Archivi categoria: Cultura

Amore intero

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Giovedì 12 Febbraio, ore 21.15 Centro Culturale Polivalente di Cattolica.

Mi trovo, quasi per caso, di fronte ad una donna di “veneranda” età, graziosa nel suo aspetto teneramente antico. Una donna che ha superato nientemeno che la guerra e una poco simpatica esperienza in un campo di sterminio nazista.

E’ polacca, si chiama Wanda Poltawska ed ha una lunga e “onorevole” carriera alle spalle: laureata in medicina, quindi psichiatra dell’età giovanile, all’opera sia nel suo paese che da noi, a Roma.

Ma la cosa che più stupisce è il suo attaccamento all’opera e al pensiero (lei la chiamerà filosofia-pedagogia) di “un sacerdote di Cracovia” -come lei stessa lo definisce- oggi Papa Giovanni Paolo II. E tutto l’incontro si sviluppa proprio su questa filosofia-pedagogia, anche antropologia, di cui la Poltawska si dimostra fedele discepola ed irreprensibile maestra.

Legge, perché il suo è un italiano “imparato per la strada” (ma capace di far concorrenza a quello di numerosi italiani purosangue!) e rivela da subito la sua vera identità: psichiatra, sì, laureata in medicina, sì, ma cristiana, e cristiana cattolica, (e, direi, cristiana convinta!). Di qui, l’impostazione di tutto il suo discorso, che verte nientemeno che sull’amore e sulla sessualità che ad esso concerne.

Ma la cattolicità credo che, mai come adesso, dia fastidio, incredibilmente “scandalizza”, irrita, nella migliore delle ipotesi suscita risa, in un paese poi, l’Italia, che da secoli (aggiungerei: impropriamente) si dice “cattolico”.

Perché, sentire parlare di sessualità in termini di “castità” quale unica vera affermazione della dignità dell’uomo e della donna, che, grazie a questa virtù, non subiscono le loro pulsioni, ma le governano; sentir parlare di santità dell’amore coniugale, vissuto cioè per Dio, con Dio, nella volontà di Dio; sentir parlare di monogamia quale reale, vera, unica possibile realizzazione del legame amoroso tra un uomo e una donna, e non beffarda utopia, sentir parlare di tutto ciò scandalizza come non mai. Tutte favole…

“Amore intero”, allora, quello descritto da questa gentile signora (e titolo dell’incontro): quell’amore che sgorga dal dono totale ed integrale che l’uomo fa a Dio, liberamente e volontariamente, di tutto se stesso, cioè di corpo e di anima insieme (= intero), riuniti nel perseguire un medesimo scopo, cioè l’amore verso Dio, la lode, il ringraziamento, il rispetto delle sue leggi d’amore. Di qui, come in un circolo benefico, la “grazia” di Dio (ossia, il suo “aiuto”) ricade come una pioggia salvifica sull’uomo che ha fatto dono di sé, rendendolo capace di amare veramente.

Senza questo scambio, l’uomo è capace di amare, pur non rendendosene conto, solo parzialmente, di amare egoisticamente: il suo non sarà dono gratuito all’altro, ma richiederà sempre un contraccambio, o, peggio, sarà solo richiesta senza dare iniziale (un vero e proprio sfruttamento!).

Amore, dunque, come dono gratuito, che si alimenta nella fede-fiducia in Dio, gratuitamente amorevole verso tutte le sue creature: questo il messaggio che la relatrice polacca ritiene di poter propagandare, anche perché da lei vissuto in prima persona, sulla propria pelle, in un’esperienza decennale con famiglie e ragazzi problematici e con quella che è la sua famiglia: marito filosofo, 4 figli, 8 nipoti.

Utopia, mistificazione, favola o verità?

A ognuno la sua riflessione. 

Lei conclude così: “A me mi piace”.

di Francesca Leardini

Lascia un commento

Archiviato in Cultura

La poesia si insegna, si scrive, si vive

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Dal 2009 a Cattolica è stato istituito il “Premio nazionale di poesia Giovanni Pini“, che ha il grande pregio di coinvolgere gli alunni della Scuola Media “Emilio Filippini” in un percorso di scoperta della poesia che porta i ragazzi a cimentarsi anche con momenti di creazione poetica.

