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I quindici anni de “La canta”

Piazza Del Porto

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Sono già trascorsi quindici anni dal tempo in cui andavamo a “fare allegria” coi nostri canti popolari all’osteria Forza e Coraggio al porto di Cattolica, dove centinaia di giovani ogni volta ci facevano cornice attorno, apprezzando i bei canti popolari della nostra terra e del nostro mare, alla maggior parte di loro sconosciuti.

Le taverne e le osterie hanno costituito fin dalla notte dei tempi il luogo ideale per l’esibizione di musicanti e artisti d’ogni genere. Già dal lontano 1948, mio padre Giovanni con un gruppo di giovani amici, tutti reduci dalla guerra con la passione per la musica popolare e con la voglia di dimenticare il passato, nel loro tempo libero amavano recarsi nelle osterie per un tranquillo e sano divertimento con una chitarra e tanta voglia di cantare.

Prima di morire, mio padre espresse uno degli ultimi suoi desideri con queste parole: Roberto, non dimenticare gli amici della Scuola Cagnorum, come simpaticamente amava definire la sua compagnia. Dopo tali parole non potevo certo dimenticare gli amici dell’osteria, e così abbiamo continuato la ricerca delle nostre tradizioni attraverso i canti popolari.

Molti dei nostri canti sono frutto di ricerche storiche di vecchi motivi che noi abbiamo rivisitato e arrangiato, lasciandone intatti lo smalto e la bellezza originali. La peculiarità della musica popolare è dovuta soprattutto alle genti di mare, ricevendo linfa vitale dallo scambio reciproco di esperienze che arricchiscono il patrimonio culturale frutto delle emigrazioni in altre regioni dell’Adriatico per lo svolgimento dell’attività marinara (se si pensa che la permanenza in mare era lunghissima…), mediante l’assimilazione dei diversi dialetti e delle diverse tradizioni. Oltre a creare un momento di aggregazione e di divertimento, la musica popolare assumeva e assume un preciso significato di comunicazione, costituendo un vero e proprio linguaggio.

Una caratteristica della tradizione marinara è stata poi quella d’inserire nel canto popolare, dall’ottocento in poi, elementi di musica operistica. Un esempio significativo è il pout-pourri di quaranta brani che troviamo nel canto de “Le Quaranta”, che già nel titolo rivela la presenza di dialetti diversi e di frammenti di musica operistica. I nostri pescatori hanno in seguito tradotto il titolo nel “Al Ministron” (Il Minestrone)…

Dalle osterie siamo poi passati al teatro: è stato un “salto” voluto dal Prof. Atos Lazzari, uno dei fondatori e dirigente dell’Università Civica di Cattolica, il quale ebbe la felice intuizione di unire, durante le conferenze culturali che si tenevano al teatro Snaporaz, la musica alle parole degli illustri ospiti che si succedevano negli incontri del sabato pomeriggio. E così il nostro gruppo La Canta ogni volta faceva da cornice alle conferenze arricchendole con la musica della tradizione popolare cattolichina. Ancora oggi si chiedono perché tutto questo sia finito dopo la scomparsa del nostro amico Atos Lazzari…

Nel corso degli anni, i componenti del gruppo La Canta, con grande entusiasmo e spirito di sacrificio, hanno partecipato ad innumerevoli importanti spettacoli, anche televisivi, portando i suoni e le parole della nostra gente in varie parti d’Italia e all’estero. Cito alcuni di questi spettacoli.

Durante i festeggiamenti di fine millennio, dopo uno spettacolo pomeridiano al Teatro Snaporaz, abbiamo accolto in piazza Mercato, con le note del famoso brano “Gli Scariolanti”, il passaggio degli scariolanti diretti a Roma, ripreso da RAI 2.

Siamo stati alla televisione tedesca “Deutch Rundfunk” per un programma sulla nostra Riviera.

Abbiamo cantato, in qualità di ospiti e rappresentanti di Cattolica (grazie ai Sigg. Giuseppe e Marina Gianmattei), al “Bayerischer Hof Hotel” di Monaco di Baviera per una promozione turistica su Cattolica.

Sempre per una promozione su Cattolica, siamo stati ospiti di una emittente televisiva polacca.

Ci siamo esibiti nella P.zza Del Porto alla presenza di Davide Riondino, per l’inaugurazione del Parco Le Navi di Cattolica, per l’inaugurazione del nuovo Ponte girevole tra Cattolica e Gabicce.

Siamo stati ospiti a Milano per l’inaugurazione dell’Acquario al Parco Sempione. Al porto di Cesenatico abbiamo partecipato alla rappresentazione della pesca alla tratta come una volta. A Povoletto di Udine abbiamo tenuto un grande spettacolo assieme all’Associazione dei pittori di Cattolica.

Ospiti per la consegna delle chiavi d’oro città di Cattolica, presentata da Nino-Frassica; nella Fiera nuova di Rimini in occasione della Fiera dell’alimentazione, e in tanti altri spettacoli in varie piazze e teatri del nostro circondario. 

Fanno parte del nostro repertorio vari brani popolari scritti dai nostri concittadini: Al mer, al mer, al mer (d’la mi Catolga=della mia Cattolica) e I mi fiulen (I miei figlioli), scritti alla compianta Lorenza Morosini (Enzina); L’Arrigoni e i Carrozzoni, scritti dal poeta cattolichino Elvino Galluzzi.

Brani che, pur se scritti in tempi recenti, per i loro testi e le loro melodie rievocano negli ascoltatori il fascino delle nostre antiche tradizioni.

