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Quando Dio trema

il cappellano del diavolo

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Aprile 2009: terremoto in Abruzzo. Gennaio 2010: terremoto a Haiti. Febbraio 2010: terremoto in Cile. Distruzione a volontà, morte dispensata a bracciate tra sofferenze indicibili, dispersi, sfollati. Il pianto dell’infanzia impotente è ciò che scuote di più. Il tutto da servirsi a caldo con il solito corredo calcolato di immagini impressionanti e commenti impresentabili. Un pensiero, anche stavolta mi è andata bene, un altro, però che sfortuna, piove sempre sul bagnato. Un Sms di beneficenza per non intaccare la propria autostima di persona dabbene. OK si può ripartire: che si fa stasera di bello? 
Non è mia intenzione lanciare la solita invettiva moralistica contro l’indifferenza umana. Potenzialmente potremmo fare molto di più per il nostro prossimo, ma i limiti della nostra capacità di coinvolgerci sono in parte indipendenti dalla volontà e legati all’istinto di sopravvivenza. Ciò che mi chiedo ora, è se il nostro percorso di rientro psicologico nella normalità depurata dall’empatia verso i sofferenti, si lasci interpellare a sufficienza da quanto accaduto, al fine di porre al vaglio la nostra visione religiosa della vita. A volte, tale opportunità ci viene servita su un piatto d’argento quando l’enfasi dei cronisti per qualche ritrovamento improbabile di sopravvissuti sotto le macerie, ne parla in termini di miracolo,echeggiando una qualche contiguità con un intervento salvifico della divinità. Come non avvertire in tal caso la stridente asimmetria con il versante opposto, quello devastante dell’accaduto, che mai viene neanche lontanamente associato alla crudeltà di Dio? Qui occorre valutare in tutta onestà quanto disperato bisogno abbiamo di credere in qualcosa che dia sollievo alla nostra paura della morte. Per molti, poter confidare che vi sia qualcosa di buono e di bello, magari in compagnia dei nostri cari, ad aspettarci oltre Frontiera, esercita un’attrattiva così intensa da far loro abbassare la guardia rispetto alle obiezioni di ogni lucida critica ragionata. La fallacia argomentativa tipica di coloro che fondano la fede nella bontà divina poiché, in sua mancanza, tutta la esperienza umana non avrebbe un senso, è tanto diffusa da avere un nome altisonante, argomentum ad consequentiam: X è tanto più vero, quanto più mi piacciono e auspico le sue conseguenze. La fede come lenitivo, non importa quanto credibile, basta che funzioni. E si riesce nell’intento di far pendere la bilancia a favore della Provvidenza evitando di mettere sul piatto contrario tutto il carico effettivo di dolore disponibile. Un esempio recente di ciò lo offre un volantino diffuso da Comunione e Liberazione in occasione di una raccolta fondi pro Haiti. Titolava “La nostra vita appartiene a un Altro”, citando Don Giussani. Un titolo urlato, a giudicare dai caratteri cubitali, e chi grida spesso lo fa per coprire il mormorio dell’angoscia procurata da argomenti avversi temuti. Prosegue così: “La nostra vita appartiene a qualcosa d’Altro. L’inevitabilità di ciò che accade (il terremoto in questo caso, ndrè come il sinonimo più chiarificatore di questa non appartenenza a noi della cosa, e soprattutto non appartiene a noi ciò da cui tutto deriva: la nostra vita appartiene a un AltroIn questo senso si capisce perché la vita dell’uomo è drammatica: se non appartenesse a un Altro sarebbe tragica. La tragedia è quando una costruzione frana […] E tutto nella vita diventa niente […]Ma se tutto appartiene a un Altro, allora la vita dell’uomo è drammatica, non tragica”. Dove stia la differenza, in questo caso non ci viene detto. Forse il  dramma, si lascia intendere, contempla un eventuale lieto fine. Ma, per quanto possa essere esaltante, esiste un epilogo in grado di riscattare in pieno il prezzo pagato? Secondo Don Giussani, sì. E la citazione si chiude con la sua apologia: “Il Signore, Colui a cui appartiene il tempo è buono”. Abbiamo almeno il coraggio di ammettere che mai accezione di bontà è più discorde da come la concepiamo nella nostra quotidianità. Se un padre si comportasse con i suoi figli come il Dio Amore con il mondo, nessun tribunale gliene lascerebbe la tutela. Dunque, consiste in questo avere fede, perdonare a Dio ciò che non si tollera nell’uomo? O, come dice Tonon nel suo “Elogio dell’ateismo”, “Vuoi vedere che l’uomo è stato creato davvero a Sua immagine e somiglianza ed è così che si spiegano tante cose? In altre parole: noi somigliamo a Dio? Sì, ma in cosa? Nella malvagità e nell’insipienza di cui diamo ininterrotta dimostrazione?” 
Né, più convincente del Dio Amore risulta essere il Dio Signore, capace di mettere a tacere l’incauto Giobbe reo di aver dubitato della Sua giustizia. Giobbe colpito nei beni, nei figli e nella sua stessa carne, tra atroci sofferenze si rammarica: “Se ho peccato che cosa ti ho fatto, o custode dell’uomo? Perché m’hai preso a bersaglio e ti son diventato di peso?(7,20); Per questo io dico.. : egli fa perire l’innocente e il reo (9,22); Dalla città si alza il gemito dei moribondi e l’anima dei feriti grida aiuto: Dio non presta attenzione alle loro preghiere (24,12). Ed ecco che Dio, ascoltati i tentativi degli amici di Giobbe di discolparLo, rompe gli indugi e assume in proprio la sua difesa giocando la carta della Sapienza creatrice: Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? (38,4) E dopo averlo soverchiato con l’elenco delle infinite meraviglie del creato ne prova la consistenza: “Il censore vorrà ancora contendere con l’Onnipotente? L’accusatore di Dio risponda!”(40,2) A Giobbe non resta che abbozzare “Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca”(40,4).

Peccato che Giobbe non fosse contemporaneo di Darwin. Avrebbe potuto rubargli le parole di una lettera all’amico Hooker: “ Che libro potrebbe scrivere un cappellano del diavolo sulle opere goffe, sprecone, vili maldestre e orribilmente crudeli della natura! O se avesse avuto a disposizione i testi di R.Dawkins avrebbe potuto argomentare: “La quantità complessiva di sofferenza inflitta ogni anno nel mondo naturale è al di là di ogni immaginazione. Ogni minuto migliaia di animali vengono mangiati vivi; altri in preda al terrore, corrono a perdifiato; altri ancora vengono lentamente divorati dall’interno da un infaticabile parassita; migliaia di individui di ogni specie muoiono per fame, sete e malattie. Deve essere così. Se vi è un momento di abbondanza questo comporterà automaticamente un aumento della popolazione fino a quando lo stato di equilibrio di inedia e sofferenza verrà ristabilito. 
Forse, insieme alla terra, avrebbe tremato anche Dio.

di Amedeo Olivieri

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Pasticcio di numeri in salsa vanziniana

