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Ma se c’è… qualcuno frigge!

scuola paritaria

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Il signor Vanzini credeva di aver chiuso il discorso sulla scuola. Mi spiace che sia rimasto sorpreso di non poter avere l’ultima parola. Ritengo che il mio articolo sul numero precedente di Cubia fosse incentrato su un confronto nel merito dei dati. Sono d’accordo dunque con lui di lasciare ai lettori, compresi quelli con l’anello al naso, che spesso sono i più perspicaci, la possibilità di valutare. Ma prima di chiudere, due rilievi diretti:

  1. Non puoi, caro Gianfranco, virgolettare una tua interpretazione come fosse una mia citazione. Riguardo la scuola paritaria non ho mai scritto “Aggiungiamo 4 alunni in ognuna delle classi attuali e il gioco è fatto. Possiamo anche chiudere tutte le scuole paritarie: ci togliamo un impiccio e risparmiamo anche”. Se non comprendi la prima volta, rileggi bene i testi.
  2. Tu affermi che a me della scuola non importa niente. Detto da un signor nessuno in questo campo come te, lo prendo come un complimento. Ci rifletterei a fondo, invece, se lo sostenesse qualcuno delle centinaia di alunni e studenti della scuola primaria, media e universitari che ho avuto ed ho l’onore di servire.

di Amedeo Olivieri

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Se non c’è… non frigge

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Pensavo che sulla scuola ormai avessimo scritto tutto quello che poteva servire perché i lettori di Cubia avessero un’idea chiara di come stanno le cose. La polemica, pretestuosa e banale, del maestro Olivieri sull’ultimo numero mi costringe, però, ad una breve replica. Breve, perché le considerazioni svolte sono talmente prive di contenuto che si commentano da sole.

Soltanto tre osservazioni.

Prima. Ore di presenza in classe. Non mi interessa, e credo non interessi a nessuno, sapere dettagliatamente come funziona il sistema scolastico finlandese. E’ solo uno sfizio del maestro Olivieri che, non avendo altre argomentazioni, ha dovuto spingersi fino in Finlandia per trovare qualcosa a cui tentare di aggrapparsi, senza accorgersi che andava volutamente, e con poca onestà intellettuale, completamente fuori tema (e per un maestro andare fuori tema è grave). Il confronto non era e non è con la Finlandia ma con tutti i Paesi Ocse, che sono 36.

Seconda. Scuola pubblica e scuola paritaria. La soluzione suggerita da Olivieri è molto semplice: “Aggiungiamo 4 alunni in ognuna delle classi attuali e il gioco è fatto. Possiamo anche chiudere tutte le scuole paritarie: ci togliamo un impiccio e risparmiamo anche“.

Forse, caro maestro Olivieri, non solo hai poca confidenza con i numeri ma stai avendo le travvegole. Pensi veramente che i lettori abbiano, come suol dirsi, l’anello al naso e non si rendano conto che riservare sul sistema pubblico il milione circa di alunni frequentanti le scuole paritarie significherebbe fare collassare e morire la scuola?

Tu lo sai benissimo, ma fai finta di non saperlo, in quanto a te della scuola non importa niente, ti interessa solo polemizzare, anche con poco buon gusto, su san gelmino e tremontino. Contento tu…! A me sembra un po’ poco.

Terza e ultima. Mission. Non ho mission particolari da compiere, so solo che il MIUR (Ministero della Istruzione, Università, Ricerca) è il Ministero che spende più di tutti gli altri. L’importo totale della spesa, che è quello che conta, è molto alto e oltre il 90% server per il personale.

Per quanto riguarda i bombardieri, neanche a me piacciono: so però anche che qualche migliaio di soldati italiani presta servizio all’estero in missioni di pace molto importanti. Se poi tu volessi aprire un dibattito sull’utilità o meno delle forze armate, allora bisogna farlo, non con slogan vecchi e stantii, ma in un modo molto più serio e completo.

di Gianfranco Vanzini

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Pasticcio di numeri in salsa vanziniana

