Amore intero

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Giovedì 12 Febbraio, ore 21.15 Centro Culturale Polivalente di Cattolica.

Mi trovo, quasi per caso, di fronte ad una donna di “veneranda” età, graziosa nel suo aspetto teneramente antico. Una donna che ha superato nientemeno che la guerra e una poco simpatica esperienza in un campo di sterminio nazista.

E’ polacca, si chiama Wanda Poltawska ed ha una lunga e “onorevole” carriera alle spalle: laureata in medicina, quindi psichiatra dell’età giovanile, all’opera sia nel suo paese che da noi, a Roma.

Ma la cosa che più stupisce è il suo attaccamento all’opera e al pensiero (lei la chiamerà filosofia-pedagogia) di “un sacerdote di Cracovia” -come lei stessa lo definisce- oggi Papa Giovanni Paolo II. E tutto l’incontro si sviluppa proprio su questa filosofia-pedagogia, anche antropologia, di cui la Poltawska si dimostra fedele discepola ed irreprensibile maestra.

Legge, perché il suo è un italiano “imparato per la strada” (ma capace di far concorrenza a quello di numerosi italiani purosangue!) e rivela da subito la sua vera identità: psichiatra, sì, laureata in medicina, sì, ma cristiana, e cristiana cattolica, (e, direi, cristiana convinta!). Di qui, l’impostazione di tutto il suo discorso, che verte nientemeno che sull’amore e sulla sessualità che ad esso concerne.

Ma la cattolicità credo che, mai come adesso, dia fastidio, incredibilmente “scandalizza”, irrita, nella migliore delle ipotesi suscita risa, in un paese poi, l’Italia, che da secoli (aggiungerei: impropriamente) si dice “cattolico”.

Perché, sentire parlare di sessualità in termini di “castità” quale unica vera affermazione della dignità dell’uomo e della donna, che, grazie a questa virtù, non subiscono le loro pulsioni, ma le governano; sentir parlare di santità dell’amore coniugale, vissuto cioè per Dio, con Dio, nella volontà di Dio; sentir parlare di monogamia quale reale, vera, unica possibile realizzazione del legame amoroso tra un uomo e una donna, e non beffarda utopia, sentir parlare di tutto ciò scandalizza come non mai. Tutte favole…

“Amore intero”, allora, quello descritto da questa gentile signora (e titolo dell’incontro): quell’amore che sgorga dal dono totale ed integrale che l’uomo fa a Dio, liberamente e volontariamente, di tutto se stesso, cioè di corpo e di anima insieme (= intero), riuniti nel perseguire un medesimo scopo, cioè l’amore verso Dio, la lode, il ringraziamento, il rispetto delle sue leggi d’amore. Di qui, come in un circolo benefico, la “grazia” di Dio (ossia, il suo “aiuto”) ricade come una pioggia salvifica sull’uomo che ha fatto dono di sé, rendendolo capace di amare veramente.

Senza questo scambio, l’uomo è capace di amare, pur non rendendosene conto, solo parzialmente, di amare egoisticamente: il suo non sarà dono gratuito all’altro, ma richiederà sempre un contraccambio, o, peggio, sarà solo richiesta senza dare iniziale (un vero e proprio sfruttamento!).

Amore, dunque, come dono gratuito, che si alimenta nella fede-fiducia in Dio, gratuitamente amorevole verso tutte le sue creature: questo il messaggio che la relatrice polacca ritiene di poter propagandare, anche perché da lei vissuto in prima persona, sulla propria pelle, in un’esperienza decennale con famiglie e ragazzi problematici e con quella che è la sua famiglia: marito filosofo, 4 figli, 8 nipoti.

Utopia, mistificazione, favola o verità?

A ognuno la sua riflessione. 

Lei conclude così: “A me mi piace”.

di Francesca Leardini

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