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Ricordiamo le Fosse Ardeatine… Per non dimenticare

fosse ardeatine

Tratto da Cubia n° 10 – Marzo 2001

Il 24 Marzo, il Capo dello Stato, rappresentanti politici, associazioni, cittadini e scolaresche si ritroveranno a Roma, presso il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, per rendere omaggio alle vittime della ferocia nazifascista.

La primavera del 1944 fu densa di eventi drammatici per l’infuriare della guerra su tutto il territorio nazionale. Dopo lo sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 Luglio del 1943, la caduta del fascismo il 25 Luglio, la firma dell’armistizio l’8 Settembre da parte del governo Badoglio e la costituzione del Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, la resistenza antifascista si riorganizzò in lotta armata, con la costituzione del “Corpo volontari della libertà”.

Nel frattempo, gli eserciti alleati risalivano lentamente dal sud, contrastati dai tedeschi, che si erano impossessati dell’Italia, dando anche vita al governo fantoccio di Salò.

Innumerevoli furono le rappresaglie nazifasciste contro cittadini inermi, nell’inteno di stroncare con il terrore le numerose formazioni partigiane e dei GAP, che in montagna, in città, in pianura e nelle valli, con improvvisi attacchi e colpi di mano, rendevano malsicuri i collegamenti con il fronte.

Il 23 Marzo del 1944, un GAP romano, nel quadro delle operazioni belliche predisposte dal Comitato di Liberazione, collocò una carica esplosiva in via Rasella, uccidendo 33 militari del battaglione Bozen in transito: infatti, nonostante Roma fosse stata dichiarata “città aperta”, vie e piazze erano invase da numerosi reparti nazifascisti in assetto di guerra.

Si scatenò una feroce rappresaglia: fu la caccia all’uomo, casa per casa. Giunse l’ordine del comandante supremo Kesserling di seguire la rappresaglia passando per le armi 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Nessuna indagine fu avviata, nessuna verifica delle condizioni dei detenuti, nessun processo.

I tedeschi prelevarono 335 ostaggi, cinque in più del numero ordinato, in parte dalle carceri, in parte dalle case, tra ebrei, antifascisti, gente di qualsiasi ceto e credo politico e religioso. Vennero caricati in camion chiusi, privati degli indumenti e di ogni loro avere. Scaricati presso le cave di arenaria lungo la via Ardeatina e sospinti nelle fosse, senza preavviso furono uccisi a colpi di mitraglia e finiti con un colpo di pistola alla nuca. Per occultare l’eccidio, furono fatte esplodere mine e bombe a mano, per fare crollare le volte.

Sul luogo è stato eretto un mausoleo, che custodisce le spoglie delle 335 vittime della strage.

Nel sacello n. 264 c’è scritto un nome: Egidio Renzi.

Era un nostro concittadino. Nato a S. Giovanni in Marignano il 3 Novembre 1900, trasferitosi nella prima infanzia a Cattolica con la famiglia, fin da giovane nutrì fiera avversione al fascismo. Per tale motivo, stentò a trovare lavoro; si trasferì a Roma, dove si sposò, ebbe tre figli, lavorò saltuariamente, perché sospettato di attività sovversiva.

Fu arrestato dalla polizia della repubblica di Salò e, in attesa di giudizio, trasferito nelle carceri di Regina Coeli: da lì fu prelevato e, assieme agli altri sventurati compagni, trucidato barbaramente alle Fosse Ardeatine.

Egidio Renzi, un umile cittadino, una figura di uomo semplice ed onesto, colpevole solo di aver sempre mantenuto fede ai propri ideali di giustizia e di libertà.

di Mario Castelvestro

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La conoscenza serve ad aiutarci a costruire il futuro

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

Quando arriva la conoscenza, arriva anche la memoria (Gustav Meyrink)

Significato del “Giorno della Memoria

La storia del genere umano ha conosciuto innumerevoli eccidi e stermini. Quello attuato in Europa nel Novecento contro gli ebrei differisce dagli altri per le sue caratteristiche di radicalità e scientificità. Mai era accaduto, ad esempio, che persone abitanti nell’isola di Rodi o in Norvegia venissero arrestate per essere deportate in un luogo (Auschwitz) appositamente destinato ad assassinarle con modalità tecnologicamente evolute. Per questo si parla di “unicità” della Shoah; definizione che pertanto costituisce il risultato di una comparazione storica, e non un pregiudiziale rifiuto di essa.

