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Annalisa Teodorani una “Scoperta” di Cubia

Annalisa Teodorani

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Annalisa Teodorani, giovane poetessa santarcangiolese, è ormai di casa a Cattolica. E’ infatti venuta più volte nella nostra città da quando, nel 2005, si trovò a raccontarci di sé, delle sue poesi, nel corso di una delle edizioni di “In Libreria con…”, organizzata dalla rivista Cubia in collaborazione con la “Libreria Morosina” che allora era gestita da Vincenzo Morosini, a cui va il merito di averci parlato di lei.

Annalisa portava con sé il libro “La Cherta da zugh”, pubblicato nel 2004 dalla casa editrice Il Ponte Vecchio, e la serata fu davvero intensa, così come i suoi componimenti in dialetto santarcangiolese, che toccarono i presenti.

Fu un’esperienza bella, e ci piace credere che il calore e i “nuovi” estimatori che ha trovato Annalisa in quella occasione l’abbiano portata ad avvicinarsi un po’ di più alla nostra città, con cui speriamo che il legame possa rinsaldarsi ogni volta che una nuova occasione la porterà tra noi.

L’amore per la poesia di Annalisa traspare da una frase, che vi riportiamo, tratta da una nota della stessa poetessa al libretto “L’odore della poesia”, prodotto dalle classi terze, sezioni A, B, C della Scuola Elementare Repubblica e Carpignola, realizzato dai ragazzi con i rispettivi insegnanti:

Coltivare negli altri l’amore per la poesia significa portare avanti un progetto sociale e culturale ambizioso ma assolutamente necessario. La poesia è incontro, le parole attraverso la voce prendono il volo per venire a noi…

di Alessandro Fiocca

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Come ridere della psichiatria

Come ridere della psichiatria

“Manuale di Psichiatria Poetica” è un libro sottile ma denso di divertente ironia. Scoprendo l’autore, il cattolichino Caludio Roncarati, medico, psichiatra e psicoterapeuta, viene il dubbio che abbia voluto ritagliarsi un momento per non prendersi troppo sul serio.
La psicologia, come altre scienze, sembra pretendere un incondizionato rispetto, quasi una obbligatorietà alla riverenza. Roncarati ci dimostra, al contrario, come si possa ridere, e di gusto, della psichiatria, così come di tutto ciò che ci riguarda.
L’ironia, che porta a riflessioni anche amare, lascia spazio a innumerevoli messaggi, a volte solo accennati. C’è la polemica politica, del nepotismo che caratterizza settori importanti come l’università e la sanità, ma ci sono anche messaggi che raccontano la speranza che può venire da un incontro casuale.
E poi c’è la poesia, naturalmente. Non è chiaro se sia questa, piegata alla necessità di versi psichiatrici, o se siano i sintomi, i disturbi, le analisi ad essere poetizzati per potersi raccontare in versi.
Ad un amico lo suggerirei come libro da comodino.
I comodini, è noto, sono tra i più piccoli mobili che troviamo nelle nostre case. Però occupano uno spazio importante, proprio vicino alla nostra testa, quando ci corichiamo. Di spazio non ne hanno molto, pertanto vi appoggiamo gli oggetti che ci sono utili o quelli a cui teniamo.
I libri non possono mancare. Alcuni ci si fermano per un po’, per poi tornarsene sugli scaffali, letti o, molto spesso, ancora intonsi. Altri, necessariamente pochi, ci restano a lungo, coprendosi anche di polvere, ma pronti ad essere rispogliati ancora quando ne abbiamo voglia o bisogno.

di Alessandro Fiocca

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L’Attesa|Romanzo d’esordio di Marina Andruccioli

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Marina Andruccioli nasce a Rimini il 4 Gennaio 1972. La scrittura è sempre stata presente, ma è diventata una necessità attorno al 2000, quando ha scritto quattro manoscritti uno appresso all’altro. Predilige raccontare storie brevi ma intense, esplorando l’animo umano attraverso la psicologia femminile come specchio tra due mondi: anima e vita di tutti i giorni.