San Gelmino Tremontino

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2009

Ultimamente si parla alquanto di scuola. L’aspetto positivo è che si creano occasioni perché le riflessioni possano divulgarsi ed affinarsi. L’altra faccia della medaglia, oltre al rischio di saturare la pazienza degli interlocutori, è il pressapochismo, specie in un panorama mediatico nel quale più un argomento è scomodo e complesso e prima viene liquidato. Ne sono un esempio diverse affermazioni in cui si lancia Gianfranco Vanzini nei due precedenti numeri di Cubia avendo, a suo dire, il conforto dei numeri. Ma i numeri non oppongono resistenza quando vengono forzati a proclamare verità che stanno, a priori, solo nella testa di chi li maneggia con troppa approssimazione. Vanzini parte citando un commento giornalistico inerente il Rapporto 2009 dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sullo stato dell’educazione nei paesi industrializzati e sentenzia che “tabelle e percentuali bocciano il sistema scuola Italia”. Su quali dati si basa? 1) NUMERO MEDIO ANNUO DI ORE DI ISTRUZIONE: qui l’Italia si colloca ai primi posti con 990 ore nella primaria. Ma per dedurne alcunché occorre tenere presenti le peculiarità della scuola italiana che non consentono di fare confronti generici. Vanzini riporta il dato della Finlandia di 608 ore. Ora, sul sito di Eurydice, la banca dati dei sistemi educativi europei, si specifica che, in Finlandia, i giorni di scuola annui sono 190 (da noi 200) e che l’orario di lezione è fino a 5 ore al giorno (totale 900 ore). D’altra parte, se si dividono le 608 ore annue per i 190 giorni otteniamo una media giornaliera di 3.2 ore, un po’ pochine direi. E, se non fosse accecato dalla devozione incondizionata per San Gelmino-Tremontino, anche Vanzini avrebbe capito che qualcosa non quadrava. Infatti l’OCSE nel suo rapporto conteggia solo le ore di lezione frontale e, guarda caso, in Finlandia ci sono diverse ore di laboratorio rese possibili da uno stato che investe fortemente nell’istruzione pubblica, realmente gratuita, e dispone di strutture all’avanguardia. Vanzini prosegue: “Se il tempo impiegato da alunni e docenti è così alto, perché i risultati sono così modesti?” E cita i dati dei test OCSE PISA (Programma Internazionale di Valutazione degli Studenti). Però non considera che si parla di test sottoposti ai quindicenni. Quelli comparativi per le fasce di età più basse non li effettua l’OCSE ma l’IEA (Agenzia Internazionale di Valutazione). In tali indagini, svolte alla fine della IV primaria, gli alunni italiani si situano molto in alto nella classifica mondiale, ben al di sopra della media sia in lingua, che in matematica e scienze. Attenzione, dunque, alle bocciature indistinte della scuola italiana, tanto facili quanto inutili ai fini di individuare in quali segmenti occorre concentrare gli sforzi per migliorarne la qualità. 2) IL NUMERO MEDIO DI STUDENTI PER INSEGNANTE: il dato riportato da Vanzini non tiene conto della presenza nella scuola italiana di 90mila docenti di sostegno (fatto che l’EU ci invidia) che in altri paesi sono alle dipendenze di enti diversi, e di 26mila docenti di religione cattolica pagati dallo stato (fatto che l’EU non ci invidia). Se, onde rendere possibile un confronto corretto, si scorporano questi docenti dal totale, si scende ad un rapporto insegnante-studente pari a 7.8, quasi in linea con il 7.5 della media europea. 3) IL PRESUNTO RISPARMIO DELLO STATO PER GLI ALUNNI DELLE PARITARIE. Vanzini cita i dati di una ricerca dell’AGESC (associazione genitori scuole cattoliche) del 2009 (invero è del 2007), dove si effettua un calcolo particolare, che esemplifico applicato alle primarie. Si considera ciò che lo stato spende per ogni alunno della scuola statale (7.366 euro). Da tale cifra si sottrae quanto lo stato spende per ogni alunno della paritaria (866 euro) e si ottiene la cifra che lo stato risparmia per ogni alunno che invece di andare alla scuola statale va alla paritaria. Moltiplichiamo questo per tutti gli alunni che frequentano la scuola paritaria dei vari ordini di scuola e…voilà: si ottiene il risparmio totale di oltre 6 miliardi di euro. Il ragionamento è talmente sciocco da sembrare impossibile che sia fatto in buona fede. Infatti, nel costo che lo Stato sostiene per ciascuno studente che frequenta la propria scuola ci sono conteggiati tutti i servizi educativi e questi non sono individuali quindi non è un costo che si può replicare uguale per ogni studente aggiunto. Ad es, se a Cattolica i 20 bambini della classe I delle Maestre Pie andassero alle statali, lo Stato non avrebbe costi aggiuntivi in quanto ne distribuirebbe 4 per ognuna delle 5 classi prime già esistenti, senza per questo assumere nuovi docenti. Ci sarebbero solo aule più affollate. Paradossalmente, lo Stato addirittura risparmierebbe in quanto la spesa pro capite, divisa tra più alunni, verrebbe a diminuire. E’ un meccanismo che si vede bene all’opera analizzando il Rapporto 2009 di Legambiente dal titolo “Scuola Pubblica: saldi di fine stagione”. Confrontando i numeri del 2009/10 con quelli dell’anno prima si constata che all’aumento di 37.876 alunni si risponde con una riduzione di 4.945 classi e di 36.218 docenti! Ciò dimostra che, grazie ai tagli di San Gelmino-Tremontino, se anche molti studenti delle paritarie andassero alle statali non costerebbero necessariamente di più alla Repubblica che, anzi, pur avendo dimezzato negli ultimi otto anni i finanziamenti alle proprie scuole ha, nel medesimo periodo, aumentato il contributo alle scuole paritarie del 70 % passando da 332 a 562 milioni di euro. Per non parlare dei contributi regionali o comunali, come quelli di Cattolica. Nella convenzione per il 2010, il sindaco Tamanti, senza considerare l’handicap, non presente dalle suore, versa alle maestre Pie 16.640 euro per circa 200 bambini, contro i 18.143 euro per i 700 bambini della Direzione Didattica. In chiusura due consigli, non richiesti, per Vanzini. 1) Se vuole sapere quante risorse investe veramente lo Stato per la scuola analizzi i dati del rapporto Ocse 2009 che ha omesso di citare o quelli sfornati da Eurostat. Scoprirà che l’Italia è al 18esimo posto (sui 27 paesi EU) per la percentuale del PIL spesa nella scuola, ben al disotto della media. 2) Se davvero sente che la sua mission è quella di far risparmiare lo stato sulla spesa pubblica lasci in pace per un po’ la scuola e vada a spulciare tra i conti del Ministero della difesa. Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l’indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari. E il Governo ne ha in ordine 131. Aspetto fiducioso.