Voglio ora ricordare tutti coloro che hanno fatto parte del gruppo, iniziando dai pionieri: Giovanni Bozza, Dante Bartolotti, Antonio Gabellini, Giorgio Benzi, Roberto Mazzacurati, Mario Ercoles, (Mario ad Bartulen), Enrico Galluzzi, Quarto Bertozzi (detto Quarton), Uccio Gabbi, Giuseppe Salvetti (Mosole), Antonio Tamburini (Toni).

Dal 1995: Paolo Benzi, Rita Foschi, Giorgio Bergnesi, Franco Coli, Giuseppe Gianmattei, Fernando Magi (Nando), Antonio Bartolini, i F.lli Magi.

Gli attuali componenti de La Canta sono: Ivo Bertozzi, Fabio Barilari, Valter Guidi, Fernanda Baldelli in Guidi, Tina Biondi in Di Carlo, Guido Di Carlo, Annunzio Livi (Nunzin e cuntaden) -il nostro presentatore e animatore-, Vito Agliaro, Cesare Riccio, Giorgio Luchetti, Fabio Gabellini (Gabana), Denis, Stefano Guidi, Roberto Bozza.

Un pensiero agli amici scomparsi: Aldo Gabellini (Gabana) e Dino Di Domenico.

Dal 2009 abbiamo arricchito i nostri spettacoli con le danze del gruppo di ballerini “Que d’è Fnil” (Quelli del Fienile).

Per il futuro speriamo che le Istituzioni locali continuino ad impegnarsi, così come hanno fatto le Amministrazioni del passato, per sostenere l’attività del gruppo “La Canta”, contribuendo così concretamente a mantenere vive le nostre tradizioni attraverso questa importante forma d’arte popolare.

di Roberto Bozza

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TEMP AD GUERA

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

Pla guera, tal risturent un dèi era do o tre autesta chi aspiteva ad magnè e sal banconi era di ov dur perché pla guera an gnera dla gran roba da magnè: L’entra un tedesc e sla priputenza l’urla: “Mangiare, mangiare”. (Durante la guerra, un giorno nel ristorante c’erano due o tre autisti che aspettavano di mangiare e sul banco c’erano delle uova sode perché a causa della guerra non c’era tanta varietà di cibo. Entra un tedesco e prepotentemente urla che voleva mangiare).

Ma me u m’è mnù rabia e a nal so perché ha i’ho mes i pogn sota la facia e ha i’ho det: “Per voi questi ci sono”. Quest al ciapa so al bancon, l’arbelta al caset sa tot i sold, tot li ovie li va sal tren. Propria cativ. Um vleva met li men m’ados. Um steva tirand un bucion ad ven al do litre. Un bel lavor! Per furtuna i’era un milizien che u l’ha ciap tal brac e u i’ha fat caschè al bucion sal tren. Pien pien i l’ha cunvint a scapè e nun per no savè né leg e né esciv avin cius al luchel.

(io mi sono arrabbiata e non so perché gli ho mostrato i pugni sotto la faccia e gli ho detto “per voi ci sono questi”. Lui si aggrappa al banco, ribalta il cassetto con i soldi, tutte le uova a terra; era proprio incattivito. Mi voleva mettere le mani addosso. Mi stava tirando un bottiglione di vino da due litri. Stavo fresca! Per fortuna c’era un miliziano che l’ha preso per un braccio e gli ha fatto cadere il bottiglione per terra. Pian piano l’ha convinto a uscire e noi per prudenza abbiamo chiuso il locale).

Me an aveva paura ad gnint. Al sarà stè l’incuscenza dla gioventù.

(Io non avevo paura di niente. Sarà stata l’incoscienza della gioventù).

Pal front nun a simie sfuled a Pianventa. I tedesc i feva i rastrellament e i purteva via tot i omne. “Scapè, ch’iv porta via!” I omne is maseva tot. Mal ba ad Giulio i l’aveva ciap. “E’ anziano, lasciatelo…”. Fato sta, t’un mument ad cunfusion al scapa giò per un chemp ad gren. “Allora tu non vecchio”. I dis dop chi l’ha ciap. Il ten per un brac e il porta tla piaza. La su moi, che pureta l’era maleda ad cor, l’al treva per ch’l’elt brac. Un al treva da na perta e leia da chl’elta. “Lui vecchio, lui poveretto”.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati a Pianventena. I tedeschi facevano i rastrellamenti e portavano via gli uomini. “Fuggite che vi portano via!”. Gli uomini si nascondevano tutti. Avevano preso il babbo di Giulio. “E’ anziano, lasciatelo…”. Intanto in un momento di confusione fugge già per un campo di grano. “Allora tu non vecchio” dicono dopo che l’hanno ripreso. Lo tengono per un braccio e lo portano in piazza. Sua moglie, che poveretta era malata di cuore, lo tirava per l’altro braccio. Uno tirava da una parte e lei dall’altra. “Lui vecchio, lui poveretto”).

Me am met tal mez e a deg: “Ma, andena via”. Al tedesc, perché am so mesa tal mez, um dà un sciafon. Me an ho badè né temp e né mez e, sciafff, ha i’ho smulè un manarvers. Lo al tira fora una pistola e al dis: “Ti ammazzo”. “Ma chi t’amaz. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madona u t’amaza!”. “Mo can maza ma nisun, cl’è un vigliac”. “Cor, cor, cu t’amaza”. Tla cunfusion am so masè tla chesa d’un cuntaden sota una mocia ad agren e al tedesc, cal steva mal Moscule, um circheva mo un m’ha trov.