Scrittura semplice e fresca, Marina ci accompagna in punta di piedi tra situazioni delicate e difficili, in cui trasforma le parole quasi in immagini, tanto il lettore si trova coinvolto nella storia che si dipana tra le pagine del libro.

“L’attesa” è il romanzo d’esordio, pubblicato dalla casa editrice Il Filo, nella collana Nuove Voci, dedicata alla letteratura emergente. Il libro sarà nelle librerie da fine Novembre. Il titolo si riferisce allo stato emotivo in cui si trovano i due protagonisti, Anna e Tommaso. Anna è una donna che ha perso il figlio di quattro anni e ha deciso di rinunciare a vivere, cadendo in depressione. Tommy ha quattro anni, la madre lo ha abbandonato in un orfanotrofio dicendogli che prima o poi tornerà a prenderlo. E lui, fiducioso aspetta. Nella scacchiera della vita si trovano vicini, come due pedoni, pronti a riprendere il grande gioco dell’esistenza.

“L’Attesa”, pur trattando complessi giochi psicologici, riesce ad analizzare con dolcezza e leggerezza emotiva temi importanti e bui della psiche umana senza deprimere il lettore né sminuire gli argomenti trattati, lasciandoci un finale inaspettato che ci schiude un sorriso dolce amaro, come la vita, del resto.

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Brutti

Tratto da Cubia n° 67 – Dicembre 2006

In occasione di una festività significativa come il Natale, perché non parlare di una favola per adulti?

E’ il caso dell’ultimo libro di Scott Westerfeld, già scrittore per ragazzi, ghost writer e compositore, dal titolo emblematico: “Brutti“.

In un futuro imprecisato, la vicenda prende vita in una delle poche arre riabitate dopo un crollo basata sui consumi eccessivi e sullo spreco delle risorse, energetiche e non. La nuova società, nata imparando dalla lezione inflitta ai precedenti abitanti della terra, è tecnologicamente più evoluta, biocompatibile e completamente “sana”: non inquina, ricicla tutti i prodotti di scarto, non lascia spazio ad imprecisioni.

Ma la situazione finisce con lo sfuggire di mano, e ben presto il lettore scoprirà che in questo mondo nessun tipo di imperfezione è tollerato, anche soprattutto quelle fisiche e somatiche.

Compiuta la maggiore età, tutti i giovani cittadini, cresciuti coi difetti fisici e caratteriali “umani” consueti, vengono sottoposti ad un’operazione chirurgica globale, che, oltre a rimodellare i lineamenti e i muscoli come già è possibile fare oggi, addirittura tritura l’apparato scheletrico dove serve e lo riappronta secondo schemi di perfezione condivisi da tutte le comunità: anche l’altezza non è più un problema. I giovani non sono obbligati, ma “convinti” crescendo: educati a fare quella scelta che pare la più logica, scontata e “naturale”. I neobelli sono poi inseriti in una apposita zona della città e vivono il resto della loro vita tra feste notturne, felicità incondizionata, sollievo da qualunque preoccupazione materiale e (soprattutto) morale. Gli abitanti, infatti, sono divisi tra “brutti”, “neo-belli” e belli, e anche gli agglomerati urbani sono separati.

Sembra un mondo perfetto in cui non esistono più fatica né dolore. Ma non è esattamente così, e una ragazza, Tally, scoprirà, a spese sue e di coloro che le sono vicini, il prezzo di un tale paradiso artificiale.

A parte l’impostazione decisamente favolistica della trama, per di più un po’ scontata nel finale, il contenuto profondo è sicuramente significativo. Leggendo una pagina dopo l’altra è facile lasciarsi coinvolgere e appassionare, proprio per la palese struttura fiabesco-avventurosa (il quartiere dei neo-belli ricorda molto il paese dei balocchi di collodiana memoria); il che rende perdonabili alcune ingenuità di narrazione (a volte sembra di trovarsi di fronte a dialoghi da telefilm per ragazzi).