Di Amedeo Olivieri

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Caccia alla merdaccia

 

Tom Bentley

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Era ora. I dipendenti pubblici saranno sottoposti ad uno screening approfondito il cui verdetto servirà per stilare graduatorie di merito e operosità. Via i mangiapane a tradimento, niente più vagabondi cronici pagati con i soldi di tutti, al bando gli incompetenti. Semaforo verde, al contrario, per coloro che risulteranno in regola con i requisiti richiesti. Da chi? Dal gioiellino Brunetta, alias ministro della funzione pubblica, il cui D.L n.150 è stato pubblicato in Gazzetta lo scorso ottobre. Tutto a posto, dunque. Presto i servizi pubblici di cui potranno godere i cittadini saranno finalmente di qualità, la loro efficacia ed efficienza senza precedenti. Ma sarà davvero così? Tenterò di rispondere a questa domanda soffermandomi sul comparto scuola e ponendo soprattutto questioni. 1) E’ possibile valutare oggettivamente le competenze dei docenti? Brunetta (in corsivo le citazioni testuali) scommette di sì tant’è che prevede una graduatoria di merito attraverso l’individuazione di tre fasce di docenti così ripartiti obbligatoriamente: 25% di Top, 50% di mediocri, 25% di merdacce. Come pensa di misurare e valutare quella che viene chiamata performance dei dipendenti? Gli obiettivi da raggiungere vengono stabiliti dagli organi di indirizzo politico-amministrativo e debbono essere specifici e misurabili in termini concreti e chiari. Arriveranno ulteriori disposizioni ma sicuramente come metro per giudicare il docente verranno utilizzati anche i test sui risultati degli alunni, il che crea non pochi problemi. Cosa rilevare: il rendimento in italiano, matematica e scienze? Davvero non conta altro per le finalità della scuola? E il clima di classe, il livello di motivazione degli studenti, lo sviluppo delle capacità relazionali, espressive, comunicative, sociali? La normativa relativa all’obbligo scolastico introdotta nel 2007, recependo quella della UE, individua 4 assi culturali (dei linguaggi, matematico, scientifico-tecnologico, storico-sociale) e indica ben otto competenze chiave per poter esercitare una piena cittadinanza: Imparare ad imparare, Progettare, Comunicare, Collaborare e partecipare, Agire in modo autonomo e responsabile, Risolvere problemi, Individuare collegamenti e relazioni, Acquisire ed interpretare l’informazione. Volutamente non vi ho risparmiato l’elenco perché possiate rendervi conto della complessità di misurare in maniera compiuta e attendibile tutte queste variabili. Non siamo nemmeno capaci di fare tesoro delle esperienze degli altri. Ascoltiamo cosa diceva in proposito nel 2002 Tom Bentley, consigliere dell’istruzione nel governo Blair, relativamente al sistema scolastico inglese che aveva fatto della valutazione oggettiva degli studenti il cavallo di battaglia per misurare la qualità della scuola e dei docenti: “L’importanza prioritaria posta sui risultati dei test ha spinto le scuole e gli insegnanti ad “insegnare per il test”. Questo rafforza un sistema all’interno del quale gli studenti non sono incentivati a trasferire le abilità da una disciplina ad altre discipline o a risolvere problemi reali all’interno delle discipline, a sviluppare cioè le conoscenze in modo da poterle applicare nella vita reale, oltre le prove d’esame”. E prestiamo attenzione anche alle parole di Kim Marshall, provveditore di Boston, che ha appena pubblicato: “Ripensare la valutazione dei docenti” in un America dove Obama, a fronte di un investimento nella scuola senza precedenti, ha rilanciato il dibattito (almeno lì si discute) sul tema dello stipendio associato al merito (merit pay): “Il merit pay si è dimostrata una strategia inefficace per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento. Ecco perché: 1) Mina il lavoro d’equipe. Gli insegnanti che sono ricompensati per i migliori risultati conseguiti dai loro studenti sono meno propensi a condividere idee e esperienze con i propri colleghi; 2) I migliori insegnanti lavorano già moltissime ore e non ci sono prove che un aumento di stipendio li porti a lavorare di più o in modo più brillante o che gli insegnanti mediocri siano motivati a migliorare. Capita esattamente il contrario e i mediocri faranno ancora peggio; 3) Le prove standardizzate spesso sono insensibili nei confronti dei problemi educativi e, il più delle volte, misurano le condizioni familiari più che il valore aggiunto dato dal lavoro dell’insegnante”. Quindi come misurare il reale contributo apportato nell’anno dal singolo docente? Si dice che dovremmo misurare accuratamente il livello di partenza e compararlo con i risultati in uscita per valutare la qualità del cammino percorso. Dunque, vai con le batterie di quiz iniziali e finali. Quanto tempo resta per l’apprendimento? E peccato che poi gli esperti dicano che occorrono almeno tre anni di dati per misurare l’efficacia di ciascun insegnante. Ma continuiamo con i problemi aperti: se un docente eredita una classe dove ha lavorato una merdaccia dovrà pagare per un demerito non suo, così come sarà premiato indebitamente chi acquisisce una classe eccellente? E per quanto riguarda i docenti di sostegno?
Allora Signori, qui stiamo parlando di “materiale umano”, altamente differenziato e specifico, così come ogni gruppo-classe costituisce un’alchimia difficilmente replicabile. Non si può ragionare in termini di premi-produzione come per aziende che sfornano materiali o servizi standardizzabili (Ad esempio anche operare un’ernia oggi ha un protocollo standard per cui è possibile verificare se un chirurgo lo ha seguito o meno). Questo significa che singole scuole e docenti non possano essere valutati per quanto vanno facendo? Ovvio che no. Così come non significa che tra i docenti non esistano differenti livelli di professionalità. Stiamo solo dicendo che, se ci interessa davvero il miglioramento della scuola in funzione dell’apprendimento autentico degli studenti, abbiamo in primo luogo a che fare con reali problemi di valutazione equa. Poi, quand’anche fosse che disponessimo di informazioni attendibili su pregi e difetti di ogni docente, volendo davvero introdurre circoli virtuosi di cambiamento occorrerebbe puntare sulla collaborazione reciproca e sull’osmosi delle migliori pratiche disponibili. Altro che abbassare lo stipendio alle merdacce, impedir loro di accedere a incarichi e aggiornamento professionale, eliminare progressione di carriera e sbatterle sul sito internet della scuola per essere esposte alla pubblica gogna. Che è quanto ordina il decreto Brunetta aprendo la stagione della caccia alla merdaccia.