Io mi metto nel mezzo e dico “Mamma, andiamo via”. Il tedesco, poiché mi ero intromessa, mi dà uno schiaffo. Io non ho perso tempo e istintivamente, sciaff, gli ho mollato un manrovescio. Lui tira fuori la pistola e dice “Ti ammazzo”. “Ma chi ammazzi. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madonna ti ammazza”. “Ma non ammazza nessuno perché è un vigliacco”. “Corri, corri che ti ammazza”. Nella confusione mi sono nascosta nella casa di un contadino sotto un mucchio di grano e il tedesco, che stava a Moscolo, mi cercava ma non mi ha trovata).

An aveva paura gnenca dla rivultela, gnenca pel cavolo. Quand al paseva Pippo (aereo da bombardamento) am mitiva la testa tal paier.

(Non avevo paura neanche della rivoltella, neanche del cavolo. Quando passava Pippo mettevo la testa dentro un pagliaio).

Drè al risturent, vers la ferrovia, avimie d’ielbure ad perie e a li vleva arcoi da cos. Mnend vers Catolga sla bicicleta d’Elvino, al mi cugned, quand a so daventi al campsent ech di tedesc.

(Dietro il ristorante, verso la ferrovia, avevamo degli alberi di pere e le volevo raccogliere per farle cotte. Venendo verso Cattolica con la bicicletta di Elvino, mio cognato, quando sono davanti al cimitero ecco dei tedeschi).

“Dare a noi bicicletta” “No, bicicletta è mia” “Adesso portare te al Comando”. Ec a vidin arvè un om sa una bicicleta. L’era Marcolini che l’amniva giò sa una bicicleta nova. Me a inforc la mia e via ca scap ad cursa. Dop un po’, a Catolga aveg pasè ma Marcolini a pid.

(Ecco vediamo arrivare un uomo con la sua bicicletta. Era Marcolini che veniva giù con una bicicletta nuova. Io salgo sulla mia e fugge di corsa. Dopo un po’, a Cattolica vedo passare Marcolini a piedi).

Ho cot un bel tighem ad perie cotie. Ha li ho ufertie ma un tedesc ch’al steva i lè da vsena e ch’a simie in bon raport tent ch’uc vleva purtè in Germania, Giulio a lavurè tna fabbrica e me a fè l’assistenza ma la su ma ch’l’era duturesa. Ai present al tighem perché al tulesa una pera e quest al porta via tighem e tot. Addio pere.

(Ho cotto un bel tegame di pere. Ho offerto le pere a un tedesco che alloggiava lì vicino e con il quale eravamo in buoni rapporti tanto che ci voleva portare il Germania, Giulio a lavorare in una fabbrica e io a fare l’assistenza a sua madre che era una dottoressa. Gli presento il tegame perché prendesse una pera e lui porta via tegame e tutto. Addio pere).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

a cura di Giuseppe Tirincanti


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Swinger Big Band di Cattolica

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Quest’anno ricorre il trentennale della fondazione della “Swinger Big Band” di Cattolica, una storica band ormai divenuta l’identità musicale della nostra città.

In verità, la storia della Band a Cattolica inizia nel lontano 1971, quando Giorgio Della Santina e Giuseppe Belemmi, in occasione di una manifestazione sponsorizzata dalla L’Oréal in P.zza 1° Maggio, assistono a un concerto della Big Band della RAI, composta da musicisti italiani di fama internazionale capeggiati dal batterista Gil Cupini.

Giorgio e Giuseppe rimasero affascinati dalla magica atmosfera che la band aveva creato. Nacque subito l’idea di formare una big band composta da musicisti locali. La prima formazione sperimentale impiegò pochi elementi e iniziò subito a provare in una stanza di via Del Porto. In seguito, si rese indispensabile aumentare il numero degli elementi poiché l’esperimento risultò positivo. Giorgio, con l’aiuto del M° Ulisse Pari, iniziò a prendere contatti con vari musicisti del circondario, i quali, affascinati dall’idea di Giorgio, si resero disponibili: e così l’organico raggiunse i 20/25 elementi.

L’impresa non era facile, ma Giorgio era fortemente motivato e con grande passione iniziò l’avventura, supportata da validi elementi (i pionieri) dotati di una grande esperienza musicale: oltre a Giuseppe Belemmi ricordo il chitarrista Stelio Nicolò. La band iniziò le prove in un freddo capannone di Coriano, visto che a Cattolica non c’era una struttura idonea a ospitarli. La scelta del repertorio si rivelò fondamentale per il successo della band, poiché le musiche dovevano soddisfare le esigenze del pubblico: si decise di riportare in auge le musiche degli anni ’40 dei più grandi autori americani di fama internazionale, Gershwin, Berliner, ecc., appartenenti al repertorio delle più famose band americane, quali quelle di Duke Ellington, Glen Miller, Beny Goodman e Louis Armstrong.

E proprio dal celebre trombettista americano, la band prese il suo nome. Ai primi concerti la big band “Louis Armstrong” riscosse un grande successo. Poi, però, per la indisponibilità dei musicisti nei periodi estivi, Giogio dopo qualche ano decise di sospendere l’attività.

Nel 1980, con la crisi irreversibile dei locali da ballo, che coinvolse anche i musicisti, e incalzato da proposte importanti, Giorgio Della Santina decide di compiere il grande passo: inserisce nell’organico della band molti giovani studenti dell’Accademia Musicale. La big band cambia nome e diventa “Young Swinger Big Band”, che in seguito cambierà nuovamente in “Swinger Big Band”, il nome tutt’ora esistente.

