Archivi categoria: Ambiente

La guerra dell’acqua

acqua_potabile

Tratto da Cubia n° 30 – Marzo 2003  

Spengo la Tv. Nemmeno fare zapping tra la pubblicità di un caffè paradisiaco e un quiz divertente mi distrae dalle ultime notizie del TG sulla (forse) imminente guerra.
Sfoglio un giornale per distrarmi e la mia attenzione viene attirata da un breve trafiletto: “Si è appena concluso il 2002, proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dell’acqua potabile”.
Ammetto a me stessa la completa ignoranza a quella notizia.
Leggo anche che il 22 Marzo sarà la “Giornata mondiale dell’acqua”, nata per sensibilizzare l’umanità sui problemi legati alla scarsità di questo prezioso elemento.
Ma come, scarsità? Il nostro pianeta è praticamente ricoperto di acqua, direi che “scarsità” non è proprio il termine giusto.
Un attimo, please. Qui si parla di acqua potabile, non di acqua. Ah, già.
Eppure la lampadina non si è accesa, non ho avuto l’intuizione geniale, non colgo la sottile, evidente, differenza.
E allora, ricerca in Iternet.
Scopro che nei prossimi mesi saranno tante le iniziative che avranno al centro della discussione l’acqua.
Ormai sappiamo che l’acqua non va sprecata, che dobbiamo riusarla più volte prima di buttarla (mai pensato che l’acqua usata per lavare l’insalata è perfetta per innaffiare le piante o i gerani?) e che è un bene prezioso, nel senso letterale del termine, visto quanto ci costa.
Eppure su un punto della “questione acqua” non mi ero mai soffermata. Dell’inquinamento lo so, dello spreco anche, della scarsità in certe regioni pure. Ma di una guerra in nome dell’acqua, NO.
In un futuro, se continuiamo a sprecare così tanta acqua, forse i nostri figli, forse i figli dei nostri figli, avranno dei problemi per via di questo oro azzurro, ma pensare ad una guerra…
Le guerre ci sono già. Adesso, in questo momento. Leggo che qualcuno si è preso la briga di censire le guerre che ci sono state negli ultimi trent’anni in nome dell’acqua. Circa una decina. Ma che fossero 5 o anche 1 sola, mi colpisce il fatto che ce ne siano oggi.
Azzardo un pensiero: la guerra in nome del petrolio è obsoleta, anche se terribile comunque.
Leggo ancora che i motivi scatenanti di questo tipo di conflitto sono principalmente due.
Primo: il mondo è pieno di fiumi, ma i paesi dove essi nascono rivendicano la proprietà dell’acqua che solca il territorio di altri paesi.
Diciamo che virtualmente chiudono il rubinetto e impongono una tassa agli altri paesi che beneficiano del fiume stesso. Si è cercato di “concertare” lo sfruttamento di tali risorse con dei trattati, ma è anche vero che, se arriva un anno di secca, chi ha le risorse se le tiene.
Seconda causa: le dighe.
Va da sé che, se costruissi una diga, qualche sconvolgimento dell’equilibrio ecologico a mare e monte della stessa lo crei, e che i paesi a valle della diga abbiano qualcosa da ridire mi pare logico e inevitabile.
Tutto questo parlare di acqua, da questo punto di vista, mi inquieta: tra qualche anno, bere un bicchiere d’acqua potrebbe non essere così semplice come ci hanno sempre lasciato credere.
Di certo consumare meno acqua qui, nella grassa Europa, non aiuterà certo le popolazioni che soffrono la sete nel mondo. Ma in attesa che anche lo sciacquone venga usato a giorni alterni come le auto, sappiamo cosa dovremmo fare nel nostro quotidiano per risparmiare l’acqua.
Ma farlo davvero è tutta un’altra cosa.
Pensiamoci: la Natura è un prestito, non un regalo.

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

La dendrochirurgia

 

intervento di dendrochirurgia

intervento di dendrochirurgia

 

 

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

La dendro-cosa? Chirurgia? Sulle piante?