San Gelmino Tremontino

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2009

Ultimamente si parla alquanto di scuola. L’aspetto positivo è che si creano occasioni perché le riflessioni possano divulgarsi ed affinarsi. L’altra faccia della medaglia, oltre al rischio di saturare la pazienza degli interlocutori, è il pressapochismo, specie in un panorama mediatico nel quale più un argomento è scomodo e complesso e prima viene liquidato. Ne sono un esempio diverse affermazioni in cui si lancia Gianfranco Vanzini nei due precedenti numeri di Cubia avendo, a suo dire, il conforto dei numeri. Ma i numeri non oppongono resistenza quando vengono forzati a proclamare verità che stanno, a priori, solo nella testa di chi li maneggia con troppa approssimazione. Vanzini parte citando un commento giornalistico inerente il Rapporto 2009 dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sullo stato dell’educazione nei paesi industrializzati e sentenzia che “tabelle e percentuali bocciano il sistema scuola Italia”. Su quali dati si basa? 1) NUMERO MEDIO ANNUO DI ORE DI ISTRUZIONE: qui l’Italia si colloca ai primi posti con 990 ore nella primaria. Ma per dedurne alcunché occorre tenere presenti le peculiarità della scuola italiana che non consentono di fare confronti generici. Vanzini riporta il dato della Finlandia di 608 ore. Ora, sul sito di Eurydice, la banca dati dei sistemi educativi europei, si specifica che, in Finlandia, i giorni di scuola annui sono 190 (da noi 200) e che l’orario di lezione è fino a 5 ore al giorno (totale 900 ore). D’altra parte, se si dividono le 608 ore annue per i 190 giorni otteniamo una media giornaliera di 3.2 ore, un po’ pochine direi. E, se non fosse accecato dalla devozione incondizionata per San Gelmino-Tremontino, anche Vanzini avrebbe capito che qualcosa non quadrava. Infatti l’OCSE nel suo rapporto conteggia solo le ore di lezione frontale e, guarda caso, in Finlandia ci sono diverse ore di laboratorio rese possibili da uno stato che investe fortemente nell’istruzione pubblica, realmente gratuita, e dispone di strutture all’avanguardia. Vanzini prosegue: “Se il tempo impiegato da alunni e docenti è così alto, perché i risultati sono così modesti?” E cita i dati dei test OCSE PISA (Programma Internazionale di Valutazione degli Studenti). Però non considera che si parla di test sottoposti ai quindicenni. Quelli comparativi per le fasce di età più basse non li effettua l’OCSE ma l’IEA (Agenzia Internazionale di Valutazione). In tali indagini, svolte alla fine della IV primaria, gli alunni italiani si situano molto in alto nella classifica mondiale, ben al di sopra della media sia in lingua, che in matematica e scienze. Attenzione, dunque, alle bocciature indistinte della scuola italiana, tanto facili quanto inutili ai fini di individuare in quali segmenti occorre concentrare gli sforzi per migliorarne la qualità. 2) IL NUMERO MEDIO DI STUDENTI PER INSEGNANTE: il dato riportato da Vanzini non tiene conto della presenza nella scuola italiana di 90mila docenti di sostegno (fatto che l’EU ci invidia) che in altri paesi sono alle dipendenze di enti diversi, e di 26mila docenti di religione cattolica pagati dallo stato (fatto che l’EU non ci invidia). Se, onde rendere possibile un confronto corretto, si scorporano questi docenti dal totale, si scende ad un rapporto insegnante-studente pari a 7.8, quasi in linea con il 7.5 della media europea. 3) IL PRESUNTO RISPARMIO DELLO STATO PER GLI ALUNNI DELLE PARITARIE. Vanzini cita i dati di una ricerca dell’AGESC (associazione genitori scuole cattoliche) del 2009 (invero è del 2007), dove si effettua un calcolo particolare, che esemplifico applicato alle primarie. Si considera ciò che lo stato spende per ogni alunno della scuola statale (7.366 euro). Da tale cifra si sottrae quanto lo stato spende per ogni alunno della paritaria (866 euro) e si ottiene la cifra che lo stato risparmia per ogni alunno che invece di andare alla scuola statale va alla paritaria. Moltiplichiamo questo per tutti gli alunni che frequentano la scuola paritaria dei vari ordini di scuola e…voilà: si ottiene il risparmio totale di oltre 6 miliardi di euro. Il ragionamento è talmente sciocco da sembrare impossibile che sia fatto in buona fede. Infatti, nel costo che lo Stato sostiene per ciascuno studente che frequenta la propria scuola ci sono conteggiati tutti i servizi educativi e questi non sono individuali quindi non è un costo che si può replicare uguale per ogni studente aggiunto. Ad es, se a Cattolica i 20 bambini della classe I delle Maestre Pie andassero alle statali, lo Stato non avrebbe costi aggiuntivi in quanto ne distribuirebbe 4 per ognuna delle 5 classi prime già esistenti, senza per questo assumere nuovi docenti. Ci sarebbero solo aule più affollate. Paradossalmente, lo Stato addirittura risparmierebbe in quanto la spesa pro capite, divisa tra più alunni, verrebbe a diminuire. E’ un meccanismo che si vede bene all’opera analizzando il Rapporto 2009 di Legambiente dal titolo “Scuola Pubblica: saldi di fine stagione”. Confrontando i numeri del 2009/10 con quelli dell’anno prima si constata che all’aumento di 37.876 alunni si risponde con una riduzione di 4.945 classi e di 36.218 docenti! Ciò dimostra che, grazie ai tagli di San Gelmino-Tremontino, se anche molti studenti delle paritarie andassero alle statali non costerebbero necessariamente di più alla Repubblica che, anzi, pur avendo dimezzato negli ultimi otto anni i finanziamenti alle proprie scuole ha, nel medesimo periodo, aumentato il contributo alle scuole paritarie del 70 % passando da 332 a 562 milioni di euro. Per non parlare dei contributi regionali o comunali, come quelli di Cattolica. Nella convenzione per il 2010, il sindaco Tamanti, senza considerare l’handicap, non presente dalle suore, versa alle maestre Pie 16.640 euro per circa 200 bambini, contro i 18.143 euro per i 700 bambini della Direzione Didattica. In chiusura due consigli, non richiesti, per Vanzini. 1) Se vuole sapere quante risorse investe veramente lo Stato per la scuola analizzi i dati del rapporto Ocse 2009 che ha omesso di citare o quelli sfornati da Eurostat. Scoprirà che l’Italia è al 18esimo posto (sui 27 paesi EU) per la percentuale del PIL spesa nella scuola, ben al disotto della media. 2) Se davvero sente che la sua mission è quella di far risparmiare lo stato sulla spesa pubblica lasci in pace per un po’ la scuola e vada a spulciare tra i conti del Ministero della difesa. Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l’indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari. E il Governo ne ha in ordine 131. Aspetto fiducioso.

Di Amedeo Olivieri

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Caccia alla merdaccia

 

