché prendesse una pera e lui porta via tegame e tutto. Addio pere).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

a cura di Giuseppe Tirincanti


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