Non è che siamo finiti in una puntata di E.R. e il famoso pronto soccorso è invaso dalle piante? Oppure il Dottor House, tra una diagnosi e l’altra si diletta a potare alberelli?

No, no, niente di tutto questo. La dendrochirurgia (da “albero, a forma di albero”) è una tecnica che permette al tecnico di agire sulle piante proprio come un chirurgo e asportarne le parti ammalate.

Ad esempio, un albero malato di carie del legno (una alterazione profonda del legno, il quale perde le sue caratteristiche fisico-meccaniche e si trasforma in un ammasso spugnoso) veniva sottoposto ad asportazione di tutto il legno malato, si disinfettava la cavità formatasi e il legno sano messo a nudo veniva ricoperto di pasta cicatrizzante.

Con il passare degli anni, però, si è visto che la malattia tornava ad aggredire la pianta e che asportare il legno compromesso fino ad arrivare al legno sano era controproducente. Perché?

Quando noi umani ci tagliamo, il nostro corpo mette in atto tutta una serie di strategie per bloccare la fuoriuscita di sangue, evitare che patogeni possano entrare nella ferita infettandola e cicatrizzare la stessa il prima possibile.

Anche gli alberi possiedono capacità simili alle nostre. Solo che non lo sapevamo.

Questo concetto sta alla base della teoria della compartimentazione di un luminare che corrisponde al nome di Alex Shigo, i padre della moderna arboricoltura: egli sostiene (e dimostra) come un albero ferito o sottoposto a potatura metta in atto una serie di barriere dette “compartimentazioni” per bloccare e isolare il diffondersi di malattie come la carie del legno.

Secondo questa teoria, l’albero reagisce al taglio isolando, o meglio compartimentando la zona del taglio con quattro distinte barriere come un sommergibile che, con la chiusura dei portelloni stagni, confina la falla ed evita che l’acqua invada lo scafo, allo stesso modo l’albero cerca di isolare la parte danneggiata.

La prima blocca la diffusione del patogeno in direzione verticale, la seconda è incarnata dagli anelli annuali di accrescimento che impediscono lo sviluppo centripeto della malattia, la terza è formata da una barriera che si oppone alla diffusione laterale e la quarta si forma appena inferta la ferita, creando un tessuto legnoso diverso da quello asportato in grado di impedire lo sviluppo di una eventuale malattia nei nuovi anelli che si formeranno dopo la ferita.

Questo sistema difensivo è presente su tutta la pianta, ma è particolarmente attivo nei punti di attacco dei rami al tronco.

A differenza degli animali, gli alberi sono incapaci di sostituire, nella stessa posizione, cellule morte e non dispongono di un sistema immunitario per difendersi dagli agenti estranei e/o patogeni. L’albero cerca di contenere il danno attivando queste barriere in modo da isolare il legno danneggiato ed evitare altri possibili danni al legno sano. Viene definita “zona di barriera” e, pur essendo molto efficace e quindi in grado di creare una separazione dall’area malata, non è molto flessibile e ciò comporta una debolezza strutturale che può portare alla formazione di fratture interne al legno (i cosiddetti crack).

Shigo pensa all’albero come un organismo vivente non solo come ad una pianta ornamentale malata, da qui la sua  ricerca delle tecniche più adatte molte delle quali riconosciute ed usate in tutto il mondo per il loro valore.

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Il furetto: un vecchio amico dell’uomo

 

Furetto il vecchio amico dell'uomo

 

Tratto da Cubia n° 20 – Marzo 2002

E’ ormai un fenomeno sempre più diffuso in molte famiglie: al cane e al gatto sono preferiti altri piccoli amici, altrettanto capaci di farsi amare e di riempire gli spazi vuoti della solitudine .

E’ un animale particolarmente socievole, estremamente vivace, ama il gioco e, se allevato in ambito domestico, perde anche quelle caratteristiche di aggressività che in natura ne fanno un temibile cacciatore.