Tom Bentley

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Era ora. I dipendenti pubblici saranno sottoposti ad uno screening approfondito il cui verdetto servirà per stilare graduatorie di merito e operosità. Via i mangiapane a tradimento, niente più vagabondi cronici pagati con i soldi di tutti, al bando gli incompetenti. Semaforo verde, al contrario, per coloro che risulteranno in regola con i requisiti richiesti. Da chi? Dal gioiellino Brunetta, alias ministro della funzione pubblica, il cui D.L n.150 è stato pubblicato in Gazzetta lo scorso ottobre. Tutto a posto, dunque. Presto i servizi pubblici di cui potranno godere i cittadini saranno finalmente di qualità, la loro efficacia ed efficienza senza precedenti. Ma sarà davvero così? Tenterò di rispondere a questa domanda soffermandomi sul comparto scuola e ponendo soprattutto questioni. 1) E’ possibile valutare oggettivamente le competenze dei docenti? Brunetta (in corsivo le citazioni testuali) scommette di sì tant’è che prevede una graduatoria di merito attraverso l’individuazione di tre fasce di docenti così ripartiti obbligatoriamente: 25% di Top, 50% di mediocri, 25% di merdacce. Come pensa di misurare e valutare quella che viene chiamata performance dei dipendenti? Gli obiettivi da raggiungere vengono stabiliti dagli organi di indirizzo politico-amministrativo e debbono essere specifici e misurabili in termini concreti e chiari. Arriveranno ulteriori disposizioni ma sicuramente come metro per giudicare il docente verranno utilizzati anche i test sui risultati degli alunni, il che crea non pochi problemi. Cosa rilevare: il rendimento in italiano, matematica e scienze? Davvero non conta altro per le finalità della scuola? E il clima di classe, il livello di motivazione degli studenti, lo sviluppo delle capacità relazionali, espressive, comunicative, sociali? La normativa relativa all’obbligo scolastico introdotta nel 2007, recependo quella della UE, individua 4 assi culturali (dei linguaggi, matematico, scientifico-tecnologico, storico-sociale) e indica ben otto competenze chiave per poter esercitare una piena cittadinanza: Imparare ad imparare, Progettare, Comunicare, Collaborare e partecipare, Agire in modo autonomo e responsabile, Risolvere problemi, Individuare collegamenti e relazioni, Acquisire ed interpretare l’informazione. Volutamente non vi ho risparmiato l’elenco perché possiate rendervi conto della complessità di misurare in maniera compiuta e attendibile tutte queste variabili. Non siamo nemmeno capaci di fare tesoro delle esperienze degli altri. Ascoltiamo cosa diceva in proposito nel 2002 Tom Bentley, consigliere dell’istruzione nel governo Blair, relativamente al sistema scolastico inglese che aveva fatto della valutazione oggettiva degli studenti il cavallo di battaglia per misurare la qualità della scuola e dei docenti: “L’importanza prioritaria posta sui risultati dei test ha spinto le scuole e gli insegnanti ad “insegnare per il test”. Questo rafforza un sistema all’interno del quale gli studenti non sono incentivati a trasferire le abilità da una disciplina ad altre discipline o a risolvere problemi reali all’interno delle discipline, a sviluppare cioè le conoscenze in modo da poterle applicare nella vita reale, oltre le prove d’esame”. E prestiamo attenzione anche alle parole di Kim Marshall, provveditore di Boston, che ha appena pubblicato: “Ripensare la valutazione dei docenti” in un America dove Obama, a fronte di un investimento nella scuola senza precedenti, ha rilanciato il dibattito (almeno lì si discute) sul tema dello stipendio associato al merito (merit pay): “Il merit pay si è dimostrata una strategia inefficace per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento. Ecco perché: 1) Mina il lavoro d’equipe. Gli insegnanti che sono ricompensati per i migliori risultati conseguiti dai loro studenti sono meno propensi a condividere idee e esperienze con i propri colleghi; 2) I migliori insegnanti lavorano già moltissime ore e non ci sono prove che un aumento di stipendio li porti a lavorare di più o in modo più brillante o che gli insegnanti mediocri siano motivati a migliorare. Capita esattamente il contrario e i mediocri faranno ancora peggio; 3) Le prove standardizzate spesso sono insensibili nei confronti dei problemi educativi e, il più delle volte, misurano le condizioni familiari più che il valore aggiunto dato dal lavoro dell’insegnante”. Quindi come misurare il reale contributo apportato nell’anno dal singolo docente? Si dice che dovremmo misurare accuratamente il livello di partenza e compararlo con i risultati in uscita per valutare la qualità del cammino percorso. Dunque, vai con le batterie di quiz iniziali e finali. Quanto tempo resta per l’apprendimento? E peccato che poi gli esperti dicano che occorrono almeno tre anni di dati per misurare l’efficacia di ciascun insegnante. Ma continuiamo con i problemi aperti: se un docente eredita una classe dove ha lavorato una merdaccia dovrà pagare per un demerito non suo, così come sarà premiato indebitamente chi acquisisce una classe eccellente? E per quanto riguarda i docenti di sostegno?
Allora Signori, qui stiamo parlando di “materiale umano”, altamente differenziato e specifico, così come ogni gruppo-classe costituisce un’alchimia difficilmente replicabile. Non si può ragionare in termini di premi-produzione come per aziende che sfornano materiali o servizi standardizzabili (Ad esempio anche operare un’ernia oggi ha un protocollo standard per cui è possibile verificare se un chirurgo lo ha seguito o meno). Questo significa che singole scuole e docenti non possano essere valutati per quanto vanno facendo? Ovvio che no. Così come non significa che tra i docenti non esistano differenti livelli di professionalità. Stiamo solo dicendo che, se ci interessa davvero il miglioramento della scuola in funzione dell’apprendimento autentico degli studenti, abbiamo in primo luogo a che fare con reali problemi di valutazione equa. Poi, quand’anche fosse che disponessimo di informazioni attendibili su pregi e difetti di ogni docente, volendo davvero introdurre circoli virtuosi di cambiamento occorrerebbe puntare sulla collaborazione reciproca e sull’osmosi delle migliori pratiche disponibili. Altro che abbassare lo stipendio alle merdacce, impedir loro di accedere a incarichi e aggiornamento professionale, eliminare progressione di carriera e sbatterle sul sito internet della scuola per essere esposte alla pubblica gogna. Che è quanto ordina il decreto Brunetta aprendo la stagione della caccia alla merdaccia.