Di Amedeo Olivieri

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“Critiche Preconcette”

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

In merito alle considerazioni esposte nell’articolo “Il Comitato Inesistente“, a firma di Amedeo Olivieri, l’assessore Epiceno, da noi interpellato, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Innanzitutto mi fa piacere che Cubia dedichi spazio e interesse a questi temi di così grande rilievo e interesse sociale. Per fortuna c’è più d’uno che lo fa, in questa nostra Cattolica, a cominciare da quanti agiscono nel campo del volontariato. Vi è anche chi, però, nel farlo non riesce a sottrarsi alla tentazione di usare anche questo argomento per battaglie politiche (anzi, partitiche) preconcette e preconfezionate, basate sul sospetto e sulla insinuazione. Come fanno, infatti, certi nostri “critici di professione” a dimenticare che Città Solidale è nata lo scorso anno, con il coinvolgimento di tutte le associazioni di volontariato presenti sul territorio; che i fondi finora raccolti sono serviti, appunto, a finanziare “Serenità 70”; che, per quanto riguarda invece la destinazione di quelli futuri, ho già convocato per fine gennaio tutte le associazioni di volontariato per individuare assieme quei progetti meritevoli di sostegno!? Riteniamo inoltre che, proprio per garantire la massima sicurezza nella gestione dei fondi, sia il Comune stesso ad assumersi le relative responsabilità gestionali attraverso personale proprio”.