Queste caratteristiche fanno del furetto uno degli animali alternativi più diffusi in seno alle nostre case. Anzi, il suo rapporto con l’uomo viene addirittura fatto risalire al IV secolo a.C., impiegato per la caccia al coniglio e , quale animale d’affezione, viene citato più volte nelle sue opere dallo stesso Aristotele.

Questo animale raramente si dimostra mordace, anche se può scatenarsi furiosamente quando viene spaventato e molestato, ed è buona norma tenere questi mustelidi lontano da bimbi addormentati, specie se neonati; infatti, per motivi sconosciuti, possono divenire estremamente aggressivi nei loro confronti.

Si adattano bene al nostro clima sopportando senza conseguenze temperature comprese tra 0 e 32 gradi, pertanto è possibile allevarli all’aperto senza particolari accorgimenti. Se tenuti in casa, diventano particolarmente socievoli ed affettosi: unico difetto, un odore non particolarmente gradevole. Mangiano carne, mangimi per visoni; va bene anche un buon mangime bilanciato per cani e gatti; sono ghiotti di uova: potete accontentarlo senza eccedere.

Vivono mediamente 8-9 anni se curati e vaccinati, ma per questo rivolgetevi al vostro veterinario di fiducia, diffidando dei consigli di improvvisati allevatori o di commercianti di animali.

di Alessandro Anello


Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Il legno

Legno_Albero

Tratto da Cubia n° 57 – Dicembre 2005

Nelle piante, di solito, ammiriamo la chioma, le foglie, il portamento. Eppure, gli alberi hanno un altro punto di bellezza, che spesso non cogliamo: la corteccia ed il legno di cui sono fatti. Forse non esistono due alberi della stessa specie che abbiano la stessa ed identica corteccia.

Quello che comunemente chiamiamo legno è in realtà costituito da diversi tessuti differenti, che compiono le funzioni di sostegno, di trasporto e deposito delle sostanze nutritive.

Se tagliamo un tronco, la sezione che ci si presenta sarà formata, dall’esterno verso l’interno: dalla corteccia, che può essere liscia o rugosa e a seconda delle specie avrà colori caratteristici. Serve a proteggere l’albero dalla temperatura e, per quanto possibile, dalle ferite inferte da animali o da agenti esterni.

Subito dopo troviamo il libro, uno strato rosolato o rossiccio, raramente bianco. Questo tessuto è adibito alla discesa della linfa e presenta uno spessore minimo, e prende questo nome perché le sue cerchie, prodotte annualmente, vengono compresso fino a diventare sottili come le pagine di un libro.

Poi c’è il cambio, responsabile dell’accrescimento diametrale del tronco. Sta tra il legno ed il libro e produce verso l’interno nuove cellule del legno e verso la corteccia, cioè l’esterno, nuove cellule del libro.

Procedendo verso l’interno, troviamo quindi il legno vero e proprio, quello dove si trovano gli anelli, tanti quanti sono gli anni dell’albero. Esso è formato a sua volta da vasi, che trasportano la linfa grezza, quella che sale succhiata dalle radici che affondano nel terreno ricco di acqua.

Ultimo, al centro, il midollo.

In alcuni alberi, come rovere, olmo, larice, c’è una differenzazione di colore tra la zona più esterna dell’albero, l’alburno, e quella più interna, il duramen; in altri, come la betulla, l’ippocastano e il bosso, non si apprezza nessuna differenza. L’alburno è il legno più giovane ed è la parte fisiologicamente più attiva ed a più alto tenore di umidità, quindi quella più facilmente attaccabile da funghi e parassiti.

Ogni anno, l’albero, nell’accrescersi, racchiude in un abbraccio il suo passato, costruendo un nuovo anello. Così, dal conto dei famosi anelli si può risalire alla sua età presunta.