Di Amedeo Olivieri

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Non solo Copenaghen

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Parliamo di quel tale che dopo aver strangolato la moglie convince i giudici a perdonarlo con la promessa di non farlo più. Rimasto libero, uccide i genitori e, una volta al processo, viene assolto perché si impegna sulla parola a riparare al fattaccio. Ed eccolo che si diletta a sparare ai passanti dal balcone di casa. Catturato, viene rimesso subito in libertà perché giura sulla Bibbia che non ricadrà nello stesso errore. E così via con una scia infinita di delitti. E’solo una storiella cretina ma fornisce una buona rappresentazione del comportamento dei paesi soprasviluppati che, dopo il Summit della Terra di Rio del 1992, hanno dato vita alla Conferenza delle Parti (COP) per accordarsi sulla riduzione dei gas serra, nel tentativo di contenere i cambiamenti climatici. A Copenaghen si è appena concluso COP 15, il che vuol dire che, come il tale della storiella, è la 15esima volta che si rinnovano dichiarazioni di principio e pseudoimpegni, tra i quali il Protocollo di Kyoto durante COP3, fondamentalmente inconcludenti. Se si aggiunge la contraddizione tra il tema in agenda e l’impatto ambientale dei 20mila delegati presenti nella capitale danese con le loro 1200 limousine nonché dei presidenti e primi ministri con i loro140 jet privati, comprendiamo bene che non è realistico attenderci che la salvezza del pianeta provenga dai vertici istituzionali degli Stati. Spostiamo quindi l’attenzione alla nostra situazione locale.1) Scivolano leggeri i bambini sulle loro lame sottili in piazza Roosevelt. Qualcuno impacciato, altri più disinvolti, ma tutti con la beata ignoranza dovuta alla stupidità degli adulti che non hanno spiegato loro il paradosso che le 55 tonnellate di Anidride Carbonica, prodotte per ottenere un mese di ghiaccio artificiale in un paese dove il clima non prevede temperature sottozero, contribuiscono a sciogliere più in fretta i malconci ghiacciai, stavolta autentici, da cui dipende la possibilità di vita futura. Non si tratta di intristire le nuove generazioni con discorsi funesti ma di responsabilizzarle in modo intelligente sulle conseguenze delle azioni umane. Possiamo farci aiutare a trovare le parole giuste da un originale libro di Luca Novelli “Il Professor Varietà”, dove si racconta la storia di Marta e Ron che, in compagnia del loro gatto, partono a bordo della padella spaziale in cerca del Pianeta Panda, un posto dove sia diffuso uno stile di vita sostenibile. Visiteremo così il Pianeta Niente, dove ogni tipo di civiltà è impossibile, il Pianeta Neanderthal dove gli oggetti di ogni giorno vanno conquistati a proprio rischio e pericolo, il Pianeta Leonardo, dove tutti gli oggetti sono riciclabili e le energie rinnovabili. E scenderemo sul Pianeta Paguro, dove gli abitanti devono portare sulle spalle tutti gli oggetti che possiedono e tutti i rifiuti che producono, sul Pianeta degli Oggetti Abbandonati, sul Pianeta Tempo, dove gli oggetti non indispensabili si pagano con secondi, minuti e ore della propria vita. E ancora, sul Pianeta Pericle, dove la ricchezza non si misura con l’oro e con le cose possedute ma col numero di amici e di affetti che ci circondano. Sfioreremo anche il Pianeta Guerra, dove il possesso delle risorse viene sempre deciso da un conflitto, il Pianeta Biotek, dove gli organismi geneticamente modificati sono sfuggiti al controllo degli abitanti e il Pianeta Consumo, dove in realtà c’e poco da vedere perché è stato consumato tutto: Aria, Acqua, Terra…E, insieme ai nostri eroi, scopriremo che il Pianeta Panda potrà essere la nostra Terra, quando cambieremo il nostro stile di vita. P.S: Ne consiglio la lettura anche all’Assessore allo Sviluppo Sostenibile Angelini, con la speranza che ci aiuti a capire cosa è cambiato per i cittadini rispetto alla precedente amministrazione, quando questo assessorato non esisteva.
2) Restiamo in tema di qualità dell’aria. La beata ignoranza dei bambini è comprensibile, la nostra e quella dei nostri amministratori un po’ meno. Per par condicio chiamiamo in causa anche l’assessore all’Ambiente Palmacci e quello alla Sanità Mancini. Se si sono ripresi dall’estasi per la visione notturna dei meravigliosi controsoffitti blu che dipartono dal Municipio, credo sarebbe utile che osservassero un po’ di dati presenti sul sito dell’ARPA concernenti la composizione dell’aria che respiriamo nel nostro territorio. Magari potrebbero anche inserirli sul sito del Comune di Cattolica, considerato che non c’è traccia di uno spazio dedicato all’ambiente mentre vi si trovano cose amene come oroscopo o superenalotto. Anche se siamo messi male per quanto riguarda le polveri sottili PM10, nello specifico mi riferisco ai dati relativi ai test di mutagenesi che mirano a rilevare l´effetto di una sostanza e/o di una miscela sul DNA ed eventuali mutazioni indotte. Dice ARPA: “Vista l´esistenza di una stretta correlazione tra sostanze mutagene e cancerogene, si è resa necessaria la valutazione del potenziale mutageno a cui è sottoposta la popolazione urbana. La novità di questi test è inoltre dovuta al fatto che si basano sulla presenza di particelle ultrafini, le cosiddette PM2,5. Sono le più pericolose dal punto di vista sanitario e rappresentano un importante fattore di rischio per la salute dei cittadini in quanto sono in grado di penetrare nelle parti più profonde dell´apparato respiratorio ed hanno evidenziato maggiore attività mutagena specifica rispetto alle più note PM10 . Ad esempio, per ogni aumento di 10 microgrammi/mm3 l’aumento di mortalità generica per le PM10 è di 0,6% mentre per le PM2,5 è di 6%. Purtroppo i bambini sono la categoria più sensibile.  Quattro sono i livelli contemplati per il fattore di genotossicità dell’aria: Negativo(da 0 a 1,4); Debolmente Positivo (1,5-2,9); Positivo( 3-14,9); Fortemente Positivo (> 15). Gli ultimi dati disponibili riguardano febbraio 2009 e il fattore di genotossicità dell’aria è di 75,1 il più alto di Romagna, tanto che la colonna relativa fuoriesce dall’asse verticale del grafico, graduato fino a 60. Tali valori riguardano Rimini ma il responsabile Marco Zamagni di Arpa Rimini mi ha ribadito che la qualità dell’aria a Cattolica è la medesima. La dott.ssa Bocchi, del laboratorio di ARPA Parma che effettua le misurazioni, mi ha invece gentilmente informato che a tutt’oggi non esiste una normativa che prenda in esame tali risultati. Fino a che ciò non avverrà possiamo stare tranquilli. O no?

di Amedeo Oliveri

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Thank You Mr. Charles

Charles Darwin

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Sono d’accordo con chi sostiene che il vero genitore non è necessariamente quello biologico, ma chi assume dentro di sé e verso la società il compito di crescere un bambino, accudirlo e tutelarlo. E i figli sentono e comprendono tutto ciò ben oltre la consanguineità. Vorrei trasferire questa considerazione in ambito di generazione della conoscenza. Diciamo che sto parlando del genitore epistemico. Colui che ti inizia alla verità più radicale cui un individuo possa aspirare, in grado di svelare qualcosa di attendibile non solo riguardo le fondamenta del tuo essere, ma sulla esistenza stessa di quella vicenda strabiliante e insieme tragica che da noi, in questo pianeta disperso nel cosmo, chiamiamo Vita. Non ho dubbi nel riconoscere uno dei miei padri epistemici in Charles Darwin, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita e il 150esimo della pubblicazione de “L’origine delle specie”. Grazie a ciò che ha scoperto sulla evoluzione e dagli studi che ne sono seguiti, oggi sono in grado di sapere da dove viene questo mio corpo mortale e come ha potuto arrivare fin qui. Posso leggere il mio pedigree attraverso milioni di anni, specchiarmi nelle mutazioni casuali dovute ad errori di ricopiatura durante la replicazione del DNA nelle cellule nei miei antenati, considerarne gli effetti selettivamente promossi o cassati dal tribunale naturale dei fenomeni ambientali, rammaricarmi per tutte le volte che una nuova specie ha imboccato un vicolo cieco fino ad essere inghiottita dall’incolpevole indifferenza delle congiunture sfavorevoli, scoprire nel mio corpo lasciti evolutivi come ernia e singhiozzo dovuti a pesci e girini che mi hanno preceduto filogeneticamente. Ancora, posso gioire, ravvisandone un motivo sufficientemente fondato, per essere un giorno entrato anch’io a far parte della vicenda di questo marasma capace di auto-organizzazione nominato Biosfera. Già avverto l’obiezione: “ecco uno di quei materialisti riduzionisti che si accontentano della trivialità della conoscenza scientifica, capace forse di informarci sul come siamo stati originati biologicamente dall’inizio dei tempi, ma assolutamente impotente a parlarci del Dio creatore che ci ha voluto e pensato da prima che i tempi fossero”. A parlare così, spesso, sono coloro che hanno sete di conoscenze più elevate, cosiddette spirituali, e si affidano a un genitore gnoseologico capace di affossare quello epistemico mentre dispensa, a lor dire, le uniche verità adeguate alla misura dell’anima umana, non importa se indimostrabili o immaginarie: quelle relative alla presenza del divino e alla sua azione creatrice. Dotati di affabulazione suadente, costoro però mostrano sovente almeno due falle vistose nel loro metodo di produzione del discorso (che peraltro amano definire Rivelazione onde tutelarlo dalla contaminazione con la cagionevole ragione umana).La prima falla è quella della mancata padronanza delle conoscenze di quanto Darwin ci ha lasciato in eredità. Non sto parlando di approfondimenti specialistici ma di alcuni principi esplicativi che richiedono giusto una conoscenza base delle discipline scientifiche. Chiedete in giro a dei fervidi creazionisti quali siano i capisaldi della teoria dell’evoluzione e toccherete con mano l’ignoranza al riguardo. E proprio dall’ignoranza derivano diverse argomentazioni infondate contro Darwin. Come, ad esempio, sostenere che la teoria dell’evoluzione è, appunto, solamente una teoria e quindi le sue verità sono tutte da dimostrare. Il problema nasce dal doppio significato del termine, come spiega C. Smith ne “I Falsi miti dell’evoluzione”: “Nella lingua comune, una teoria è una congettura o una supposizione che ha la stessa valenza di qualsiasi altra opinione. Nel linguaggio scientifico, invece, una teoria è la spiegazione logica, comprovata e supportata da prove di una serie di fatti e quindi tutt’altro che una supposizione. Il punto di forza della teoria dell’evoluzione sono le prove che la confermano e le vengono da una lunga serie di discipline scientifiche (biologia, botanica, ecologia, genetica, geologia, paleontologia, archeologia, embriologia e zoologia)”. Sempre da una valutazione molto naif deriva un altro luogo comune dei detrattori di Darwin: la necessaria presenza di un progettista dietro alla complessità di organi altamente sofisticati quali, ad es, l’occhio umano. Qui ciò che difetta è la considerazione di una scala temporale sufficientemente estesa da comprendere i successivi innesti e adattamenti di modifiche progredite lentamente per tentativi ed errori.La seconda falla si manifesta laddove, pur in presenza della padronanza dei concetti della teoria dell’evoluzione, questi non si riescono o non si vogliono porre in relazione con le credenze a priori riguardo la natura provvidenziale del disegno divino sulla vita. Si ritiene cioè di poter tenere distinti i piani di scienza e fede in nome del diverso dominio di indagine: dell’Autore si occuperebbe la religione, del suo modus operandi la scienza. Ma davvero le due questioni sono disgiunte e reciprocamente impermeabili? Possibile che conoscere il modus operandi non mi dica nulla riguardo al Soggetto che ne fa uso? Se venissi a scoprire che i miei genitori prima di me hanno generato e soppresso mediante esperimenti omicidi diversi figli perché non confacenti ai loro canoni, sarei ancora capace di gratitudine nei loro confronti per avermi accettato, li ringrazierei per il loro amore infinito o non comincerei piuttosto a nutrire dubbi sulla loro malvagità nonchè timori che possa anch’io diventarne vittima quando meno me lo aspetto? Questo mi dice Darwin: che la storia della evoluzione è cruenta, si è sviluppata dal basso come un cespuglio spontaneo senza una direzione prestabilita e che l’eventuale ordine e armonia della vita è tale solo per coloro che ne considerano una parte estremamente circoscritta e funzionale a supportarne l’idea. Non si tratta, allora, per l’uomo di fede di fronte a Darwin, di domandarsi se crede ancora in Dio, ma di quale Dio sta parlando quando dice di credere. E questo è un salto di consapevolezza non da poco nella umana ricerca della verità. Ecco perché vale comunque la pena di ringraziare Mr Charles.