Nel corso degli anni, nel suo organico sono passati numerosi musicisti, alcuni dei quali ex allievi dell’Accademia di Cattolica, in seguito diplomatisi in vari conservatori, divenuti famosi nel mondo della musica e dello spettacolo: il trombonista Roberto Rossi; Packi Pannunzio; i fratelli Gnassi: Dino al trombone e Umberto al sassofono e clarinetto; Renzo Angelini, docente di clarinetto al Conservatorio “Rossini” di Pesaro; Giorgio Leardini, attualmente direttore d’orchestra e insegnante; Franco Caforio, batterista del gruppo Litfiba, Piero Pelù; Massimo Pasi, flautista concertista e insegnante; Mario Aratari, che col suo quartetto per diverso tempo ha lavorato con Gino Paoli; Massimo Ferri, batterista diplomato al Conservatorio Rossini, che ha suonato con famosi gruppi jazz italiani e americani; Marisa Pacotto, ex vibrafonista dell’orchestra di Gorni Kramer; Elvino Pozzi, batterista, docente di solfeggio al Conservatorio Rossini; Paolo Benzi, cantante solista per alcuni della big band, ex cantante di Paolo Zavallone; Marco Gerboni, docente di clarinetto presso il Conservatorio di Ferrara; Graziano Gerboni, insegnante di scuola media; oltre al fondatore Giorgio della Santina, docente di solfeggio presso il Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro.

Giorgio diede un impulso notevole alla band inserendo nel suo organico giovani vocalist al femminile: Martina Grossi, Paola Lorenzi, Norina Angelini, Angela Tagliabracci, Valeria Belemmi, Anna Sanchi, occasionalmente Caterina Colombaroni. L’attuale gruppo di vocalist è misto: ne fanno parte Katia Serafini, Loretta Benedetti, Fernando La Rocca, John Van Wijngarden.

I concerti della Swinger Big Band costituiscono uno spettacolo completo, in cui anche l’occhio soddisfa le sue esigenze: la cornice dell’insieme di tutti questi musicisti, supportati da un favoloso impianto audio e la bellezza, rendono un’atmosfera da favola, che dona a Cattolica un motivo per sentirsi orgogliosi. Ascoltare l’armoniosità di tutti gli strumenti e dei solisti, l’intersecarsi dei coristi che con le loro voci contribuiscono a pennellare i brani, tutto ciò trasmette tante emozioni al pubblico, che resta letteralmente affascinato.

Innumerevoli i successi riscossi dalla band in tante importantissime occasioni. Ne cito alcune: in collegamento Eurovisione da P.zza Maggiore a Bologna per la festa di Capodanno del 1999, assieme a Lucio Dalla; la Festa del Redentore a Venezia; il compleanno del marchio Diesel in una villa veneta, con Fiorello, Claudio Cecchetto, Jovanotti, Linus; un Gran Galà al Grand Hotel di Rimini in presenza del regista Federico Fellini, della moglie Giulietta Masina e di Licia Colò; un Ferragosto con il gruppo vocale dei Platter’s; l’inaugurazione del “Teatro della Regina”, con ospite d’onore Katia Ricciarelli; l’inaugurazione di viale Ceccarini a Riccione alla presenza di Michele Mirabella, Marisa Laurito e Dino Sarti; in occasione del MystFest, il tributo al regista e musicistia Pupi Avati, il quale si commosse ascoltando le sue musiche eseguite dalla “Swinger Big Band”; il Gran Premi di Fabriano in diretta sulla RAI, durante il quale furono assegnati importanti premi a tanti personaggi del mondo del cinema, dell’arte, della cultura, dello spettacolo: tra gli altri, la figlia del grande Totò, Liliana De Curtis, Paola Gassman, Giuliano Gemma, Giuliano Montaldo; in occasione di una festa di compleanno di Hengel Gualdi, alla presenza di tanti personaggi del mondo dello spettacolo, tra cui il pianista Romano Mussolini e il figlio dell’americano Carmichael, autore di tanti brani celebri, tra cui Polvere di Stelle e Giorgia.

La metà degli anni novanta segna l’incontro della nostra Band con Hengel Gualdi, che portò all’interno della band il suo linguaggio musicale basato sullo swing tradizionale, genere che ancora oggi “la Swing Big Band” porta avanti con successo.

Nel corso di questi trent’anni, con spirito di sacrificio e professionalità, Giorgio Della Santina ha saputo dare lustro, attraverso la musica, alla città di Cattolica.

Da alcuni anni il mondo dello spettacolo è entrato in crisi per i tagli ai finanziamenti, pertanto importanti manifestazioni sono state soppresse per mancanza di fondi. E’ però importante che le due istituzioni messe in piedi da Giorgio, la Big Band e l’Accademia, invidiate e copiate da diversi comuni limitrofi, non siano lasciate morire, ma vengano sostenute: contiamo sulla sensibilità dell’Amministrazione Comunale.

di Roberto Bozza

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Carlo Angelini “L’Americano”

Corvette 1957 simbolo del mito americano

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Leggendo il sottotitolo, molti si chiederanno: è nà miseria quant- mi-s-cer c’al feva l’Americhen? (ma quanti mestieri faceva l’americano?). Le attività principali di questo simpatico personaggio, conosciuto da tanti cattolichini, erano elettricista ed operatore cinematografico, ma quella che lo ha reso “personaggio” è stata certamente la musica. Come ci dice lui stesso in una breve chiacchierata nella quale denota un gran desiderio di raccontarsi, anche se ogni tanto con qualche… inceppamento della memoria.