Sebbene possa apparire quindi una lettura di svago, è consigliabile a tutta la fascia di lettori pre-adolescenti e giovani adulti, ma in generale a tutti coloro che sono sensibili alla questione estetico-esistenziale.

Il testo offre numerosi e interessanti spunti di riflessione sull’ordine di priorità da dare alla propria vita, sugli ideali, e aiuta a soffermarsi su una questione quanto mai attuale: la nostra società non accetta più l’invecchiamento, il decadimento fisico, la morte, e neanche il pur minimo difetto nell’angosciante rincorsa alla perfezione a tutti i costi.

Il modello vincente (bello-giovane-efficiente), che ci viene imposto più o meno subdolamente ogni giorno e che provoca anche un preoccupante aumento di disagi psicologici e di disturbi alimentari tra i giovani, diventa la quint’essenza di questo godevolissimo libro edito da Mondadori, e anche abbastanza economico: 13 euro.

Scott Westerfeld, Brutti, pp.351, Mondadori

di Laura Giambartolomei

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L’infiltrazione mafiosa in Emilia Romagna

Mafia

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005 

“L’infiltrazione mafiosa in Emilia Romagna inizia negli anni ’60, in pieno boom economico, attraverso l’emigrazione di lavoratori meridionali e il soggiorno obbligato al Nord cui vengono costretti dalle autorità giudiziarie molti mafiosi, boss e semplici picciotti: da Procopio di Maggio, capo mandamento di Cinisi, spedito a Castel Guelfo di Bologna nel ’58, a Giacomo Riina, zio di Totò Riina, e Luciano Liggio, giunti a Budrio nel ’69, fino a Pietro Pace, confinato a Gambettola, e Gaetano Badalamenti, a Sassuolo. Dal ’65 a oggi sono state mandate in Emilia Romagna 2.035 persone (di queste, quelle provenienti dalle regioni meridionali ‘a rischio’ sono state 1.257). E’ stata la provincia di Forlì, Rimini compresa, ad ospitare il maggior numero (433). Molti di loro non sono più tornati nella terra d’origine: la ‘calata’ in Emilia-Romagna era stata in parte voluta, e non solo indotta dal fenomeno migratorio o dal confino obbligato. La presenza di mafiosi al Nord fu determinata da una vera e propria strategia adottata dalle organizzazioni mafiose: non una fuga, quindi, o un obbligo, ma, anzi, la consapevole individuazione di nuovi sbocchi alle loro attività”.

Dall’introduzione al libro di Enzo Ciconte “ Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia Romagna’ (Panozzo Editore, 1998)

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Un posto nel mondo

unpostonelmondo

Tratto da Cubia n° 78 – Gennaio 2008

Fabio Volo (pseudonimo di Fabio Bonetti) è un giovane artista poliedrico che ha iniziato la sua carriera come deejay, per passare poi al ruolo di presentatore televisivo (ha condotto tre edizioni del programma Le Iene su Italia 1; successivamente Ca’ Volo e Il coyote su MTV; sempre su Italia 1 Smetto quando voglio e Lo spaccanoci; è ritornato nelle ultime due stagioni su MTV con Italo-Spagnolo e Italo-Francese). Dal 2000 inizia l’avventura nel mondo editoriale e cinematografico. In questi giorni lo troviamo nelle sale col nuovo film di Cristina Comencini Bianco e nero (assieme ad Ambra Angiolini e Katia Ricciarelli) ed in tutte le librerie con il suo quarto libro Il giorno in più.

Le vicende di Michele, Federico, Francesca e Sophie sono quelle di un gruppo di giovani alla ricerca del loro posto nel mondo. Michele ha un amico, Federico. Uno di quegli amici coi quali dividi tutto: l’appartamento, la piazza e la birra, ma anche i sogni e le frustrazioni, e qualche volta le donne. Un giorno Federico decide di mollare tutto e partire. Stanco della vita monotona di provincia, se ne va alla ricerca dell’altra metà di sé. Michele invece resta. Quando torna, dopo cinque anni, Federico è cambiato. Ora è sereno, innamorato di una donna (Sophie) e della vita. Sembra una storia a lieto fine, ma non è così. Federico all’improvviso riparte per un viaggio più lungo. Ritornerà (a sorpresa) nascosto dietro gli occhi di una bambina, Angelica.