di Amedeo Olivieri

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Don Peppone e Don Camillo / 2

DonCamilloPeppone

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

E’ andata. Ciò che paventavo nello scorso numero di Cubia si è puntualmente verificato. La convenzione per il conferimento di fondi comunali alla Scuola Paritaria delle Maestre Pie è stata rinnovata senza nessuna remora. Scivolata via nel silenzio di una delibera di giunta il 17 settembre. Anzi, proprio per evitare un passaggio in consiglio comunale che avrebbe quantomeno comportato uno straccio di riflessione sulla sua opportunità, l’amministrazione ha utilizzato un piccolo/grande accorgimento: ridurre da tre anni ad uno la durata del rinnovo. E mentre l’Assessore Mancini giustificava l’escamotage con la tenera età del mandato elettorale che avrebbe impedito un’attenta ponderazione delle tre paginette della Convenzione: “Abbiamo voluto prendere un ulteriore anno per riflettere”, la motivazione del sindaco, di segno opposto, si appellava alla necessità di efficienza: “Non potremo mica portare in consiglio ogni questione sulla quale dobbiamo decidere? Bloccheremmo l’amministrazione”. Più munifico e sbrigativo Antonio Gabellini, ex assessore al bilancio: “Cosa vuoi che siano 17mila euro, ormai li diamo per una qualunque mostra fotografica”. Questo è tutto il dibattito che sono riuscito a racimolare in casa Pd. Continuiamo a chiederci, ormai rassegnati, se dalle loro parti qualcuno si accorge che c’è qualcos’altro per cui vale la pena di arroventarsi le laringi oltre agli alienanti battibecchi interni su leadership e identità del partito.Ma, pur essendo conclusa la partita sul finanziamento, non è venuta meno l’esigenza di ragionare sul suo significato. Vorrei dunque segnalare, dopo quella di natura economica dello scorso intervento, una questione più radicale, che solleva un problema di incompatibilità tra scuola con finalità confessionali e offerta di un servizio pubblico. Vediamo.La legge 62/2000, promulgata da un solerte centro-sinistra, detta i requisiti che anche le scuole cattoliche debbono avere per diventare scuole paritarie (da ora SP) e vedersi così accreditate come soggetti che svolgono un servizio pubblico. Esse debbono essere aperte a tutti ed accettare chiunque si voglia iscrivere, “compresi gli alunni con handicap”che, precedentemente alla legge, le scuole parificate potevano rifiutare. La legge richiede, inoltre, alle SP di adottare un “Progetto educativo in armonia con i principi della costituzione” tra i quali, lo ricordo, risalta quello dello della laicità, definito “supremo” dalla corte costituzionale (sent 203/89). Ora: è sufficiente l’imposizione di accoglienza incondizionata di chiunque desideri iscriversi, figlia dell’Art 3 della Costituzione che obbliga a non discriminare nessuno in base a sesso, razza, lingua, credo, opinioni politiche e sociali, per garantire il rispetto del principio della laicità? Cosa esige tale rispetto da un sistema formativo pubblico? Che nella sua proposta educativa tutte le posizioni in materia di fede siano trattate allo stesso modo senza privilegiarne alcuna, considerato anche che il nuovo concordato dell’84 non riconosce più quella cattolica come religione di stato. Dunque nello spazio pubblico, luogo dove viene riconosciuta l’intersoggettività delle identità plurali, credenti o meno, non ci può essere una confessione che viene assunta come chiave di lettura della realtà e a cui chiedere di aderire per fede. Qualora una scuola decidesse di optare per una simile impostazione confessionale indottrinante, vale a dire ponesse tra le sue finalità quella dell’implementazione (se non imposizione) di una fede specifica, negherebbe al suo progetto formativo la coerenza con le finalità della scuola laica repubblicana e quindi tale progetto difetterebbe di almeno un requisito, per nulla secondario, per vedersi accreditata la paritarietà. Ma è questo il caso della scuola delle Maestre Pie? Ovvio che sì, in quanto essa è scuola cattolica e la mole di documenti ecclesiali al riguardo è inequivocabile. Qualche esempio: “Una scuola Cattolica si caratterizza dal vincolo istituzionale che mantiene con la gerarchia della chiesa, la quale garantisce che l’insegnamento e l’educazione siano fondati sui principi della fede cattolica e impartiti da maestri di dottrina retta e vita onesta. La scuola cattolica è vero e proprio soggetto ecclesiale in ragione della sua azione scolastica, in cui si fondano in armonia la fede, la cultura e la vita”. (Congregazione per l’educazione cattolica, maggio 2009); “Tenuto conto che l’uomo storico è l’uomo redento dal Cristo, la scuola cattolica mira a formare il cristiano nelle virtù che lo specificano e lo abilitano a vivere la vita nuova nel Cristo consentendogli di collaborare in fedeltà all’edificazione del regno di Dio. L’adesione a Cristo è il fondamento del carattere peculiare della scuola cattolica in quanto comunità educativa” (Cong. Educ.cattolica, 1977). Questo problema di incongruenza tra laicità del servizio pubblico e fini della scuola cattolica non sfugge alla Legge 62 ma essa, per cercare di ovviarvi quadrando il cerchio, combina un vero pasticcio normativo. Ecco come. All’Art 1 recita: “Il progetto educativo della scuola paritaria indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale o religioso”. Qui mette le mani avanti in quanto il legislatore sa benissimo che in Italia la maggior parte delle scuole paritarie ha finalità confessionali. Poi, con la frase successiva, il tentativo di salvataggio in corner: “Non sono comunque obbligatorie le attività extracurricolari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa”. Tradotto, significa che dovrebbe essere possibile chiedere l’esonero (cosa, tra l’altro, di difficile attuazione pratica) da attività quali preghiere, celebrazioni liturgiche in occasioni particolari, progetti specifici, catechesi, ecc…Ma se il problema è tutelare la libertà di coscienza perché intervenire solo sulle attività extracurricolari? Infatti, come abbiamo verificato, nella scuola cattolica è tutto l’impianto del progetto formativo che è di natura catechetico- confessionale, è l’aria che si respira che mira a costruire una identità credente e quindi non è in armonia con il principio costituzionale della laicità. Percepite la contraddizione?La nostra amministrazione decisamente no, tanto che, nella premessa alla Convenzione con cui decide il finanziamento, dà atto serenamente che: “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico e sono caratterizzate da un proprio progetto educativo in armonia con i principi della costituzione..” Così sia.
I miei omaggi a don Peppone.