Shoah è un vocabolo ebraico che significa catastrofe, distruzione. Esso è sempre più utilizzato per definire ciò che accadde agli ebrei d’Europa dalla metà degli anni Trenta al 1945 e in particolar modo nel quadriennio finale, caratterizzato dall’attuazione del progetto di sistematica uccisione dell’intera popolazione ebraica.

Tale progetto venne deciso e concretizzato dal Terzo Reich nel corso della seconda guerra mondiale; venne attuato con la collaborazione parziale o totale dei governi o dei movimenti politici di altri Stati; venne interrotto dalla vittoria militare dell’Alleanza degli Stati antifascisti e dei movimenti di Resistenza. Se invece i vincitori fossero stati la Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy, la Croazia degli ustascia ecc., non un solo ebreo sarebbe rimasto in vita nei territori controllati da questi.

Ricordarsi di quelle vittime serve a mantenere memoria delle loro esistenze e del perché esse vennero troncate. E la memoria di questo passato serve ad aiutarci a costruire il futuro.

Molti Stati hanno istituito un “giorno della memoria”. L’Italia lo ha fissato al 27 Gennaio: la data in cui nel 1945 fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz. In effetti altri ebrei, d’Italia e d’Europa, vennero uccisi nelle settimane seguenti. Ma la data della Liberazione di quel campo è stata giudicata più adatta di altre a simboleggiare la Shoah e la sua fine.

Ovviamente la Shoah fu un evento storico interrelato con gli altri avvenimenti storici; per questo la legge italiana indica altri gruppi di persone la cui memoria va mantenuta viva: coloro che, a rischio della propria vita, combatterono il fascismo e il nazismo e coloro che comunque contrastarono lo sterminio e salvarono le vite.

Quest’anno abbiamo voluto dare un senso forte e non solo celebrativo al “Giorno della Memoria”, con l’abbattimento di un “muro” di libri davanti all’ingresso del Municipio, a testimoniare che la conoscenza di sé e degli altri (il libro, i libri sono strumento antico di conoscenza e memoria), può aiutare a non cadere nell’ignoranza e nell’arroganza. Con i mattoni/libri del “muro” si possono costruire buoni rapporti fra le persone e i popoli. 

Spero, ne sono certo, di regalarti un Libro!

di Pietro Pazzaglini

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L’industria del forestiero e la nascita delle industrie conserviere

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Poiché si poteva contare su una media di 30 presenze per ogni individuo, nel 1941, con 11.764 ospiti, si ebbero 352.920 presenze. L’amministrazione comunale trae un buon guadagno dai proventi dell’industria balnearia, in quanto l’impronta di soggiorno dà un gettito annuo di circa 300.000 lire, ma di gran lunga maggiore è il beneficio che ritrae dalla stagione balneare la popolazione tutta.

Si può dire che non ci sia famiglia che non affitti camere o appartamenti ai villeggianti, numeroso è il personale del luogo che lavora negli alberghi e nelle pensioni e notevole il numero dei negozi con apertura stagionale. Pertanto l’utile complessivo che la popolazione cattolichina ritrae dall’industria del forestiero è di difficile valutazione giacché si può calcolare grosso modo solo la cifra riguardante il vitto e l’alloggio dei villeggianti. Considerando una spesa media di 30 lire per ogni presenza, come valuta la locale Azienda di soggiorno, si raggiunge il reddito di L 10.587.600, e non si tratta certo di una valutazione eccessiva.

Ma il giro di affari in relazione con le spese varie fatte dai forestieri deve riguardare una somma all’incirca uguale, sicché con ogni probabilità si raggiungono agevolmente e forse si sorpassano i 20 milioni di reddito annuo complessivo.

L’industria del forestiero è dunque la forma di attività che dà i proventi maggiori sia diretti che indiretti, ed è certo che si svilupperà sempre più, anche perché negli immediati dintorni dell’attuale quartiere balneare, sia ad oriente che ad occidente, esistono ancora vaste aree dove potranno essere costruite molte altre centinaia di ville.