In questa sua nuova fatica Fabio Volo mette insieme le vite dei protagonisti come i pezzi di un puzzle, scegliendo ancora una volta l’universo femminile come codice d’accesso. E’ infatti sicuramente alle donne che questo libro strizza l’occhio; donne che, come ormai Volo ha ben capito, rappresentano un notevole bacino d’utenza. Volo scrive della sua generazione e si rivolge alle generazioni più giovani. Parla della capacità degli esseri umani di sviluppare le proprie potenzialità inespresse, perchè non abituati ad usarle. Inoltre, Fabio spiega anche molto bene i sottili meccanismi psicologici tra madre/padre-figlio. I ”ricatti morali” dei genitori, il sentirsi investiti di responsabilità nei confronti degli stessi, i sensi di colpa, il non autorizzarsi ad essere felici, soprattutto quando i genitori non lo sono. E’ un libro semplice, scorrevole, di quelli da “leggere tutto d’un fiato”; ma è una lama a doppio taglio: infatti alcune volte rischia di cadere nel banale, nei luoghi comuni, azzardando accostamenti non sempre felici (come quando dopo aver parlato di Dio ci diletta con considerazioni su quanto sia bello mettersi le dita nel naso…).

Volo piace perché rappresenta tutti quei giovani che rivedono certe loro insicurezze e si pone come piccolo manuale di sopravvivenza alle domande e ai dubbi che sorgono nelle fasce d’età sopradette (si veda la scelta della coppia di vivere in due case separate). La sua forza sta proprio nel fatto che ognuno può riconoscersi nei personaggi trattati, nelle sfumature della vita e della psiche umana.

Rimane il fatto che tutti avremmo una storia interessante da raccontare, tutti abbiamo qualcosa da dire e lo scrittore dovrebbe essere colui che sa narrare tutto questo con talento ed eccellenza, mentre a Volo manca esattamente la pregevolezza del letterato (per cui varrebbe davvero la pena spendere denaro per acquistarne i prodotti e dedicarci tempo). Adatto ai ragazzi che cercano uno spunto per cominciare a guardarsi intorno, se davvero non l’hanno mai fatto nonostante i magnifici scrittori studiati alle elementari.

F. Volo, Un posto nel mondo, pp 252, ed. Mondadori, 2006, 15 €

a cura di Laura Giambartolomei

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Un prete per amico

Don-Mauro-Ercoles

Tratto da Cubia n° 92 – Maggio 2009

Pochi giorni fa, presso il teatro Snaporaz di Cattolica, in un clima di rinnovata commozione e nostalgia per la perdita di Don Mauro Ercoles, avvenuta undici anni or sono a causa di un tragico incidente proprio nella sua Cattolica mentre si accingeva ad andare in mare a pescare, è stato presentato un libro che raccoglie ricche testimonianze umane e spirituali che fanno luce sulla personalità e il significato pastorale dell’opera di Don Mauro Ercoles, vista con gli occhi di chi, condividendo i suoi giorni da amico, da parroco o da beneficiato della sua generosa attenzione umana, può esprimere in maniera schietta e spontanea chi fu Don Mauro, quale fu il suo cammino, dentro a quale ambiente culturale e spirituale ha testimoniato la presenza di Gesù Cristo in mezzo agli uomini, missione che è stata il motore e la ragione di tutta la sua vita.