Osservazioni sulle sezioni dei tronchi venivano fatte già anticamente, ma dobbiamo al genio di Leonardo da Vinci l’intuizione che si potesse desumere non solo l’età; osservando lo spessore dell’anello stesso si potevano conoscere anche le condizioni climatiche di una determinata epoca passata. Ma si deve ad un astronomo americano la fondazione della Dendrocronologia, scienza che studia, attraverso un attento esame dell’accrescimento degli alberi, la storia del clima passato della nostra Terra.

Ogni specie di albero ha un suo caratteristico colore: il Ciliegio ha colore caldo bruno-rossiccio molto pregiato; il Pioppo brucia lentamente ed è usato per fare fiammiferi; la Quercia da sughero per il noto sughero, senza citare poi i diversi legnami usati per parquet e per aromatizzare i liquori.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

I Vulcani

Vulcani

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005

I vulcani, dal latino Vulcanus, nome del dio del Fuoco di origine etrusca, è un condotto della crosta terrestre dal quale possono uscire lava, gas, vapori; solitamente formano un monte a forma conica, terminante in un cratere.
Ma perché esistono? Per capirlo, diamo un’occhiatina a come è fatta la terra sotto i nostri piedi.
La Terra ha una struttura stratificata, formata da grandi gusci concentrici che hanno temperatura, densità e spessore diverso. Ma la maggior parte del nostro pianeta è inaccessibile per noi: Verne, con il suo “Viaggio al Centro della Terra”, disegnava una realtà difficilmente realizzabile. Il pozzo più profondo che l’uomo abbia mai scavato raggiunge circa i 20 km, un’inezia rispetto al raggio della Terra.
Quindi, per avere informazioni su come è fatta dentro la Terra, dobbiamo ricorrere a informazioni indirette.
La struttura interna del nostro mondo è stata rivelata grazie allo studio delle oscillazioni elastiche, le onde sismiche, le quali permettono una “fotografia” dell’interno del pianeta, come quando noi ci facciamo una lastra a raggi X.
Oggi sappiamo che la Terra è formata da un nucleo centrale solido, un altro esterno ad esso liquido, un mantello che si comporta come un corpo viscoso formato da grandi celle che si muovono, e più esternamente la crosta, quella su cui viviamo.
Le grandi celle del mantello sono separate tra loro da “pennacchi termici”, che possono dar luogo a punti caldi sulla crosta terrestre: i Vulcani.
L’interno della Terra, data l’elevata temperatura, è in buona parte allo stato liquido:
a parte il nocciolo solidificato, la stessa è composta da metallo fuso, incandescente, che prende il nome di magma; ma questa roccia fusa può raggiungere la superficie attraverso i condotti vulcanici, e prende il nome di lava. Questa, raffreddandosi, dà luogo alle rocce effusive.
Sulla Terra si individuano diversi “punti caldi”, ovvero punti della struttura della crosta terrestre indicatori di attività del sottosuolo. Tanti sono i vulcani attivi sparsi sulla Terra ferma o negli oceani: vicino a noi, lo Stromboli e l’Etna; negli oceani, le isole Hawaii sono una catena di vulcani sottomarini allungata per oltre 4.000 km.
I vulcani sono affascinanti quando sono attivi, e l’uomo li guarda con timore. Ma di un vulcano spento, l’uomo, cosa se ne fa?
Sull’isola di Portorico, ad Arecibo, esiste un grande vulcano spento, con un diametro di 300 metri circa, all’interno del quale l’ingegno dell’uomo ha costruito la più grande parabola esistente sulla Terra.
Questa parabola è un radio telescopio, e viene usata dagli scienziati per ricevere il rumore proveniente dalle stelle. E’ stata utilizzata per generare la mappa delle radio sorgenti e anche come radar per determinare esattamente l’orbita di meteore di alcuni chilometri di diametro che attraversano il nostro sistema solare, potenzialmente pericolose per la via sulla Terra.
Addirittura, Hollywood ha utilizzato la Parabola di Arecibo, anche se per scopi scenici: le prime scene dell’ultimo film della saga di 007 sono ambientate proprio sul grande radio telescopio.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Il girasole