di Salvatore Epiceno

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Non solo Copenaghen

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Parliamo di quel tale che dopo aver strangolato la moglie convince i giudici a perdonarlo con la promessa di non farlo più. Rimasto libero, uccide i genitori e, una volta al processo, viene assolto perché si impegna sulla parola a riparare al fattaccio. Ed eccolo che si diletta a sparare ai passanti dal balcone di casa. Catturato, viene rimesso subito in libertà perché giura sulla Bibbia che non ricadrà nello stesso errore. E così via con una scia infinita di delitti. E’solo una storiella cretina ma fornisce una buona rappresentazione del comportamento dei paesi soprasviluppati che, dopo il Summit della Terra di Rio del 1992, hanno dato vita alla Conferenza delle Parti (COP) per accordarsi sulla riduzione dei gas serra, nel tentativo di contenere i cambiamenti climatici. A Copenaghen si è appena concluso COP 15, il che vuol dire che, come il tale della storiella, è la 15esima volta che si rinnovano dichiarazioni di principio e pseudoimpegni, tra i quali il Protocollo di Kyoto durante COP3, fondamentalmente inconcludenti. Se si aggiunge la contraddizione tra il tema in agenda e l’impatto ambientale dei 20mila delegati presenti nella capitale danese con le loro 1200 limousine nonché dei presidenti e primi ministri con i loro140 jet privati, comprendiamo bene che non è realistico attenderci che la salvezza del pianeta provenga dai vertici istituzionali degli Stati. Spostiamo quindi l’attenzione alla nostra situazione locale.1) Scivolano leggeri i bambini sulle loro lame sottili in piazza Roosevelt. Qualcuno impacciato, altri più disinvolti, ma tutti con la beata ignoranza dovuta alla stupidità degli adulti che non hanno spiegato loro il paradosso che le 55 tonnellate di Anidride Carbonica, prodotte per ottenere un mese di ghiaccio artificiale in un paese dove il clima non prevede temperature sottozero, contribuiscono a sciogliere più in fretta i malconci ghiacciai, stavolta autentici, da cui dipende la possibilità di vita futura. Non si tratta di intristire le nuove generazioni con discorsi funesti ma di responsabilizzarle in modo intelligente sulle conseguenze delle azioni umane. Possiamo farci aiutare a trovare le parole giuste da un originale libro di Luca Novelli “Il Professor Varietà”, dove si racconta la storia di Marta e Ron che, in compagnia del loro gatto, partono a bordo della padella spaziale in cerca del Pianeta Panda, un posto dove sia diffuso uno stile di vita sostenibile. Visiteremo così il Pianeta Niente, dove ogni tipo di civiltà è impossibile, il Pianeta Neanderthal dove gli oggetti di ogni giorno vanno conquistati a proprio rischio e pericolo, il Pianeta Leonardo, dove tutti gli oggetti sono riciclabili e le energie rinnovabili. E scenderemo sul Pianeta Paguro, dove gli abitanti devono portare sulle spalle tutti gli oggetti che possiedono e tutti i rifiuti che producono, sul Pianeta degli Oggetti Abbandonati, sul Pianeta Tempo, dove gli oggetti non indispensabili si pagano con secondi, minuti e ore della propria vita. E ancora, sul Pianeta Pericle, dove la ricchezza non si misura con l’oro e con le cose possedute ma col numero di amici e di affetti che ci circondano. Sfioreremo anche il Pianeta Guerra, dove il possesso delle risorse viene sempre deciso da un conflitto, il Pianeta Biotek, dove gli organismi geneticamente modificati sono sfuggiti al controllo degli abitanti e il Pianeta Consumo, dove in realtà c’e poco da vedere perché è stato consumato tutto: Aria, Acqua, Terra…E, insieme ai nostri eroi, scopriremo che il Pianeta Panda potrà essere la nostra Terra, quando cambieremo il nostro stile di vita. P.S: Ne consiglio la lettura anche all’Assessore allo Sviluppo Sostenibile Angelini, con la speranza che ci aiuti a capire cosa è cambiato per i cittadini rispetto alla precedente amministrazione, quando questo assessorato non esisteva.
2) Restiamo in tema di qualità dell’aria. La beata ignoranza dei bambini è comprensibile, la nostra e quella dei nostri amministratori un po’ meno. Per par condicio chiamiamo in causa anche l’assessore all’Ambiente Palmacci e quello alla Sanità Mancini. Se si sono ripresi dall’estasi per la visione notturna dei meravigliosi controsoffitti blu che dipartono dal Municipio, credo sarebbe utile che osservassero un po’ di dati presenti sul sito dell’ARPA concernenti la composizione dell’aria che respiriamo nel nostro territorio. Magari potrebbero anche inserirli sul sito del Comune di Cattolica, considerato che non c’è traccia di uno spazio dedicato all’ambiente mentre vi si trovano cose amene come oroscopo o superenalotto. Anche se siamo messi male per quanto riguarda le polveri sottili PM10, nello specifico mi riferisco ai dati relativi ai test di mutagenesi che mirano a rilevare l´effetto di una sostanza e/o di una miscela sul DNA ed eventuali mutazioni indotte. Dice ARPA: “Vista l´esistenza di una stretta correlazione tra sostanze mutagene e cancerogene, si è resa necessaria la valutazione del potenziale mutageno a cui è sottoposta la popolazione urbana. La novità di questi test è inoltre dovuta al fatto che si basano sulla presenza di particelle ultrafini, le cosiddette PM2,5. Sono le più pericolose dal punto di vista sanitario e rappresentano un importante fattore di rischio per la salute dei cittadini in quanto sono in grado di penetrare nelle parti più profonde dell´apparato respiratorio ed hanno evidenziato maggiore attività mutagena specifica rispetto alle più note PM10 . Ad esempio, per ogni aumento di 10 microgrammi/mm3 l’aumento di mortalità generica per le PM10 è di 0,6% mentre per le PM2,5 è di 6%. Purtroppo i bambini sono la categoria più sensibile.  Quattro sono i livelli contemplati per il fattore di genotossicità dell’aria: Negativo(da 0 a 1,4); Debolmente Positivo (1,5-2,9); Positivo( 3-14,9); Fortemente Positivo (> 15). Gli ultimi dati disponibili riguardano febbraio 2009 e il fattore di genotossicità dell’aria è di 75,1 il più alto di Romagna, tanto che la colonna relativa fuoriesce dall’asse verticale del grafico, graduato fino a 60. Tali valori riguardano Rimini ma il responsabile Marco Zamagni di Arpa Rimini mi ha ribadito che la qualità dell’aria a Cattolica è la medesima. La dott.ssa Bocchi, del laboratorio di ARPA Parma che effettua le misurazioni, mi ha invece gentilmente informato che a tutt’oggi non esiste una normativa che prenda in esame tali risultati. Fino a che ciò non avverrà possiamo stare tranquilli. O no?

di Amedeo Oliveri

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Scherza coi fanti

 

Amedeo Olivieri, Alessandro Bondi, Marco Boschini, si confrontano sui problemi legati al Queen Village

 

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

E’ con profondo cordoglio che il comitato Boycott-Queen Village è costretto ad annunciare ai cittadini di Cattolica che ogni barlume di dignità sulla questione della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) riguardo la salute dei bambini e ragazzi del Polo scolastico è definitivamente deceduto. Con la sua interpellanza del 18/09/09, il consigliere Enrico Del Prete aveva operato un estremo tentativo di strappare il sindaco dal tunnel della Verni-dipendenza attraverso un’iniezione di richiamo alla sua responsabilità di garante della salute pubblica piuttosto che di interessi privati. La terapia sembrava funzionare in quanto nella risposta ufficiale dell’assessore Angelini del 27/10/09 si affermava testualmente che l’amministrazione aveva effettuato sia lo Screening che la VIA. Il comitato, sorpreso ma felice per la notizia tanto a lungo attesa, ha cercato i documenti comprovanti quanto dichiarato. Ma, con sconcerto, al posto di tali incartamenti ha trovato un altro atto, stavolta a firma del dirigente Fabbri che, in data 3/11/09, smentendo quanto affermato dalla Angelini, ribadiva che niente era cambiato dal 2006 quando, rispondendo ad un’altra interpellenza l’allora assessore Prodi sanciva che l’amministrazione non intendeva richiedere a Verni alcuna VIA in merito alla sua delicata creatura di cemento.