Importanza essenziale ha acquistato inoltre negli ultimi anni l’industria conserviera, sorta per l’abbondanza del prodotto ricavato dalla pesca delle sardine. E’ stato nel 1938 che due grandi ditte della Venezia Giulia (Arrigoni e Ampelea) hanno aperto due opifici a Cattolica: nel 1939 ne fu poi impiantato un terzo e nel 1940 un quarto di minor mole.

Alloggiati in un primo tempo in sedi di fortuna, questi stabilimenti si sono cominciati a trasferire, a partire dal 1940, in grandi edifici costruiti appositamente e situati nei pressi del porto.

Di gran lunga il più importante è lo stabilimento Arrigoni, che lavora da solo più di metà delle sardine pescate, segue quello dell’Ampelea e poi gli altri due. In totale le quattro fabbriche danno lavoro a un migliaio di operai (600 nel solo stabilimento Arrigoni) pari circa a un sesto della popolazione, e producono ogni anno oltre 7 milioni di scatole di sardine, per la maggior parte inviate a Trieste e a Isola d’Istria, da dove sono spedite in tutta Italia e anche all’estero (Germania specialmente). Lavorazioni secondarie sono quelle delle vongole, e delle sardine in salamoia. Nel 1941 l’industria conserviera ha fatto ulteriori progressi, essendosi iniziata nello stabilimento Arrigoni l’essicazione degli ortaggi (cavoli, patate, rape) e la fabbricazione del concentrato di pomodoro in polvere.

 

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Referendum sulle farmacie: quando si vota

referendum

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Domenica 22 ottobre 2006 si svolgeranno a Cattolica le operazioni di voto per il referendum consultivo sulle farmacie comunali. I cittadini cattolichini saranno chiamati a dire “sì” o “no” al seguente quesito:

Volete voi che il Comune di Cattolica venda le farmacie comunali

o ne privatizzi la gestione in tutto o in parte?

Il referendum sarà valido se parteciperà al voto la metà più uno degli aventi diritto.

 


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C’è un paio di scarpette rosse

ScarpetteRosse

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora
la marca di fabbrica “Shultze Monaco”

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a fare coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nella camera a gas

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole

“C’è un paio di scarpette rosse” è di Joyce Salvadori Lussu. Joyce Salvadori (Firenze, 8/5/1912 – Roma, 4/11/1998) è stata scrittrice, traduttrice e partigiana. Nacque a Firenze come Gioconda Salvadori da genitori marchigiani ma di origine inglese. Suo padre, Guglielmo Salvadori, filosofo positivista osteggiato dal fascismo, dovette riparare all’estero con la famiglia. Joyce si laureò in lettere alla Sorbona e in Filologia a Lisbona. Tra il 1933 e il 1938 viaggiò molto in Africa, dove nacque il suo impegno ambientalista, che si unì a quello politico portandola a iscriversi al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1938 incontra Emilio Lussu, che diverrà il suo compagno e poi marito per tutta la vita; insieme a lui partecipò alla Resistenza, per la quale fu decorata con la medaglia d’argento al valor militare. (Notizie tratte da: Joyce Lussu – Wikipedia, l’enciclopedia libera)

a cura della Redazione di Cubia

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Gli anni ruggenti del fascismo

 

Guernica - il fascismo visto da Picasso

Guernica - il fascismo visto da Picasso

 

 

Tratto da Cubia n° 54 – Settembre 2005

In quel tempo mi rivedo in divisa da piccola italiana a marciare e ad inneggiare con canti patriottici le gesta fasciste. Una di queste canzoni ricorrenti iniziava con una alta e lunga nota, che la maestra Antonietta intonava con una voce acuta, tanto che quando l’ascoltai per la prima volta credetti che l’avesse punta una vesta: “Salve popolo d’eroi, salva patria immortale, son rinati i figli tuoi, nella fé nell’ideale“.

Poiché in quel periodo i fratelli Ennio e Bruno Ballotta si davano da fare per reclamizzare il loro esclusivo prodotto, l'”Ideale  Ballotta, magnesia purgativa”, ho sempre creduto che quel canto fosse una nuova trovata pubblicitaria per il farmaco così utile nelle occlusioni intestinali dei cattolichini.