di Amedeo Olivieri

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Vanità, tutto è vanità!

Mercedes classe S 500

Tratto da Cubia n° 17 – Dicembre 2001

Quando si parla di denaro e di politica, i giovani diventano soltanto degli strumenti da utilizzare per il prestigio personale e per la scalata sociale (in questo, il nuovo Governo è maestro).

Nel panorama cittadino di Cattolica si avverte la mancanza di una sana concretezza, nella gestione comunale del denaro pubblico. E se noi giovani dobbiamo prendere esempio dai più grandi (di età soltanto), credete che ci sarà un futuro pieno di vita?

Guardo un po’ al modo di occupare le “poltrone” che guidano la nostra città, e vedo tanta vanità, vedo un niente pretenzioso ed arrogante come una Mercedes classe S 500 (ultimo ritrovato della tecnologia moderna nel panorama mondiale, ma da pochi giorni è stato surclassato dalla iper tecnologia Bmw serie 7: Micucci non lo sapeva?), che è poi solo la punta di un iceberg.

Una sinistra solo di facciata, che lavora più come una destra allucinata, spesso criticata e contro cui molti hanno preso la parola, ricordando che la cosa pubblica va gestita in modo serio, non come fosse qualcosa di personale.

E forse per questo sta cercando di riparare lo squarcio di una Nave, con del cartone e un po’ di vernice nuova. Per non parlare dei 180 milioni di spese di rappresentanza o delle “Uscite di lavoro” comunali…

Di fronte a tutto questo come si pone un ventenne come me?

Sono schifato dalla poca attenzione rivolta alle persone e dalla troppa attenzione per le cose: per le politiche giovanili ci sono sì e no 30 milioni in Bilancio, e in un momento come questo, una Amministrazione che non si spende nel Sociale non è credibile.

La prossima volta che ci saranno le votazioni, pensiamoci bene prima di votare la Vanità. Utilizziamo dei criteri umani per decidere. Per me, vale questo: chi sa gestire bene la propria famiglia, sa gestire anche il bene pubblico…

di Mattia Traversa

 

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Don Peppone e Don Camillo / 1

Laicità

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Nel mese di Ottobre scade la convenzione triennale tra il Comune di Cattolica e l’Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (contro di loro, chiarisco subito, non ho niente, ne sono anche stato un felice alunno; qui parliamo di scelte amministrative) con la quale l’Ente locale versa Finanziamenti Pubblici alla Scuola Paritaria privata (li indicherò con FPSP). Ritengo che non sarebbe dignitoso reiterarne l’approvazione solo per inerzia, assegnando al rinnovo la valenza di un atto di routine o, peggio, dovuto. Così come sarebbe fortemente riduttivo considerarla solo un affare di numeri, limitandosi a stabilire l’entità dei contributi. Viviamo un momento storico della nostra Repubblica molto delicato in cui la chiesa cattolica ha dichiarato guerra alla laicità, principio supremo dello Stato italiano. Nessuna decisione al riguardo può essere presa senza una riflessione approfondita che, a Cattolica, è resa ancora più necessaria dai disequilibri che si sono creati nell’amministrazione con la presenza di diversi soggetti fortemente radicati in parrocchia, i cui figli frequentano la scuola paritaria e che potrebbero trovarsi in conflitto di interesse riguardo la Convenzione in oggetto. Inoltre, accanto alla questione “LAICITA’”, inerente la compatibilità di una scuola confessionale con un servizio pubblico (ci torneremo), ne esiste una “PRIORITA’”, poiché in tempi di risorse congelate, vedi sforamento del Patto di stabilità, occorre scegliere da che parte stare e non è più possibile dare un colpo alla botte ed uno al cerchio: o Stato o Chiesa. Se anche Peppone diventa “don” la società civile è persa. Eppure nel programma del sindaco Tamanti si afferma (o dovremmo dire “affermava”?): “A proposito di scuola, un attenzione particolare merita la scuola statale, soprattutto le elementari che si trovano, a causa dei continui tagli operati dal Governo, in una situazione di forte difficoltà. Pensiamo che il Comune debba intervenire, anche se non sarebbe di sua competenza (sic!), con risorse finanziarie aggiuntive. Proponiamo di stanziare, già dall’anno scolastico 2009/2010, un “fondo comunale di compensazione” (20/25.000 euro)”. Intanto ci piacerebbe sapere aggiuntive rispetto a cosa: alle risorse stanziate dal Comune gli anni precedenti (che nel 2008 vedevano in testa gli scolari delle suore con 82€ pro capite contro i 59€ degli statali) o a quelle dello Stato? Credo sia dovere irrinunciabile degli amministratori, senza nascondersi dietro al partito, dare ragione pubblica delle proprie scelte, così come lo sia del cittadino valutare come vengono spese le risorse della comunità. Tanto più che, se il Vaticano tiene al valore della scuola cattolica, può sempre sostenerla con i fondi truffa dell’8permille che lo Stato gli regala e di cui non rendiconta a nessuno. Mentre a Palazzo Mancini non trovano nemmeno i soldi per la manutenzione della scuola, o per qualche ora di straordinario dei propri tecnici informatici onde approntare il laboratorio dei computer. Per non parlare dell’impossibilità di cablare le aule e poter così utilizzare le lavagne multimediali. E mi piacerebbe che l’Assessore all’Istruzione Bacchini potesse smentirmi sul fatto che si è dimessa, in primis, perché non le hanno dato una lira per realizzare i suoi progetti. Dunque, i fattori in causa per il rinnovo della Convenzione sono molteplici. Tralasciamo qui la lunga storia dei tentativi di aggiramento della illegittimità dei FPSP alla luce dell’art 33 della Costituzione che sancisce il diritto per i privati di istituire scuole “senza oneri per lo Stato”. Soffermiamoci invece sul principio di Sussidiarietà spesso tirato in ballo dai fautori dei FPSP. In suo nome si vorrebbe che lo Stato, anche al livello dell’Ente locale, facesse un passo indietro nella gestione di attività di interesse generale laddove ci fossero singoli o corpi intermedi (famiglie, associazioni, partiti) capaci di svolgerla autonomamente, sussidiandoli, appunto, economicamente. Ma per la scuola ciò non è sostenibile. Il riferimento obbligato fondamentale rimane, pur se ogni giorno più eroso, la Costituzione, alla quale non ci si può riferire come ad un prontuario, stralciandone contenuti specifici senza contestualizzarli al quadro complessivo che, in merito, è assolutamente inequivocabile: lo Stato italiano opera la scelta di considerare strategica ai fini dell’istruzione dei suoi cittadini la propria scuola Statale. L’art 33 è perentorio: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Non recita, badate, “ha il diritto di istituire scuole…” espressione che risulterebbe meno vincolante per lo Stato in quanto ad un diritto si può sempre rinunciare in favore di altro (ad esempio di scuole private che offrissero lo stesso servizio a più basso costo). Usa invece proprio tale dicitura nel comma successivo quando, riferendosi ai soggetti privati, afferma che “hanno il diritto di istituire scuole” (non l’obbligo, come lo Stato), diritto loro garantito in nome della libertà di insegnamento. Non si nomina, invece, nessun diritto delle famiglie a disporre della scuola che preferiscono. Per cui quella Statale è una scuola dovuta dalla Repubblica, e occorre investirvi perché possa conseguire il successo formativo di tutti, mentre quella paritaria è una scuola possibile. Ne consegue che la Repubblica Italiana, e i Comuni ne sono una componente costitutiva, non considera in nessun caso la scuola statale alla stessa stregua delle scuole paritarie, che sono tali solo ai fini della validità del titolo che rilasciano e non perché ne abbiamo lo stesso status, nemmeno alla luce della legge 62/2000 che le incorpora nel sistema nazionale pubblico di istruzione. Ecco perchè, in questo caso, non ci sono le condizioni valide per l’applicazione del principio di Sussidiarietà. Da ciò deriva anche che la privatizzazione del sistema scolastico dell’obbligo sarebbe improponibile alla luce dell’attuale Costituzione. Privatizzazione, ad es, invece teoricamente possibile in ambito sanitario considerato che lo Stato, all’ Articolo 32, pur tutelando il diritto alla salute e garantendo cure gratuite agli indigenti, non fa menzione di vincolarsi a proprie strutture. Approfondisca bene Tamanti, con la sua fresca delega all’istruzione, questo aspetto della Sussidiarietà orizzontale poichè ho sentore che molti dei suoi mentori non rinunceranno a farvi appello quando gli chiederanno di rinnovare la Convenzione senza indugi.
Al prossimo numero l’analisi dell’impossibile convivenza tra servizio pubblico e scuola confessionale.