Non è che il duo Angelini-Fabbri credeva di essere su Scherzi a parte?

di Amedeo Olivieri

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Don Peppone e Don Camillo / 2

DonCamilloPeppone

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

E’ andata. Ciò che paventavo nello scorso numero di Cubia si è puntualmente verificato. La convenzione per il conferimento di fondi comunali alla Scuola Paritaria delle Maestre Pie è stata rinnovata senza nessuna remora. Scivolata via nel silenzio di una delibera di giunta il 17 settembre. Anzi, proprio per evitare un passaggio in consiglio comunale che avrebbe quantomeno comportato uno straccio di riflessione sulla sua opportunità, l’amministrazione ha utilizzato un piccolo/grande accorgimento: ridurre da tre anni ad uno la durata del rinnovo. E mentre l’Assessore Mancini giustificava l’escamotage con la tenera età del mandato elettorale che avrebbe impedito un’attenta ponderazione delle tre paginette della Convenzione: “Abbiamo voluto prendere un ulteriore anno per riflettere”, la motivazione del sindaco, di segno opposto, si appellava alla necessità di efficienza: “Non potremo mica portare in consiglio ogni questione sulla quale dobbiamo decidere? Bloccheremmo l’amministrazione”. Più munifico e sbrigativo Antonio Gabellini, ex assessore al bilancio: “Cosa vuoi che siano 17mila euro, ormai li diamo per una qualunque mostra fotografica”. Questo è tutto il dibattito che sono riuscito a racimolare in casa Pd. Continuiamo a chiederci, ormai rassegnati, se dalle loro parti qualcuno si accorge che c’è qualcos’altro per cui vale la pena di arroventarsi le laringi oltre agli alienanti battibecchi interni su leadership e identità del partito.Ma, pur essendo conclusa la partita sul finanziamento, non è venuta meno l’esigenza di ragionare sul suo significato. Vorrei dunque segnalare, dopo quella di natura economica dello scorso intervento, una questione più radicale, che solleva un problema di incompatibilità tra scuola con finalità confessionali e offerta di un servizio pubblico. Vediamo.La legge 62/2000, promulgata da un solerte centro-sinistra, detta i requisiti che anche le scuole cattoliche debbono avere per diventare scuole paritarie (da ora SP) e vedersi così accreditate come soggetti che svolgono un servizio pubblico. Esse debbono essere aperte a tutti ed accettare chiunque si voglia iscrivere, “compresi gli alunni con handicap”che, precedentemente alla legge, le scuole parificate potevano rifiutare. La legge richiede, inoltre, alle SP di adottare un “Progetto educativo in armonia con i principi della costituzione” tra i quali, lo ricordo, risalta quello dello della laicità, definito “supremo” dalla corte costituzionale (sent 203/89). Ora: è sufficiente l’imposizione di accoglienza incondizionata di chiunque desideri iscriversi, figlia dell’Art 3 della Costituzione che obbliga a non discriminare nessuno in base a sesso, razza, lingua, credo, opinioni politiche e sociali, per garantire il rispetto del principio della laicità? Cosa esige tale rispetto da un sistema formativo pubblico? Che nella sua proposta educativa tutte le posizioni in materia di fede siano trattate allo stesso modo senza privilegiarne alcuna, considerato anche che il nuovo concordato dell’84 non riconosce più quella cattolica come religione di stato. Dunque nello spazio pubblico, luogo dove viene riconosciuta l’intersoggettività delle identità plurali, credenti o meno, non ci può essere una confessione che viene assunta come chiave di lettura della realtà e a cui chiedere di aderire per fede. Qualora una scuola decidesse di optare per una simile impostazione confessionale indottrinante, vale a dire ponesse tra le sue finalità quella dell’implementazione (se non imposizione) di una fede specifica, negherebbe al suo progetto formativo la coerenza con le finalità della scuola laica repubblicana e quindi tale progetto difetterebbe di almeno un requisito, per nulla secondario, per vedersi accreditata la paritarietà. Ma è questo il caso della scuola delle Maestre Pie? Ovvio che sì, in quanto essa è scuola cattolica e la mole di documenti ecclesiali al riguardo è inequivocabile. Qualche esempio: “Una scuola Cattolica si caratterizza dal vincolo istituzionale che mantiene con la gerarchia della chiesa, la quale garantisce che l’insegnamento e l’educazione siano fondati sui principi della fede cattolica e impartiti da maestri di dottrina retta e vita onesta. La scuola cattolica è vero e proprio soggetto ecclesiale in ragione della sua azione scolastica, in cui si fondano in armonia la fede, la cultura e la vita”. (Congregazione per l’educazione cattolica, maggio 2009); “Tenuto conto che l’uomo storico è l’uomo redento dal Cristo, la scuola cattolica mira a formare il cristiano nelle virtù che lo specificano e lo abilitano a vivere la vita nuova nel Cristo consentendogli di collaborare in fedeltà all’edificazione del regno di Dio. L’adesione a Cristo è il fondamento del carattere peculiare della scuola cattolica in quanto comunità educativa” (Cong. Educ.cattolica, 1977). Questo problema di incongruenza tra laicità del servizio pubblico e fini della scuola cattolica non sfugge alla Legge 62 ma essa, per cercare di ovviarvi quadrando il cerchio, combina un vero pasticcio normativo. Ecco come. All’Art 1 recita: “Il progetto educativo della scuola paritaria indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale o religioso”. Qui mette le mani avanti in quanto il legislatore sa benissimo che in Italia la maggior parte delle scuole paritarie ha finalità confessionali. Poi, con la frase successiva, il tentativo di salvataggio in corner: “Non sono comunque obbligatorie le attività extracurricolari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa”. Tradotto, significa che dovrebbe essere possibile chiedere l’esonero (cosa, tra l’altro, di difficile attuazione pratica) da attività quali preghiere, celebrazioni liturgiche in occasioni particolari, progetti specifici, catechesi, ecc…Ma se il problema è tutelare la libertà di coscienza perché intervenire solo sulle attività extracurricolari? Infatti, come abbiamo verificato, nella scuola cattolica è tutto l’impianto del progetto formativo che è di natura catechetico- confessionale, è l’aria che si respira che mira a costruire una identità credente e quindi non è in armonia con il principio costituzionale della laicità. Percepite la contraddizione?La nostra amministrazione decisamente no, tanto che, nella premessa alla Convenzione con cui decide il finanziamento, dà atto serenamente che: “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico e sono caratterizzate da un proprio progetto educativo in armonia con i principi della costituzione..” Così sia.
I miei omaggi a don Peppone.