Era iniziato il grande progresso e i cattolichini, si guardavano attorno un po’ frastornati dopo il letargo degli anni precedenti. Adesso al posto dell’acetilene e lampade a petrolio, c’era la luce elettrica (non in tutte le stanze).

A proposito della lampada ad acetilene, nell’alto della Siligata, sulla facciata laterale della rivendita di alimentari si leggeva: “Fermati passeggier! Vino, birra, gazzosa e carburo”.

Sulle spiaggie erano arrivati i cinesi che vendevano le cravatte. Le appendevano al collo, agli arti superiori fino alle mani, e procedevano a braccia aperte per esporre meglio la mercanzia: “Una lila, cravtte, una lila“. Si fermavano spesso per parlare con noi adolescenti. Uno di loro aveva dato appuntamento alla Luisa Frontini, mia amica:

“Dietlo il Comune tla le tette e le tette mezo”. Lei non c’era andata e noi avevamo riso molto.

Nelle serate estive tutte le donne, con relativi figli molto vivaci, si prendevano a braccetto e andavano a vedere “Cus chi feva i sgnur”. Era quella l’epoca dei nomadi beduini di Cattolica.

Della compagnia ero anch’io bambina, con mia mamma. Aggrappati alle reti di recinzione, guardavamo quelli che danzavano negli spazi all’aperto degli alberghi Nettuno, Kursaal e Astoria. Mentre i bagnanti esercitavano le gambe nei one step, fox trot, tango, ecc. il cantante dell’orchestrina dava le sue prestazioni canore al megafono. Noi dalla recinzione seguivamo le note con un coro sommesso per non disturbare. Questa canzone mi piaceva molto: “Federico sei dolce come un fico, più caro amico di te non ho… Mi daresti se lo voglio l’orologio ed il portafoglio…”.

Una sera, all’Astoria, mentre facevano frenetiche danze, noi cattolichini curiosi, forse in troppi aggrappati alla rete, ci trovammo improvvisamente sui tavoli della pista da ballo. Ci fu un bel fracasso, fortunatamente col solo danno di tazze, bicchieri e bottiglie, perché i clienti stavano ballando. Il gestore dell’albergo (non era di Cattolica) si arrabbiò moltissimo; voleva farci pagare i danni. Per noi parlò l’Angiulena d’Arguzle, …cl’aveva un sach ad fiol chi canteva propria ben: “Cus c’avì d’arabiev? Avin canté i si ben Federico sei come un fico, che vo avresve da paghé ma nun, na ma quel che al chenta drenta cal pidriol ad lata!” (Cosa c’è da arrabbiarsi, è a noi che dovreste pagare, non a quello che canta nell’imbuto); e subito tutti intonammo: “Paga paga Giovannino col borsellino da pagador… Quando paghi sei così carino, o Giovannino, da gran signor“,  in un coro alto e sublime, che mandò in estasi i presenti.

Ci fu un lungo applauso da parte dei forestieri. Il gestore ingoiò il rospo, ma non ci perdonò mai quella improvvisa catastrofica violazione della sua proprietà privata. La sera successiva trovammo la rete rimessa al suo posto, ma.. un filo di corrente elettrica ci impedì di toccarla. L’invenzione di Marconi, così decantata, si era rivolta a nostro danno.

di Lorenza Morosini

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Cattolica: posizione e caratteri fisici della località

 

La spiaggia di Focara

La spiaggia di Focara

 

 

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Cattolica sorge in territorio emiliano, proprio al confine con le Marche, nel tratto di litorale lungo 2,5 Km. compreso tra il fiume Conca ad ovest e il torrente Tavollo a est.