Appassionato da sempre di musica, aveva coltivato sin da giovane, oltre ad una spiccata musicalità, un istinto particolare per la ritmica: la sua passione era la musica americana (da cui il soprannome), com’era di voga a quei tempi. Una sera, eravamo nei primi anni ’50, si presenta all’Americano l’occasione di esibirsi in pubblico. Era una serata “moscia”, per cui si sentiva il bisogno di ravvivare l’ambiente e l’americano era la persona giusta… il successo fu tale che da quel momento finì sulla bocca di tutti, ricercato sempre dai musicisti locali per rallegrare le serate.

Pur non conoscendo una parola di inglese, Carlo Angelini riusciva, col suo spiccato talento, ad esprimersi nella lingua “non sens” (senza senso), ritmando le parole a tampo di swing: oggi si potrebbe dire quasi un genere “scatt”.

A metà degli anni 50 riesce a dare vita al suo primo locale, con idee veramente innovative per quegli anni. Prende in gestione, nella zona di Gabicce Tavollo, un locale già in parte avviato, dal nome “Pasqualen”, che si trovava affianco ad un’altra sala gestita da “Fnilen”: sicuramente questi nomi non sono sconosciuti ai giovani d’allora, erano due locali di successo, di tipo famigliare, in quanto le ragazze avevano al loro seguito le proprie madri, visto che uscire da sole era per loro veramente difficile. E i “cavalieri”, per poter invitare le “dame” a ballare, dovevano prima chiedere il permesso alle mamme… se queste acconsentivano, bene, altrimenti… niente ballo. Altri tempi! Allietava i pomeriggi e le serate l’orchestra dei fratelli Mario e Guerrino Aratari.

Carlo inizia a ristrutturare il locale di Pasqualen, cambiando gli arredi per dargli un aspetto moderno, addirittura costruisce con le sue mani le prime illuminazioni psichedeliche, con al centro della sala una palla specchiata girevole, effetti collaterali, lo strobo ecc., insomma un lavoro veramente d’artista. La nuova veste del locale, unita ai favolosi musicisti che si esibivano: Rolando Caforio alla batteria, Fabbri di Riccione al piano, PieroTresi alla tromba, Luciano Scadassa al sassofono, fa sì che arrivi subito il successo. Fu la nascita della prima discoteca in embrione: il Ball Room.

Visto il successo del Ball Room, Carlo l’Americano, affiancato dal suo fedele socio Lorenzo Zavallone (Renzo), fratello di Paolo, entrambi giovani motivati e con la voglia di affermarsi, decide di compiere il grande passo. Gli si presenta, infatti, l’occasione per acquistare un appezzamento di terreno in via Risorgimento a Gabicce: è un vero affare!! e Carlo non se lo lascia sfuggire. Cominciano subito i lavori per costruire una struttura adatta ad una discoteca. Seguendo i consigli degli addetti ai lavori, costruisce il locale in seminterrato, lasciando lo spazio a cielo aperto per poter nell’eventualità ricavarne degli appartamenti. Ma così facendo, il preventivo di spesa iniziale si gonfia di molto… la cifra occorrente diventa enorme… ma ormai è tardi per tornare indietro… e allora… Vaiii!… tutto a suon di cambiali (ma all’epoca le cambiali sono state la salvezza di tanti imprenditori), finché nel mese di Giugno del 1962 viene inaugurato il “Club La Teggia”.

Un locale nuovo nel suo genere, aperto tutto l’anno: oltre al dancing, c’era anche il ristorante con ottima cucina, il che consentiva di sopperire alla carenza dei clienti nel periodo estivo, considerato che il locale era situato nei pressi di via Romagna (strada Statale), dunque abbastanza lontano dal centro turistico. Il “Club La Teggia” si affidò a orchestre e artisti di grido. La grande orchestra di Paolo Zavallone, una delle migliori a livello internazionale, era di casa al Club, si esibiva nel periodo estivo e costruiva un forte richiamo per attirare più clienti. Era composta da musicisti di grande valore: Paolo Zavallone, una delle migliori a livello internazionale, era di casa al Club, si esibiva nel periodo estivo e costituiva un forte richiamo per attirare più clienti. Era composta da musicisti di grande valore: Paolo Zavallone organo Hammond, Cazzola batteria, Pasquale Tesoro chitarra, Baiocco sassofono, Al Corvin tromba, Fariselli trombone e contrabbasso, Maurizio Graf cantante. Molti artisti sono saliti sul palco del “Club la Teggia”, da quelli nazionali come Gianni Morandi, Iva Zanicchi, Johnny Dorelli, in seguito come presentatore Mike Bongiorno, per diverse serate Gino Paoli col suo gruppo, a quelli locali: l’orchestra di Rocca, I Mimo’s, gli Aratari Mario e Gerry, Robert Mondo e Les Gillon Group, i 4 Angeli ecc.

I clienti del locale erano soprattutto imprenditori, mobilieri pesaresi, industriali, ricchi artigiani provenienti un po’ da ogni parte: clienti molto esigenti che cercavano sempre il meglio. Carlo ricorda con grande soddisfazione le notti di San Silvestro strapiene di clienti, col tutto esaurito già da molti giorni prima, grandi serate difficili da dimenticare. L’Americano si ferma qui nel suo racconto nostalgico.