Nell’ambito di questa meritevole iniziativa, quest’anno la collaborazione tra insegnanti e bibliotecari ha dato vita al progetto “Le voci della poesia“, che nasce come “corollario al premio e come approfondimento del percorso curricolare svolto dai ragazzi dell’Istituto comprensivo di Cattolica e con l’intenzione di accostarli alla poesia“.

Il progetto ha previsto il coinvolgimento di tre poeti d’eccezione della nostra terra: Annalisa Teodorani, Maria Teresa Codovilli e Vincenzo Cecchini, che in tre diverse mattinate hanno condiviso con le seconde classi della scuola media di Cattolica i loro componenti, e hanno potuto far comprendere ai ragazzi “cosa si celi dietro ad una pubblicazione, quale emozione e quale lavoro sottenda alla creazione poetica e quale sia lo spessore umano ed intellettuale di un poeta vero“.

L’iniziativa, ideata da insegnanti e bibliotecari, aveva l’intento di “far divertire i ragazzi con la poesia, farli accostare in modo giocoso al potere evocativo della parola mirabilmente scavata e cesellata, riscoperta, reinventata dalla immaginazione e dal sentimento di alcuni rappresentantivi poeti di Cattolica e dintorni che volentieri hanno accolto l’invito“.

E’ importante ricordare che, dei tre poeti, ben due, Annalisa Teodorani e Vincenzo Cecchini, hanno letto poesie scritte in dialetto. In santarcangiolese, la Teodorani; in cattolichino, Cecchini.

Gli organizzatori sono convinti che il dialetto non sia una lingua di ripiego, più facile da utilizzare, e fanno proprie le parole di Piero Meldini che scrive: “Il ricorso al dialetto non abbassa il registro poetico, anzi: è una lingua antiretorica e filosofica, che si presta alla meditazione, alleggerisce le confessioni più scoperte e addolcisce le parole più amare“.

I ragazzi hanno dimostrato un’inattesa maturità, rivolgendo ai poeti domande non scontate, ma riguardanti le tematiche più profonde che trasparivano dai componimenti, come il senso della vita e della morte. E’ inoltre emerso che le poesie che hanno acceso maggiormente l’interesse da parte dei giovani uditori erano proprio quelle più filosoficamente impegnative, quelle dalle quali emergeva un significato più alto.

Dopo i tre incontri, gli organizzatori possono affermare con certezza che l’iniziativa ha avuto successo, perché l’attenzione degli alunni è stata costante e ha consentito ai ragazzi di poter ascoltare la lettura di poesie direttamente dalle parole di chi le ha composte.

L’impressione dei poeti è stata molto positiva. Le due ore sono passate piacevolmente e senza che le insegnanti dovessero richiamare gli alunni. Sarebbe importante rendere questa esperienza un appuntamento fisso da affiancare al “Premio nazionale di poesia Giovanni Pini”, anche perché i ragazzi coinvolti cambiano ogni anno.

di Alessandro Fiocca

Lascia un commento

Archiviato in Cultura

Il giorno della memoria – 27 Gennaio

Giorno della Memoria

Tratto da Cubia n° 28 – Gennaio 2003

Il 27 Gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, si celebra in Italia “Il giorno della Memoria“, istituito per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Una ricorrenza che merita di essere evidenziata, più che mai oggi che venti di guerra e di intolleranza soffiano nel mondo ed anche nel nostro paese.

Riportiamo l’art. 1 della Legge n. 211 del 20/7/2000, che ha istituito la Giornata:

“La Repubblica italiana riconosce il 27 Gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

“Ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando avviene, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

Primo Levi

1 Commento

Archiviato in Cultura

Pillole di Dialetto

Tratto da Cubia n° 55 – Ottobre 2005

Biancamaria Liverani, ospite della Casa di riposo La Quiete, ci fornisce una serie di “modi di dire” dialettali. Ci sarà compagnia di viaggio anche in futuro, finché la memoria l’aiuterà a raccontarci fatti ed aneddoti della sua lunga vita.