di Amedeo Olivieri

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Don Peppone e Don Camillo / 1

Laicità

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Nel mese di Ottobre scade la convenzione triennale tra il Comune di Cattolica e l’Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (contro di loro, chiarisco subito, non ho niente, ne sono anche stato un felice alunno; qui parliamo di scelte amministrative) con la quale l’Ente locale versa Finanziamenti Pubblici alla Scuola Paritaria privata (li indicherò con FPSP). Ritengo che non sarebbe dignitoso reiterarne l’approvazione solo per inerzia, assegnando al rinnovo la valenza di un atto di routine o, peggio, dovuto. Così come sarebbe fortemente riduttivo considerarla solo un affare di numeri, limitandosi a stabilire l’entità dei contributi. Viviamo un momento storico della nostra Repubblica molto delicato in cui la chiesa cattolica ha dichiarato guerra alla laicità, principio supremo dello Stato italiano. Nessuna decisione al riguardo può essere presa senza una riflessione approfondita che, a Cattolica, è resa ancora più necessaria dai disequilibri che si sono creati nell’amministrazione con la presenza di diversi soggetti fortemente radicati in parrocchia, i cui figli frequentano la scuola paritaria e che potrebbero trovarsi in conflitto di interesse riguardo la Convenzione in oggetto. Inoltre, accanto alla questione “LAICITA’”, inerente la compatibilità di una scuola confessionale con un servizio pubblico (ci torneremo), ne esiste una “PRIORITA’”, poiché in tempi di risorse congelate, vedi sforamento del Patto di stabilità, occorre scegliere da che parte stare e non è più possibile dare un colpo alla botte ed uno al cerchio: o Stato o Chiesa. Se anche Peppone diventa “don” la società civile è persa. Eppure nel programma del sindaco Tamanti si afferma (o dovremmo dire “affermava”?): “A proposito di scuola, un attenzione particolare merita la scuola statale, soprattutto le elementari che si trovano, a causa dei continui tagli operati dal Governo, in una situazione di forte difficoltà. Pensiamo che il Comune debba intervenire, anche se non sarebbe di sua competenza (sic!), con risorse finanziarie aggiuntive. Proponiamo di stanziare, già dall’anno scolastico 2009/2010, un “fondo comunale di compensazione” (20/25.000 euro)”. Intanto ci piacerebbe sapere aggiuntive rispetto a cosa: alle risorse stanziate dal Comune gli anni precedenti (che nel 2008 vedevano in testa gli scolari delle suore con 82€ pro capite contro i 59€ degli statali) o a quelle dello Stato? Credo sia dovere irrinunciabile degli amministratori, senza nascondersi dietro al partito, dare ragione pubblica delle proprie scelte, così come lo sia del cittadino valutare come vengono spese le risorse della comunità. Tanto più che, se il Vaticano tiene al valore della scuola cattolica, può sempre sostenerla con i fondi truffa dell’8permille che lo Stato gli regala e di cui non rendiconta a nessuno. Mentre a Palazzo Mancini non trovano nemmeno i soldi per la manutenzione della scuola, o per qualche ora di straordinario dei propri tecnici informatici onde approntare il laboratorio dei computer. Per non parlare dell’impossibilità di cablare le aule e poter così utilizzare le lavagne multimediali. E mi piacerebbe che l’Assessore all’Istruzione Bacchini potesse smentirmi sul fatto che si è dimessa, in primis, perché non le hanno dato una lira per realizzare i suoi progetti. Dunque, i fattori in causa per il rinnovo della Convenzione sono molteplici. Tralasciamo qui la lunga storia dei tentativi di aggiramento della illegittimità dei FPSP alla luce dell’art 33 della Costituzione che sancisce il diritto per i privati di istituire scuole “senza oneri per lo Stato”. Soffermiamoci invece sul principio di Sussidiarietà spesso tirato in ballo dai fautori dei FPSP. In suo nome si vorrebbe che lo Stato, anche al livello dell’Ente locale, facesse un passo indietro nella gestione di attività di interesse generale laddove ci fossero singoli o corpi intermedi (famiglie, associazioni, partiti) capaci di svolgerla autonomamente, sussidiandoli, appunto, economicamente. Ma per la scuola ciò non è sostenibile. Il riferimento obbligato fondamentale rimane, pur se ogni giorno più eroso, la Costituzione, alla quale non ci si può riferire come ad un prontuario, stralciandone contenuti specifici senza contestualizzarli al quadro complessivo che, in merito, è assolutamente inequivocabile: lo Stato italiano opera la scelta di considerare strategica ai fini dell’istruzione dei suoi cittadini la propria scuola Statale. L’art 33 è perentorio: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Non recita, badate, “ha il diritto di istituire scuole…” espressione che risulterebbe meno vincolante per lo Stato in quanto ad un diritto si può sempre rinunciare in favore di altro (ad esempio di scuole private che offrissero lo stesso servizio a più basso costo). Usa invece proprio tale dicitura nel comma successivo quando, riferendosi ai soggetti privati, afferma che “hanno il diritto di istituire scuole” (non l’obbligo, come lo Stato), diritto loro garantito in nome della libertà di insegnamento. Non si nomina, invece, nessun diritto delle famiglie a disporre della scuola che preferiscono. Per cui quella Statale è una scuola dovuta dalla Repubblica, e occorre investirvi perché possa conseguire il successo formativo di tutti, mentre quella paritaria è una scuola possibile. Ne consegue che la Repubblica Italiana, e i Comuni ne sono una componente costitutiva, non considera in nessun caso la scuola statale alla stessa stregua delle scuole paritarie, che sono tali solo ai fini della validità del titolo che rilasciano e non perché ne abbiamo lo stesso status, nemmeno alla luce della legge 62/2000 che le incorpora nel sistema nazionale pubblico di istruzione. Ecco perchè, in questo caso, non ci sono le condizioni valide per l’applicazione del principio di Sussidiarietà. Da ciò deriva anche che la privatizzazione del sistema scolastico dell’obbligo sarebbe improponibile alla luce dell’attuale Costituzione. Privatizzazione, ad es, invece teoricamente possibile in ambito sanitario considerato che lo Stato, all’ Articolo 32, pur tutelando il diritto alla salute e garantendo cure gratuite agli indigenti, non fa menzione di vincolarsi a proprie strutture. Approfondisca bene Tamanti, con la sua fresca delega all’istruzione, questo aspetto della Sussidiarietà orizzontale poichè ho sentore che molti dei suoi mentori non rinunceranno a farvi appello quando gli chiederanno di rinnovare la Convenzione senza indugi.
Al prossimo numero l’analisi dell’impossibile convivenza tra servizio pubblico e scuola confessionale.