Nel 1968 il “Club la Teggia” fu ceduto, il locale subì molte trasformazioni e travagli che ne segnarono piano piano la fine.

di Roberto Bozza

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Fino a 70 anni fa l’istruzione era un lusso

 

Antoine Lavoisier

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Qualche maschio poteva completare le classi durante la leva e conseguire la licenza elementare, ma per le femmine era già un traguardo la quarta.
Genitori e nonni parlavano solo il dialetto con accento diverso a seconda dei rioni, e i “maccaroni” non si contavano:
– “Loro si menano!” “Voi fate finta di niente, ci penso io!” “No, maestra: si menano ma noi!”.

– Ladro! Cos’hai in quella legaccia?” “Dùu scènle d’roba…” “Hai uva?! La mia uva!” “E Lei: come fate a saperlo? Siete un strologo?”.

– “Signor Biondi, avete visto Coli?” “Il suo cane è qui: non sarà tanto dalongo, Signor Sindaco…”.

– “Al momento del crimine sappiamo che vi eravate appena portato sotto le greppe (tratto Conca-Ventena): che ore erano?” “Ah, booh! ‘E sol l’era elt pressache poch d’un omm!” “Siate più precisa voi, Signora: dichiarateci cosa sapete e l’ora esatta!” “An sò propria un bel gnìnt! ‘E sol a ne vegh mai perché a stagh da la pèrta de’ varnìi (dell’ombra, dell’umidità N.d.A.)”.

Furbi, ingenui, aperti, omertosi e qualche volta purtroppo anche omicidi… Eravamo, come oggi, custodi di tutti i pregi e tutti i difetti dell’umanità. Ma al pari dell’istruzione ci mancavano arroganza, egoismo, puzza sotto il naso e un po’ di pane.

Qualche “possidente” c’è sempre stato, però. E lo si capiva la domenica a messa: sapeva di Tabacco d’Harar, sua moglie di Il mio sogno Paglieri (o di Lavanda Coldinava, a seconda della stagione!), e la suocera di canfora o natfalina, la notte di Natale. Le loro profumazioni spostavano così bene la puzza di olio per mobili dei confessionali, o quella d’incenso dei turiboli, da indurre sempre qualcuno a lasciar libera la panca e qualcun altro, rimasto ancora in piedi, a pensare “Che c.. ch’a ho!“, precipitandosi ad occuparla.

Quello che ha detto “Non si crea niente, non si distrugge niente ma si trasforma tutto“, come faceva a saperlo? Sarà mica stato “un strolgo“??

di GiBì

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Gli approcci amorosi del tempo che fu

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

La ma ad Giulio un dè l’ha ia det:
La mamma di Giulio un giorno gli ha detto:

“Dì caren, l’è ora che t’toga moi perch’ nun as sin stof ad lavurè”
“Ascolta, è ora che tu prenda moglie perché noi siamo stanchi di lavorare”.

“Ades, la prima ragaza ch’aveg cl’am pies…”.
“Allora la prima ragazza che incontro e che mi piace…”.

Un dè u m’ ha vest a spass e da di drè,
Un giorno mi ha visto passeggiare, era dietro di me,

l’ha vest li mi gambie
ed ha notato le mie gambe

“Oh, che belie gambie…”.
“Oh, che belle gambe…”.

Quand u m’ha vest daventi, me a purteva i cavel a la fratena
Quando poi mi ha visto di fronte con i capelli neri e

sa la frangetta ad cavel nir, fiola, ai so pisù sopte.
la frangetta, gli sono piaciuta subito.

Lo l’ha dmand da chi pudeva avè infurmazion
Ha chiesto da chi poteva avere informazioni

e u li ha dmand ma la Servilia ad Baldo
e le ha richieste alla Servilia Franchini.

“Oh, mo ai cnos; l’è una fameia ad lavuradur
“oh, ma li conosco; è una famiglia di lavoratori,

i n’ha gnint mo iè serie”.
non posseggono niente ma sono persone serie”.

La mi ma l’andeva sempre ma la stazion sa l’orc a to l’aqua
Mia mamma andava sempre alla stazione a prendere l’acqua con l’orcio,

e un dè la incontra la Servilia chl’ai dis:
un giorno incontra la Servilia che le dice:

“Guerina, la tu fiola l’ha ricevù una letra?”.
“Guerrina, la tua figlia ha ricevuto una lettera?”.

“Se, mo la nal sa chi è…Signorini Giulio…”.
“Sì, ma non sa chi è…Signorini Giulio…”.

“Se, mo tal sé chi è?…l’è al fiol dal Mor”.
“Si, ma lo sai chi è?…è il figlio del Moro”.

“Al fiol dal Mor????”.
“Il figlio del Moro????”.

Quand al ven a chesa al mi fradel Libero ch’al lavureva da Cerri.
Al ritorno a casa di mio fratello Libero, che lavorava da Cerri,

ai deg: “Guerda che um ha scret quest i chè, cus cha iò da dì?”.
gli dico: “Guarda che mi ha scritto questo qui, cosa gli devo dire?”.

“T’al vò incuntrè?”.
“Lo vuoi incontrare?”.

“T’capirè… l’è al fiol dal Mor…”.
“Tu capisci…è il figlio del Moro”.

“Alora ti dis che dmenga dop mizdè, vers al quatre,
“Allora gli dici che domenica pomeriggio, verso le quattro,

mned vers chesa, tl’incontre davanti al Cumun”.
venendo verso casa, lo incontri davanti al Comune”.