Per ogni gata iè bei i su gatten (Per ogni gatta sono belli i suoi gattini)

Intent che la grasa la stia, la secca la mor (Intanto che la donna grassa dimagrisce, la magra muore)

S’us ciud una porta, us irva un purton (se si chiude una porta si apre un portone)

E val piò un caplacc d’un caplen (Vale più un cappellaccio di un cappellino)

L’è mei un ov ogg d’una galena dmen (E’ meglio un uovo oggi di una gallina domani)

E garben l’ha un fiasch dri la schina (Il garbino ha un fiasco dietro la schiena, cioè porta la pioggia)

D’insteda me mont, d’inverne me font (Per il tempo che farà, d’estate guardare verso il monte, d’inverno verso il mare)

Quest’ l’è e testament ad Fagiulen (cioè di chi vorrebbe dare tanto agli altri, ma non ha niente)

Versi di un anonimo:

U iera un mestre ad Sant’arcangel che baleva come un angel: una gamba ma Curien e una ma Pasen (C’era un maestro di Sant’Arcangelo che ballava come un angelo: una gamba a Coriano ed una a Passano).

Chi vo’ veda al done bele ad Curien, che venga per la Madona d’agost o per San Bascen (chi vuol vedere le donne belle di Coriano venga per il ferragosto o per la festa di San Sebastiano)

Braghiton (una donna povera ed affamata) l’é andé in cusena per magné na gallena, un galen ed un capon, viva viva Braghiton!

La preghiera di una riminese:
Signuren a ma racmand : e gren da vend, i sold da spend, un bon marid in ste mond, e Paradis ad cleltr, Signuren an dmand eltr. (Signore, mi raccomando : il grano da vendere i soldi da spendere, un buon marito in questo mondo, il Paradiso in quell’altro, Signore non chiedo altro).

Lascia un commento

Archiviato in Cultura

Comune Virtuoso?

Immagine tratta dal Dvd comuni virtuosi

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Sì, con partecipazione e trasparenza!

L’ANTICASTA, l’Italia che funziona. E’ il titolo del libro presentato dall’autore Marco Boschini presso il teatro Snaporaz domenica 15 Novembre. L’iniziativa, organizzata dall’Associazione Arcobaleno di Cattolica, ha raccolto oltre un centinaio di cittadini attenti e partecipi, con diverse domande e interventi.

Alessandro Bondi, oltre alla presentazione, ha suggerito riflessioni e fatto domande significative al relatore, coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e assessore al Comune di Colorno (PR).

L’anticasta – l’Italia che funziona” (con allegato un prezioso Dvd con la video-inchiesta “Viaggio nell’Italia dei comuni a 5 stelle“), è un libro che documenta un appassionante viaggio nei comuni virtuosi d’Italia, alla scoperta di realtà straordinarie dal punto di vista del risparmio energetico ed economico, della mobilità sostenibile, della produzione di energia da fonti rinnovabili, della gestione dei rifiuti, dell’acqua e del territorio. Successi indiscutibili che mostrano la concretezza di scelte alternative, divenute possibili attraverso un grande coinvolgimento della popolazione, chiamata a partecipare attivamente alle decisioni che riguardano l’intera comunità. Insomma, un libro per chi sogna ancora di cambiare il Paese, piuttosto che di cambiare Paese…

La denuncia coraggiosa della Casta (libro di Stella e Rizzo), che inizialmente aveva alimentato grandi speranze di cambiamento, ha finito per generare, invece, un diffuso senso di impotenza, una profonda disillusione e un conseguente distacco dalla politica. Proprio questo, paradossalmente, consente alla Casta di conservare indisturbata, e addirittura di aumentare, i propri privilegi e gli sprechi.

Per evitare di mettersi realmente in discussione e per legittimare se stessa, la Casta ha dipinto mediaticamente l’intera Italia come un paese malato che condivide i vizi e le carenze dei propri rappresentanti politici, i quali sono così apparsi essenzialmente “rappresentativi” del popolo.

Tuttavia esiste anche un’altra Italia, fatta di tante persone oneste – non solo nella società civile, ma anche nelle istituzioni locali – che si battono ogni giorno per un Paese migliore e che stanno già dimostrando con i fatti che le alternative concrete esistono. Uno schiaffo all’immobilismo della politica e agli sprechi della Casta, l’esempio concreto che un altro modo di fare politica non è solo possibile, ma si sta già facendo. Il cambiamento, ancora una volta nella storia, non può che partire dal basso. E per fortuna questo sta già accadendo! Il segreto? Partecipazione e Trasparenza.