Il libro ha per titolo: “Don Mauro Ercoles: un prete di frontiera biografia spirituale” ed è curato dai suoi amici Pier Giorgio Terenzi (Parroco di Montefiore Conca) e Claudio Golfieri (Caio), che hanno raccolto testimonianze vere ed autentiche, con pochi fronzoli, così come lui avrebbe voluto, che parlano del carattere schietto di Don Mauro, non avvezzo a nascondere i propri pensieri, sempre in mezzo alla gente là dove spontaneamente si incontrava, nei bar, nelle piazze, narrando i numerosi aneddoti che restituiscono una personalità fuori dagli schemi che non fossero la coerenza della sua fede, l’attenzione agli ultimi, una gioia di vivere contagiosa che comunicava che la vita e la condivisione degli affetti tra gli uomini è un valore insostituibile che ci dà forza, ci rende creativi, indistruttibili. Ci sarebbero infine citazioni da fare ma vi lascio al piacere insostituibile di leggere il libro.

Un bel libro “ecologico”, da condividere con chi si ama, che ci riporta ai valori del Concilio Vaticano Secondo, con una Chiesa protesa verso il sociale e che fa sentire ancora Don Mauro vivo in mezzo a noi. Il libro è a disposizione del pubblico nella Biblioteca di Cattolica ed è in vendita in alcune edicole e librerie della città.

di Marina Ercoles

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Il Qi Gong e gli Anziani – Il libro dedicato al Qi Gong

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Tratto da Cubia n° 58 – Gennaio 2006

Elena Bontempi e Florido Venturi alla scoperta del Qi Gong

In un testo riccamente corredato da fotografie e disegni gli autori ci aiutano a conoscere e a praticare questa affascinante arte tradizionale cinse.

L’origine del Qi Gong si perde nella notte dei tempi e tradizionalmente si fa risalire a circa 3000 anni fa.

Qui mito e leggenda si fondono insieme, e, a seconda della tradizione di riferimento, si attribuisce la creazione o la scoperta del Qi Gong agli asceti dei monti sacri cinesi, i quali, prendendo spunto dalla natura ed in particolare dagli animali, idearono un sistema di esercizi per preservare salute, longevità e benessere.

E’ dalle teorie elaborate dalla Medicina Tradizionale Cinese che deriva la base teorica del Qi Gong, che rappresenta una delle varie diramazioni in cui la stessa si articola e, se costantemente e correttamente praticato, può avere dei riflessi positivi sulla salute, sia per conservarla (in funzione preventiva), sia per recuperarla (terapeutica in senso stretto).

Il Qi Gong non nasce dalla esigenza di fornire agli anziani una attività motoria per contrastare i malanni tipici dell’età senile, ma è una pratica proponibile tanto al ragazzo adolescente che al vecchietto ultracentenario, tanto all’atleta che intende migliorare le proprie prestazioni sportive quanto al degente costretto a letto e impossibilitato a compiere movimenti.

Casomai, proprio le caratteristiche di armonia dei movimenti e lentezza nell’esecuzione degli stessi, l’assenza di qualsiasi forma di contemplazione, l’estrema adattabilità degli esercizi all’età, condizione di salute e al tempo a disposizione del praticante, lo rendono particolarmente indicato alle esigenze degli anziani.

Quando ci si accosta alla Medicina Tradizionale Cinese bisogna partire da due concetti di base fondamentali: l’importanza accordata alla prevenzione e l’attenzione posta sull’ammalato e non sulla malattia. 

Punto di partenza è lo spostamento della principale attività medica dalla cura alla prevenzione.

Questo concetto trova una felice sintesi nell’adagio cinese: “meglio un rimedio preventivo oggi che una lunga cura domani”.

Da qui anche l’importanza igienico-sanitaria di ginnastiche mediche come il Qi Gong.

 

di Alessandro Fiocca

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La viaggiatrice inglese

 

Bruce Chatwin

Bruce Chatwin

 

 

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto Settembre 2006

Basta uno scambio di battute e non riesco a reprimere un moto di segreta ammirazione: dopo tanti turisti tutti uguali, frettolosi e distratti, adesso davanti a me in libreria c’è una vera viaggiatrice. Inglese, of course, (in fondo, il viaggio come esperienza intellettuale, lo hanno inventato loro). Per capirci, al posto della solita macchina fotografica ha con sé la tavoletta degli acquerelli.