A la dmenga a scap sal Main dla c’Cona e ai deg:
Alla domenica mi vedo con la Maria Antonioli e le dico:

“Maria, og an pos stè una masa sa tè”.
“Maria, oggi non posso stare molto con te”.

“Oh, tmet a fè l’amor?”
“Oh, ti fidanzi?”

“Mo va là… anche te… ad sigur um vrà di vargogna
“Ma cosa dici… di sicuro mi dovrà rimproverare

per quand a ridimie quand al steva drè ma la (…)”.
per quando ridevamo quando corteggiava la (…)”.

Difatti andand a spass, quand a sin poc da long dal Nettuno
Passeggiando, all’altezza del Nettuno

ecch ch’al veg.
ecco lo vedo.

L’era sa Aldo ad Minelek.
Era con Aldo Tonti.

L’aveva piuvù e l’era sa l’impermeabile e un capel
Aveva piovuto ed indossava un impermeabile ed il cappello,

ch’al pareva Chamberlain.
assomigliava a Chamberlain (primo ministro del Regno Unito)

Me andeva d’in sò e lo l’andeva d’in giò.
Io ero diretta verso il Comune e lui veniva dalla parte opposta.

Ai pasen ad fiench e me an saveva cum a fè, um trimeva li gamb,
Gli passiamo a fianco e non sapevo cosa fare, mi tremavano le gambe.

Al Main l’am lasa e me a vag d’in sò.
La Maria mi lascia e io vado su per la salita.

Ecc ha sent che lo um ven drè.
Ecco sento che mi segue.

Me a vag piò svelt e lo li stess.
Ecco sento che mi segue.

A sin riv daventi al Cumun ch’a femie la Maratona.
Siamo arrivati al Comune che sembravamo due maratoneti.

Un bel mument ho det, “um tucarà firmem”.
Poi ho pensato, “dovrò fermarmi”.

Am ferme e lo um dà la mena e us presenta.
Mi fermo mi dà la mano, si presenta.

Po um ha acumpagnè fina ma chesa.
E mi accompagna fino a casa.

Daventi chesa um dis:
Davanti casa mi dice:

“Ci vediamo domani sera”.
“Ci vediamo domani sera”.

Per tre serie a sin andè aventi e indrè daventi
Per tre sere siamo andati avanti e indietro

ma Giafon
davanti a Giafon (Rossini, fabbro di via Dottor Ferri),

perché me a steva mai palazun in via Nazario Sauro,
perché io abitavo nelle case antisismiche di Via Nazario Sauro.

La terza sera u s’avsena e um dà un bes.
La terza sera si avvicina e mi dà un bacio (con il dito indica la guancia)

Un sgnor ch’al paseva sla bicicleta, per
Un signore stava passando in bicicletta, incuriosito

vultes imdrè a guardè l’endè a sbat contra una pienta.
si è girato per guardarci ed è andato ad urtare contro un albero.

“Ut stà ben, i sé t’imper a vultet indrè”.
“Ti sta bene, così impari a voltarti indietro”.

Me d’andè aventi e indrè am s’era stofa e
io mi stavo stancando di fare avanti ed indietro e

ai ho dèt:
gli ho detto:

“”Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una
“Dì, se hai voglia vieni in casa”.

“A veng stetr’an, dato che l’è Nadel,
“Vengo il prossimo anno, visto che è quasi Natale,

a veng al prim dè dl’an.
vengo a Capodanno.

Se tvò, aveng a chesa anche sopte”.
Se vuoi vengo in casa anche subito”.

Mal mi ba ai aveva dèt:
A mio babbo avevo detto:

“Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una varniseda ma la cusena”.
“Se viene in casa quel ragazzo, dà una verniciata ai mobili di cucina”.

Oh Madona!” Ui aveva dè un turchison…
Madonna! Li aveva riverniciati di un blu elettrico…

Cla sera ch’al ven ad chesa, la mi mà,
Quella sera è venuto a casa, mia madre

tent per met li robie in cer, l’ai dis:
ha cercato subito di fare chiarezza:

“Me a nal so chi ha pià giudizie ad vuielt dò,
“Io non so chi ha più giudizio tra voi due;

la mi fiola l’ha poc giudizie”.
mia figlia ne ha poco”.

“A so mnù per dmandè al permes ad
“Sono venuto a chiedere il permesso di

frequentè sta chesa e purtè fora la vosta fiola.
frequentare questa casa e di uscire con vostra figlia.

Stasera an mi pos farmè ‘na masa ca ho una cena.
Questa sera non mi posso fermare molto perché ho una cena.

“Ades a vag”.
“Adesso vado via”.

Al fa per alzes, mo al fa un muviment e u s’armet da seda.
Stava alzandosi dalla sedia, si muove e si risiede.

E i sé per do tre volt.
Così per due o tre volte.

Ad un cert punt, al fa un muviment piò fort:
Ad un certo punto dà uno strattone più forte:

“Ades a vag”. U s’alza.
“Adesso vado!”. E si alza.

Madona, un gni si sarà tachè i calzun ma la vernisa fresca?
Non gli si saranno attaccati i pantaloni alla vernice fresca della sedia?

Det e fat.
Infatti.

L’aveva tot li righie turchsie mal caval di calzun.
Aveva tutte righe blu sul dietro dei pantaloni.

Una vargogna!!!!!!!
Che vergogna!!!!!!!

Un dè da la parucchiera una burdela la dis ma la su mà:
Un giorno ero dalla parrucchiera e sento una bambina dire a sua mamma:

“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.
“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.