Con Boschini abbiamo conosciuto, ad esempio, realtà dove è stato fatto un piano regolare a crescita zero, dove si fa raccolta differenziata oltre l’80%, dove il fotovoltaico è ampiamente diffuso, ecc.

Lo stesso Boschini, insieme ad Allegretti, Medici e Fanesi, sono stati i protagonisti di un convegno nel 2005 a Cattolica sempre organizzato dall’Arcobaleno per discutere di bilancio e urbanistica partecipata.

L’iniziativa di domenica 15 Novembre ha avuto anche il merito di chiamare a raccolta quei comitati della nostra zona che si battono contro la mostruosità di progetti e scelte. Frontini (comitato Vallugola terra nostra – Gabicce), Nobili (comitato No compartone – San Giovanni) e Olivieri (comitato NO V.G.S. – Cattolica) hanno illustrato il percorso che tanti cittadini stanno facendo contro scelte che vanno nella direzione insensata di consumo del territorio, devastazione di zone sensibili e crescita dell’inquinamento. Interventi anche di Hossein (comitato per la difesa dei diritti del cittadino – Morciano) e Bologna (comitato Riccione per l’energia pulita).

Boschini ha parlato di comuni virtuosi, dove si realizzano buone pratiche amministrative. Sono tanti, ma fanno poca notizia.

Degli amministratori di Cattolica erano presenti solo l’assessore Mancini (uscito a metà) e il consigliere Cenci. Peccato che tutti gli altri, a cominciare dal sindaco Tamanti, non abbiamo colto l’opportunità di dibattere e confrontarsi con pratiche di buona amministrazione!

di Enzo Cecchini

2 commenti

Archiviato in Cultura

La morte, ovvero l’ultima beatitudine

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Novembre è comunemente considerato il mese dei morti. Ci sembra l’occasione giusta per parlare di un tema così difficile e per lo più rimosso: lo facciamo con padre Alberto Maggi, dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro Studi Biblici di Montefano, di cui abbiamo già ospitato alcuni interventi sulle pagine di Cubia.

Cominciamo con l’analizzare qual è il concetto di morte nella società attuale.

Verso gli anni trenta del secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Da quegli anni, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale. Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.

Eì anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti, in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte, che oggi viene considerato una fortuna (“E’ stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!“.

Oggi, non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini, una volta, non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla morte, considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi, sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale (solo quella violenta dei film) dei loro cari.

La morte, quindi, come un tabù da rimuovere?

Certo, e frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente, che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo. L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. E’ come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza. In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente, e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non dire niente ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”.

Parliamo ora del messaggio cristiano sulla morte.

A quanti vivono e gli hanno dato adesione, Gesù assicura che non faranno l’esperienza della morte. Per questo la Chiesa, il 2 Novembre, non celebra i morti, ma i defunti. Per i morti è finito tutto, non c’è nulla da celebrare. Con il termine defunto, che è il participio passato di defungi, compiere, adempiere, terminare, non si indica lo stato del morto, ma l’azione del vivente: è colui che ha compiuto una funzione e che ora è trapassato, cioè è passato da un luogo a un altro, da una dimensione visibile a una invisibile.

E’ quindi scorretto contrapporre la vita alla morte?

Bisognerebbe parlare piuttosto di nascita e di morte, come due importanti aspetti della vita: l’ingresso e l’uscita nell’esistenza terrena fanno parte entrambe del ciclo vitale. In entrambe le fasi c’è una nascita e una morte. Il neonato muore a quel che era e lascia il suo mondo di sicurezza e di protezione per affacciarsi verso l’incognito. Ma è l’unica possibilità che ha per continuare a vivere, e solo uscendo dal ventre materno potrà scoprire tutto l’amore con il quale i suoi genitori l’attendevano.