di Amedeo Olivieri

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L’ultimo minuto

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Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Lunedì 21 Settembre mentre i vertici di stato e chiesa celebravano all’unisono i funerali dei sei parà uccisi in Afghanistan, ai bambini d’Italia dai tre anni in su è stato chiesto dal ministro dell’Istruzione Gelmini di osservare nelle proprie aule un minuto di silenzio. Ma a noi docenti, lo sguardo delle alunne e degli alunni che quotidianamente ci interroga, ricorda che l’obbedienza non è più una virtù. Occorre un soprassalto di dignità. Uno spasmo di consapevolezza professionale. La Scuola a servizio della quale mettiamo le nostre forze, le nostre intelligenze e le nostri passioni è quella della Costituzione della Repubblica italiana e non una degenerata scuola ministeriale. Allora dobbiamo urlarlo, gridarlo con tutta la forza che ci è rimasta in questi corpi che ancora non sono in vendita a nessuno, tantomeno alla miseria umana di una Gelmini di turno: La Scuola della Costituzione italiana RIPUDIA LA GUERRA E QUELLO CHE STIAMO FACENDO IN AFGHANISTAN SI CHIAMA GUERRA. In otto anni di questa assurda presenza sono morti almeno 11 mila civili afgani innocenti per i quali non un secondo di silenzio è stato osservato nella scuola ministeriale. Possiamo raccontarcela tra noi che siamo là per una ricostruzione mai avvenuta e per una pace mai voluta dai signori delle armi ma LASCIAMO FUORI I BAMBINI DA QUESTA RETORICA PUTREFATTA. Glielo dobbiamo, se la parola verità ha ancora un senso. Glielo dobbiamo, se osiamo sperare che un giorno nessuno di loro per sentirsi eroe abbia bisogno di imbracciare un mitra o sganciare una bomba intelligente. Quando gli unici eroi rimasti saranno quelli che si rifiutano di andare in guerra per quanti soldi gli possano offrire serviranno, solo allora, l’ultimo minuto di silenzio prima di cantare e danzare la vita per sempre.

di Amedeo Olivieri e Daniela Franchini

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