Po a so andè ma chesa sua acumagneda dal mi fradel.
Poi sono andata io a casa sua, accompagnata da mio fratello.

Ma me um bativa al cor.
Mi batteva il cuore.

Al mi fradel u m’ha presantè
Mio fratello ha fatto le presentazioni

e la mi cugneda, la Seconda, l’ha m’ha fat curag…
e la mia futura cognata, Seconda, mi ha messo a mio agio…

Dop ho cmenc andè sempre più spess.
Ho iniziato a frequentare la casa sempre più spesso.

Un dè la su ma’ lam dis:
Un giorno mia suocera mi dice:

“Se t’è voia, ui saria i calzun dla dmenga da stirè…”.
“Se hai voglia, ci sarebbero i pantaloni della domenica da stirare…”.

In conclusion, al lundè matena dop
In conclusione, il lunedì mattina dopo

a so andè a imparè al mistcier.
ho iniziato ad apprendere il mestiere.

di Giuseppe Tirincanti

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Attilio Anderlini “TAIULIN”

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Dopo numerose ricerche sono riuscito a trovare la tomba del caro “Taiulin”.

“Riportarlo in vita” dal dimenticatoio in cui è stato riposto è per me un’emozione forte: mentre cerco le parole giuste per immortalarlo, sono preso dalla commozione.

Chi l’ha conosciuto non può certo dimenticare il profilo di questo personaggio: era un uomo molto magro, smunto, pallido, quasi scondito, camminava curvo trascinando i piedi, sempre col medesimo vestito grigio, sia d’estate sia d’inverno, una camicia coi becchi del colletto all’insù, tutta consumata, una cravatta dal nodo sottile, capelli brizzolati abbastanza lunghi e lisci pettinati con mezza riga al centro, il naso sottile, il labbro sempre all’insù da una parte, si vedevano i denti malmessi, le orecchie molto pronunciate.

Taiulin viveva confidando nella bontà del prossimo, aveva infatti affidato la sua vita e la sua sopravvivenza ai cattolichini: col suo organetto e la sua ocarina girava per le osterie, che a quei tempi erano tante, rallegrando con una suonatina gli avventori e racimolando, sempre dignitosamente, qualche spicciolo per poter vivere la giornata, anche se c’erano delle anime senza scrupoli che gli chiedevano denaro.

Attilio era solo e abbandonato a se stesso. Aveva una sorella che viveva in Francia: il suo grande desiderio è sempre stato quello di poterla riabbracciare, ma non è riuscito a realizzarlo. Ed oggi, di questa signora, nonostante le mie ricerche per potermi procurare una foto del fratello, si sono perse tutte le tracce.

Ho scoperto un motivetto che Taiulin amava cantare ogni volta che si esibiva, in particolare nei casolari di campagna, e che faceva così: Dalla streda al palazz Taiulen l’è un bel ragazz, dal palazz all’incroc, Taiulen le git sal broc (dalla strada al palazzo Taiulin è un bel ragazzo, dal palazzo all’incrocio, Taiulin è andato col biroccio).

Come inseparabile amico, Taiulin portava a tracolla l’organetto. Camminando sempre a piedi da Cattolica a Gabicce, percorrendo ogni giorno tanti chilometri, non abbandonava mai il suo strumento, e ogni volta che gli capitava l’occasione seguiva la Banda cittadina: forse la sua passione sarebbe stata di farne parte.

Marchigiano di nascita, nato a Monteciccardo, in provincia di Pesaro, nel 1904, Attilio Anderlini ha trascorso tutta la sua vita a Cattolica. Era un uomo indifeso, buono come un pezzo di pane, non sarebbe stato capace di far male a una mosca. Tutti gli volevano bene, era come uno di famiglia per tanti cattolichini.

Alla vita ha chiesto poco o quasi nulla, in cambio la vita gli ha donato meno di nulla.

Era amato e benvoluto dalle persone semplici e libere da pregiudizi rispetto alla povertà, mentre altri, vedendo in lui la prospettiva d’una dura realtà fatta di miseria, preferivano ignorarlo: “La fema, la è brutta“. A tal proposito ricordo un proverbio mai dimenticato che dice: “Al savin cum’ amnin tal mond, ma’ a nal-savin cum’andena a fnì” (sappiamo come veniamo al mondo, ma non sappiamo come andremo a finire).

Taiulin acccettava le condizioni che la vita gli aveva riservato, quasi senza rendersi conto del suo stato di indigenza. Per lui era una cosa normale, anche perché, a quei tempi, c’erano tanti cattolichini che vivevamo nelle medesime condizioni: per alcuni di loro era stata una scelta di vita, per altri invece era una costrizione, poiché possedevano meno di niente.

Il 17 Gennaio del 1973 Attilio Anderlini “Taiulin” si è spento, confortato da Gesù e dal suo Angelo Custode, che l’hanno protetto vegliando su di lui nel corso della sua povera vita. Se esiste il Paradiso, il nostro Taiulin l’ha meritato: povero in vita, ricco dopo la morte.

Ringrazio pubblicamente tutti i benefattori che hanno consentito di donare a Taiulin una degna sepoltura cristiana.

Ma sulla sua tomba manca una immagine, per cui lancio un appello: chi è in possesso di una sua foto, o comunque può dare delle indicazioni su chi potrebbe averla, contatti i numeri di telefono della sede del Cubia, oppure mi chiami direttamente al 339-2231759.

Vorrei dare un volto al personaggio che tanti cattolichini hanno conosciuto.

di Roberto Bozza

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