di Amedeo Olivieri

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Mano al portafoglio

 

Joshua_Green

Joshua_Green

 

 

Tratto da Cubia n° 58 – Gennaio 2006

Immagina di passeggiare in riva a un laghetto”, dice il filosofo Joshua Green. “A un certo punto vedi un bambino che rischia di annegare. Se pensi: ‘Ho appena speso 200 dollari per queste scarpe e l’acqua potrebbe rovinarle, quindi non salverò quel bambino’, sei una persona spregevole. Ma nel mondo ci sono milioni di bambini nella stessa situazione: basterebbero pochi soldi, spesi in medicine o cibo, per salvargli la vita. Eppure se andiamo al ristorante invece di donare i soldi a un’organizzazione che combatte la fame nel mondo non ci sentiamo dei mostri. Perché?”. Questa bella domanda postaci da Green, la deponiamo qui, all’ingresso del discorso, a rammentarci la cautela con cui dobbiamo esprimerci quando parliamo di beneficenza. Desidero, infatti, dire qualcosa a riguardo della recente raccolta di fondi a favore del progetto di Smile Mission in Tanzania, lanciata nelle scuole di Cattolica in occasione delle festività natalizie. Se ne è parlato sui quotidiani locali ed anche in occasione della festa di capodanno davanti Palazzo Mancini. Quello che non tutti sanno è che nel Circolo di Cattolica hanno partecipato solo 2 classi di scuola elementare su 25. Come mai? Nel tentativo di rispondere parlo a titolo personale. Alcuni fatti. Poste Italiane, in occasione del Natale compie una legittima operazione di marketing attraverso la vendita, presso i propri uffici, di salvadanai in ceramica rossa con il logo dell’azienda, raffiguranti le storiche “buche delle lettere”. La sede di Cattolica, probabilmente anche grazie al fatto che vi lavora l’Assessore Epiceno, propone al Comune (perché non direttamente alla scuola?), in accordo con Smile Mission, di promuovere una raccolta fondi nella scuola per il progetto Tanzania. L’iniziativa, denominata “Risparmiare per” consiste nel collocare in ciascuna aula uno dei salvadanai di cui sopra, donato da Poste Italiane, in modo che i bambini, fino a Natale possano fare le loro offerte. Ma i salvadanai, consegnati nelle scuole senza verificare l’adesione dei docenti, rimangono, per lo più, inutilizzati negli scatoloni.I tempi: l’iniziativa viene presentata ai dirigenti scolastici a un mese dal natale, periodo denso di impegni. Dopo 4 giorni l’amministrazione comunale convoca la conferenza stampa presso l’ufficio postale. Il che ha comportato l’impossibilità di valutare e deliberare l’adesione da parte del collegio docenti, l’organo competente ad esprimersi. Tempi non sufficienti neppure a coinvolgere in modo dignitoso e partecipativo i genitori, a meno di accontentarsi che mettessero mano al portafoglio senza proferir parola e di considerarli meri esecutori di direttive altrui. Da dove viene tutta questa fretta? Forse, come già accaduto per la farsa dei consigli comunali dei bambini, l’importante è poter dire “già fatto” e appuntarsi una medaglia al petto. Nella scuola, guarda caso, per garantire il tempo necessario all’attuazione dei progetti, il POF (piano offerta formativa) dovrebbe, secondo normativa, approvarli con un anno di anticipo. I rapporti: Oggi si parla molto di reti, sinergie, rapporti scuola-extrascuola e, in linea di principio, la collaborazione tra soggetti diversi presenti sul territorio è cosa buona. Ma occorre che ciascuno sia consapevole del proprio ruolo, funzioni e obiettivi e operi nel rispetto di quelli altrui. La responsabilità educativa dei progetti e delle loro attività didattiche spetta alla scuola. Spettano alla scuola, una volta aderito al progetto, anche il coinvolgimento e la comunicazione alle famiglie perché, di fronte a loro, è lei che ne garantisce la validità educativa. Non necessariamente, infatti, i soggetti esterni perseguono tali finalità. Un esempio di ingerenza indebita è che il sindaco in persona passando attraverso la scuola, abbia voluto informare direttamente i genitori dell’iniziativa, finendo, tra l’altro, per presentarla in tono da libro cuore “Sono certo che i bambini si presteranno di buon grado a qualche piccolo sacrificio per aiutare i bambini più sfortunati di loro”. Non è questa l’ottica con cui la scuola vuole favorire la costruzione della solidarietà e dell’altruismo negli alunni. Aspetti educativi. Molti studi dimostrano come sia facile, a questa età, ottenere adesione e condiscendenza a compiere buone azioni in conformità a motivazioni legate a ricompense di tipo psicologico o materiale, minacce, prospettiva di ricevere qualcosa in cambio, approvazione sociale. Adulto è chi agisce in base alla consapevolezza delle proprie idee che favorisce l’autonomia di giudizio, e in base alla responsabilità delle proprie azioni che favorisce l’autonomia nelle scelte e nell’assunzione di compiti. Difficile che ciò possa accadere prima della preadolescenza. Compito della scuola è favorire la formazione del bambino rispettandone le tappe di maturazione, e non ottenere buone azioni tout court. L’etica che ci interessa edificare, si preoccupa di costruire le motivazioni adeguate nella persona, prima ancora che del giudizio sul valore dell’azione in sé. Paradossalmente, può essere più educativo accettare un gesto meno morale in senso assoluto, ma espresso autonomamente dal soggetto, piuttosto che richiederne uno visibilmente migliore ma indotto in modo forzato o manipolativo (è il motivo per cui, ad esempio, è preferibile aspettare che, dopo un litigio, i bambini decidano da soli di riappacificarsi anche se ci volessero giorni, piuttosto che imporlo loro frettolosamente). Un altro rischio che non vogliamo correre è quello di monetizzare il bene. In un’età in cui non è ancora chiaro il valore e l’uso del denaro (ma quando lo è?) è più opportuno far maturare il concetto del dono attraverso la condivisione di qualcosa di personale: dai propri giochi o strumenti di lavoro fino al proprio tempo, come quando si va a trovare un amico malato.
Gesti isolati e puntiformi, non preparati da adeguato percorso didattico, come l’offerta per il bambino africano lontano, anche se spiegati cognitivamente dall’adulto, rischiano di restare modelli negativi di sbrigativa pseudosoluzione dei problemi. E di ottenere l’effetto di rimuoverli dalla coscienza, favorendo la cultura dell’esonero legata al me ne libero. Una cultura per cui, noi adulti, anche se ogni tanto siamo capaci di mettere mano al portafoglio, fatichiamo non poco a cambiare il nostro stile di vita, concausa delle ingiustizie strutturali del pianeta. Vorremmo che i nostri bambini, crescendo, diventassero capaci di meglio.