Ugualmente, nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo che dava sicurezza per nascere in un altro, ma solo questo passaggio potrà far sperimentare all’individuo la pienezza dell’amore di quel Dio che ora l’avvolge con la sua luce e fa del momento della morte, che nell’antichità veniva chiamato il giorno natalizio, cioè il giorno della nascita, il momento più importante della sua esistenza terrena, il suo coronamento.

Ma come si può immaginare la morte durante l’esistenza terrena?

Gli evangelisti, per indicare la realtà della morte, adoperano delle immagini, prese dal ciclo vitale della natura, quali il germogliare del dormire, del seminare, dello splendere.

Cominciamo dal Dormire. In Matteo si legge che “La ragazza non è morta, ma dorme”. Per i primi cristiani la morte era un addormentarsi. Il dormire non fa parte della morte ma del ciclo vitale. Come il dormire è quell’azione che consente all’individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggiore vigore la sua vita, così la morte è un momento del ciclo vitale che consente all’individuo di riprendere con più forza ed energia la sua esistenza.

Poi c’è il Seminare. “Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo; se muore, invece, produce molto frutto”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Attraverso l’immagine del chicco, che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che l’uomo contiene. La vita che è in lui racchiusa attende di manifestarsi in una forma nuova incomparabile con la precedente. Nel breve arco della sua esistenza terrene l’uomo non ha la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetteranno la definitiva crescita della persona.

Infine lo Splendere. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù, gli evangelisti presentano qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questo episodio è collocato da Matteo e Marco al “sesto giorno“, il giorno della creazione dell’uomo, in quanto gli evangelisti vedono in Gesù la realizzazione definitiva della creazione di Dio e la manifestazione della sua gloria. A Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli che saranno testimoni della sua cattura, Gesù intende mostrare che la sua morte non sarà che un passaggio verso la pienezza della propria condizione: “E fu trasformato davanti a loro; e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce“.

Attraverso queste immagini, gli evangelisti intendono mostrare in Gesù la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte: questa non diminuisce la persona, ma la trasforma, consentendole di manifestare il suo massimo splendore.

Quindi, non si deve aver paura della morte…

Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti che “La morte non è più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona, che Dio ha preparato per quanti la amano“.

Ma cosa si dovrebbe dire ad una persona colpita da un lutto per la perdita di una persona casa?

Cominciamo col dire cosa non si deve dire. Le persone pie hanno un vero e proprio contenitore di stupidario religioso. Per ogni caso hanno la risposta. Se muore una persona giovane: “era già maturo per il regno dei cieli“; se si tratta di un bambino “i fiori più belli il Signore li vuole per sè”; se è morta una persona buona: “i più buoni il Signore li chiama con sè“, e forse questo è il motivo per cui noi tutti teniamo nella nostra vita una buona dose di sana cattiveria, per sfuggire alle scelte de Padreterno. Questi linguaggi pii, devoti, certamente in buona fede, fanno sorgere un sordo rancore nei confronti di un Dio che prende, che toglie da questa vita. 

E invece cosa si deve dire?

Niente. Ogni parola è inadeguata, insufficiente. Bisogna solo stare vicini alla persona colpita dal lutto con gesti che esprimano quella vita che la persona sente mancare: un abbraccio, un bacio, una carezza.

E come reagire in caso di suicidio di una persona cara o di morte di un figlio?

L’argomento è molto delicato. Sarebbe presuntuoso da parte mia dare una risposta. Il fatto della morte è traumatico: se già è difficile accettare il ciclo normale della vita, cioè per un figlio seppellire i genitori, è contro natura per i genitori seppellire un figlio, oppure accettare che una persona cara ponga fine alla sua vita. Allora credo che in questi casi, per non andare via di testa e per sopravvivere, bisogna mettersi dalla loro parte, pensare: ma dove sono?… cosa sono?… cosa fanno?. Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte non interrompe la vita, quindi la persona continua a vivere in una nuova dimensione, più bella, più ricca, più piena. Ne abbiamo tante tracce nei Vangeli, che ci invitano a non cercare i morti per poter sperimentare i vivi, a non piangere un cadavere ma sperimentare un vivente.

In Giovanni c’è un bellissimo brano in cui Maria di Magdala prega e singhiozza davanti al sepolcro e non si accorge che Gesù è vivo lì dietro. Solo quando smette di piangere il morto e si volta, finalmente vede il vivente.