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno/Luglio 2007

Il girasole è il fiore che ricorda l’estate per eccellenza. Ha origini nel centro America e nel Perù, ed è qui che venne importato in Europa nel 1500 circa, come pianta decorativa.
E’ una pianta erbacea annuale ed il fusto può arrivare ad una altezza di tre metri.
Quello che chiamiamo fiore in realtà è un insieme di numerosi fiori riuniti in grandi capolini e che possono essere di due tipi: quelli esterni, di forma oblungo-lanceolata e colore giallo-dorato, sono sterili, quelli interni sono piccoli e bruni.
Il girasole arriva a maturazione in ottobre, i fiori si recidono e si lasciano asciugare, poi si sgranano i semi da cui si può ottenere un olio commestibile; i semi tostati possono essere mangiati e da questi si ricava acnhe un olio per motori, usato per produrre un biodisel.
Una delle caratteristiche più affascinanti di questa pianta, che le dà anche il nome, è l’Eliotropismo, ovvero la particolartià di seguire il Sole. Questa caratteristica riguarda anche le foglie del cotone, del lupino e della soia. Il movimento del fiore o della foglia è dovuto allo spostamento di alcuni ormoni dal lato esposto al sole a quello che rimane in ombra. Gli ormoni modificano la quantità d’acqua contenute nelle cellule, facendone espandere alcune e rimpicciolire quelle contrapposte. Il risultato è che il picciolo della foglia, o la base del capolino del fiore, si ripiegano verso la direzione da cui arrivano i raggi più intensi.
Le foglie e il fusto di queste piante si rivolgono al sole per ottenere la massima intensità di luce possibile. In questo modo possono effettuare nel migliore dei modi la fotosintesi, la reazione grazie alla quale vengono fabbricate le sostanze utili alla crescita della pianta.
La fioritura avviene in modo tale da impedire l’auto-impollinazione: durante il primo giorno di fioritura le antere si aprono e liberano i granuli di polline; nel secondo giorno lo stilo si allunga fuoriuscendo e aprendo gli stimmi (le parti recettive del polline) al di sopra delle antere. A causa di questo meccanismo di fioritura, ed a causa dell’auto-incompatibilità esistente tra la maggioranza delle cultivar di girasole, gli insetti pronubi, ed in particolare le api, sono assolutamente indispensabili ai fini di una buona fecondazione: in assenza di insetti pronubi la produzione di semi è irrisoria.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Malindi… “ultima Oasi”

Malindi_Cattolica

Tratto da Cubia n° 63 – Giugno/Luglio 2006

Per riprovare emozioni, ritrovare sensazioni, vivere momenti in un tempo senza tempo

Esiste a Cattolica un Eden pressoché sconosciuto, il “Malindi“, dove il mare ha preservato il suo fascino primitivo ed inconfondibile, in intimo accordo con i ritmi e i tempi della natura, che conferisce a questo luogo qualcosa di primitivo ed autentico.

Situato in un contesto naturale dei più suggestivi, alla foce dei fiumi Conca e Ventena, il Malindi, dall’atmosfera calma e rilassante, è il luogo indicato per chi cerca relax e natura, lontano dalle spiagge affollate dal turismo globalizzato.

La grandezza della semplicità rallenta il ritmo del tempo e dispone il cuore ad uno stato di calma, esultanza e pienezza d’amore; visioni vive, guizzanti ed estatiche, stati d’animo sospesi e stupefatti si confondono con note di rara bellezza.

Al tramonto, calate le ombre, l’occhio interiore vaga ancora assorto, rapito in quel mare di fuoco e di acqua.

1 Commento

Archiviato in Ambiente

Sogno di una notte di mezza estate: La lucciola

lucciola

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno 2009

Passeggiando, le sere tiepide di Maggio, ci si può imbattere in tanti puntini luminosi che sfiorano l’erba, lampeggiando pigri e ondeggiando leggeri nel buio.