Mi racconta che, prima di venire in Italia, ne ha studiato la lingua, la storia e la letteratura, l’arte.

Poi, tra una chiacchiera e l’altra, fa la domanda da un milioni di dollari: “Ma dopo la generazione di Pasolini, Pavese, Buzzati, della Morante, Calvino, chi sono in Italia gli scrittori di livello?”

E adesso cosa le rispondo?… Forse Baricco e i suoi esercizi di stile? Faletti e i suoi morti ammazzati? Camilleri e i suoi pastrocchi tra lingua e dialetto? Eco e le sue dotte citazioni? Non scherziamo per favore.

Poi mi accorgo che la risposta ce l’ho proprio davanti agli occhi, sotto forma di metafora viaggiante.

Il grande romanzo, proprio come il vero viaggiatore, infatti, è curioso, aperto verso il mondo, ne cerca il senso, la tragicità e la bellezza, ne avverte le diversità e ne ricerca la conoscenza, è attraversato dal rombo della storia e delle storie, mentre la letteratura italiana di questo tempo è come un turista che può anche percorrere i cinque continenti ma intellettualmente è incapace di lasciare il tinello di casa.

La letteratura di una nazione, cara Lady, non nasce dal nulla come i funghi ma è figlia del paese, della sua cultura, della sua contemporaneità. Se il nostro presente vive un momento di egotismo trionfante, se siamo sempre più chiusi, serrati in noi stessi, incapaci di avvertire l’altro da sé, ecco che i romanzi di questo cupo periodo diventano inevitabilmente vicende piccole, avviluppate in se stesse, di piccoli uomini che non riescono ad andare oltre la descrizione del proprio ombelico e dei suoi immediati dintorni. La storia, le grandi domande senza risposta, i grandi sentimenti e ideali, … tutto è ridotto a vago rumore di sottofondo.

In conclusione, restando alla metafora del viaggio, se la grande letteratura è come una conferenza di Bruce Chatwin alla Royal Geographic Society di Londra, la narrativa italiana contemporanea assomiglia sinistramente ai filmini delle vacanze.

di Vincenzo Morosini

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La sineddoche

Volare

Volare

Tratto da Cubia n° 60 – Marzo 2006

Alle volte faccio degli errori da idiota.
Come quella volta che, vedendo entrare in libreria un ragazzo di colore, stavo per dirgli:
– “Grazie, ma non compro neinte!” – Per fortuna quello mi anticipa e, prima che io apra bocca, mi chiede una copia del Fedro di Platone.
Mi sono sentito quell’idiota che sono.
Così imparo a scegliere la sineddoche sbagliata.
Cos’è una sineddoche? Tra quegli “artifici letterari atti ad arricchire la scrittura per trovare efficace e viva espressione” che sono le figure retoriche, quella che identifica la parte per il tutto.
Per esempio:
– “Le snelle prue”, per indicare le navi (Omero).
– “Vinta da l’ira è la ragione e l’arte e le forze il furor ministra e cresce. Sempre che scende il ferro…”, dove ferro sta per armi (Tasso).
– “Pelle nera”, per venditore di calze e accendini (l’idiota che scrive).
Il fatto è che la parte, per identificare il tutto, deve essere significativa, e il colore della pelle non lo è.
Quale particolare, allora, è indicativo del totale, quale caratteristica ci può fornire indizi, elementi che aiutano a definire l’insieme?
Beh, dipende… Per esempio, io, quando vado per la prima volta a casa di qualcuno, la prima cosa che guardo sono i suoi libri. Cosa legge (e se legge) mi fornisce un sufficiente numero di indizi per farmi un’idea della persona che sono andato a trovare. Ma io faccio il venditore di libri. Un gastronomo magari guarda in dispensa, una maestra nota il comportamento dei figli, una cameriera guarda se c’è polvere:
– “Ognuno adotta le sinoddoche che gli compete… ma solo un idiota guarda al colore della pelle!”.

di Vincenzo Morosini

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