L’esempio più bello, anche sconvolgente, è la madre di Gesù che non è presente alla deposizione. Lo so che tanti grandi artisti hanno raffigurato la deposizione con la presenza di Maria, ma nei Vangeli questo non c’è. La madre di Gesù, che è stata capace di seguirlo fino alla croce, non accoglie un cadavere, perchè continua a seguire un vivente. Mentre le altre donne vanno al sepolcro e si sentono rimproverare: “Perchè cercate tra i morti colui è vivo?”, lei non ci va, lei non piange un morto ma continua a seguire un vivente.

Padre  Maggi, è mai stato colpito dalla morte nei suoi affetti più cari? E in tal caso, che esperienza ha avuto di queste cose belle che lei dice e scrive? 

Per tanti anni ho avuto un dubbio. Sì, io studio, predico queste cose, ci credo, ma mi dicevo: cosa succederà quando anch’io sarò toccato direttamente? Ebbene, quando qualche anno fa morì mio padre, tutte queste cose si dimostrarono vere. Tutti dicono che quando ci muore una persona cara, muore qualcosa dentro di noi. Ebbene, io, di fronte alla salma di mio padre, naturalmente piangevo, ma sentivo crescere dentro di me una allegria, una felicità incontenibile, che mi imbarazzava. Ma come: sto piangendo mio padre e sento dentro di me una grande pienezza di felicità? Questa è un’esperienza che molti fanno, ma non osano dirlo perchè sembra una cosa fuori posto. Sul momento sono rimasto sconcertato, ma poi ho capito: mio padre mi voleva tanto bene, era innamorato di me; ora che era entrato nella pienezza dell’amore di Dio, il bene che mi voleva era potenziato dall’amore di Dio, e quindi mi inondava in maniera traboccante del suo amore. Che è la funzione dei nostri cari defunti, i quali non sono lontani da noi, ma ci sono accanto e continuano a comunicarci non semplicemente l’amore di prima, ma l’amore di prima potenziato dall’amore di Dio. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia.

Questo significa che è inutile andare al cimitero?

Il termine cimitero deriva da una parola greca che significa dormitorio. In passato, il cimitero non aveva quell’aria funebre che normalmente ha e non era esclusivamente riservato ai morti. Come ho detto prima, la morte, per i primi cristiani, era un addormentarsi e dormire non fa parte della morte ma del ciclo della vita. I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Rio.

Perchè allora si parla di eterno riposo?

Il riposo di cui si parla non indica la cessazione dell’attività, ma la condizione divina, come il Creatore che – si legge nel libro della Genesi – “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno“. Con la morte, l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini.

L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri sono la sua ricchezza, quelle che hanno reso la vita “eterna” già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.

In ogni uomo arriva un punto della sua vita nella quale l’armonica crescita della persona, nella sua componente biologica e quella spirituale e morale, subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunge il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua a svilupparsi. “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno”, dice Paolo ai Corinti. All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. 

La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì“.

di Ferdinando Montanari

A chi fosse interessato ad approfondire le considerazioni di Padre Maggi sul tema della morte consigliamo di leggere il testo della conferenza “ultima_beatitudine“.

Lascia un commento

Archiviato in Cultura

Al filosofico Caffè di scena la Menzogna

Il Caffè filosofico getta le sue radici nel 1700 quando ci si riuniva nei café per discutere dei più svariati argomenti, non necessariamente connessi con la filosofia. Nel 1992 il filosofo francese Marc Sautet (scomparso nel 1998) ne ha rivitalizzato il costume al Café des Phares di Parigi, ad oggi si contano nel mondo oltre 250 “Cafè Philo”.

Mercoledì 21 Ottobre alla Libreria Morosina di Cattolica sapere e sapore si sono amalgamati grazie alla collaborazione con “Il Circoletto” che ha offerto un rinfresco a base di cioccolata, caffè, tisane ed una squisita torta di mele.