Essa occupa l’orlo litoraneo di una breve pianura triangolare formata dalle alluvioni recenti del Conca, del Ventena e del Tavollo e compresa tra le due estreme propaggini orientali del M. Carpegna. Il promontorio arenaceo delle Gabicce o di Focara (m. 197), che scende al mare con ripe scoscese originate dall’abrasione marina, segnando il confine tra l’Italia settentrionale e l’Italia centrale, domina subito a ponente l’abitato di Cattolica. Più precisamente la cittadina si estende tra la linea ferroviaria e il mare. La parte antica, che è quella orientale, sorge su un terrazzo alto circa 10 m, mentre la parte nuova giace più in basso, su una superficie dell’altezza di 5 m che poi scende con lieve declivio verso il mare. La linea di costa corre con una leggera curvatura da ovest verso est è riparata dal ponente e in parte dallo scirocco, mentre il settore di traversia è rappresentato dal greco e specialmente dalla tramontana, che spesso produce dei sensibili arretramenti della spiaggia.

Il litorale cattolichino è andato incontro in epoca recente e cospicui mutamenti. In complesso, a parte alcune variazioni negative avvenute nel XVII e XVIII secolo, esso è progressivamente avanzato ogni anno di circa 20-25 cm. in media, mentre dopo il 1878 è stato constatato un avanzamento medio annuo di circa 75 cm., che è salito dal 1931 in poi a m. 1,05, sicché in circa un sessantennio (1878-1937) la spiaggia è avanzata al centro di oltre 60 metri, essendo rifornita dai prodotti di demolizione del promontorio delle Gabicce e delle alluvioni dei fiumi marchigiani, trasportato dalle correnti sciroccali. Questo continuo avanzamento del litorale ha notevole importanza pratica, in quanto ha dato luogo ad una spiaggia ampia e dolcemente inclinata sia nella parte subaerea che in quella sottomarina antistante e quindi particolarmente adatta per le bagnature.

Dal punto di vista topografico, la posizione di Cattolica presenta numerosi vantaggi che bisogna tener presenti quando si vogliono indagare le cause della sua origine. Anzitutto essa sorge su una grande arteria come la via Flaminia, in corrispondenza di un nodo stradale di una certa importanza, poiché vi fa capo la principale strada che discende la valle del Conca del Ventena e che collega alla Flamina una serie di centri tra cui S. Giovanni in Marignano, Morciano di Romagna, Gemmano, Monte Fiore Conca. Perciò Cattolica rappresenta lo sbocco naturale della marggior parte della valle del Conca e precisamente di tutta quella destra del fiume, nonché delle valli minori del Ventena e del Tavollo, e pertanto può essere considerata come uno dei tanti centri di crocicchio che si trovano lungo la via Emilia.

In secondo luogo Cattolica si trova a circa metà strada tra Rimini e Pesaro, il che rendeva opportuna quivi la presenza di una stazione di sosta per il riposo dei cavalli, sosta talvolta necessaria e prolungata poiché sappiamo che il passaggio del fiume Conca in piena era pericoloso sul ponte poco robusto che univa le due rive. Inoltre sembra che in corrispondenza di Cattolica la via per Pesaro si biforcasse, stando almeno a una notizia del Vallardi, il quale dice che “dalla Cattolica a Pesaro si costeggia il mare, quando è in calma; altrimenti si va per la strada di sopra, ch’è detta Pantalona”. Ciò è interessante in quanto starebbe a provare che poco più di un secolo fa le alte ripe delle Gabicce e del Monte S. Bartolo erano orlate da una cimosa costiera sufficiente per permettere il traffico.

Ma ben più importante è la considerazione che Cattolica si trova proprio all’imboccatura della sella, alta 122 cm., compresa tra il promontorio delle Gabicce e di Fiorenzuola ad est e le dorsali collinose a mezzogiorno, e che mette in comunicazione la valle del Conca, ultimo lembo della Padania, con la valle del Foglia. Questa sella, per cui passano la ferrovia e la via Flaminia, ha e più ha avuto nell’antichità una certa importanza, in quanto rappresenta il primo ostacolo sulla strada litoranea adriatica, specialmente notevole per chi discende verso sud. Per tale ragione in corrispondenza della sella furono costruiti castelli ben muniti, di cui il maggiore è quello di Gradara, che domina il passaggio, e perciò essa è stata teatro a più riprese di vari fatti d’arme.

Per ultimo è da notare che Cattolica è stata per vario tempo un centro di confine, nel 1300 tra la Marca anconitana è il territorio di Rimini, più tardi tra gli Stati della Chiesa e del Ducato di Urbino, e infine tra gli Stati della Chiesa e la Repubblica Cisalpina.

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