Sogno o son desto? Come è possibile che la luce danzi da sola, senza un filo che la alimenta, senza una presa di corrente in mezzo ad un campo di grano e papaveri?

Questo piccolo sogno ad occhi aperti è opera di un insetto, la lucciola.

La lucciola è un genere di piccoli coleotteri, di cui due specie sono presenti in Italia. Il maschio e la femmina sono notevolmente differenti fra loro, il primo è alato, con il corpo e le appendici giallastre, la femmina ha invece aspetto larviforme ed è priva di ali.

La finalità di questo fenomeno luminoso è l’accoppiamento, ed i maschi volano alla ricerca di una compagna emettendo lampi di luce; le femmine, invece, strisciano al suolo facendosi notare per la loro luminosità, sostano in una zona in cui possono essere viste e raggiunte da un maschio, il quale può percepire il loro bagliore fino a 15 metri di distanza. Per dare un’idea dell’intensità luminosa, si pensi che occorrono circa 6.000 insetti per avere una luce uguale a quella di una candela.

Le lucciole riescono a diffondere luce tramite la produzione di sostanze chimiche, la luciferina e la luciferasi.

A volte la luce è fissa e a volte viene emessa ad intermittenza, ed il colore è tra il verde-blu e l’arancione-rosso e quasi tutta l’energia viene trasformata in luce e solo il 2% viene disperso in calore.

Poteva l’uomo stare a guardare questo piccolo sogno ad occhi aperti senza voler trovare un proprio tornaconto? Innanzitutto ha cercato di capire come era possibile questo fenomeno. Riuscito a capirne il meccanismo, ha cercato poi di riprodurlo in laboratorio e, infine, a modificarlo a suo vantaggio. E quindi?

Ecco cosa ne è venuto fuori: oramai è noto che l’energia, se convertita in luce, ha una notevole perdita sotto forma di calore. Pensiamo alle vecchie lampadine: “accendiamo” la luce, cioè permettiamo che ci sia passaggio di energia e la lampadina emette sì luce, ma si scalda anche parecchio, cioè nella trasformazione della corrente elettrica in luce luminosa molta viene sprecata sotto forma di calore. L’efficienza di una normale lampadina è del 10%, del 20% in quelle fluorescenti e del 30% con i Led; una lucciola ha invece una efficienza di quasi il 90%, ovvero quasi tutta l’energia viene trasformata in luce. 

L’uomo si è accorto che la lucciola non si “scalda” affatto quando emette la luce, non sprecando energia in calore. Così i ricercatori, concentratisi su questo fenomeno, sono riusciti a variare l’emissione del calore variando la composizione chimica dell’enzima della bioluminescenza luciferase, ovvero sono riusciti ad ottenere una luce fredda quasi senza perdita di calore, con notevole risparmio di energia elettrica impiegata.

Vedremo se questa scoperta si concretizzerà in un nuovo tipo di lampadina, ma certo è che la magia a cui danno vita le lucciole con la loro luce sarà davvero difficile da ricreare.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Qualità o quantità del verde? Questo è il dilemma!

Albero_sradicato

Tratto da Cubia n°  51 – Aprile 2005

L’albero non è un prodotto di marketing. Quindi non può essere e non deve essere trattato come un frigorifero, un fuoristrada o un rolex. Non funziona pertanto il concetto di qualità-quantità inteso come antagonismo fra le due caratteristiche. A noi tutti sta invece a cuore una realtà che sappia conciliare le due cose. Vogliamo quindi tanti alberi che si riappropriano degli spazi loro tolti e che siano anche rigogliosi e belli, da vedere e da godere, in ogni stagione.

Quello che si chiede è quindi l’esatto opposto di quello che si sta facendo: sono stati tagliati degli stupendi pini e al loro posto sono stati piantumati dei modestissimi melograni; al posto delle acacie, invece di preoccuparsi di sostituirle con alberi equivalenti come chioma e caratteristiche idonee a dare piacevole frescura durante l’estate, sono stati piantumati dei peri e dei susini, che sono molto lenti nella loro crescita e da adulti insufficienti a dare molta ombra.