Circa 50 persone, coordinate dalla prof.ssa dell’Università di Urbino Laura Piccioni, hanno vivacizzato la prima serata del “Filosofico Caffè” il cui tema era il potere seduttivo della menzogna. Abbiamo sviluppato il tema partendo dal quesito: – “Il falso può divenire vero se tutti ci credono”. Ognuno di noi presenti ha enunciato le proprie osservazioni mettendole al vaglio del gruppo, dandoci indicativamente un tempo massimo per esprimere i nostri concetti, anche se ciò è antifilosofico, in quanto non si può pretendere di esprimente un pensiero nella sua globalità in tempi ristretti, in tal modo abbiamo comunque sviluppato il dono della sintesi.

Abbiamo cercato di qualificare la Menzogna risalendo alle origini: “Chi ha mentito per primo?” A tale quesito vi è chi ha suggerito che la menzogna è la fondazione delle relazioni sociali e della società civile; la prima menzogna è stata rappresentata da SATANA che sedusse Eva al fine di farle mangiare la mela. (Questo è quanto ci tramanda la tradizione giudaico cristiana). La verità è stata contrapposta alla menzogna, ma, nel ambito di una concezione popolare, non tutto l’irreale è visto in modo negativo: ad esempio, le fate e i cartoni animati fanno sognare i bambini. Allo stesso modo la mitologia greca è piacevole. Nella natura vi è la tendenza di creare menzogna per darsi delle risposte gratificanti o consolatorie, pensiamo ad esempio alla morte.

La menzogna è un invenzione o credenza, la realtà che si sovrappone a qualcosa perché si è toccato il tasto di falsità, sicché si distanzia da un presunto vero o reale; ad esempio nella guerra colui che vince si crede persegua il bene. Vi è, poi, chi crede che menzogna e verità siano facce della stessa medaglia ed entrambe possono servire a conseguire uno scopo. La menzogna ha differenti qualità, a seconda che servano per giustificare un singolo atto o una pluralità di atteggiamenti. Nel teatro e nella letteratura la menzogna è legittimata. Ne “La patente” di Pirandello, il protagonista chiede il titolo di ‘iettatore’, ché, se tanto debba essere screditato per menzogna, che ciò serva a conquistarsi di che vivere.

La menzogna è legata al potere e ci può cambiare la vita, specialmente quando è difficile da scoprire, poiché non si dispone di tutti gli elementi per giudicare in modo corretto e quindi è legata alla pigrizia di non cercare la verità che costa fatica. Il livello della discussione è salito quando sono stati riportati fatti concreti, cercando lo spunto affinché si inceppi il meccanismo della menzogna. Nella fiaba “Il vestito dell’imperatore” di Hans Christian Andersen, la genuità di un bambino riconosce che ‘il re è nudo’ a fronte della vanità del sovrano e la piaggeria dei cortigiani.

Nella seconda metà dell’VIII secolo, papa Stefano II, uso la falsa donazione di Costantino, per proclamarsi signore dell’impero romano di occidente e con la collaborazione di Pipino il Breve conquistò Ravenna, l’Emilia e parte del vecchio corridoio bizantino, in tal modo rinforzò lo stato pontificio (che non avrebbe dovuto avvalersi di menzogne, dato che il suo simbolo è ‘la Via, la Verità e la Vita).

E’ più bello essere attratti da una verità piuttosto che essere sedotti dalla menzogna; poiché essere ingannati fa girare le eliche! La menzogna diventa negativa quando nella frode/truffa, il fine giustifica i mezzi! Encomiabile il signore che ha recitato i versi di Lucrezio:  Gli esseri umani non cesseranno mai di nascere gli uni dagli altri e la vita non è proprietà di nessuno, ma usufrutto di tutti.

Laura Piccioni ha sottolineato quanto l’opera ‘Contra mendacium’, di Agostino d’Ippona, sia importante per distinguere la menzogna. Personalmente ritengo che la materia è concretezza, l’azione è realtà, verbo e fantasia hanno umana tendenza alla menzogna, l’essere è verità, apparire è la menzogna usata per sedurre e realizzare una truffa.

In sostanza questo caffè filosofico, mi è sembrato uno strumento per ottenere gratificazioni nel condividere la conoscenza, anche se spesso si finisce a scontrarsi sui temi religiosi e politici. E’ anche occasione per fare piacevoli incontri.

di Massimiliano Ferri

1 Commento

Archiviato in Cultura