di Amedeo Olivieri

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DEI in minore

bioetica

Tratto da Cubia n° 51 – Aprile 2005

Il 12 giugno tocca ad ognuno di noi. Potremo esprimerci sui quattro quesiti referendari che riguardano la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Un appuntamento per la nostra capacità di discernimento su questioni di bioetica, quelle in cui, sempre più di frequente, dovremo imparare a valutare le implicazioni morali che derivano dal continuo evolversi delle conoscenze tecnico-scientifiche nei territori di frontiera della vita. Che ai quesiti referendari non potremo rispondere in modo sbrigativo lo si intuisce già dalla terminologia utilizzata: sperimentazione, clonazione, crioconservazione, cellule staminali, diritti del concepito, fecondazione eterologa…Ricordiamoci, comunque, che non siamo chiamati a emanare una legge, compito del parlamento, ma ad indicare i confini entro cui dovrà essere inquadrata. La prima decisione che dovremo prendere è se recarci a votare. C’è il rischio che scegliere la strategia dell’astensione significhi anche facilitare il disimpegno morale su questioni in cui non è lecito affidare la gestione della nostra libertà di coscienza ad altri. Adulto non è chi dispone pienamente, cosa d’altronde impossibile in materia così complessa, ma chi risponde autonomamente e il valore simbolico dell’esprimere in prima persona quel SI’ o quel NO testimonia di fronte ai nostri simili che siamo pronti ad assumercene la responsabilità. Valutando poi i contenuti dei differenti quesiti referendari, alla radice troviamo la problematica riguardo lo statuto dell’embrione. Qui le posizioni, pur con differenti sfumature al loro interno, sono essenzialmente due. Da una parte c’è chi assolutizza il principio dell’indisponibilità della vita , tra cui un posto preminente occupa la bioetica cattolico-romana: l’embrione è considerato una persona a tutti gli effetti fin dal concepimento e se ne distinguono le tappe evolutive dentro una continuità di identità. In questa prospettiva non è lecito alla tecnologia biomedica intervenire se non per fini terapeutici, per ripristinare cioè l’ordine naturale eventualmente sconvolto da una malattia. Dall’altra parte ci sono coloro, per la maggior parte laici, che preferiscono ponderare e bilanciari vari principi senza assolutizzarne alcuno e ammettono casi in cui vi sia disponibilità della vita all’intervento umano che non sia solo terapeutico, come nell’eutanasia. Costoro riconoscono lo statuto di essere vivente all’embrione ma non quello di persona e vedono nelle sue tappe di sviluppo una discontinuità nella qualità della vita, che vi si esprime con gradi differenti di umanità. Ma, come dice Boncinelli “Nessuno ha mai proposto che dopo la seconda settimana, in cui compare traccia del sistema nervoso e si apre una nuova fase nella costruzione dell’identità dell’individuo, si possa fare sperimentazione sull’embrione.” Quindi anche i fautori delle biotecnologie riconoscono confini invalicabili, non approvano come lecito tutto ciò che la conoscenza scientifica rende disponibile, ma si rifanno a principi chiari. Nel “Manifesto di Bioetica Laica” ne vengono esplicitati diversi. Focalizziamo la nostra riflessione su quello che, culturalmente, gioca un ruolo chiave in entrambe le impostazioni etiche sopra riportate: la concezione della sofferenza.In ambito cattolico su tale tema ci si imbatte fin dalla cacciata dal paradiso terrestre descritta nel libro della Genesi. Dio si rivolge prima a Eva “moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai” poi ad Adamo “maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo ..con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finchè tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Con la dottrina del peccato originale non solo si addossa alla disobbedienza umana la colpa per la presenza del dolore e della sofferenza nella storia ma si insinua il sospetto che essa sia in qualche modo meritata, giustificata. Ancora sofferenza sarà necessaria, quella del Crocefisso, per redimere l’uomo dal peccato. E Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro così si esprime riguardo al male provocato dai totalitarismi del Novecento: “Il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza ..si vede che quello era il limite imposto dalla divina provvidenza a una simile follia…Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo.” Tale sacralizzazione del dolore riduce sia la cogenza dell’intervento volto a lenirlo che la disponibilità all’empatia verso chi lo subisce. In ambito laico l’idea della sofferenza necessaria o meritata viene rigettata con forza perché condividerla significherebbe aprire la porta all’insano dibattito su quanta se ne possa legittimamente infliggere/sopportare. Le sofferenze dovute a cause naturali non hanno alcuna finalità e quelle provocate intenzionalmente dall’uomo non sono mai giustificabili. Il fatto che esistano persone di profonda spiritualità che riescono a trovare un senso alla vita pur nel dolore non significa che questo sia da considerarsi positivo. Nel manifesto di bioetica laica si afferma: “Il terzo principio è quello di garantire agli individui una qualità della vita quanto più alta possibile…Se vi è un senso nella espressione “rispetto della vita” questo non può risiedere nel separare un concetto astratto di vita dagli individui concreti, che hanno il diritto di vivere e morire con il minimo di sofferenza possibile… Voler intervenire sulla natura biologica al fine di diminuire la sofferenza non è espressione di nichilismo ma di amore dei propri simili”. Anche per questo si vorrebbe autorizzare la sperimentazione sugli oltre 30mila embrioni già congelati, inutilizzati e incapaci di soffrire, per favorire la ricerca su importanti patologie che affliggono l’umanità.
Infilando la scheda nell’urna il 12 giugno ci sostituiremo a Dio? Se a Dio interessa la vita non lo dimostra sempre nei modi che ci aspetteremmo quando lo chiamiamo Provvidenza. Allora spetta a noi intervenire. Ma dovere misurarci con simili questioni non ci rende di per sé né migliori, né più adeguati. Solo più consapevoli del nostro limite.

di Amedeo Olivieri

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