Queste scelte possono appagare l’occhio del turista, ma quando si dovranno sopportare quelle giornate estive caldissime (e l’effetto serra fa presagire che ce ne saranno sempre di più e sempre più torride), l’ospite straniero o italiano, andrà a cercare refrigerio in altri lidi (per esempio, sceglierà Gabicce, dove, grazie al cielo e al comune, gli alberi ombrosi e rigogliosi, sufficientemente stabili ed equilibrati, ci sono ancora!)

Dopo queste considerazioni, alla domanda: “… ci chiediamo se la qualità del verde pubblico aumenta e se gli spazi fruibili crescono?…”, appare evidente che la risposta è no, perché più ci guardiamo attorno, più non vediamo né qualità né crescita, anzi…

di Giangualberto Cappelletti

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Verde in cambio di palazzi, ma chi controlla?

 

Massimo Gottifredi presidente ATP

Massimo Gottifredi presidente ATP

 

 

Tratto da Cubia n° 62 – Maggio 2006

Lettera al vicesindaco Gottifredi

Caro Gottifredi, il partito che tu rappresenti ti affida incarichi di una grande rilevanza sociale: Assessore Provinciale, membro del Consiglio di Amministrazione Aeradria, Vicesindaco a Cattolica, Presidente di un ente turistico in Toscana, Presidente ATP della regione Emilia Romagna, ed altro che al momento mi sfugge.

I troppi impegni ti costringono a lasciare il posto di Vicesindaco e Assessore all’Ubanistica a Cattolica.

Prima di lasciare l’impegno che hai assunto in campagna elettorale a Cattolica, vuoi lasciare un segno tangibile facendo approvare il nuovo Piano Strutturale di Cattolica.

Seicento appartamenti nei prossimi quindici anni in cambio di aree verdi.

Dice che nel nuovo piano strutturale chi vuole costruire palazzi deve cedere all’Amministrazione aree verdi.

Gli standard urbanistici sai cosa sono?

Quello che tu dici è già previsto nelle norme urbanistiche.

Il privato che possiede aree per edificare deve cedere standard urbanistici al Comune e, nel caso di aree verdi, devono rimanere tali. Dipende dall’Ufficio Tecnico, o dalla volontà politica che ci amministra, fare sì che questo accada.

Ad esempio, l’area dove sorgerà il Centro Video Gioco Sport è un’area ceduta come standard urbanistici dalla Società IRPA S.r.l.

La Società IRPA S.r.l., per poter edificare, ha ceduto aree verdi al Comune di Cattolica, sulle quali aree il Comune fa costruire il famoso e tanto discusso Centro Video Gioco Sport.

E non è un caso isolato.

Le costruzioni vicino all’acquedotto sono state concesse con lo stesso sistema, e il terreno, in parte, rientra sempre in questo progetto.

Vuoi altri casi?

Davanti alla Colonia Ferrarese, nell’intervento della Società Graziella S.r.l., non doveva esserci un’area a verde pubblico al posto dei parcheggi ad uso privato?

Il problema reale è il mancato controllo, e le buone intenzioni rimangano tali.

In due anni del tuo assessorato ti sei distinto più in una guerra a forza di carte bollate: caso Comandante dei Vigili, caso Rifondazione Comunista, una guerra contro il Capogruppo di Alleanza Nazionale, io stesso ormai faccio una collezione di risposte standard su casi che evidenzio per il non rispetto del P.R.G. vigente.

E’ questo il segno di due anni all’assessorato all’urbanistica che vuoi lascaire?

Il nuovo Piano Strutturale deve contenere le reali necessità della cittadinanza, con un quadro reale del territorio, frutto di una gestione caratterizzata da oltre dodici anni di mancato controllo.

Il nuovo posto di lavoro sarà sicuramente meno problematico di quello che lasci, o almeno penso: ti faccio gli auguri che lo possa mantenere a lungo.

di Giorgio Pierani

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente